7 Dic

La traviata

Giuseppe Verdi

 Traviata

Nuova produzione Teatro alla Scala

Dal 7 Dicembre 2013 al 3 Gennaio 2014

Durata spettacolo: 3 ore e 10 minuti incluso intervallo

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

 DIREZIONE
Direttor  Daniele Gatti
Regia e scene  Dmitri Tcherniakov
Costumi  Elena Zaytseva
Luci  Gleb Filschtinsky
 CAST
Violetta Valery  Diana Damrau
Flora Bervoix  Giuseppina Piunti
Annina  Mara Zampieri
Alfredo Germont  Piotr Beczala
Giorgio Germont  Željko Lučić
Gastone  Antonio Corianò
Barone Douphol  Roberto Accurso
Marchese d’Obigny  Andrea Porta
Dottor Grenvil  Andrea Mastroni
Giuseppe  Nicola Pamio
Domestico di Flora  Ernesto Petti
Commissionario  Ernesto Panariello

99 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione dicembre 7, 2013 a 11:29 pm #

    Ricopio l’intervento inserito nel post precedente, che giustamente si lamentava di non aver ancora trovato il post sulla “prima” scaligera:

    proet
    dicembre 7, 2013 a 10:08 pm #
    ma dov’è il post sulla prima?
    mi risulta che stasera, oltre a tutto il resto, ci sia stato un “buco” clamoroso, grazie agli ottimi Direttori di scena scaligeri…
    ma nessuno l’ha riportato, almeno a leggere i siti dei giornali grossi e a sentire la radio.

    • masvono dicembre 7, 2013 a 11:45 pm #

      “Buco” clamorosissimo. La Damrau è rimasta fuori scena per le prime battute della scena del gioco. Ma parrebbe sia stato un leggero malore. Attendiamo Vizzardelli che ne sa di più …..
      Saluti

      -MV

    • marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 11:09 am #

      A meno che Fra non stia per Fra….nco Zeffirelli

      marco vizzardelli

    • marco vizzardelli dicembre 10, 2013 a 9:35 am #

      Sul New York Times, a firma George Loomis, è uscita (facilmente trovabile on line), una entusiasta recensione a La Traviata della Scala, a Tcherniakov e a Gatti. Non riesco a trascriverla ma penso si possa.
      Idem su El Mundo.

      marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli dicembre 8, 2013 a 3:53 am #

    E’ caduta entrando (scena delle carte), forse per un malore. Sono esseri umani. Bravissimo Gatti a proseguire, con il cuore in gola. Lei è entrata, ha impiegato qualche minuto a riprendersi (o è caduta male o effettivamente ha accusato un malore), poi è stata memorabile, da commmozione assoluta, nell’ultimo atto

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli dicembre 8, 2013 a 3:53 am #

    Il caso ha voluto che, pochi giorni prima di assistere a questa sconvolgente, rivoluzionaria, miliare Traviata firmata da Daniele Gatti, Dmitri Tcherniakov e Diana Damrau, vedessi l’ultimo – pure sconvolgente film di Woody Allen, Blue Jasmine. In entrambi i casi ( e con una curiosa identità di colore fondamentale: il giallo nei salotti di Allen e in quelli di Tcherniakov), si assiste all’alienazione, annullamento ma in un certo senso glorificazione della protagonista rispetto ad un prossimo che , per insensibilità o convenzione sociale, la “aliena” fino ad una dissociazione dell’anima (Allen) o all’irrigidimento in una morte che non è tanto “tisi” del corpo, quanto dello spirito (l’annunciata “fine sulla sedia” nello spettacolo di Tcherniakov). Un’alienazione che, in Traviata, è annullamento del desiderio-possibilità-bisogno di dare e ricevere amore. Questo è il sopruso, pazzesco, commesso ai danni di Violetta. Respinta a morte più ancora che consunta dal morbo, ma anche elevata dal mondo che l’ha respinta (ecco i famosi violini un’ottava sopra nel finale).
    E’ una tematica che trova lancinante espressione musicale nella sconvolgente lettura di Daniele Gatti, che entra in Traviata, la sviscera , l’analizza la ricompone, la vive con quella pazzesca volontà reaizzata di confronto in prima persona con i testi che ne fa un unicum fra i direttori viventi. Chiedersi se sia lento o veloce è la domanda dello stupido , del sordo, di chi non ascolta. Gatti entra in ogni parola, stato d’animo, situazione, trovandoil colore, la dinamica, la scansione, il tempo che non è uno ma sono mille, tanti quanti i moti dell’anima di ognuno dei personaggi, messi in un continuo dialogo, fatto di fremiti e sospensioni, silenzi o urlo o sussurro (estremi: il filo indescrivibile di suono e voce nell’Addio del Passato o la furiosa strappata dei bassi nella cabaletta di Alfredo). E questo pazzesco lavoro “dentro” il testo avviene senza che per un solo istante vada persa la visione sintetica del tutto. Gatti “è” in Traviata nel particolare e nel tutto, l’uno totalmente funzionale all’altro. Mai, e davvero mai, abbiamo ascoltato Traviata così lancinante, disperata: il finale in particolare, tirato allo spasimo (fino al nero e al peso “tragico” di quegli ultimi accordi, cadenzati e battuti dalle memorabili percussioni scaligere) toccava quella corda di consunzione dell’anima nella tragedia che era di certi momenti musicali dell’ultimo, immenso Bernstein (uno dei direttori cui certi aspetti di Gatti da sempre rimandano). Ma, costruita su un suono volta a volta leggerissimo o denso secondo necessità, è una Traviata che – come lo stesso Gatti aveva preannunciato – non ha modelli o precedenti. In qualche modo, ma forse anche oltre, Gatti “si pone”, da direttore, alla maniera con cui Maria Callas si pose da interprete della protagonista. Dirompente rispetto a modelli o passato, ma totalmente pertinente nonché di straordinaria personalità musicale e direi, drammaturgica: è, di per se stessa, una direzione-regia. Grandissimo Daniele Gatti.
    La regia c’è: e non si capisce perché e per cosa ancora il pubblico della prima si scandalizzi, a fronte di una lettura linearissima fondata sul dialogo fra le parti, i personaggi: per cui, se Alfredo nell’atto “casalingo” dapprima tira affettuosamente la pasta davanti all’amata, poi taglia furiosamente le verdure davanti alle falsità consolatorie paterne, questo è soltanto l’espressione di ciò che sta avvenendo nella sua anima in dialogo con l’interlocutore, e non c’è proprio niente di scandaloso, è tutto perfettamente naturale, nel quadro d’uno spettacolo nel quale non una sola azione dei personaggi è stata studiata a caso o senza motivo. In questo senso è impressionante tutta l’allucinata seconda festa, con la partita a carte (qui Damrau ha avuto un umanissimo incidente, è caduta entrando in scena, forse con istantatneo malessere: sono esseri umani, al contrario di parte del pubblico<9) che Gatti conclude dando al concertato una tinta e un carattere "scuri", disperati: è già presagio di morte:finale secondo e finale terzo si specchiano.
    Diana Damrau è una meravigliosa Violetta nella quale le doti della virtuosa (non solo le agilità, ma la capacità di assottigliare la voce fino al sussurro, di scurirla o schiarirla, di cantare "sulla parola") vengono messe a totale servizio della realizzazione drammaturgica del personaggio: questa Violetta la cui "tisi" non è – ripetiamo – tanto malattia fisica quanto alienazione dello spirito (i farmaci dell'ultimo atto). Una Violetta che tenta fino all'ultimo (bellissimo l'"Alfredo Alfredo" seduta, provando a spiegare all'amato furioso, impressionante l'irrigidimento finale) di entrare in dialogo con due persone – padre e figlio – o forse un mondo, che non riusciranno a capirla (o non vorranno), e dai quali sia alienerà. Nella gestualità dell'ultimo atto (magnifico, qui, Tcherniakov) i due mondi – padre più figlio, e Violetta – si separano completamente, come vi forse un muro invisibile. Violetta non compie movimento o atti "da tisica": sono gli atti di una creatura costretta ad alienarsi (è la sua morte, rigida sulla sedia) da un mondo che non si è sintonizzato con lei. Straordinaria Damrau, ma bravissimi tutti (l'Alfredo volutamente "grossier" – Gatti l'aveva predetto – di Beczala, il cinico papà Germont di Lucic), insieme ad orchestra e coro nell'adesione al disegno complessivo, d'una Traviata contestata dagli irriducibili dell'opera-museo, i papà Germont della Scala, convenzionali tali quali, ma applaudita da chi "ascolta" e "guarda" e partecipa con l'anima. Per noi, una Traviata memorabile, da rivedere e riascoltare (e da portare nel mondo) nella straordinaria direzione musicale e nella forza scenica.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli dicembre 8, 2013 a 3:56 am #

    Il caso ha voluto che, pochi giorni prima di assistere a questa sconvolgente, rivoluzionaria, miliare Traviata firmata da Daniele Gatti, Dmitri Tcherniakov e Diana Damrau, vedessi l’ultimo – pure sconvolgente film di Woody Allen, Blue Jasmine. In entrambi i casi ( e con una curiosa identità di colore fondamentale: il giallo nei salotti di Allen e in quelli di Tcherniakov), si assiste all’alienazione, annullamento ma in un certo senso glorificazione della protagonista rispetto ad un prossimo che , per insensibilità o convenzione sociale, la “aliena” fino ad una dissociazione dell’anima (Allen) o all’irrigidimento in una morte che non è tanto “tisi” del corpo, quanto dello spirito (l’annunciata “fine sulla sedia” nello spettacolo di Tcherniakov). Un’alienazione che, in Traviata, è annullamento del desiderio-possibilità-bisogno di dare e ricevere amore. Questo è il sopruso, pazzesco, commesso ai danni di Violetta. Respinta a morte più ancora che consunta dal morbo, ma anche elevata dal mondo che l’ha respinta (ecco i famosi violini un’ottava sopra nel finale).
    E’ una tematica che trova lancinante espressione musicale nella sconvolgente lettura di Daniele Gatti, che entra in Traviata, la sviscera , l’analizza la ricompone, la vive con quella pazzesca volontà realizzata di confronto in prima persona con i testi che ne fa un unicum fra i direttori viventi. Chiedersi se sia lento o veloce è la domanda dello stupido , del sordo, di chi non ascolta. Gatti entra in ogni parola, stato d’animo, situazione, trovandoil colore, la dinamica, la scansione, il tempo che non è uno ma sono mille, tanti quanti i moti dell’anima di ognuno dei personaggi, messi in un continuo dialogo, fatto di fremiti e sospensioni, silenzi o urlo o sussurro (estremi: il filo indescrivibile di suono e voce nell’Addio del Passato o la furiosa strappata dei bassi nella cabaletta di Alfredo). E questo pazzesco lavoro “dentro” il testo avviene senza che per un solo istante vada persa la visione sintetica del tutto. Gatti “è” in Traviata nel particolare e nel tutto, l’uno totalmente funzionale all’altro. Mai, e davvero mai, abbiamo ascoltato Traviata così lancinante, disperata: il finale in particolare, tirato allo spasimo (fino al nero e al peso “tragico” di quegli ultimi accordi, cadenzati e battuti dalle memorabili percussioni scaligere) toccava quella corda di consunzione dell’anima nella tragedia che era di certi momenti musicali dell’ultimo, immenso Bernstein (uno dei direttori cui certi aspetti di Gatti da sempre rimandano). Ma, costruita su un suono volta a volta leggerissimo o denso secondo necessità, è una Traviata che – come lo stesso Gatti aveva preannunciato – non ha modelli o precedenti. In qualche modo, ma forse anche oltre, Gatti “si pone”, da direttore, alla maniera con cui Maria Callas si pose da interprete della protagonista. Dirompente rispetto a modelli o passato, ma totalmente pertinente nonché di straordinaria personalità musicale e direi, drammaturgica: è, di per se stessa, una direzione-regia. Grandissimo Daniele Gatti.
    La regia c’è: e non si capisce perché e per cosa ancora il pubblico della prima si scandalizzi, a fronte di una lettura linearissima fondata sul dialogo fra le parti, i personaggi: per cui, se Alfredo nell’atto “casalingo” dapprima tira affettuosamente la pasta davanti all’amata, poi taglia furiosamente le verdure davanti alle falsità consolatorie paterne, questo è soltanto l’espressione di ciò che sta avvenendo nella sua anima in dialogo con l’interlocutore, e non c’è proprio niente di scandaloso, è tutto perfettamente naturale, nel quadro d’uno spettacolo nel quale non una sola azione dei personaggi è stata studiata a caso o senza motivo. In questo senso è impressionante tutta l’allucinata seconda festa, con la partita a carte (qui Damrau ha avuto un umanissimo incidente, è caduta entrando in scena, forse con istantatneo malessere: sono esseri umani, al contrario di parte del pubblico<9) che Gatti conclude dando al concertato una tinta e un carattere "scuri", disperati: è già presagio di morte:finale secondo e finale terzo si specchiano.
    Diana Damrau è una meravigliosa Violetta nella quale le doti della virtuosa (non solo le agilità, ma la capacità di assottigliare la voce fino al sussurro, di scurirla o schiarirla, di cantare "sulla parola") vengono messe a totale servizio della realizzazione drammaturgica del personaggio: questa Violetta la cui "tisi" non è – ripetiamo – tanto malattia fisica quanto alienazione dello spirito (i farmaci dell'ultimo atto). Una Violetta che tenta fino all'ultimo (bellissimo l'"Alfredo Alfredo" seduta, provando a spiegare all'amato furioso, impressionante l'irrigidimento finale) di entrare in dialogo con due persone – padre e figlio – o forse un mondo, che non riusciranno a capirla (o non vorranno), e dai quali sia alienerà. Nella gestualità dell'ultimo atto (magnifico, qui, Tcherniakov) i due mondi – padre più figlio, e Violetta – si separano completamente, come vi forse un muro invisibile. Violetta non compie movimento o atti "da tisica": sono gli atti di una creatura costretta ad alienarsi (è la sua morte, rigida sulla sedia) da un mondo che non si è sintonizzato con lei. Straordinaria Damrau, ma bravissimi tutti (l'Alfredo volutamente "grossier" – Gatti l'aveva predetto – di Beczala, il cinico papà Germont di Lucic), insieme ad orchestra e coro nell'adesione al disegno complessivo, d'una Traviata contestata dagli irriducibili dell'opera-museo, i papà Germont della Scala, convenzionali tali quali, ma applaudita da chi "ascolta" e "guarda" e partecipa con l'anima. Per noi, una Traviata memorabile, da rivedere e riascoltare (e da portare nel mondo) nella straordinaria direzione musicale e nella forza scenica.

