28 Ott

Aida

Giuseppe Verdi

 Produzione Teatro alla Scala 2006

 Dal 25 Ottobre al 19 Novembre 2013

Durata spettacolo: 3 ore e 45 minuti  inclusi intervalli

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

L’opera in poche righeApri X

L’opera per definizione, perfetta dalla prima nota all’ultima, pur nella varietà di esotismi, eroismi, cori, marce e danze moresche. Fiaba archeologica senza lieto fine, raccolse ai tempi della prima italiana uno dei maggiori successi della storia del Teatro alla Scala. Solennità ed epica militaresca s’alternano alle tensioni dell’amore contrastato. Terrena e metafisica. Esemplare.
Atteso alla prova l’energico direttore Gianandrea Noseda, che guida una compagnia di canto internazionale che offre alcune delle voci migliori del momento per questo titolo vocalmente impervio.

Direzione

Direttore  Gianandrea Noseda Piergiorgio Morandi (17 nov.)
Regia e scene  Franco Zeffirelli
Costumi  Maurizio Millenotti
Luci  Marco Filibeck
Coreografia  Vladimir Vasiliev
 Aida

CAST

Il Re  Alexander Tsymbalyuk
Amneris  Nadia Krasteva (28, 31 ott.; 5, 16, 19 nov.) Ekaterina Semenchuk (25 ott.; 3, 14, 17 nov.)
Aida  Hui He (25, 28, 31 ott.; 3, 5, 16 nov.) Liudmyla Monastyrska (14, 17, 19 nov.)
Radames  Marco Berti (25, 28, 31 ott.; 5, 16, 19 nov.) Jorge De Leon (3, 14, 17 nov.)
Ramfis  Marco Spotti
Amonasro  Ambrogio Maestri (25, 28, 31 ott.; 3 nov.) Željko Lučić (5, 14, 16, 17, 19 nov.)
Messaggero  Jaeheui Kwon
Sacerdotessa  Sae Kyung Rim

7 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli ottobre 30, 2013 a 9:21 am #

    Benvenuti in Egitto. Saponette, creme per natiche, culottes, paratesticoli, materiale e accessori egypt-gay, egypt-leather, egypt-fetish, il duty free per il turista-omo (e non) sul Nilo.
    Ma a Noseda piace quella ROBA che ha davanti quando alza gli occhi, o va via svelto per togliersela dalla vista?

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli novembre 6, 2013 a 1:44 am #

    Magari questo allestimento di Aida avesse avuto, per l’inaugurazione 2006, la direzione che ha adesso! Chi ha nella mente la plantigrada, monolitica, greve, direzione di Riccardo Chailly non può che rimanere piacevolmente sorpreso da quella ardente, di Gianandrea Noseda: screziata di sfumature, teatralissima, mobile nei fraseggi e nella scelta di tempi adatti alle varie situazioni drammaturgiche. Muovere la musica, fare teatro in musica, èla prima legge del direttore verdiano. E, bisogna pur dirlo, dai Vespri di Torino, alla Miller della Scala, a questa Aida (non ho ascoltato il Don Carlo torinese) Noseda non ha sbagliato un colpo! Qui è interessantissimo: un’Aida di grande “personalità”, che – a nostra memoria – non assomiglia ad alcuna altra, eppure è pertinentissima. Il colore è tendenzialmente chiaro (tipico di Noseda) ma non sempre (non nel processo a Radames: magnifico il tema dell’ingresso dei sacerdoti passato fra contrabbassi e celli con una “tinta” e un calore straordinari). E il dato più caratteristico di questa lettura è proprio l’estrema mobilità: tutte le dinamiche e tutti i “tempi” sono scelti e messi in atto in rapporto alla situazione drammaturgica e all’espressione. Il che getta di peso l’ascoltatore dentro la storia, lo chiama a seguirla momento per momento, una situazione dopo l’altro, un sentimento dopo l’altro da parte dei protagonisti: e questo è teatro in musica, quindi è Verdi. Ai cantanti è richiesta una grande mobilità vocale (quella scenica non c’è perché totalmente disattesa dalla non-regia di Zeffirelli nel mastodontico allestimento scenico che è la classica montagna che partorisce il topolino, ovvero l’inerzia) e la risposta è lodevole, anche se, va detto, questa ripresa di Aida ha quattro ragioni d’essere: il direttore, l’orchestra, il coro (favoloso!!) e la protagonista. Hui He ha fatto di questo ruolo la sua “firma”, ovunque in Italia e nel mondo. Personalmente l’avevo sentita a Colonia diretta da Humburg e quest’estate all’Arena con Wellber, più in uno-due altri allestimenti che al momento mi sfuggono. A mia memoria questa alla Scala è la sua miglior Aida: conoscevamo il canto rotondo, da manuale, della He, ma qui, rispetto ai precedenti ascolti, abbiamo trovato tutta l’anima di Aida oltreché la correttezza quasi completa delle note (e non è consueto sentir concludere i “Cieli Azzurri” con una nota filata e tenuta come e quanto la He ne è stata capace). Il resto della compagnia è meno significativo (Berti Radames molto “tenoreggiante” pur accettabilissimo, la Krasteva e Spotti un’ Amneris e un Ramfis “nella media”, lei buona attrice se Zeffirelli gliel’avesse concesso, Mastromarino Amonasro oscillante fra acuti sicuri e centri meno gradevoli) con menzione a parte per l’ottimo Re di Alexander Tsymbalyuk.
    Della direzione di Noseda andrebbero citati diversi momenti, e le mille sfumature espressive. Magnifica tutta la scena del trionfo, fra l’altro “dosata” con tempi e dinamiche personalissime: raramente si ascolta perfino la marcia trionfale concertata con tal cura nella “stereofonia” degli interventi e nel ritmo. Noseda tiene un po’ più bassa dell’usuale la tromba che enuncia il tema e un po’ più alto l’accompagnamento ritmico, il che dà un senso davvero “regale” alla marcia. Le danze sono d’una dinamica travolgente. La mobilità estrema della direzione chiama tutti a duro impoegno, c’è, qua e là qualche attimo di scollamento, ma è un’ Aida di grande espressività, frutto d’una personalità direttoriale forte e originale.
    Dell’allestimento, noto, si è fatto cenno qua e là. Messinscena opulenta? Sì, ma regia non pervenuta. Quando, a fine atto terzo, Aida e Amonasro se ne vanno pian piano e i soldati restano impalati come mummie, siamo all’assurdo, o al grado zero della regia. Inerzia. Ogni cantante deve, in pratica, inventarsi, come sa e come può, un minimo di “azioni” sceniche. Con esiti di comicità involontaria quali il sunnominato finale terzo, oppure, inizio atto secondo, l’entrata in scena della Krasteva-Amneris, davanti alle ancelle nella stanza verdolina stile duty free-egyptian-kitsch, allegramente sculettante, quasi una Santanché dell’antico Egitto. Per non parlare dei negretti più o meno gayeggianti. E del madornale travisamento del più rarefatto finale d’opera di tutto Verdi: era stato colto benissimo, nella sua “intimità”, dalla Fura a Verona (e sì che sono i fautori del “grandioso”!) dove c’erano solo Aida, Radames e la fatal pietra. Qui al di sopra degli amanti si aggira una folla zeffirelliana di persone che disturba ad un tempo l’occhio e l’orecchio. E l’inerzia non è tradizione, né innovazione: è soltanto inerzia.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli novembre 13, 2013 a 2:56 pm #

    Nel Loggione della Scala c’è una voce in meno, e che voce! E’ mancata, a (ci dicono) 87 anni, la Totò, “Totò” Tagliavini (cognome da teatro d’opera, anche se non sono note parentele…), loggionista quotidiana e indimenticabile, incredibile “icona” – nella fisionomia da vera sorella sconosciuta del grande Totò (i capelli cortiissimi, gli orecchi tremolanti) e nell’esuberanza dei modi – delle serate scaligere. Straripante d’entusiasmo e di passione, trascinava letteralmente in teatro, tutte le sere, il marito Giuseppe, piccolino e curvo, costretto in età già avanzata a corse pazze su e giù per le scale, che lui terminava… addormentandosi beatamente in corso d’opera mentre la moglie, deposti gli eventuali sacchetti della spesa, andava immancabilmente in estasi per lo spettacolo. Se l’opera era lunga – magari un Wagner – seguiva altra corsa all’inseguimento dell’ultimo tram numero 1, che riportava a casa il Giuseppe mite e bofonchiante e la Totò che, ancora in piena scarica di adrenalina, esternava ai passeggeri l’entusiasmo per lo spettacolo appena visto.
    La Totò era il contrario del loggionista ciglioso mai contento che spacca il capello in quattro. Totò, com’è stato il concerto? era l’immancabile risposta. Perché la Scala, l’opera e la musica tutta erano il suo godimento. Memorabili gli ingressi in prima galleria lato sinistro, quasi sempre lì, con giro di saluti a tutti i presenti mentre il Giuseppe si accasciava sfinito sulla poltroncina. Ancor più memorabile l’ingresso la sera di Sant’Ambrogio, il massimo della festa, con scollatura e stola lei, abito grigio scuro lui. Memorabili, quando c’erano state, le narrazioni di gite aziendali affrontate fra un’opera e l’altra. O i “bravo maestro” o “viva Verdi” lanciati a piena voce, e che voce!
    Il Giuseppe l’aveva lasciata sola alcuni anni or sono ma la Totò aveva reagito con tutta la sua energia, continuando, finché le è stato possibile, ad animare di incontenibile passione il loggione del “suo” teatro. Unica. Insostituibile.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli novembre 13, 2013 a 3:01 pm #