  5. marco vizzardelli dicembre 8, 2013 a 4:06 am #

    Dimenticavo una nota doverosa sullo spettacolo. Azzeccatissima l’Annina rossa-punk di Mara Zampieri. Una “presenza” accanto a Violetta
    E poi sarebbe da citare il coro dei matador concepito come un’irrisione ad Alfredo, e poi… andateci: è piena di idee, di spunti.

    marco vizzardelli

  6. proet dicembre 8, 2013 a 6:09 pm #

    Vizzardelli, ma quale malore! La signora Damrau è arrivata in ritardo e nessuno dei mille Direttori e assistenti del Direttore di scena della Scala ha fatto in modo di andarla a pescare di persona in camerino come si dovrebbe fare in questi casi, anzi han bloccato l’entrata in scena anche di qualcun altro in attesa dell’arrivo della suddetta…

    io personalmente non mi esprimo su quel poco che ho visto su Arte in differita, come è noto sono un barbun e di certe cose non capisco nulla ma le voci maschili mi sono parse di una bruttezza solenne, il coro idem (Casoni fa miracoli su ben altri repertori, qui è proprio impossibile cavar sangue da almeno una buona metà di rape che a loro volta erano la metà dell’organico completo, e meno male!).
    quanto alla regia avevo già visto un Don Giovanni di Aix en Provence dello stesso metteur en scene ed era la stessa cosa più o meno, mi annoia e non mi coinvolge, non è questione di costumi o zucchine e pizza, è proprio che poesia zero!

    comunque se a qualcuno può interessare a questo link troverete un interessante commento, ben più approfondito e autorevole del mio, di un celebre ex-frequentatore di questo blog:

    http://www.musicaliamagazine.it/opera/on-stage/758-squallida-produzione-della-traviata-di-verdi-inaugura-la-stagione-del-teatro-alla-scala.html

  7. fra dicembre 8, 2013 a 7:52 pm #

    Scusi Sig. Vizzardelli, ma Lei parla seriamente o ironicamente a proposito della regia? Non commento le sue opinioni sulle voci (de gustibus, in fondo nessuno dei tre protagonisti è stato davvero grande, ma neppure completamente da censurare), ma cosa si PUO’ argomentare SERIAMENTE a difesa di regia, scene e costumi? Siamo tutti italiani, abbiamo un concetto del bello insito nel DNA. Le chiedo come si possano trovare di gusto quelle scene e quei costumi. Abbiamo letto tutti ‘la dame aux camelias’ di Dumas figlio per sapere che quella regia non è in sintonia col pur mediocre libretto di Piave.
    Mi faccia capire se io non ho colto la Sua ironia ovvero se Lei ha il ‘gusto’ per l’orrido. Nel qual caso il problema è Suo, non del pubblico che fischia.
    Io sono indignato da come la Scala butti alle ortiche il denaro pubblico in un allestimento chiaramente non riutilizzabile, brutto in quanto stupido, in cui la fragile mantenuta parigina è trasformata in una sguattera in vestaglia (per giunta obesa).
    Sono indignato di come si possa distruggere un evento, una vetrina importante per tutto il nostro Paese affidando la Prima della Scala a degli incompetenti.
    Ho letto di recente le memorie del Da Ponte. Abbondano le descrizioni dei fiaschi (pilotati e non) nel teatro d’opera dei secoli passati. Perché chi fischia oggi deve essere tacciato di incompetenza e malafede? Non sarà che da quando c’è Lissner alla Scala vanno in scena della autentiche schifezze?

  8. cl dicembre 8, 2013 a 10:29 pm #

    Constato con impotenza quanto basso sia sceso oggi, in Italia, il livello di discussione attorno a uno spettacolo, a più livelli: su Facebook, forum e pure su giornali dove scrivono critici musicali di cui ho sempre avuto stima. Lavocedelloggione si è sempre distinto per essere uno dei pochi luoghi dove ancora si sa ragionare, per cui chiedo la gentilezza di poter dire la mia.

    Oggi non si “mette in scena Verdi” (un’assurdità concettuale che gli studiosi di teatro hanno già ampiamente smascherato da almeno cinquant’anni), semmai si produce uno spettacolo che è il frutto di un atto interpretativo attorno a un testo che non esiste in quanto tale ma solo in potenza. Oggi, leggere (ancora!) che il regista deve avere rispetto dell’autore suona piuttosto ambiguo: intanto, chi è l’autore? Verdi ha messo in musica un libretto (peraltro, bellissimo) di Piave e a distanza di 160 anni qualcuno lo deve interpretare. Punto. Fatico a capire cosa significhi il ‘rispetto per l’autore’: rispetto per Piave? Per Verdi? Per Dumas? Per il copista veneziano della partitura? Per il contesto produttivo del 1853? O per quello del 1854? Per il pubblico veneziano del 1853 o per quello della Scala di oggi? Siamo tutti autori della ricreazione di un testo, volenti o nolenti. E forse dovrei aggiungere che Verdi è morto, perché ho paura che la notizia non sia giunta a tutti. A lui, di cosa si faccia oggi non credo gliene possa fregare di meno.

    Mi sembra che il tono generale della critica alla regia di Tcherniakov abbia a che fare col fatto che la sua Violetta sia sciatta, obesa, che porti una ridicola parrucca, che – insomma – non sappia essere donna. Non avrei mai creduto che nel 2013 un tale infimo livello di anti-femminismo fosse ancora così strisciante. E cioè l’idea che Violetta, in quanto prostituta, debba essere redenta a tutti i costi. Violette DEVE amare perché DEVE essere salvata da Alfredo e DEVE essere sottomessa dal di lui padre. Così va il mondo, così “vuole” Verdi e così “voleva” Dumas. Non è tollerabile che Violetta condivida con Annina la sua mancanza di romantico e spontaneo abbandono all’Amore. Sarà questa la presunta
    mancanza di commozione di cui leggo altrove. Non vogliamo accettare che Violetta possa non essere interessata, che si distragga a guardare il lampadario mentre Alfredo le dichiara il suo amore, o che nervosamente continui a mettere zucchero nella sua tazza di tè mentre Germont le sta ricordando che è soltanto una prostituta, non come quella “pudica vergine” della sorella di Alfredo. Non vogliamo accettare che Violetta possa dire di no a chi si ripresenta alla sua porta con dei cioccolatini e dei fiori dopo averla umiliata e offesa. Non vogliamo accettare che Violetta sia la protagonista di questo dramma.

    Carlo Lanfossi

  9. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 12:07 am #

    Lanfossi come sempre interessante. Gli arrabbiati che fanno muro, invece, no. Non è concesso il diritto di gradire ciò che agli arrabbiati non è gradito. Pazzesco. Come pazzesco, oltreché imbecille, è stato il pollaio scatenato alla fine di questa Traviata. Come pazzesco è un critico di giornale che, di uno dei primi tenori del mondo, dica che “raglia”. Siamo al grado zero dello scrivere, dell’argomentare, del riflettere. E al grado massimo dello strumentalismo bieco di chi vuole distruggere, va a teatro per distruggere. Dio ci salvi da questo tipo di fruitori dell’opera!

    marco vizzardelli

    • marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 8:36 am #

      Ho iInviato oggi quanto segue, al direttore del Corriere della Sera

      “Gentile Direttore, lei ha concesso che il suo critico musicale, parlando del tenore Beczala (fra i tre, quattro massimi al mondo) usasse termini insultanti (“singhiozza, bela, raglia) in nome di una sua faida personale, livello da polli da cortile, con il Teatro alla Scala. Una faida di cui ai lettori, cui viene inflitta, interessa zero. Lei peraltro aveva concesso che, in coincidenza con la Prima de La Traviata, apparisse sul Corriere, in prima pagina, una vignetta totalmente ignorante l’opera, nella quale a Violetta e Alfredo (Berlusconi e l’Italia) venivano messe in bocca frasi (mal citate) di Rodolfo e Mimì. La Boheme al posto della Traviata. Gli addetti ai lavori di tutto il mondo hanno riso dell’ignoranza crassa del Corriere della Sera. Un giornale che, nella trattazione di tutto ciò che attiene alla musica e al Teatro alla Scala, vive di polemichette e giochini di potere da vero cortìle in nome di un personaggio cui viene concesso di consumare squallide vendette personali, pure costantemente inflitte ai lettori. So che lei ha avuto a dolersi perché coglie,”nell’aria”, ostilità verso il giornale: è meritatissima, e ormai, ovunque nell’ambiente musicale e giornalistico, siete definiti “”quelli allo sbando”: per gli errori, le approssimazioni, le tendenziosità, le squallide zizzanie di chi mesta e rimesta, facendo, fra l’altro del gran male al mondo della musica stessa. Avete invitato Daniele Gatti al Corriere: ora lo fate insultare dal vostro personaggio: è tipico. Il tutto viene condito dal finto miele con sotto il fiele di Armando Torno improvvisatosi critico, fra le ulteriori risate di tutto l’ambiente musicale (“non sanno più a chi affidarsi, per i loro giochini”). L’equilibrato Girardi, il più sereno Benzing – le soluzioni più semplici, i soli veri critici che avete – sono stati estromessi dalla Prima in nome della bega da pollaio contro il cattivo Lissner. Cose da polli. Come da polli è, a Milano il giorno della Prima, la pubblicazione della vignetta ignorante avallata da una direzione distratta. Il mondo ride del Corriere. Ci rifletta e, se, come pare, non riesce a tenerne il controllo, ne tragga le conseguenze. E’ più dignitoso lasciare, che firmare un prodotto simile”.

      Cordiali saluti

      marco vizzardelli

  10. fra dicembre 9, 2013 a 9:54 am #

    Signor Lanfossi, se Lei avesse letto il pur scadente Dumas figlio e avesse capito qualcosa (anche solo qualcosa) della riduzione di Piave saprebbe che Violetta non è una puttana stile Arcore, ma un’etera raffinatissima e fragile. Una dama dell’alta società più che una escort. La regia non ha né capo né coda, travisa completamente ogni fonte/riferimento letterario poichè con presunzione il sedicente regista sovrappone i suoi significati al testo. Abbia, il Tcherniakov, il buon gusto di allestire i suoi scadenti spettacoli di pseudo-avanguardia in teatri di pseudo-avanguardia e di chiamarli con nomi diversi da ‘Traviata’, ‘Rigoletto’, ecc. ecc.
    Che Le piaccia o no, la Traviata di Verdi è un’altra cosa rispetto a quello che si è visto il 7 dicembre alla Scala. Non c’è proprio nulla da attualizzare. Qui non si tratta di ammodernare le scenografie come si fa colle tragedie greche a Siracusa, ma di uno stravolgimento dei significati del testo e quindi della drammaturgia. Non facciamo finta di non capire.
    Buona giornata a tutti.

  11. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 11:06 am #

    Il Tcherniakov è uno dei primi due, tre registi attivi nel mondo, in tutti i maggiori teatri Si vede che sono tutti scemi. L’utente Fra è forse uno dei migliori del mondo in qualcosa, tanto da potersi permettere giudizi così “tranchant”? E’ uno dei migliori critici musicali del mondo? E’ un grande regista? E’ un grande musicista?E’ un grande letterato?
    E ha guardato lo spettacolo? Io non ho visto alcuna puttana stile Arcore: sta diventando una psicosi, questa (che poi Violetta sia proprio un’etera raffinatissima e fragile: ma dove, ma quando?).

    marco vizzardelli

  12. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 11:10 am #

    A meno che Fra non stia per Fra… nco Zeffirelli

    marco vizzardelli

  13. Marco dicembre 9, 2013 a 11:20 am #

    Re: La Traviata alla Scala.

    Ho scritto questo commento alla “Traviata” scaligera su Operaclick e lo riporto qui. Ciao a tutti.
    Io questa Traviata l’ho vista soltanto al cinema; quindi ne ho un’impressione sfocata e, credo, traditrice. Tuttavia, se fossi riuscito a procurarmi un biglietto, l’avrei vista molto volentieri dal vivo. Non so quanti soprani al giorno d’oggi siano in grado di far meglio di Diana Damrau in quel ruolo; non molti, credo. E’ giusto quindi che abbia avuto successo. Beczala non mi è piuciuto tanto; credo che sia un tenore in decadenza. Una prestazione discutibile, accolta comunque da una riprovazione eccessiva. E così per Lucic, che interpretativamente comunque ha reso bene, più che l’ipocrisia, la rigidezza, proveniente da imbarazzo, del personaggio. Veniamo a Gatti. La sua prova a me è sembrata eccellente, sia sul piano musicale che su quello tecnico (a parte l’incidente, certo non imputabile a lui, nella seconda scena del secondo atto). Ha seguito molto bene, con un uso sapiente della flessibilità del fraseggio, le sfumature psicologiche di personaggi e situazioni. Forse ne è scaturita un’impressione di frammentarietà, rilevata da altri commenti precedenti il mio; è possibile. In rapporto a Muti o Toscanini, certo. Ma è una prospettiva molto interessante e apprezzabile. Forse non considero Gatti un genio, come fa l’amico Marco Vizzardelli, sempre così empatico ed entusiasta; forse il paragone con Bernstein è un filino eccessivo. Però Gatti è un signor direttore, sempre originale e pieno di prospettive. Oltre il fatto che ha una fama veramente internazionale, il che non è cosa di tutti i giorni. I fischi che ha ricevuto sono stati assolutamente ridicoli. Assurdi. Con sempre maggiore insistenza si fa il suo nome come prossimo direttore stabile al Maggio Fiorentino; noi siamo pronti ad accoglierlo con ammirazione e simpatia. E veniamo brevemente all’oggetto principale dello scandalo, Tcherniakov. Intanto mi ha fatto una grande simpatia ascoltare una sua intervista rigorosamente in russo. Finalmente uno, che l’inglese chiaramente lo conosce per la sua frequentazione dei più grandi palcoscenici internazionali, il quale parla la sua lingua madre, rifiutandosi a quel disgustoso inglese di trecento parole, il quale finirà per corrompere e imbastardire nel semplicismo la nobile lingua di Shakespeare e Dickens. Se già non l’ha fatto. Venendo alla sua Traviata, la sua analisi dei rapporti dei personaggi con la sfera dell’amore, lasciando da parte il discorso, che pure Verdi fa, sulle convenzioni sociali e gli ipocriti discorsi dei sepolcri imbiancati, mi pare molto interessante. Questo dà alla recitazione un carattere straniato, ironico; per esempio nell’incoscienza e nella superficialità attribuite ad Alfredo, in bilico fra l’irosità incosciente del gentiluomo sempre in vena di lanciarsi nella difesa di un supposto onore perduto e un pentimento che non sa trovare nulla di meglio del regalo di una scatola di cioccolatini. Oppure nel nervosismo da alcolizzata di Violetta, che si rovescia nella parodia della donna di casa nella scena in campagna. Tutto falso, dunque. Ma non falso perché sia tale il sentimento di Violetta. Semplicemente perché quel sentimento, come la stessa Violetta riconosce, è venuto troppo tardi; non è in grado di realizzarsi nella verità di un amore autenticamente vissuto. E che questo sentimento non sia falso lo fa vedere, con vera chiarezza, la realizzazione dell’ultimo atto, una delle più belle che io abbia mai visto. Qui la coscienza del “troppo tardi” si traduce, com’è ovvio che sia, ma non per tutti, nlla coscienza della solitudine e dell’inuttabilità della fine, realizzata plasticamente nel piumino o lenzuolo che ricopre Violetta come una bara. I fiori e i cioccolatini portati da Alfredo, nella loro ridicolaggine, allontanano ancora di più i personaggi di contorno dalla solennità della morte della propotagonista, di quella protagonista che ora vorrebbe vivere ma non può: solennità che si traduce in una marcia funebre che, quasi con un tono da “Crepuscolo degli Dèi”, celebra la commovente fine non di un eroe, ma di una povera creatura, di una semplice e banalissima sgualdrina di alto bordo. Perché fischiare? Non so davvero. So soltanto che quando sento questa espressione, riferita a qualche mediocre cantante del passato, “avercene oggi!”, mi prende quasi un senso di disperazione. E i fischiatori di oggi dovrebbero pur pensare che Luchino Visconti, che oggi essi adorano, fu accolto dai loro predecessori esattamente nel modo in cui loro accolgono Tcherniakov. E così è stato per Wieland Wagner ed Alfred Roller e tanti altri, perché il nostalgico è una categoria eterna
    e il passato è stato anche un presente, nei cui confronti c’era un altro passato da rimpiangere. E così via. Nulla di nuovo sotto il sole.
    Marco Ninci

    Ninci

    • masvono dicembre 9, 2013 a 4:17 pm #

      Bravo Ninci. Ogni epoca ha i propri cassamortari. Muoiono e si riproducono anche loro. Ieri criticavano Visconti (“inutili pignolerie”), buavano Karajan (le uniche contestazioni della sua sovrana carriera le prese appunto in Traviata dai cassamortari milanesi), buavano Carlos Kleiber (“questa sera piange Verdi” la voce del solitario cassamortaro mentre si iniziava il III atto di Otello)…e ancor prima il sommo Mitropoulos. Insomma. Da noi ci sono sempre una decina di fuori di testa, che ci vuoi fare? Ciao!

      -MV

  14. proet dicembre 9, 2013 a 12:07 pm #

    mi pare che la disputa sulle regie sia uno dei segni principali del’agonia della lirica e, in particolare, del suo repertorio più conosciuto.
    è chiaro che i teatri hanno la necessità di inventare sempre qualcosa di nuovo per far parlare di sé, creare nuovo pubblico o semplicemente mantenere quello che hanno, e allo stesso tempo giustuficare ingenti finanzaiamenti statali nella maggior parte.
    a questo è funzionale tutto, persino il pubblico più retrivo e conservatore, persino Isotta e persino questo sito che vi si contrappone.
    ognuno ha bisogno del suo nemico ma il risultato è che nulla cambia mentre nel frattempo l’unico segno visibile di una regressione generale (o della lenta agonia, se preferite) è la scoparsa progressiva del repertorio contemporaneo o novecentesco dai cartelloni persino delle Fondazioni che, un tempo, qualche attenzione glie la riservavano.
    cosa sottolineata in un’interessante analisi di Mauro Mariani sul Giornale della Musica di questo mese e che consiglio a tutti di leggere.

  15. fra dicembre 9, 2013 a 12:22 pm #

    Signor Vizzardelli, e Lei lo è per sperticarsi in giudizi altrettanto ‘tranchants’ , ma totalmente favorevoli allo spettacolo? Lo spettacolo l’ho visto su rai 5, non sono così ricco da potermi permettere una poltrona in platea la sera della prima.
    Quanto al fatto che Tcherniakov sia uno dei più grandi registi d’opera del mondo ho qualche dubbio ( e vorrei capire qual è il Suo metro di giudizio per esprimersi in maniera così perentoria), mentre sono testimone oculare del fatto che il Nostro sia fischiato nei teatri di mezzo mondo. Sono dei coglioni anche all’estero? Cordialmente.

  16. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 1:53 pm #

    Guardi il mio metro di giudizio è solo quello di uno che non fa muro di pre-giudizio di fronte a proposte che esulino da presunti “massimi princìpi”. Nelle presentazioni di questi giorni a Milano, Daniele Gatti ha spiegato benissimo il rapporto con quella che chiamiamo “tradizione”. Ecco, in quello che lui ha detto, io mi ritrovo perfettamente: ovvero, cerco di andare a teatro – come dire ? – “vergine”. Talora gradisco, talora no. Ma non faccio muro per presunte verità date per pre-costituite. E mi trovo molto bene. Su Tcherniakov, a parte che non vedo in tutta sincerità cosa ci sia di scandaloso in quest ofin troppo prudente Traviata (che io ho appunto trovato, semmai, un po’ troppo prudente) le ripeto: secondo lei, i sovrintendenti-direttori artistici del mondo che ovunque lo invitano, sono tutti scemi?
    Comunque continuiamo a discutere: è il sale della vita.
    Cordialissimi saluti
    Marco Vizzardelli

  17. fra dicembre 9, 2013 a 2:20 pm #

    Gentile Vizzardelli, non è in discussione Gatti che non ho ascoltato in conferenza, ma che solitamente -anche quando non mi piace- trovo di un grande spessore artistico.
    Quanto ai sovrintendenti, sì, sono quasi tutti degli imbecilli raccomandati. Sono classe dirigente italiana, europea e mondiale e non fanno eccezione ai loro ‘colleghi’ politici, magistrati, professori universitari, generali, dirigenti ministeriali, ecc. ecc. TUTTI da buttare nel cesso. Preoccupandosi di scaricare più volte e per bene, onde evitare spiacevoli riflussi.
    Un saggio sovrintendente alla Scala riproporrebbe l’Iris di Mascagni che manca in quel Teatro se non sbaglio dal 1955. Impiegherebbe la Damrau nel ‘Ratto dal serraglio’ o in ‘Sonnambula’, non in ‘Traviata’. E tra le molteplici opere di Verdi che si possono ancora oggi allestire con grande qualità, non sceglierebbe proprio le più problematiche da allestire. Forse oggi è più facile mettere in scena ‘Norma’ che ‘Traviata’, ma questa è una mia personalissima idea.
    Continua ad essere per me un mistero come e perchè si possa/debba ritenere uno come Tcherniakov un geniale e talentuoso regista. Per me, non si smentisce mai: quando c’è lui, va in scena l’idiozia. Non capisco poi perchè dobbiamo stravolgere drammaturgia e libretti per essere ‘gggiovani’. Basterebbe rileggersi Walter Benjamin per convincersi che attualizzare non significa stravolgere, che la vera Arte non si ripete mai. Quindi? Davvero Verdi/Piave hanno bisogno di Tcherniakov? A me sembra che Tcherniakov abbia così poco da dire che se non stuprasse puntualmente libretti e sceneggiature si paleserebbe per quello che realmente è: un NULLA.
    Infine, una piccola chiosa sul tenore. Se questo qui (bella voce, ma canna di brutto in più occasioni) è uno dei due-tre migliori al mondo, stiamo freschi. Almeno fategli cantare altro.
    Cordialmente.

  18. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 2:44 pm #

    http://www.corriere.it/foto_del_giorno/ … d995.shtml

    😆 😆 😆

    Sic il Corriere della Sera

  19. Marco dicembre 9, 2013 a 3:01 pm #

    Scusi, Fra, dov’è che Benjamin dice che attualizzare non significa stravolgere? O è una considerazione che si evince dal complesso della sua opera? Se è così, mi può dire qual è il ragionamento che Lei fa, partendo da Benjamin? E’ una questione che mi interessa veramente molto.
    Marco Ninci

  20. Marco dicembre 9, 2013 a 3:18 pm #

    Che l’arte non si ripeta lo capisco; è la questione dell’aura. Perché, se si ripetesse, entrerebbe nel processo della riproducibilità tecnica; che significa la perdita dell’aura, di ciò che caratterizza un’opera ottocentesca. Ma allora, Lei esige soltanto la riproduzione dell’opera, senza stravolgimenti? In questo caso verrebbe meno la stessa qualità di arte per entrare in una dimensione diversa.
    Marco Ninci

  21. fabione dicembre 9, 2013 a 6:57 pm #

    Premesso che trovo fuori luogo sia lodi sperticate che le stroncature nette e feroci,
    di ritorno da monaco, dove ho ascoltato una strepitosa donna senz’ombra con Kirill Petrenko ( il vero grande direttore d’opera del futuro) ho finito or ora di ascoltare la Traviata scaligera. Francamente chi mi ha più deluso è stato proprio Gatti che ,a mio avviso, sta vivendo un periodo non proprio felicissimo.
    Dopo i Meistersinger Salisburgesi fortemente negativi e giustamente fischiati dal pubblico a tutte le recite, questa Traviata mi è parso privilegiare l’aspetto tragico e decadente oltre misura. I tempi ” fantasiosi” le sonorità spesso pesanti e soprattutto l’aver lasciato la briglia sciolta sui cantanti con effetti “anni 50”, mi paiono assolutamente da censurare. Mancava a mio avviso nel’orchestra il suono ed il respiro tipicamente verdiano che tanto avevo ammirato nel Gatti del periodo bolognese.
    il mio però è solo un giudizio di ascolto televisivo .
    Quello definitivo lo darò dopo la recita del 22 a cui assisterò.

  22. fra dicembre 9, 2013 a 7:37 pm #

    Vizzardelli, Lei si è posto una domanda e mi ha risparmiato la fatica di darle una risposta. Solo una precisazione: non credo si debba sempre riprodurre tal quale. Si può raccontare in maniera diversa. Non è invece lecito raccontare cose diverse. La differenza è e deve restare sostanziale. Inoltre, il buon gusto, innanzitutto estetico, non deve mancare. Chereau, Warner, Sellars, McVicar, Ronconi lo fanno. Nessuno vuole Zeffirelli.
    Infine, d’accordo con Fabione su Petrenko, davvero un grande direttore.
    Buona sera.

  23. Marco dicembre 9, 2013 a 8:53 pm #

    Caro Fra, e Benjamin? Non mi dice nulla?
    Marco Ninci

  24. fra dicembre 9, 2013 a 9:32 pm #

    Cosa vuole sapere? Vizzardelli, Lei credo abbia letto Benjamin. E forse anche Pirandello che di riproducibilità tecnica ha ampiamente scritto. Si è già risposto. Io leggo per me, non per sfoggio. Ammeto, però, che a volte amo ciarlare di Opera.
    L’ho appena fatto con un caro amico a Parigi. Lo sa come ha commentato la Traviata scaligera? ‘A VOMIR!’ (testuale)
    Santa Notte a tutti gli avventori del blog.

  25. lavocedelloggione dicembre 9, 2013 a 10:32 pm #

    Caro Fra, non è ancora la santa notte, manca poco ma ancora non ci siamo! E quella del 7 di cui stiamo parlando da due giorni, proprio santa non è stata. Dunque anch’io dico la mia, dopo aver cambiato parere rispetto al primo impatto, vedendo questa Traviata in TV, quando mi ero pure divertita, ma forse, appunto, divertirsi non è proprio l’espressione adatta per significare di aver apprezzato un allestimento di quest’opera. Devo dire che avevo colto un’adesione notevole fra la direzione d’orchestra, i cantanti e la messa in scena, il che significa un risultato coerente, ma ora mi accorgo che non c’è stata poesia, salvo per la scena finale.
    Non sono mai prevenuta su allestimenti moderni, più o meno arditi e dissacranti, ma penso che sia molto meno rischioso farlo dove la storia, il soggetto dell’opera sia al di fuori del tempo, quindi un mito o una favola. La maggior parte delle opere liriche hanno nell’ ambientazione in una determinata epoca, un loro connotato peculiare, tolto il quale si toglie buona parte del fascino all’opera stessa. Sarebbe come pretendere di trasporre Anna Karenina ai nostri tempi ma lasciando intatti i dialoghi e la narrazione di Tolstoj. E infatti nessun regista di cinema o televisione l’ha mai fatto; ci sono versioni più o meno riuscite, da quella con Greta Garbo alla più recente versione televisiva (che non regge il confronto con la prima), ma tutte rispettano l’epoca, i luoghi e i costumi. Se si vuole fare un’operazione riuscita di modernizzazione, si fa un’altra opera, radicalmente, come ha fatto Bernstein con West Side Story, che è una riedizione di Romeo e Giulietta ma, appunto, non è Romeo e Giulietta di Shakespeare! Oppure, proprio per Traviata, si fa Pretty woman (la quale, guarda caso, va proprio a vedere Traviata all’Opera di San Francisco e si scioglie in lacrime). Insomma, bisognerebbe avere il coraggio di cambiare almeno il libretto e la sceneggiatura!
    Con ciò non escludo che in alcuni casi (anzi, in molti casi) le attualizzazioni e le messinscena originali (che ormai spesso tanto originali non sono) reggano bene (o siano anche geniali) e siano meglio delle regie e delle scene tradizionali (ad esempio mi sono piaciuti nella passata stagione Falstaff e Ballo in maschera); tuttavia, nella fattispecie, questa Traviata non mi convince, ha un che di triviale che si spande su tutto, che non corrisponde né ai personaggi, né alla vicenda e toglie profondità e poesia a tutta l’opera. Violetta è una cortigiana raffinata, abituata al lusso e all’eleganza; a me risulta difficile pensarla in chiave moderna come una … (una cosa? una escort?) che dà spintoni ad Alfredo ed è circondata da amici chiassosi e sguaiati che si muovono in ambienti pacchiani e senza stile. E per di più con una domestica-confidente tipo imbonitrice di televendite su canali di second’ordine. Tutto questo invece di avvicinarmi ai personaggi e a creare empatia e commozione, mi fa l’effetto contrario, salvo nell’ultimo atto, dove tutto era credibile e commovente, dall’uso compulsivo dei farmaci, alla morte di Violetta su una sedia. Insomma, nonostante un primo impatto positivo, ripensandoci, non credo che sia un allestimento e una regia particolarmente intelligente, che abbia fatto scoprire cose impensabili altrimenti. Penso invece che per Traviata (non per tutte le opere, ora parlo in particolare di Traviata!) i personaggi risultino comprensibili anche alla sensibilità moderna, solo se li si colloca nella giusta epoca e nel giusto ambiente, quello pensato e scritto da Dumas figlio e poi tradotto in opera da Piave/Verdi. In ogni caso non sono d’accordo e trovo incivile il dissenso manifestato con metodi da stadio, ingiustificato del tutto in questo caso verso cantanti e direzione d’orchestra. Ad ogni modo mi propongo di farmi un’opinione più corretta giovedì in teatro. Buona notte a tutti Attilia

  26. marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 10:41 pm #

    Intervista al presidente degli Amici del Loggione del Teatro alla Scala: http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/12/09/news/vezzini_un_grande_gatti_e_una_regia_scorrevole_noi_fermi_a_vent_anni_fa-73124430/.

    Spero di riuscire a trascrivere, sono poco tecnologico. Se no, qualcun altro lo faccia, grazie.
    marco vizzardelli

    • marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 10:44 pm #

      Sì, mi è entrata. Leggete Vizzini. Non è un under 30, ma che freschezza d’ascolto e visione! Fantastico

      marco vizzardelli

      • marco vizzardelli dicembre 9, 2013 a 10:45 pm #

        Pardon, Vezzini. Mi è entrata una “i”.
        m,viz

  27. lavocedelloggione dicembre 9, 2013 a 10:53 pm #

    Trascrivo l’intervista rilasciata a Repubblica da Gino Vezzini, presidente degli Amici del Loggione:

    Vezzini: “Un grande Gatti e una regia scorrevole, noi fermi a vent’anni fa”
    di ANDREA MONTANARI
    Perché nonostante i fischi, difende la Traviata di Dmitri Tcherniakov?
    “La sua regia va letta con la sensibilità di oggi, non con quella delle regie che si facevano vent’anni fa. Se c’è una colpa della Scala è quella di avere aspettato vent’anni per fare un nuovo allestimento di un’opera importante come La Traviata di Verdi”.

    Si spieghi meglio.
    “La sera della Prima in loggione molti raccontavano che l’ultima Traviata che avevano visto era quella del 1990 con la regia di Liliana Cavani. Di allestimenti come quello del russo Tcherniakov se ne vedono a centinaia se si gira il mondo, ma se alla Scala l’ultima produzione risale a così lontano non c’è da stupirsi della reazione del pubblico. Quelli che hanno fischiato non erano pochi talebani come ha detto il sovrintendente Stéphane Lissner, ma l’intero loggione. Perché questa regia ha spazzato via definitivamente quella della Cavani”.

    A lei, però, lo spettacolo è piaciuto.
    “È vero che forse c’è stato qualche eccesso, ma forse molti non hanno capito le provocazioni della regia. Va ricordato che il regista è un russo e la visione della piccola borghesia in quel paese ha una tradizione di ironia. Tcherniakov ha imborghesito i due eroi protagonisti dell’opera, trasformandoli nel secondo atto in due casalinghi che tagliano la verdura estendono la pasta”.

    Una lettura convincente?
    “In un certo senso ha reso ancora più drammatico il contenuto del duetto tra Violetta e il padre di Alfredo. In fondo, questa regia non è nemmeno poi così tanto originale, ma per come è abituato il pubblico della Scala è stata giudicata un’anomalia. Io l’ho trovata una regia scorrevole che ha dimostrato di saper gestire bene i movimenti dei cantanti. Questo stile autarchicamente scaligero è un limite molto grosso”.