    Nel Loggione della Scala c’è una voce in meno, e che voce! E’ mancata, a (ci dicono) 87 anni, la Totò, “Totò” Tagliavini (cognome da teatro d’opera, anche se non sono note parentele…), loggionista quotidiana e indimenticabile, incredibile “icona” – nella fisionomia da vera sorella sconosciuta del grande Totò (i capelli cortiissimi, gli orecchini tremolanti) e nell’esuberanza dei modi – delle serate scaligere. Straripante d’entusiasmo e di passione, trascinava letteralmente in teatro, tutte le sere, il marito Giuseppe, piccolino e curvo, costretto in età già avanzata a corse pazze su e giù per le scale, che lui terminava… addormentandosi beatamente in corso d’opera mentre la moglie, deposti gli eventuali sacchetti della spesa, andava immancabilmente in estasi per lo spettacolo. Se l’opera era lunga – magari un Wagner – seguiva altra corsa all’inseguimento dell’ultimo tram numero 1, che riportava a casa il Giuseppe mite e bofonchiante e la Totò che, ancora in piena scarica di adrenalina, esternava ai passeggeri l’entusiasmo per lo spettacolo appena visto.
    La Totò era il contrario del loggionista ciglioso mai contento che spacca il capello in quattro. Totò, com’è stato il concerto? era l’immancabile risposta. Perché la Scala, l’opera e la musica tutta erano il suo godimento. Memorabili gli ingressi in prima galleria lato sinistro, quasi sempre lì, con giro di saluti a tutti i presenti mentre il Giuseppe si accasciava sfinito sulla poltroncina. Ancor più memorabile l’ingresso la sera di Sant’Ambrogio, il massimo della festa, con scollatura e stola lei, abito grigio scuro lui. Memorabili, quando c’erano state, le narrazioni di gite aziendali affrontate fra un’opera e l’altra. O i “bravo maestro” o “viva Verdi” lanciati a piena voce, e che voce!
    Il Giuseppe l’aveva lasciata sola alcuni anni or sono ma la Totò aveva reagito con tutta la sua energia, continuando, finché le è stato possibile, ad animare di incontenibile passione il loggione del “suo” teatro. Unica. Insostituibile.

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli novembre 13, 2013 a 3:40 pm #

    Nel Loggione della Scala c’è una voce in meno, e che voce! E’ mancata, a (ci dicono) 87 anni, la Totò, “Totò” Tagliavini (cognome da teatro d’opera, anche se non sono note parentele…), loggionista quotidiana e indimenticabile, incredibile “icona” – nella fisionomia da vera sorella sconosciuta del grande Totò (i capelli cortiissimi, gli orecchini tremolanti) e nell’esuberanza dei modi – delle serate scaligere. Straripante d’entusiasmo e di passione, trascinava letteralmente in teatro, tutte le sere, il marito Giuseppe, piccolino e curvo, costretto in età già avanzata a corse pazze su e giù per le scale, che lui terminava… addormentandosi beatamente in corso d’opera mentre la moglie, deposti gli eventuali sacchetti della spesa, andava immancabilmente in estasi per lo spettacolo. Se l’opera era lunga – magari un Wagner – seguiva altra corsa all’inseguimento dell’ultimo tram numero 1, che riportava a casa il Giuseppe mite e bofonchiante e la Totò che, ancora in piena scarica di adrenalina, esternava ai passeggeri l’entusiasmo per lo spettacolo appena visto.
    La Totò era il contrario del loggionista ciglioso mai contento che spacca il capello in quattro. Totò, com’è stato il concerto? “Che meeeraviiigliaaaaa!” era l’immancabile risposta. Perché la Scala, l’opera e la musica tutta erano il suo godimento. Memorabili gli ingressi in prima galleria lato sinistro, quasi sempre lì, con giro di saluti a tutti i presenti mentre il Giuseppe si accasciava sfinito sulla poltroncina. Ancor più memorabile l’ingresso la sera di Sant’Ambrogio, il massimo della festa, con scollatura e stola lei, abito grigio scuro lui. Memorabili, quando c’erano state, le narrazioni di gite aziendali affrontate fra un’opera e l’altra. O i “bravo maestro” o “viva Verdi” lanciati a piena voce, e che voce!
    Il Giuseppe l’aveva lasciata sola alcuni anni or sono ma la Totò aveva reagito con tutta la sua energia, continuando, finché le è stato possibile, ad animare di incontenibile passione il loggione del “suo” teatro. Unica. Insostituibile.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli novembre 13, 2013 a 4:59 pm #