    A parte la Damrau, qualcuno del pubblico ha contestato anche il tenore e perfino la direzione di Daniele Gatti.
    “L’interpretazione nella versione originale di Verdi della Damrau ci ha fatto ritrovare il valore intrinseco della bellezza della sua voce. Tanto di cappello. Alfredoera un po’ più spento, ma in fondo nella Traviata non è poi una parte dove si ascoltano spesso cantanti importanti. Daniele Gatti è stato straordinario. La sua lettura mi ha ricordato quella di Karajan e perfino il finale della Bohème di Carlos Kleiber, che credevo fosse inarrivabile”.

  28. Marco dicembre 9, 2013 a 11:01 pm #

    Caro Fra, intanto io sono Marco Ninci e non Marco Vizzardelli. Non ha visto la firma? E poi non mi ha risposto affatto. Vuole o no parlarmi di Benjamin e di come si dedurrebbe dal suo pensiero che si può attualizzare senza stravolgere? Questo non mi è chiaro. Si degni di rispondere, per favore. Altrimenti potrei pensare che Lei di Benjamin non abbia nessuna idea.
    Marco Ninci

  29. proet dicembre 10, 2013 a 9:10 am #

    Attenzione, fra, si prepari bene che il Professor Marco Ninci (da non confondersi con Vizzardelli) le fa l’interrogazione!
    sulla regia (su questa regia, beninteso) io concordo con la Sig.ra Attilia ma mi pare di averlo già detto.

  30. marco vizzardelli dicembre 10, 2013 a 9:36 am #

    Sul New York Times, a firma George Loomis, è uscita (facilmente trovabile on line), una entusiasta recensione a La Traviata della Scala, a Tcherniakov e a Gatti. Non riesco a trascriverla ma penso si possa.
    Idem su El Mundo.

    marco vizzardelli

  31. Marco dicembre 10, 2013 a 10:19 am #

    Carissimo Proet, se uno mi cita Benjamin, vorrei sapere perché lo fa e in che modo lo fa. Siccome citare qualcuno non è un obbligo, soprattutto uno così apparentemente lontano da questa problematica, vorrei saperne di più. Penso sia assolutamente legittimo.
    Ciao
    Marco Ninci

  32. fra dicembre 10, 2013 a 10:58 am #

    Buongiorno Signora Attilia e grazie per il Suo lungo e pertinente commento. Sono d’accordo con Lei su quasi tutto. Non credo, però, che la poesia (termine azzeccatissimo! ci voleva una donna per trovarlo) manchi in quanto si è deciso di attualizzare e la ‘Traviata’ a differenza di altre opere non si presti ad attualizzazioni. Manca perchè non c’è eleganza e buon gusto. Non c’è poesia perchè il libretto viene travisato, più che attualizzato. Senza intelligenza.
    Non sono d’accordo con Lei neppure sul fischiare: si è sempre fatto, anche quando i teatri erano gestiti da privati e vi erano claques pagate. Nessuno si scandalizzava, faceva parte del gioco. Oggi ci si scandalizza per una contestazione, ma io -lo ripeto- mi scandalizzo molto più come contribuente per lo sperpero indegno di pubbliche risorse.
    Infine, grazie per aver citato Tolstoj, autore tra i miei preferiti. Ma Le anticipo sin da ora che non accetterò di essere interrogato sui suoi romanzi. E chiedo scusa al Vizzardelli per averlo ‘confuso’ con degno esponente della classe dei maitres à penser italici.
    Buona giornata a tutti.

  33. Gabriele Baccalini dicembre 10, 2013 a 12:28 pm #

    Non ho l’abitudine di scrivere prima di essere andato in teatro, ma desidero fare una precisazione sull’audio delle registrazioni Rai delle opere. Finché c’è l’orchestra in palcoscenico per i concerti è passabile, ma quando vengono microfonati uno per uno i cantanti, l’orchestra va in cantina e non è giudicabile né lei né il direttore. Si può congetturare qualcosa sulla linea interpretativa (quella di Gatti per quel che ne ho sentito mi è piaciuta), ma non sbilanciarsi più di tanto.
    Ricordo che l’orchestra del Tristano (di Barenboim!) alla radio sembrava Mozart, in sala era tutt’altro.
    La regìa ha “letto” Traviata in un modo inedito e più vicino alla realtà attuale. Sicuramente nelle due feste c’è più Arcore che non la Parigi prima della Belle Epoque, per la volgarità media dei personaggi che vi partecipano, ma io ho capito al terzo atto come Tcherniakov abbia voluto raccontare la spietatezza della solitudine di Violetta, anche nei confronti di Alfredo.
    Ripensando ai primi due atti, Violetta si fa coinvolgere nell’amore, ma senza credere più di tanto che esso abbia una prospettiva. Infatti è fin troppo remissiva con Germont padre, mentre nel primo atto era stata più sfottente del solito di fronte alle profferte d’amore di Alfredo, che la ricambierà con il gelido distacco del finale.
    L’unica cosa che mi è parsa esagerata è come è stata conciata Annina, che sembrava una maitresse uscita da un bordello di quart’ordine.
    Mi pare che forse è il sarcasmo a dominare nell’intenzione del regista, che vuole una ambientazione contemporanea in una società che egli mostra di disprezzare.
    E alla fine suscita la solidarietà dello spettatore verso una donna sola e condannata, che cerca un disperato rifugio negli psicofarmaci e nell’alcool. E devo dire che questa solidarietà, anche alla TV, la Damrau se la è conquistata cantando un terzo atto da antologia, con un vertice nell’ “Addio del passato”.
    Di più forse saprò dire dopo essere andato a una replica.

  34. Marco dicembre 10, 2013 a 1:21 pm #

    Caro Fra, Lei mi conferma ciò che non era difficile indovinare. Cita persone di cui non ha la minima idea.
    Buona giornata
    Marco Ninci

  35. Attilia dicembre 10, 2013 a 1:53 pm #

    Marco, con tutta la stima che ho per te, penso che tu stia sbagliando: non devi fare l’esame a Fra, semplicemente dall’alto della tua dotta conoscenza di Walter Benjamin devi contestare che abbia mai detto che “attualizzare non significa stravolgere” (potrebbe aver espresso questo pensiero ne “L’opera d’arte nel tempo della sua riproducibilità tecnica”, che è disponibile anche online in pdf, leggiamocela stasera! http://www.unipa.it/~michele.cometa/benjamin.pdf

  36. Marco dicembre 10, 2013 a 2:00 pm #

    Scusa, Attilia, lo so che sono puntiglioso. Ma io non faccio l’esame a Fra. Gli ho chiesto semplicemente un chiarimento. Che lui si è rifiutato di dare. Se avessero chiesto a me un chiarimento, io, che ho un’età che non è più da molto quella delle interrogazioni, sarei stato molto felice di darlo e non mi sarei sentito per niente interrogato. Perché credo nella dialettica di domanda e risposta, senza che nessuno si senta più in alto di qualcun altro. Se così non fosse, non avrei potuto fare il mestiere che ho fatto. Sarebbe stato impossibile. E credo che neppure per te sarebbe stato possibile, no? Ciao, con l’affetto e la stima di sempre
    Marco Ninci

  37. Gianni&Carlotta dicembre 10, 2013 a 2:07 pm #

    Ma quale Arcore?! con quel bicipite non l’avrebbero mai fatta entrare!

  38. Gabriele Baccalini dicembre 10, 2013 a 2:13 pm #

    Dimenticavo due cose:
    1) L’ultima vera “interpretazione” scenica di Traviata alla Scala è stata secondo me quella del 1955 di Visconti. Zeffirelli nel ’74 e poi la Cavani sono andati a ruota senza la minima originalità. Quella odierna è dunque una novità dopo 58 anni di letargo.

    2) C’è un’altra cosa su cui dissento da Tcherniakov, come da tutti i registi che hanno preso il vizio di fare come lui: la visualizzazione dei preludi e delle sinfonie.
    Mi può star bene che si facciano vedere Rosina e il Conte di Almaviva durante l’Ouverture del Barbiere mentre guardano i quadri del Prado: Rossini aveva rifiutato la riforma gluckiana del melodramma e la sinfonia del Barbiere l’ha usata in altre opere che non c’entravano niente. Preferisco comunque di no perché le Ouverture di Rossini sono talmente belle, che meritano anch’esse la massima concentrazione nell’ascolto.
    Ma quando il preludio espone una ricapitolazione a priori dei temi dell’opera (o di alcuni di essi, nel nostro caso “Amami Alfredo”) il sipario deve essere chiuso e tutta l’attenzione
    dedicata alla musica. Tra l’altro nel preludio di questa Traviata si vede una (ahimé) ex-bella donna che si specchia, mentre risuona un tema del secondo atto riferito a un personaggio che lei neppure conosce all’inizio dell’opera. Un perfetto esempio di superfetazione.
    Vorrei proprio sapere come si potrebbero visualizzare i preludi del Parsifal…

  39. fra dicembre 10, 2013 a 3:37 pm #

    Ninci mi ero giurato di non risponderle, ma lei è un imbecille, come molti provocatori e io -non esente da vanità- non amo essere calunniato. La Signora Attilia le ha postato un link assolutamente perfetto, se lo rilegga se ne ha bisogno. Non credo ne abbia bisogno, visto che da subito si è dato una risposta, come ho già avuto modo di scrivere in precedenza. La mia deduzione sull’opera di Benjamin è forse azzardata, non certo errata. E chi voleva capire poteva farlo tranquillamente. L’Hic et Nunc che caratterizza l’Arte, se riportato alle rappresentazioni teatrali, è sufficiente a farci affermare che non è necessario attualizzare e stravolgere un bel cazzo di niente per avere Traviate Rigoletti e Trovatori sempre diversi. Sempre semplificando, della cosa se ne è occupato Pirandello nella sua ricerca teatrale e -da una posizione critica- anche cinematografica. Non è un caso né che io abbia citato Pirandello in altro commento, né che il link della Signora Attilia provenga dal sito dell’università di Palermo.
    Detto questo, diciamoci la verità: lei è intervenuto su un mio commento non solo e non tanto per Benjamin, ma perchè si è sentito incluso nella categoria dei prof. universitari rispetto ai quali, al pari di politici e altri, non mi sono espresso proprio lusinghieramente. Ma se lei avesse letto bene, avrebbe notato un ‘QUASI’ davanti al ‘tutti’. Evidentemente lei si è sentito punto sul vivo. E dal modo provocatorio, saccente, odioso che lei ha di rapportarsi agli altri capisco molto bene perchè. Scenda dalle sue aristoteliche nuvole e impari a stare con gli altri.
    Credo di averle risposto, sebbene colla maleducazione che si è ampiamente guadagnato.
    Ciò scritto, non ho piacere di polemizzare con nessuno, men che meno con lei. Non si attenda ulteriori risposte.
    Buonasera.

  40. Marco dicembre 10, 2013 a 5:06 pm #

    Questo lo pensa Lei, caro Fra, il suo accenno ai professori universitari io non l’avevo nemmeno notato. La mia era proprio una richiesta di chiarimento, una richiesta di imparare qualcosa che non conoscevo, né interrogazione né pignoleria. Forse a Lei sembrerà impossibile, ma è proprio così. C’è ancora della gente che ama imparare. La sua risposta è piuttosto confusa ma mi basta. Posso dirle soltanto una cosa: spesso si pensa che gli altri siano come noi. Questo, in fondo, è il suo errore più grossolano.
    Cordialissimi auguri
    Marco Ninci

  41. fra dicembre 10, 2013 a 5:29 pm #

    Ninci, si vede che ho male interpretato. Non so se lei è un esperto di Benjamin, io certamente non lo sono. Ma non mi sembra sufficiente a scatenare la sua saccenza. Bastava semmai scrivere in cosa lei dissente rispetto alla mia grossolana interpretazione. Può ancora farlo, sarò felice di leggerla.

    Mitodier, nuvole piene di uccelli se non sbaglio.

    • Marco dicembre 10, 2013 a 6:51 pm #

      Vede, caro Fra, che cominciamo a intenderci. No, io non sono un esperto di Benjamin, sono semplicemente uno studioso di filosofia antica, segnatamente della tradizione platonica. Ma la filosofia tedesca mi ha sempre molto interessato. E poi, sa, non credo molto nella divisione del lavoro intellettuale; è bene che non ci rinchiudiamo troppo nello specialismo. Guardi, tuttavia, che io non sono stato affatto saccente. Rilegga il mio primo messaggio; c’è una pura e semplice richiesta di chiarimento. Poi Lei mi ha snobbato e mi sono innervosito; è naturale, credo. Se uno chiede di chiarire, gli si risponde. Dovrebbe essere un piacere, penso. Veniamo a Benjamin, per quello che credo di capire. L’arte pre-novecentesca ha per lui un carattere di unicità, è legata all’hic et nunc; c’è in lei quasi un elemento di culto. La possibilità di riprodurla tecnicamente, la fotografia, il disco, la riproduzione artistica le tolgono quello che Benjamin chiama “aura”, l’unicità, l’autenticità, il fatto che sia incapace di rinnovarsi continuamente in una molteplicità di copie. Nel nostro tempo ne è capace invece: come ne è capace in prima battuta il cinema, riproducibile in un numero potenzialmente infinito di esemplari. Tant’è che non costituisce un problema il fatto che un’opera d’arte sia posseduta da una persona; è invece completamente assurdo che ciò si verifichi per un film. Benjamin cita alcune osservazioni, di straordinaria acutezza, di Pirandello sulla differenza fra l’attore che fa teatro e quello che fa il cinema. Il primo, nella sua fisicità, possiede una concretezza e un’aura che il secondo perde, svanite come sono nella volatilità di un’immagine che passa su di uno schermo, un’immagine che si disperde in migliaia, oggi in milioni, di copie. L’arte fornita di aura si è difesa rifugiandosi sempre di più nella propria unicità, in un’arte che non rimanda a nulla di concreto, nell’arte per l’arte; non a caso Benjamin fa il nome di Stéphane Mallarmé. E non è veramente un caso. Se Lei legge il poema in prosa di Mallarmé “Frisson d’hiver” (“Brivido di inverno”), vi troverà una polemica continua contro le cose nuove, continuamente riproducibili, in favore di ciò che è invece usato, che ha visto depositarsi su di sé la patina del tempo; e che per questo è unico. Per esempio: “Singolari ombre pendono sui vetri consumati”, “l’uccello bianco che si è stinto con il tempo”. E così via. L’opera di Benjamin ha questo retroterra culturale, è un’interpretazione dell’irrompere della modernità. Lei, caro Fra, interpreta questa relazione fra antico e moderno, che è una relazione fra unità e molteplicità, nella prospettiva della rappresentazione teatrale. L’unità è il testo originale; la molteplicità è l’insieme delle rappresentazioni che lo interpretano. Se Lei fa riferimento a Benjamin, ne viene che il concetto benjaminiano di riproducibilità tecnica è incarnato proprio dalle rappresentazioni, dirette da Visconti, da Strehler, da Tscherniakov o da chicchessia. Lei dice che una lettura di Benjamin in questa chiave ci fa arrivare alla conclusione che bisogna attualizzare senza stravolgere. Ora, se posso dirlo, a me sembra che la lettura di Benjamin faccia arrivare esattamente alla conclusione opposta. Il contesto della riproducibilità cambia proprio la natura dell’arte, la fa diventare qualcosa di diverso, anche se la struttura originale è rispettata; di qui le eterne discussioni se la musica riprodotta sia ancora musica, se la fotografia sia un’arte, se lo sia il cinema. Appunto perché in tutti questi contesti manca il qui ed ora, sono riproducibili all’infinito.Quindi, a partire da queste premesse, le esecuzioni sempre e comunque stravolgono il testo. Io penso però che una simile conclusione non sia giusta. Benjamin, se avesse trasferito la
      sua riflessione nell’ambito della esecuzione teatrale, avrebbe attribuito ad ogni singola esecuzione un’aura indipendente, senza legame con il testo originale; e non si sarebbe minimamente posto il problema se occorre o meno stravolgere, con l’attualizzazione o con un qualsiasi altro mezzo, il punto di partenza testuale.
      La ringrazio di cuore per avermi dato la possibilità di esporre il mio pensiero, che ovviamente è soltanto un punto di vista.
      Ancora cordiali saluti
      Marco Ninci

  42. proet dicembre 10, 2013 a 7:09 pm #

    la discussione su Benjamin mi pare interessante e così dico anche la mia.
    credo che una cosa sia la riproducibilità e una cosa l’interpretazione (e l’eventuale stravolgimento).
    l’opera lirica, da questo punto di vista è un unicum, si tratta di musica per il teatro e si presta a una serie infinita di interpretazioni, pur restando sempre unica e aurale, anche ogni singola sera e nell’ambito di una sola produzione.
    il problema della riproducibilità si pone, come è evidente anche da i nostri commenti, nel momento in cui, appunto, viene riprodotta con un altro media, nel nostro caso la televisione che a sua volta ci propone, come giustamente fa notare il saggio Baccalini, una sua versione, sonora e visiva, di uno spettacolo che va in scena in teatro ed è pensato per il teatro.
    da questo punto di vista è interessante notare che l’unico che difende a spada tratta tutto lo spettacolo è Vizzardelli, cioè l’unico (se non ho capito male) che ha visto la recita in teatro godendo appieno dell’Aura che da deriva da questa esperienza.
    da questo punto di vista io aprirei una discussione su “L’opera lirica nell’era dell’impossibilità ad assistervi di persona, in special modo alla Scala”!

  43. Marco dicembre 10, 2013 a 7:28 pm #

    Giustissimo quello che scrive il Proet. Certo, la riproducibilità in senso proprio è quella televisiva, com’è ovvio che sia. Tuttavia non l’ho presa in considerazione perché il contesto della discussione era un altro. Ciao, Proet
    Marco Ninci

  44. fra dicembre 10, 2013 a 8:51 pm #

    Ninci sto cenando dopo una estenuante seduta di palestra. Interessante quello che scrive, ma domani le scriverò perchè dissento in toto. Ora non ho tempo. In realtà la faccio più semplice di lei.
    Ho solo il tempo per fare una precisazione: non ho letto nulla di Mallarmè, ma è interessante il discorso sulla polvere che -scritto come l’ha scritto lei- sembra derivare da una matrice pittorica ascrivibile a Delacroix (la ‘vernice del tempo’), quindi rimaniamo in Francia. Non sose Delacroix si ispira a sua volta aqualcun altro.
    Santa Notte.

  45. proet dicembre 10, 2013 a 9:16 pm #

    chissà cosa penserebbe Benjamin di questo:

    http://www.video.mediaset.it/video/lucignolo/clip/426274/verdi-chi-.html

    🙂

    • masvono dicembre 11, 2013 a 1:54 pm #

      Si tratta delle stesse cinque persone a cui sono state rivolte più domande . Tra platee e palchi ci saranno state diciamo 1.000 persone. Se è un servizio in buona fede queste cinque persone sono di un’ignoranza e stupidità ineludibili (che Alfredo sia un tenore c’è scritto in ogni locandina). Se come spero e penso è solo un prodotto di finzione televisiva (la TV è solo “cut and paste”, montaggio di clip per produrre un messaggio) si è giocato molto sulla modalità di formulazione delle domande, sul prendere le persone di sorpresa ecc. ecc. Noi non sappiamo cosa dicessero i conduttori prima della domanda.. saluti.

      -MV

  46. pro(f)et dicembre 10, 2013 a 9:28 pm #

    c’ha messo quasi vent’anni ma alla fine c’è riuscito:

    http://milano.repubblica.it/cronaca/2013/12/10/news/scala_pisapia_conferma_chailly_sar_direttore_musicale_dal_2015-73212244/?ref=HREC1-30

  47. marco vizzardelli dicembre 10, 2013 a 9:34 pm #

    Proet è vero, va vista e ascoltata dal vivo. Comunque non sono da solo. Le seguenti testate internazionali di primo piano: New York Times, El Mundo, Die Welt, Suddeitsche Zeitung, Neue Zuercher hanno espresso giudizi entusiastici su tutto lo spettacolo.
    Quanto siamo bravi, in Italia e soprattutto a Milano, ad autoflagellarci!

    marco vizzardelli

    • ulisse dicembre 11, 2013 a 9:15 am #

      Per la cronaca non direi proprio entusiastico il giudizio di Manuel Burg su Die Welt , visto che definisce l’esecuzione di Fratelli d’Italia il momento musicalmente più emozionante della serata:

      Erst bat am Dirigentenpult Daniele Gatti um eine Schweigeminute für Nelson Mandela, bei der endlich auch kein Mobiltelefon flimmerte, dann ließ er verhalten und delikat die sonst gerne blaskapellenblecherne Nationalhymne “Fratelli d’Italia” spielen: der musikalisch spannendste Moment des Abends, wie sich noch herausstellen sollte.

      U

  48. marco vizzardelli dicembre 11, 2013 a 11:04 am #

    Ahi ahi Ulisse! Vorrebbe pubblicare l’articolo per intero? Grazie

    marco vizzardelli

    • ulisse dicembre 11, 2013 a 11:34 am #

      Sei tu che hai parlato di giudizio entusiastico su tutto lo spettacolo nella recensione su Die Welt, che comunque non è certo la Bibbia.

      Aggiungiamo anche :

      So ist es, auch weil Daniele Gatti erst im letzten Akt wirklich wach wird, soghafte Sterbeatmosphäre eines melodramatischen Verlöschens beschwört, ganz der Abend der Damrau.

      Per il resto, non ho visto né ascoltato lo spettacolo, al quale assisterò sicuramente il 18 e forse già domani.

      U

  49. marco vizzardelli dicembre 11, 2013 a 12:39 pm #

    Eh caro Ulisse, penso alla minestrina senza sapore che, alla Scala, ci attende dal 2015 al 2022. Otto lunghi anni di minestrina…..
    Gatti ha il grande pregio di stimolare, far discutere. Invece, dal 2015, cadremo nella catalessi della norma, molto adatta, peraltro, alla milanesità dormiente che si scandalizza del nulla.
    Siamo come Vienna: avremo, in questi otto anni, il nostro Welser-Moest. Poi però non ci lamentiamo, se sarà una noia.

    marco vizzardelli

  50. fra dicembre 11, 2013 a 12:50 pm #

    Buongiorno Ninci. Trovo solo ora un attimo per rispondere. Non sono proprio d’accordo sulla ricostruzione dei fatti che lei fa circa le circostanze che ci hanno portato a reciproci insulti, ma non importa. Sono d’accordo invece sul breve, ma puntuale riassunto del saggio di Benjamin. Come lei dice applico, seppure in modo un po’ sbrigativo, le teorie di Benjamin al teatro musicale. A parte il fatto che la Traviata è un’opera di metà ‘800 per cui pienamente pre-novecentesca, ma io non considero le varie rappresentazioni, edizioni, allestimenti come una ‘riproduzione tecnica’ dell’originale costituito dal manoscritto. Ogni rappresentazione è per me un originale,per cui paradossalmente assistendo a mille Traviate di Visconti assisterò a mille Traviate diverse. Poiché io partivo dal presupposto che questo sedicente genio della regia che porta il nome di Tcherniakov avesse allestito una Traviata così strampalata per fare qualcosa di ‘nuovo’, mi sono permesso di scrivere che se il succitato avesse letto o riletto Benjamin si sarebbe accontentato di fare una Traviata ‘normale’, consapevole che allestendo una rappresentazione teatrale si fa sempre e comunque qualcosa di unico e di nuovo. Oltretutto, Ninci, cito una sua affermazione molto contraddittoria: ‘Il contesto della riproducibilità cambia proprio la natura dell’arte, la fa diventare qualcosa di diverso, anche se la struttura originale è rispettata’. Innanzitutto la riproduzione in se stessa non cambia un bel nulla, altrimenti non sarebbe tale. In secondo luogo, io ho contestato proprio il fatto che questo infimo e sedicente regista non rispetti la struttura originale né di Dumas figlio, né di Piave e quindi manco di Verdi!
    Certo ammetto che il bel saggio di Benjamin si presti a molteplici interpretazioni, anche alla sua, soprattutto se si parte dal presupposto che l’originale è costituito dal manoscritto Verdi/Piave. In questo caso si giunge alla pertinente conclusione di Proet che, però, non può essere la mia, partendo io da un assunto diverso e più semplice.
    Ho compiuto una forzatura sul testo di Benjamin? Forse, ma credo legittima. Per questo era legittimo che io lo citassi senza che lei pensasse di me che parlo di gente di cui non so nulla.
    Infine, grazie a Proet per il link spassosissimo che dà un’idea sconfortante del livello medio degli avventori delle prima scaligere.

    Buona giornata a tutti

  51. proet dicembre 11, 2013 a 5:21 pm #

    ero incerto se postare o no quel video, vista anche la fonte.
    ma, al di là del contenuto e della sua eventuale buona fede, era tale il contrasto con il dialogo sull’Aura e la Riproducibilità che si stava svolgendo in parallelo, che non ho resistito a postarlo.
    io peraltro non sono fra quelli che ritengono che sia necessario essere “competenti” dell’opera per assistervi e trovarvi piacere, interesse culturale ed emozione.
    basterebbe potervi accedere senza essere costretti a farlo, per esempio a Milano, assistendo a uno spettacolo della Felix Company, laddove appunto tutto si equivale nella sciatteria, a prescindere che sia una Tosca o un Nabucco, un tenore o un soprano.

  52. Marco dicembre 12, 2013 a 10:03 am #

    Caro Fra, la ringrazio della sua risposta, che chioso brevemente. Come Lei ha senz’altro visto, io alla fine del mio scrittarello ero dell’opinione, analoga alla sua, che Benjamin avrebbe annesso ogni singola rappresentazione teatrale, appunto perché unica e indipendente, alla sfera delle cose fornite di “aura”. Lei ne trae la conclusione che, appunto perché una rappresentazione è unica, deve accontentarsi della sua unicità e non volersi agghindare con stravolgimenti vari. Da quanto dice Benjamin si può tuttavia tranquillamente arrivare anche alla conclusione opposta: appunto perché una rappresentazione teatrale è qualcosa di unico e chiuso in sé, se ne può fare un qualcosa di autonomo, che non ha bisogno di seguire alla lettera le prescrizioni dell’originale. Del resto, è qualcosa che si è sempre fatto, specialmente nel teatro musicale italiano: spesso la partitura non era che un canovaccio su cui si praticavano tagli, abbellimenti, variazioni. E la tradizione di di adattare regie molto creative al teatro di radice tedesca è molto antica, dagli inizi del Novecento; Appia, Roller, Wieland Wagner, Felsenstein, Gruendgens, Piscator non hanno fatto altro che questo. Dunque, quando da una teoria si possono trarre indicazioni opposte, questa teoria viene stravolta; che è una cosa più che lecita, intendiamoci. Da Hegel si sono tratte indicazioni per gli stati comunisti e per lo stato bismarckiano. Ma allora non bisogna baloccarsi con la teoria della necessità di non stravolgere e scagliarsi contro chi invece lo fa; in quel momento infatti si sta facendo la stessa cosa. Che è quanto fa Lei, caro Fra. In questo si comporta esattamente come Tscherniakov. Ciò che le dà una certa superiorità morale, se le interessa, è che per questo Tscherniakov lo pagano, Lei sicuramente no. Per quanto riguarda poi la mia presunta contraddittorietà, le ricordo che quanto appartiene alla sfera della riproduzione non ha la natura dell’originale; come potrebbe? La riproduzione della Venere di Milo è la Venere di Milo. Non è tanto possibile no che il Louvre entri in casa sua, non crede?
    Cordiali saluti
    Marco Ninci

  53. fra dicembre 12, 2013 a 12:33 pm #

    Buongiorno Ninci. Io credo che la questione non sia risolta e si presti a molteplici interpretazioni proprio perchè, come si evince da quello che lei scrive e cheio condivido, Benjamin non ci dà una soluzione a tutto.
    Io continuo a vederla diversamente da lei perchè avverto lapresenza di un paradosso.
    Se noi consideriamo originale il testo e riproduzione ‘meccanica’ le varie edizioni e rappresentazioni, ne consegue -secondo me- che non si può cambiare un bel niente.
    Se invece partiamo dal presupposto che ogni singola rappresentazione sia un ‘unicum’ le cose si complicano. E si complicano perchè è a questo punto che insorge il paradosso: ogni rappresentazione è un originale che parte da un altro originale. Ma il considerare l’originale come un ‘canovaccio’ è legittimo quando si ha l’onestà intellettuale di dirsi: ok, mandiamo in scena uno spettacolo dal nome ‘libera variazione sul tema della traviata verdi/piave’. faccio un esempio che può servire a chiarire la mia visione della cosa.
    Consideriamo l’artista come un demiurgo dotato di mano. Questa mano compie un’azione creatrice scagliando un sasso in uno stagno in quiete. Consideriamo il sasso come l’atto, cioè manifestazione d’Arte, ad esempio il testo di Piave e il manoscritto di Verdi. Consideriamo i cerchi nell’acqua come se fossero le varie rappresentazioni nel tempo, quasi degli ‘eoni’ sempre più ‘falsi’ man mano che ci si allontana dall’originale. delle rappresentazioni sempre più distorte, appunto i cerchi dalla geometria sempre più aberrata man mano che la perturbazione si allontana dal ‘sasso’ scagliato all’inizio. Ad un certo punto questa perturbazione ondulatoria cesserà per mancanza di forza. Quante opere di grandi compositori del passato sono finite nell’oblìo? possiamo presumere che lo stesso accadrà per Verdi e la sua Traviata. Ma fino a quando avremo dei cerchi concentrici, potremo parlare pur sempre di Verdi e della Traviata. Quando arriva Tcherniakov è come se lanciasse un’altra pietra nello stagno: non abbiamo più un cerchio, ma una forma nuova nata da una intersezione. E’ leggitmo, ma non è più Verdi.