    Nel Loggione della Scala c’è una voce in meno, e che voce! E’ mancata, a (ci dicono) 87 anni, la Totò, Elsa Tagliavini (cognome da teatro d’opera, anche se non sono note parentele…), loggionista quotidiana e indimenticabile, incredibile “icona” – nella fisionomia da vera sorella sconosciuta del grande Totò (i capelli cortiissimi, gli orecchini tremolanti) e nell’esuberanza dei modi – delle serate scaligere. Straripante d’entusiasmo e di passione, trascinava letteralmente in teatro, tutte le sere, il marito Giuseppe, piccolino e curvo, costretto in età già avanzata a corse pazze su e giù per le scale, che lui terminava… addormentandosi beatamente in corso d’opera mentre la moglie, deposti gli eventuali sacchetti della spesa, andava immancabilmente in estasi per lo spettacolo. Se l’opera era lunga – magari un Wagner – seguiva altra corsa all’inseguimento dell’ultimo tram numero 1, che riportava a casa il Giuseppe mite e bofonchiante e la Totò che, ancora in piena scarica di adrenalina, esternava ai passeggeri l’entusiasmo per lo spettacolo appena visto.
    La Totò era il contrario del loggionista ciglioso mai contento che spacca il capello in quattro. Totò, com’è stato il concerto? “Che meeeraviiigliaaaaa!” era l’immancabile risposta. Perché la Scala, l’opera e la musica tutta erano il suo godimento. Memorabili gli ingressi in prima galleria lato sinistro, quasi sempre lì, con giro di saluti a tutti i presenti mentre il Giuseppe si accasciava sfinito sulla poltroncina. Ancor più memorabile l’ingresso la sera di Sant’Ambrogio, il massimo della festa, con scollatura e stola lei, abito grigio scuro lui. Memorabili, quando c’erano state, le narrazioni di gite aziendali affrontate fra un’opera e l’altra. O i “bravo maestro” o “viva Verdi” lanciati a piena voce, e che voce!
    Il Giuseppe l’aveva lasciata sola alcuni anni or sono ma la Totò aveva reagito con tutta la sua energia, continuando, finché le è stato possibile, ad animare di incontenibile passione il loggione del “suo” teatro. Unica. Insostituibile.

    marco vizzardelli

  7. masvono novembre 24, 2013 a 11:05 am #

    In merito all’Aida diretta da Noseda condivido il post di Vizzardelli. Più specificamente la lettura del direttore milanese ha sottratto quasi completamente Aida al côté “Grand-Opera” . L’ambientazione egiziana è stata così niente più e niente di meno che una “cornice” in cui si sono mossi gli affetti dei protagonisti. L’esotismo di Aida è quindi lo sbocco del fiume carsico che percorre, fra l’altro, il Mozart del “Ratto” ( le percussioni, piatti e triangolo, delle danze del II atto eredi delle “turcherie” settecentesche) e il Rossini dell’Italiana. In un contesto orchestrale sottratto completamente al clangore e raffinatissimo nei fraseggi avrebbe giovato però moltissimo un lavoro di concertazione che ha latitato parecchio. I cantanti, infatti, non hanno seguito più di tanto la novità di lettura di Noseda, limitandosi, chi meglio chi peggio, ad una lettura generica della parte. Quindi ciò che poteva essere un esito straordinario si è limitato ad un processo tutto sommato incompiuto. Peccato, sarebbe bastato lavorare anche con il cast invece che solo con l’orchestra.
    Saluti a tutti.

    -MV

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