  54. fra dicembre 12, 2013 a 12:42 pm #

    facciamo un altro esempio: la venere di milo (confesso che non avrei il posto dove metterla in casa mia). L’originale greco era diverso dall’attuale. probabilmente aveva le braccia, il naso era integro, vi era uno stucco colorato sulle superfici dell’epidermide dell’afrodite. Si trovava in un contesto diverso dalla saletta in breccia rossa del louvre. Ma stiamo parlando dello stesso oggetto! ASnche la traviata del 1850 era diversa da quella arrivata a noi. Era diverso il contesto storico e i vari ‘tagli’ delle differenti edizioni critiche sono forse le braccia che mancano eche possono renderla persino più bella.
    ma se io oggi nel riprodurre l’afrodite di milo in gesso o cemento o resina aggiungessi braccia nuove, un color porpora sul panneggio e magari le inforcassi un paio d’occhiali dovrei avere il CORAGGIO di affermare che sto creando qualcosa di nuovo e di diverso.
    Tornando a noi, la sovrintendenza della scala abbia l’onestà di inaugurare la propria stagione con la prima esecuzione assoluta di una nuova opera, intitolata ‘vattelapesca’ liberamente ispirata a ‘Traviata’. Poi il pubblico sceglierà se spendere 3000 euro per vedere un’opera nuova oppure no. E guardi che io mi arrabbio perchè quello che oggi si fa coi libretti, domani si farà colla musica. e nel teatro musicale le due componenti sono paritetiche! Altrimenti facciano le opere in forma di concerto.
    Saluti cordiali

  55. Attilia dicembre 12, 2013 a 12:57 pm #

    Devo dire che concordo con Fra, è ben quello che avevo detto, facciamo Pretty woman invece che Traviata e ci sbizzariamo come vogliamo. Insomma a me questa Traviata mi ricorda i baffi di Salvator Dalì alla Gioconda, sarà pur stata una trovata geniale, ma non era più la Gioconda, bisogna allora dichiarare apertamente, come si fa ormai spesso nel teatro di prosa, che si tratta di un lavoro “liberamente tratto da…” . Saluti Attilia

  56. Attilia dicembre 12, 2013 a 12:59 pm #

    …ho messo un “mi” di troppo prima! Scusate ma non ho tempo di entrare nel sistema per togliere, correggere e reinserire! Attilia

  57. Marco dicembre 12, 2013 a 1:48 pm #

    Scusi, Fra, ma Lei mi sfugge di mano. Fa un discorso ancora diverso. Benjamin scompare dall’orizzonte e Lei fa un discorso in proprio. Cosa del resto ovvia, dal momento che il fatto che un evento artistico sia un “unicum” è una cosa che qualunque teoria estetica ha sempre ammesso. Quindi Lei può fare il suo discorso prescindendo da Benjamin. L’originalità di Benjamin consiste piuttosto nell’aver messo in rapporto questo concetto con la tematica moderna della riproducibilità. Cosa poi pensi Lei della possibilità di mutare l’originale lo so perfettamente; è un’opinione larghissimamente maggioritaria e non è neppure interessante discuterla, tanto è ovvia e diffusa. Io le avevo chiesto se c’erano degli agganci in Benjamin per la sua opinione: soltanto questo. Tre chiose. La prima.Nell’opera riprodotta non si può cambiar nulla semplicemente perché è cambiato tutto; in effetti, è cambiata la natura dell’oggetto, anche se conserva i lineamenti dell’originale. La seconda. L’esempio della venere di Milo. La Venere restaurata è lo stesso oggetto, mentre una Venere riprodotta è un oggetto diverso, la cui natura riproduce l’originale solo in senso esterno, non vero. Il cambiamento è quindi assoluto. La terza. Le opere non muoiono per l’sistenza di esecuzioni sempre più distorte. Questo è assurdo. Muoiono perché non hanno la forza di vivere; in se stesse, non per la loro storia esecutiva. Quest’ultima, per quanto aberrante, non è in grado minimamente di scalfirle.
    Marco Ninci

  58. fra dicembre 12, 2013 a 1:59 pm #

    Che pazienza…lo sa Ninci che lei è snervante?
    Sarei tentato di risponderle colla celebre massima dal Casanova.
    Ma almeno voglio chiarire il punto n.3: la mia metafora ‘fisica’ è da lai male interpretata (come d’altra parte tutto il resto). Non si tratta di storia esecutiva, ma di perdita attraverso il tempo della forza iniziale. Lo ripeto, è un principio fisico.
    Saluti.

  59. Marco dicembre 12, 2013 a 2:36 pm #

    Caro Fra, se si discute si discute. E’ un principio fisico, certo. Ma che si traduce, secondo Lei, in una vitalità sempre minore data dal passare del tempo. Ondulatorio il movimento se l’esecuzione è fedele, concentrico se non lo è. Ne devo dedurre che per Lei l’opera è destinata a morire, comunque, che la sua storia sia ondulatoria o concentrica. La consolazione che il concentrico ci ridia Verdi non è però un granché, dal momento che un morto è un morto.Poi arrivano i Tscherniakov e ributtano un sasso. Ciò che, concentrico, doveva morire risuscita in altra veste. Ma vede che effetto hanno questri dissacratori? Resuscitano addirittura i morti…Lascio aperta la questione se il vivo è la stessa cosa del morto. Chi sa? Insomma, è stato tutto molto divertente, la ringrazio e la lascio ad occupazioni più serie. Buona fortuna
    Marco Ninci

  60. lavocedelloggione dicembre 12, 2013 a 11:05 pm #

    Gente, mi devo ricredere, sono stata a vederla in teatro e tutto funzionava, salvo alcuni particolari della regia e messinscena che mi restano oscuri. Splendida direzione di Gatti, una vera meraviglia, ha rivelato delle cose mai sentite, ritornerò di sicuro (e sì che a me la Traviata non piace molto, l’ho sempre considerata la più bella delle operette e invece stasera mi si è rivelata in modo molto profondo, sentito e tragico, merito anche della Damrau, eccellente) Applausi per tutti! Buona notte A.

  61. Marco dicembre 13, 2013 a 9:53 am #

    Attilia, era evidente che le cose stavano così. Le obiezioni più risentite sono veramente soltanto obiezioni di conformisti e reazionari, abituati ad ascoltare non la musica incarnata in una vicenda, ma esclusivamente lo sferragliamento del proprio cervello.
    Marco Ninci

  62. masvono dicembre 13, 2013 a 1:48 pm #

    “Ho visto in Traviata la possibilità di seguire due strade. O la narrazione di una storia di amore o quella di un sopruso. La seconda mi è parsa molto più interessante.” (Daniele Gatti).

    E’ noto che gli interpreti scelgano, nel momento dello studio e della realizzazione, particolari angolazioni e prospettive attraverso le quali mettere in luce le composizioni. Karajan, ad esempio, ha sempre sostenuto (cfr le “Conversazioni” di Osborne) che l’Anello del Nibelungo ruotasse sostanzialmente attorno a due tematiche: la perdita dell’innocenza della natura e il conflitto con il padre. E’ altrettanto noto, e ovvio, che Pierre Boulez vedesse nell’Anello tutt’altro. Tuttavia, a me pare, nessuno al mondo potrebbe giudicare l’Anello di Karajan *superiore* a quello di Boulez o viceversa fondandosi sulla differenza della prospettiva di approccio. Entrambe le visioni sono contenute nella musica e nel libretto di Wagner e condotte con coerenza, quindi, alla fine, la preferenza tra l’una e l’altra è solo sostanzialmente una questione di gusto personale.
    Gli esempi potrebbero continuare: Vladimir Delman sosteneva che il Barbiere di Siviglia di Rossini fosse un’opera non buffa, ma *tragicissima*, in cui, in nuce, era contenuto il fallimento e lo spegnimento della coppia attraverso l’infedeltà e la crisi irrimediabile del rapporto ravvisabile nella seconda e terza parte della trilogia di Beaumarchais. Leonard Bernstein, durante le prove di Bohème a Santa Cecilia ricordava che Mimì altro non fosse che la versione piccolo borghese di Traviata e, forse, sarebbe il caso di riascoltarsi le ultime battute di quella Bohème per ricordarsi delle parole di Toscanini a Puccini che, criticando il supposto eccesso magniloquente diceva. “guarda che alla fine qui muore una semplice ricamatrice”, ottenendo la risposta di Puccini: “è una ricamatrice, ma per Rodolfo è il Mondo intero”…

    Karajan….Delman….Bernstein…

    Io credo che il peggior errore che un pubblico medio(cre) possa compiere sia andare a teatro con in testa un modello. Di solito questo modello è dato da un disco, o da un ricordo, spesso ancestrale (e sappiamo anche grazie a Mishima che “La memoria è lo specchio degli inganni”). Ho letto in altre sedi di critiche a questa edizione perchè: “ah, ma come faceva Carlos Kleiber questo momento qui”…”ah, ma come cantava Kraus quel momento là…”, ma appunto erano visioni differenti dell’opera, prospettive alternative. Un conto è considerare Violetta una donna sul baratro della morte e quindi disposta a tutto per sorseggiare ogni istante di vita in una corsa contro il tempo senza possibilità di scampo. Un altro conto è considerare Violetta già dall’inizio un mondo a parte rispetto a quello di cui si circonda (la società parigina) e il cui destino di incomunicabilità e solitudine è già segnato dalle prime note del preludio.
    Ecco, un pubblico poco meno che medio(cre) dovrebbe essere in grado di porsi di fronte allo spettacolo semplicemente chiedendosi: “perchè”? E una volta chiestosi “perchè?” cercare di non rispondere “perchè il tale è un cretino, il talaltro un imbecille, il direttore uno sprovveduto” , ma cercare di andare un passo oltre e dire “dato che il tale NON è per forza un cretino, un imbecille o uno sprovveduto” perchè fa così? Assicuro così al pubblico meno che medio(cre) una migliore qualità di vita: dato e non concesso che la coprofagia esista, è molto meglio esserlo cenando soddisfatti piuttosto che vomitare e soffrire ogni volta. Ma oltre a questo assicuro al pubblico meno che medio(cre) la scoperta di meraviglie ed emozioni inaspettate, tali da eguagliare quelle provate dai cari dischi o dalle rappresentazioni ancestrali del mitico Carlos.

    Karajan….Delman….Bernstein…Kleiber…..

    La sera della prima, il 7 dicembre, non ho visto lo spettacolo in TV per problemi al digitale terrestre, ma ho ascoltato la radio via Sky. Mi ero fatto un’idea della concertazione e della direzione completamente *sbagliata*. Non poco sbagliata, parecchio sbagliata. Gravemente sbagliata. Se avessi scritto della direzione di Gatti dopo l’ascolto radiofonico avrei riportato sostanziali inesattezze, ed è questo un errore in cui sono caduti in tanti. La regola che mi sono dato è *prima* ascolto in teatro, *poi* ne parlo. Non ritengo infatti che la Rai abbia i prerequisiti tecnici necessari per presentare sia dal punto di vista visivo sia da quello musicale una riproduzione musicale che abbia una qualche attinenza con la realtà.
    Non ho visto lo spettacolo, ma ho letto tutti i commenti e le interviste. Dove si parlava di “regia scandalosa”. Ed io, che seppur con fatica, ho digerito Homoki nell’Olandese ci sono rimasto un po’ male. Volevo tanto scandalizzarmi, e invece mi sono commosso di fronte ad uno spettacolo la cui parte visiva è di una classicità assoluta.
    Pensate: nel primo atto abbiamo un salone di un palazzo ottocentesco, quelli con vetratone e soffitti alti con appliques alle pareti dove si dà una festa (que scandale!), nel secondo atto una grande cucina ottocentesca di una casa di campagna (non degli anni ’50 come nel Falstaff di Carsen) e nel terzo lo stesso ambiente del primo atto, ma più spoglio e sfatto. Insomma, la grande cucina ottocentesca sostituisce il “salotto terreno” previsto da Piave. Però dai, è una cucina grande, in fondo alla scena c’è il tavolo, ci sono le poltroncine…No, non mi sono scandalizzato. La festa in maschera era una festa in maschera, c’era anche come previsto il “ricco carrello di rinfreschi” evocato di Piave nella didascalia, si beveva abbondantemente perfino champagne (eh già, nella Traviata Verdi ha scritto addirittura un “Brindisi”). Insomma, di scandalo nemmeno l’ombra.
    Viceversa una recitazione calibratissima, attentissima nel ritrarre Violetta per quello che è, ovvero *può essere*: una donna isolata. Una cortigiana per scelta, chiusa in un mondo da cui non può avere alcun riscatto perchè con *gli altri*, con il demi-monde, la relazione può esistere solo nella finzione della superficialità, nella recita da bordello. Finita quella tutti a casa: *gli altri* nel mondo ipocrita e perbenista, Violetta nella sua solitudine. Non è una storia scandalosa. E’ quella di qualunque prostituta. L’ipocrisia non può tollerare l’amore per una puttana e nel momento in cui Violetta incontra l’amore è condannata alla morte, perchè è senza speranza. Lei e il Demi-Monde sono insiemi esclusivi, e dovremo pur ricordare che il primo titolo di Traviata fu, appunto, Amore e Morte. Violetta si innamora, Alfredo forse, inizialmente, superficialmente, ma poi viene dal padre, da Dio, ricondotto all’interno della società lasciandola sola, disperata, tanto da non riservarle alcun gesto di affetto, nessun abbraccio, nella scena finale. Dove Alfredo è impotente, incapace di affrontare la vista di una donna ormai in preda a visioni, aggrappata disperatamente ancora alla convinzione di scappare con Alfredo, non rendendosi conto che è tutto finito. Nel “Parigi o cara” i due (ex)innamorati cantano così due cose diverse il “noi” non è inclusivo: Alfredo lascerà Parigi per conto suo (il “noi” di Alfredo potrebbe alludere già alla “pudica vergine negli anni suoi del fiore”), mentre il “noi” di Violetta è un miraggio. L'”Addio del Passato” dove Violetta, alla fine, si ritrae chiudendosi nel bozzolo del piumone lasciato disordinatamente per terra è pura commozione e pura compassione. Il “fare la pasta” insieme rappresenta per Violetta l’unico istante di normalità, l’illusione dell’affrancamento dalla sua vecchia vita, la quotidianità della gioia delle piccole cose che le verrà tolta in un istante: che c’è di scandaloso in una coppia che prepara insieme da mangiare? Per chi recita da una vita il piacere con il calice di champagne in mano e il sorriso pronto fare in casa la pizza con l’amato potrebbe ben essere la gioia più grande. E il sorriso con cui la Damrau insegna ad Alfredo/Beczala come spianare bene la pasta, i pugni sul petto al tenore al “perchè tu m’ami, non è vero, Alfredo, non è vero, Alfredo, non è vero” sono gesti di puro teatro in perfetta simbiosi con Piave, Verdi e i personaggi ritratti. Non capire uno spettacolo come questo significa non andare a teatro.
    Spettacolo, perchè il tutto è concepito come organismo unico, ed è una delle troppo rare volte in cui non appaiono elementi di debolezza nel cast.
    Diana Damrau è letteralmente sconvolgente, le agilità perfette (con Mi bemolle perfetto), la nevrosi instillata sapientemente nella linea di canto nella Grande Scena e Aria, l’Addio del Passato dove tocca le corde del sublime nel progressivo ritrarsi dell’anima nel silenzio dell’incomunicabilità, il colore della rinuncia e sconfitta nell’ “Alfredo Alfredo” del concertato secondo, la grande capacità di assottigliare la voce dal più flebile dei pianissimo al più intenso del forte (l’Amami Alfredo passa come una saetta) unita ad una formidabile presenza scenica la rendono l’erede delle grandi Traviate della storia scaligera.
    Piotr Becszala è tenore di bel timbro e di effusività lirica. Per scelta interpretativa tende a dipingere, anche col fraseggio, la superficialità del personaggio ed anche la sua immaturità. In ogni caso la linea di canto è ben sostenuta ed efficace.
    Zeliko Lucic è un Germont impeccabile, doverosamente arido, rigido. Certi accenti rabbiosi “non è ciò che chiedo” non intaccano il gusto del fraseggio e la purezza del timbro.

    Daniele Gatti scopre una Traviata del tutto nuova e inedita. Certe dinamiche soffuse, la dolcezza degli accompagnamenti, il senso di sconfitta e di ineluttabilità sfatta già percebibili fin dalla prima festa rendono la sua direzione, come ha esattamente ricordato il presidente dell’associazione Amici del Loggione in un’intervista quotata in uno dei post precedenti, in qualche modo imparentata alla poetica del tardo Karajan.
    Caratteristica della direzione è un marcato intimismo, che tra l’altro trae origine dal fatto che Traviata si svolge tutta in luoghi chiusi e, sostanzialmente, con una limitata quantità di personaggi. Le feste, infatti, dato che sono in abitazioni private, presuppongono un coro e figuranti di numero ridotto (chi mai inviterebbe, a parte Gatsby, in casa propria centinaia di persone?). L’analiticità del fraseggio orchestrale stemperata in una morbidissima tinta acquerello con dinamiche estesissime dal pianissimo al forte in un’infinità di sfumature il cui controllo direttoriale è totale, permettendo, caso più unico che raro, al canto di non essere mai, e dico *mai*, sopraffatto dall’orchestra, ma sempre ovunque sostenendolo, suggerendo e riprendendo espressione nel segno di una assoluta teatralità. Il “morire di solitudine” è un processo per Gatti già in essere dalla prima festa, spogliata di ogni tinta da “folies”, morbidamente adagiata, quasi già rivestita di un lieve patina di dolore. Così tutto l’accompagnamento della festa è all’insegna della moderazione, festa esteriore in scena, ma solitudine nell’anima, finzione dei rapporti resi evidenti dalla dolcezza della condotta orchestrale. Processo che trova compimento finale, catartico (purificatorio) nell’ultimo atto, nello spegnersi definitivo, nel chiudersi nel mondo e dal mondo della protagonista, nella sua morte da “infarto di solitudine” (il gesto di morte della Damrau è realistico e massimo), come sempre avviene anche nella realtà in questi casi (Monroe, Callas…). Ogni movimento, ogni sussurro del canto trova rispondenza nel colore e nell’orchestra di Gatti e le ultime battute, che riprendono la prima versione dell’opera, con l’espunzione delle battute del dottore e degli astanti (“o dio”, “violetta”, “che” ecc.) che lascerebbero intendere una qualche loro preoccupazione, nella loro lentissima e martellante ineluttabilità chiuse da un accordo finale che pare non finire mai sigillano l’anima di Violetta nella bara dell’esclusione, nella morte della memoria, nella morte sociale.

    Ciao a tutti

    -MV

  63. Marco dicembre 13, 2013 a 2:57 pm #

    Totalmente d’accordo. Benissimo, Max.
    Marco Ninci

    • masvono dicembre 13, 2013 a 5:45 pm #

      Grazie Marco. Se le voci sono vere e si darà loro seguito positivo, Firenze mi vedrà visitatore molto assiduo. Sai, qui da noi se dovessero scegliere tra Karajan e Antonino Votto prenderebbero Votto…ovvio che qualcun altro che se ne approfitta al mondo lo si trova. E nemmeno tanto lontano, pare ;). Ciao

      -MV

  64. marco vizzardelli dicembre 15, 2013 a 6:13 am #

    Infatti, qui, dovendo scegliere fra il Karajan (o, se vogliamo, l’Abbado) della situazione, e un Votto, hanno scelto il Votto, anche se più che un Votto, io lo vedo come un Welser-Moest. Mi sembra che Milano, per i prossimi OTTO ((tanti!) anni, abbia scelto il direttore musicale del suo teatro in maniera identica a Vienna: una quieta, rassicurante routine che tenga buone le sciurette e le massonerie locali.
    Speriamo che il Votto-Moest (che una volta, da giovane, non era del tutto tale ma si è molto votto-moestizzato nel tempo, vieppiù negli ultimi anni, pur frequentando Lipsia, Amsterdam…) abbia, grazie a questa nomina, un ritorno di vivacità, e anche di LEGGEREZZA (ultimamente il Votto-Moest fa parecchio rumore, proprio una questione di decibel), e anche (ma la vedo dura) di profondità di lettura. Francamente, questa prima mossa di Pereira mi ha lasciato perplesso: staremo a vedere le scelte in materia di titoli e allestimenti (l’uomo, si sa, è in gambissima: a Zurigo, CON DANIELE GATTI, costruì in poco tempo il primo teatro del mondo, credo lo rimpiangano un po’, attualmente: dopo Pereira, il teatro zurighese mi sembra calato di tono, non tanto per Luisi che è valido quanto per le scelte di programma del successore di Pereira…).
    Sono, peraltro, convinto, che Pereira, che “fiuta” gli ambienti, abbia immediatamente preso atto di una realtà piuttosto triste: per l’attuale frequentazione complessiva del Teatro alla Scala, forse anche per l’orchestra (ben crogiuolatasi, in questi anni, negli andirivieni e in un certa intermittente sciatteria di Barenboim) Daniele Gatti è un direttore PENSANTE, IMPEGNATIVO, PROFONDO, PERFEZIONISTA. Tutte doti che richiedono ASCOLTO e DISPONIBILITA’ ALLA RIFLESSIONE da parte del pubblico, e MOLTO LAVORO e VOGLIA DI SPERIMENTARSI all’orchestra. Non mi sembra – ed è questa la realtà triste – che la Scala di oggi intesa come “ambiente” nel sua totalità (i complessi musicali del teatro e il pubblico che la frequenta, più certa stampa: leggi via Solferino 28) sia espressione di tali valori. La gestione-Lissner può esser stata difettosa sul piano di certi rapporti ma ha avuto un merito enorme: l’apertura su quanto di stimolante avviene nel mondo, nel teatro d’opera. Proprio ciò che non è stato sostanzialmente accolto: vedo, oggi, un ambiente, nel complesso, molto “seduto”. Ne è testimonianza il fatto che un allestimento sostanzialmente classico e lineare quale la Traviata di Tcherniakov sia riuscito a passare per “scandaloso”. Questo accade in un “ambiente” che non guarda più in là del suo naso. Per dire: al pubblico della prima de La Traviata avrei proiettato il filmato dell’ultimo atto della Violetta di Natalie Dessay ad Aix-en-Provence, suprema espressione del personaggio fra quante ne sono state rappresentate nell’ultimo decennio (la Damrau della Scala è, peraltro, magnifica). A Milano l’avrebbero – quasi certamente – trovata “scandalosa”… Ed è questo che fa tristezza.

    marco vizzardelli
    P.S. Quanto, a Firenze, Max Vono… magari! Io lo spero. Ma perché ciò avvenga, penso che quel teatro, e la città e il Paese, debbano, prima, dare qualche garanzia di vita non vegetativa.

  65. Marco dicembre 15, 2013 a 8:06 pm #

    Sapete, Gatti a Firenze vuole delle garanzie. E’ naturale. Il teatro ha circa venticinque milioni di debito. Una certa fetta, non tanto piccola, di questi si è accumulata sotto la gestione Colombo che, nelle intenzioni di Renzi, doveva portare da Milano una quantità enorme di sponsor. Che evidentemente non si sono visti. Un disastro, insomma. Ora, io penso che lo stato debba mettere dei paletti precisi alla futura gestione del Maggio. Ma non può pensare di lasciar morire un’istituzione tanto antica, così votata alla sperimentazione e così (ancora) reputata internazionalmente. Oltretutto c’è un fatto a cui occorre pensare. Gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta sono stati anni molto duri; io, che non sono tanto giovane, lo ricordo bene. Nel dopo ’68 sono apparsi sulla scena lo scatenarsi del terrorismo, lo stragismo fascista, la strategia della tensione. Eppure, sulla scia dei grandi movimenti di liberazione, delle battaglie civili, della pervasività della politica si è manifestato anche un grande interesse culturale. Io mi ricordo i teatri pieni, stracolmi di ragazzi, entusiasti e civilissimi. Nella musica Firenze e Milano, guidati dalle grandi personalità di Riccardo Muti e Claudio Abbado, hanno partecipato appieno a questa grande stagione, in qualche modo l’hanno guidata. Milano ora ha chiaramente difficoltà, Firenze è in una specie di vuoto pneumatico. Sarebbe il caso di rilanciarsi. Se l’Italia non lo fa nel campo della cultura (di cui per altro il teatro musicale è solo una parte, forse nemmeno la più importante, lo so benissimo), da dove mai comincerà?
    Marco Ninci

  66. proet dicembre 15, 2013 a 8:31 pm #

    Ninci, io penso al contrario che se Gatti vuole davvero salvare il teatro di Firenze può accettare di venire lì anche senza garanzie, sarebbe un bell’esempio da parte di uno che se lo può permettere, diversamente da tanti altri.

  67. Marco dicembre 16, 2013 a 8:32 am #

    Senti, Proet, io penso che la garanzia che il teatro continui a esistere in maniera decorosa, almeno questa dovrà averla. E ciò significa che lo stato sarà costretto a ripianare il debito, almeno in parte. Non credo si possa pretendere che Gatti sborsi di tasca sua una ventina di milioni, no?
    Ciao
    Marco Ninci

  68. proet dicembre 16, 2013 a 11:17 am #

    beh, lei sa quali sono le condizioni poste dal recente Decreto del Ministro Bray.
    dubito che la cosa possa funzionare per Firenze, a meno di un cospicuo sacrificio umano.
    ho l’impressione che prima o poi anche a Gatti e alle sue masse artistiche toccherà fare ciò che fanno già tutti gli altri: o emigrare o rimanere qui a suonare per hobby.
    da qualsiasi parte la si voglia vedere i tempi delle vacche grasse sono finiti e non c’è parte politica in questo momento che sia disposta a tornare ai vecchi tempi, rischiando di essere “forconata”, sia pur virtualmente o nelle urne.
    lo stesso Renzi, a mio parere un cretino (e anche a parere della totalità dei miei amici fiorentini), non si arrischierà certo in operazioni assai impopolari (se mai arriverà al governo).
    il fatto che poi abbia appoggiato la Colombo, sperando che quest’ultima svolgesse il classico ruolo della manager taglia-teste, generando ulteriore deficit e mettendosi contro, credo, tutti i lavoratori del teatro, dimostra, se ce n’è ancora bisogno, tutta la sua mala fede e il suo vuoto culturale ed ideologico.
    e preoccupa assai che, nell’ambito della nuova segreteria PD, lui si sia tenuto per sé la Delega alla Cultura.
    temo sia lontano il tempo in cui, come in tutti gli altri settori statali, si giungerà a una gestione che sia allo stesso tempo efficiente, intelligente e giusta.
    decenni di cattive abitudini, in cui tutti siamo implicati, hanno portato all’attuale situazione ingovernabile, io per parte mia ho rinunciato a sperare in un’inversione di rotta.
    un gesto forte, da parte di Gatti ma anche di tutti gli altri, potrebbe essere un segnale interessante.
    ovvio che non possa essere lui a ripianare il debito di tasca sua ma certo sarebbe interessante verificare una sua disponibilità “a prescindere”, altrimenti la vedo dura.

  69. marco vizzardelli dicembre 16, 2013 a 1:14 pm #

    Molto saggio il commento di Ninci, tra il condivisibile e il solito nero senza speranza quelli di Proet, con il quale su alcuni punti concorderei, se tutto non si immergesse in un nero senza speranza molto “comunista ancient regime” che mi suscita anche un briciolo di commozione e molta simpatia, ma è poco reale (il gesto forte segnale interessante: suvvia!). Credo che Ninci abbia, quanto a Firenze, delineato una situazione molto reale. Spero si creino le condizioni perché una realtà che fa testo e storia possa continuare a vivere (non a vegetare).
    Quanto alle ex-sovrintendenti & simili ed entourage limitrofi, il brutto è che, anche in altre situazioni, lungi dal rassegnarsi ai proprii fallimenti, stanno lì con il cucchiaione a rimestare nei pentoloni, certi “grandi” (?) giornali fanno sponda, e gli ambienti si inquinano. Il che, poi, fa male alla musica. A Milano ne sappiamo qualcosa, anzi parecchio.

    marco vizzardelli

  70. Gabriele BAccalini dicembre 16, 2013 a 3:02 pm #

    Ho visto e sentito anch’io la seconda recita di Traviata giovedì scorso.
    Come previsto, il suono dell’orchestra e del coro erano tutta un’altra cosa riaspetto a quello prinatoci dalla Rai il 7 dicembre.
    A parte le due parziali obiezioni sulle regìa che ho già manifestato, devo dire che non pensavo che allo stato attuale si potesse allestire una Traviata di questo livello in qualsiasi teatro del mondo.
    Il Met sta facendo il Falstaff di Carsen, ma con cantanti più modesti, a parte l’ormai proverbiale e idiomatico Ambrogio Maestri nel ruolo del titolo. Sentiremo la Forza di Monaco con Kaufmann e la Harteros, ma non so se la direzione sarà al livello o soltanto si avvicinerà a quello di Gatti in Traviata. Ha fatto suonare magnificamente tutti (compreso il blocco degli ottoni) con una linea interpretativa ricca di sfumature e un’energia, che basta questo per dire che abbiamo assistito a una Traviata che passerà all’antologia delle grandi esecuzioni di questo lavoro di enorme complessità interpretativa ed esecutiva.
    Vono e Vizza hanno già scritto abbastanza nel merito: Io mi associo allo stupore per la crescita di peso sonoro (ahimé anche corporeo) di Diana Damrau, che non è più solo un grande soprano di coloratura, ma un grandissimo soprano lirico avviato a un repertorio di ampio respiro, non soltanto tedesco. Ha dominato la partitura dall’inizio alla fine, con perfezione nelle agilità, potenza nei momenti drammatici e formidabile espressione drammatica nel terzo atto, anche quando quando emetteva pianissimi ai limiti dell’inudibile, che tuttavia “correvano” per tutto il teatro. Ricordo che Massimo Mila, a proposito dei soprani adatti al ruolo di Violetta, scrisse che importano di meno i gorgheggi del primo atto che non la capacità di dominare l’orchestra dell’Amami Alfredo, che Gatti ha fatto suonare con il massimo del vigore, senza per questo coprire il soprano.
    Ancora una volta il 7 dicembre è stata un’occasione di tensione, di bullismo, di esdibizionismo modaiolo e di “eventismo” con la mediocre trasmissione (non dico “riproduzione” perché se no Ninci e Fra mi saltano addosso) della solita Rai.
    Il vero evento è cominciato giovedì e prevedo che si ripeterà con enorme successo fino all’ultima recita.

    P.S. Tilla, forse nella fretta hai fatto il copia e incolla di una presentazione in inglese da un qualche sito turistico, che andrà bene nelle lezioni al Politecnico o in Bocconi, ma che a Milano per Traviata non funziona: Gatti non è il Conductor, ma il Maestro concertatore e direttore d’orchestra. Così si è sempre letto nelle locandine della Scala!

  71. lavocedelloggione dicembre 16, 2013 a 6:15 pm #

    Gabriele, ho corretto, ma era comunque il sito della Scala, nella sua versione inglese (anche se stasera ho scoperto che battendo “teatro alla Scala” su Google viene fuori per primo il sito di Viagogo!!!!) Attilia

  72. Elenas dicembre 16, 2013 a 10:48 pm #

    Non ho ancora visto Traviata, ma dopo aver letto Massimiliano (con il quale su altri temi litigo quasi sempre, ma su questi non mi rimane che leggerlo avidamente) spero di riuscire a entrare.
    Si può o no essere d’accordo, ma questa è critica musicale. Saremo un paese serio quando il pubblico che legge le principali testate giornalistiche troverà la sua firma, come accadeva qualche tempo fa, ai tempi di Massimo Mila (il quale però, quando collaborava all’Unità, aveva come responsabile un certo Calvino).

    P.S. Attilia: sulla faccenda biglietti consiglio di stampare la lettera di risposta della Scala che vi ho inviato. Scripta manent e da qui si ricomincia.

  73. proet dicembre 16, 2013 a 11:41 pm #

    Vizzardelli, perché sfotte la mia speranza di un “gesto forte”? una volta tanto che ne ho una!
    in fondo Abbado ne ha fatti molti, anche di recente, e a suo modo pure Muti.
    non vedo poi che c’entri il comunismo ancien regime, io sto parlando di dignità, accuratezza, di un percorso di spoliazione che farebbe bene a molti nell’ambito, comunque sempre ridondante da tutti i punti di vista, dell’opera lirica.

  74. masvono dicembre 17, 2013 a 12:14 am #

    Ahahahah! La Scala, con milioni di euro buttati nel water per i servizi Web, non riesce ad indicizzare il suo sito, che si chiama teatroallascala, in modo da risultare in prima posizione nelle ricerche su google, facendosi sorpassare da “viaGoGo” che la parola “Scala” nel dominio nemmeno ha. Roba da miserrimi dilettanti. Qualunque cantinaro SEO saprebbe fare meglio con poche decine di euro al mese . Sono disgustato. Provo pena . Saluti.

    -MV

  75. Gabriele BAccalini dicembre 17, 2013 a 7:30 pm #

    Tilla, naturalmente un po’ scherzavo, perché ‘sta mania dell’inglese dappertutto mi ha rotto parecchio. Piuttosto dell’inglese, ti chiederei di proclamare il milanese lingua ufficiale del blog, così vedremmo anche non solo come se la caverebbe Marco Ninci, ma anche quanto i milanesi sanno scrivere in milanese..

    Ho fatto una prova su Internet. Se si clicca “scala” su Goggle esce per primo il sito della Scala, se si clicca “teatro alla scala” esce prima viaGoGo con poltrone il 3 gennaio a 576 euro.

  76. marco vizzardelli dicembre 18, 2013 a 1:20 pm #

    Premetto che, se Milano 2013 non fosse ciò che purtroppo è, Daniele Gatti sarebbe stato direttore musicale per acclamazione. Milano 2013 è (tutta: istituzioni, stampa, loggionisti, pubblico, gente ecc.) ciò che purtroppo è, Pereira ha fiutato l’ambiente e Gatti avrà la fortuna!!!!! di non dover subire la spocchia locale più di quanto non l’abbia subita, come ovvio, in occasione di questa Traviata. Ci sono luoghi migliori.
    Detto questo, Pereira e Chailly si sono presentati bene. I titoli annunciati mi trovano favorevole: in particolare un ritorno sistematico di Puccini, era ora! E Chailly si è presentato su toni giusti. Ecco, più che pensare ai ritorni di Abbado o Muti, spero prosegua quella molteplicità di interventi di direttori che è stato l’aspetto migliore degli anni Lissner (non dimenticherei che in questa stagione arrivano Salonen e Pappano), su questo sia Chailly che Pereira, persone mentalmente aperte, danno garanzie. Pereira-Gatti, insieme, fecero di Zurigo il forse miglior teatro del mondo. Mi auguro che Pereira-Chailly colgano esito consimile alla Scala.
    La mia riserva su Chailly non è sul personaggio: riguarda, invece, la musica, ovvero gli ultimi esiti scaligeri (Aida, Trittico, concerti) tutti un po’ “stanchi” sul piano interpretativo, poco “pensanti” e un po’ “pesanti” nella sonorità (non dimentichiamo che, sull’orchestra della Scala, al momento c’è parecchio da lavorare: è Chailly l’uomo adatto a questo?). Spero tuttavia che il nuovo incarico sia di stimolo ad una ritrovata vivacità (quella, per intendersi, del Chailly pucciniano di razza che “fece” una memorabile Suor Angelica con l’orchestra Verdi, molto migliore di quella scaligera più recente). E che Chailly alla Scala “ricordi” (cosa che, nel tempo, ha un po’ tralasciato) di essere stato un notevole interprete dell’opera europea del’900. Il mio timore è che si riveli un Welser-Moest milanese: ovvero una PALLA (nel senso di palloso routinier di lusso, come Welser-Moest). Spero sappia fugarlo.

    marco vizzardelli

  77. proet dicembre 18, 2013 a 6:17 pm #

    buone notizie per Ninci e Gatti, Bray ha cacciato i soldini…

    http://www.giornaledellamusica.it/news/?num=115495

  78. lavocedelloggione dicembre 18, 2013 a 8:28 pm #

    Vi copio qui la risposta data da “la Scala risponde” ad Elena Sarati in merito alla disponibilità dei biglietti in vendita online:

    Oggetto: Vendita Biglietti Opera “La traviata”

    Alla cortese attenzione della Signora Elena Sarati

    Milano, 30 Novembre 2013

    Gentile Signora Sarati,

    abbiamo ricevuto nella giornata di mercoledì la Sua comunicazione inviata al Sindaco di Milano, Presidente della Fondazione Teatro alla Scala. Desideriamo fornirLe le risposte ai quesiti che pone con la speranza di riuscire a darlLe un quadro chiaro delle azioni che la Direzione del Teatro alla Scala, e le relative strutture, intraprendono quotidianamente rispetto ad un fenomeno in continua evoluzione.

    Siamo costantemente impegnati per prevenire e, ove possibile, reprimere il fenomeno del c.d. bagarinaggio, in qualunque forma esso si manifesti; sia cioè esso rappresentato dalla classica forma del bagarinaggio di strada piuttosto che dal più moderno sistema della rivendita attraverso siti a ciò dedicati.

    Come Lei certamente saprà, il fenomeno del bagarinaggio non è previsto specificamente come illecito da alcuna norma di legge. Tuttavia da anni siamo attivamente impegnati nel definire ed applicare regole di vendita molto severe volte a scoraggiare comportamenti non corretti. Giungiamo addirittura ad individuare i casi di acquisti on line ‘sospetti’, i cui biglietti relativi non vengono spediti prima di una verifica diretta da parte nostra dell’identità dell’acquirente. Se necessario il biglietto viene in quei casi annullato e ricollocato in vendita. Lavoriamo su tabulati di vendita molto analitici per monitorare gli acquisti ed evitare, per quanto la legge ci consenta, attacchi ormai di natura informatica: gran parte delle agenzie non autorizzate alla rivendita, come quelle da lei indicate, offrono biglietti della Scala quasi sempre “allo scoperto”, ovvero senza possederli realmente, spesso si tratta di agenzie straniere non perseguibili neanche attraverso la legislazione internazionale. Numerose le azioni legali che il Teatro intraprende ogni anno e che prendono le mosse da contestazioni di altri illeciti, civili o penali, ‘incidentalmente’ commessi dai c.d. bagarini. Non esiste assolutamente alcuna forma di accordo commerciale con questi interlocutori.

    Fatta questa doverosa premessa, precisiamo anche che nel sito ufficiale di vendita del Teatro alla Scala (così pure nel Calendario annuale della Stagione) segnaliamo al gentile pubblico che è vietata la vendita da parte di Soggetti non autorizzati (http://www.teatroallascala.org/it/prenota/biglietti-tariffe/regolamento-biglietteria.html) ed indichiamo puntualmente quali siano i Punti di vendita autorizzati e selezionati dal Teatro stesso (http://www.teatroallascala.org/it/prenota/biglietti-tariffe/acquistare/punti-vendita-autorizzati.html).

    La vendita di biglietti per le repliche dell’Opera La traviata sono iniziate alle ore 9:00 del 7 novembre 2013, con l’offerta da parte del Teatro di circa 2500 posti, a questi si devono aggiungere ulteriori 980 posti in galleria che verranno venduti, come di consueto, solo a partire da 2 ore e mezza prima dell’inizio di ogni spettacolo. Il numero relativamente basso di posti a disposizione è legato al limitato numero di recite del titolo (7 se si esclude l’Anteprima under30 e la Serata Inaugurale del 7 dicembre) e alla presenza elevatissima di abbonati (turni A-B-C-D-E-N) nelle recite in programmazione.

    In questi giorni il Teatro sta istituendo un controllo ad personam sulle singole transazioni delle Anteprime Under30, che hanno costituito oggetto di aggressione informatica all’apertura delle vendite, richiedendo i documenti di identità di tutti gli acquirenti, allegandone copia ad ogni biglietto e predisponendo servizio di vigilanza all’ingresso con l’ausilio delle forze dell’ordine. E’ uno sforzo enorme, se immagina l’elevatissimo numero di biglietti e documenti di cui si parla, ma siamo convinti che sia necessario per trasmettere un messaggio di trasparenza verso il nostro pubblico. Controllo di diversa natura, ma altrettanto serrato, è stato effettuato sugli acquisti della Prima e delle repliche de La traviata. Questi controlli capillari hanno probabilmente rallentato i tempi di risposta del Servizio Biglietteria e di questo, naturalmente, ci scusiamo.

    Augurandoci di averLe fornito i necessari chiarimenti, Le porgiamo cordiali saluti.

    La Scala Risponde

    Teatro alla Scala

    • masvono dicembre 19, 2013 a 10:29 pm #

      Insomma il succo di questa missiva è:
      Noi controlliamo tutto, facciamo azioni legali, combattiamo il bagarinaggio in prima linea, subiamo attacchi informatici, non facciamo accordi commerciali con nessuno, ci sono poche recite e quasi tutte esaurite in abbonamento.

      ViaGoGo, primo in indicizzazione digitando “teatro alla scala” su Google (primo rispetto a un sito che si chiama “teatroallascala”, si badi. Da far scoppiare dalle risate chiunque capisca un microgrammo di informatica applicata a Internet) che vende allo scoperto biglietti a 10.000 dollari è, insomma, un UFO.

      Ciao
      -MV

  79. Elenas dicembre 19, 2013 a 11:39 pm #

    Già. Però io me la sono stampata.
    La Scala dichiara, nero su bianco, che non ci sono accordi commerciali con questi interlocutori, facendo riferimento ad “agenzie non autorizzate alla rivendita”, che “offrono biglietti della Scala quasi sempre “allo scoperto”, ovvero senza possederli realmente”. QUINDI:
    1. Non ci sono accordi commerciali. 2. Questi quasi sempre non possiedono realmente i biglietti, e se li possiedono è perché li acquistano on -line.

    Volevo esattamente questa risposta. Nero su bianco.

  80. Elenas dicembre 19, 2013 a 11:42 pm #

    Solo per dire che ieri sera la sostituzione last minute (in giornata) di Violetta, a parte un errore perfettamente risolto (“Ah se ciò è ver una battuta prima”), è stata brillantemente risolta da Irina Lungu, cui è stato tributato un sentito e giusto appaluso dal pubblico.
    Meglio di molte colleghe più note e non “sostitute”, sinceramente.

  81. Gabriele Baccalini dicembre 20, 2013 a 1:26 pm #

    Forse l’attenzione andrebbe concentrata sui “punti vendita autorizzati online”, che sono elencati nel sito della Scala, come riportato nel testo de “La Scala risponde” inviato ad Elena.
    Che siano loro i tramiti attraverso cui, con la dovuta spartizione del surplus, i biglietti arrivano su ViaGoGo a prezzi astronomici?

  82. Elenas dicembre 20, 2013 a 6:22 pm #

    Nel qual caso la Scala dovrebbe ritirare l’autorizzazione, anche solo per un fatto d’immagine. Non è difficile scoprirlo: basterebbe acquistare un biglietto su Viagogo.
    Comunque, qualcuno su Viagogo compera e in qualche modo questi biglietti vengono recuperati. Altrimenti – chiunque sia il fantasma di Viagogo – avrebbe già smesso di concentrarsi su tale business.
    Rimane da capire come detto fantasma se li procura. Non attraverso un contratto commerciale (e meno male!). Per altre vie.

  83. Elenas dicembre 20, 2013 a 6:52 pm #

    A voler essere però onesti, succede anche con il Musikverein e il Met, o London Opera House. Sono gli annunci commerciali.

    Comunque è interessante questa intervista allo Head BD Europe(http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/06/news/concerti_biglietti_truffa_intervista_viagogo-62529638/), che, alla domanda “Qual è la posizione di Viagogo rispetto ai frequenti casi di sold out di concerti che si registrano molto velocemente nelle biglietterie ufficiali?”, risponde: “Questa è una domanda che andrebbe rivolta direttamente ai box office perché sono loro che si occupano di gestire le principali operazioni in fatto di vendita dei biglietti: Viagogo è solo una piattaforma di rivendita. Il nostro servizio, infatti, è pensato per aprire il mercato ai vari utenti, non appena i tagliandi vengono resi disponibili, di modo che i nostri clienti si possano affidare a una piattaforma sicura su cui vendere o acquistare.”

    La domanda quindi è: CHI rende disponibili i biglietti?

  84. marco vizzardelli gennaio 6, 2014 a 2:27 pm #

    … e così se ne va, in gran parte non capita, una Traviata, per molti aspetti (direzione, protagonista, regia) storica. Spettacolo che ha fatto testo più sulla stampa estera che nella autodistruittività nazionale, ma di cui la Scala può andare giustamente orgogliosa.
    Io non credo ascolterò più, nella vita, un Addio del Passato quale quattro volte ho ascoltato durante queste repliche. E, dopo la Dessay di Aix-En-Provence (che alla Scala avrebbero fatto passare per deficiente, laddove era immnesa) la Damrau di Milano è la seconda, grande Violetta di questi tempi. Non ascolterò più una lettura di profondità pari a quella data da Gatti, grazie a scelte di tempi ed espressione tutte legate al testo e al dramma. Vivrò, invece, altre messe in scena altrttanto valide che questa, spero altrettanto stimolanti nella ricerca non di un nuovo fine a se stesso (non c’è scandalo, se non nella testa di certo pubblico, in questo allestimento di Tcherniakov) ma di ciò che Traviata ha da dire, a me, oggi e domani (non ieri). Cero non facilmente vivrò momenti di teatro musicale intensi quali l’arrivo di Alfredo all’ultimo atto di questa Traviata: Annina girata verso di lui e Violetta girata all’opposto, l’annuncio dato mentre lui è già lì ma lei non lo vede ancora: momento grandioso dello spettacolo di Tcherniakov.

    E così se ne andrà Lissner, in gran parte non capito nel tentativo di portare la Scala fuori da un provinciale narcisismo faidaté in cui certa milanesità ama cruogiolarsi, credendosi il centro del mondo (poi uno mette il naso fuori, e si accorge che così non è: Lissner veniva da fuori, lo sa, e ha provato a far aprire gli occhi ai locali, forse invano, forse – ai posteri – no).

    E così arriva Chailly (non si capisce bene in base a quali meriti operistici acquisiti in anni recenti) e ci vengono annunciati i grandi ritorni di un ottantacinquenne parecchio fischiato negli ultimi anni (e non senza ragioni), di un ottantenne eccelso ma malato grave, di un grande direttore un po’ invecchiato. Queste le prime grandi novità annunciate dalla nuova gestione. Auguroni.

    Io penso rimpiangeremo questa Traviata, e il Tristano Cherau-Barenboim, e il Lohengrin Kaufman-Guth, e Salonen-Janacek, e Lulu-Wozzeck-Gatti, e Idomeneo-Harding, e Carmen-Buniatishvili-Dante Barenboim, e in genere il Wagner-Barenboim. E il Grimes Jones-Ticciati. E le direzioni di Harding in svariati reperetorii. E il ritorno (vero, avvenuto) di Claudio Abbado. E l’apertura a registi (Tcherniakov, Jones, Carsen, quest’anno McVicar, la Warner, Michieletto) che sono patrimonio europeo e mondiale anche se una certa prosopopea locale tende a farli passare per mentecatti

    Altre cose – più che in gestione di rapporti che in scelte artistiche – non saranno rimpiante. L’abilissimo Pereira, in questo, è forse più “uomo di mondo” rispetto ad un Lissner che – esempio – di fronte alle continue tendnziosità e denigrazioni di un critico villanzone, ha detto no, a costo di mettersi contro certi poteri forti milanesi. Certo, serviva più “miele”. Spero che il barattolo di Pereira (grandioso anche nel CORAGGIO delle scelte, negli anni trascorsi a Zurigo e nelle scelte inziali operate a Salisburgo, ma un po’ “calato” in quest’ultimo anno salisburghese: il festival 2014 non pare . a quel livello, ovviamente! – fra i più stimolanti) non si svuoti di miele, per mancanza di quel coraggio che a Zurigo dimostrò, in acquiescenza alle conventicole milanesi notoriamente afflitte da provincialismo unito alla prosopopea, completamente fuori dal tempo, di “Milano e poi più”: che non è tale (neanche in tempi di Expo) né lo è mai stata. Le prime sortite verbali sono parse più che altro astute. Spero prevalgano il Pereira e il Chailly-organizzatore “aperti” di mente. E mi auguro che il Chailly-direttore (ultimamente più mediatico che artista in parecchi esiti locali piuttosto “routinier”) trovi nuovo smalto dalla nomina. Ma l’ambiente – da via Solferino alle sciurette ai cumenda ai massoni a certo loggione – resta quel che è.
    Io penso che a Monaco, a Parigi., a Vienna, ad Aix, ad Amsterdam, a Berlino, a Londra, questa Traviata – a mio avviso memorabile – avrebbe avuto accoglienza diversa.
    Ma, qui, siamo (o molti sono) fatti così.

    marco vizzardelli

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