17 Ott

La Scala ha deciso il suo futuro : sarà Riccardo Chailly il nuovo direttore musicale

Il maestro milanese dal 2017 al posto di Barenboim

Dalle pagine del Corriere onlinehttp://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/13_ottobre_17/scala-ha-deciso-suo-futuro-sara-riccardo-chailly-nuovo-direttore-musicale-68042b94-36fe-11e3-ab57-6b6fcd48eb87.shtml

Il maestro Riccardo Chailly

 
L’ annuncio non è ancora ufficiale ma se n’è parlato nel consiglio di amministrazione della Scala: il prossimo direttore musicale sarà Riccardo Chailly. L’incarico dovrebbe concretizzarsi nel gennaio 2017. Usiamo il condizionale perché la sua presenza stabile nel teatro del Piermarini potrebbe essere anticipata se Daniel Barenboim rinunciasse a ricoprire il suo mandato sino alla naturale scadenza del 2016. La notizia è legata al sovrintendente Alexander Pereira che il prossimo anno sostituirà Stéphane Lissner. Con la nomina di Chailly la Scala assume indubbiamente un nuovo profilo.

LA BIOGRAFIA –  Il suo nome è tra i più noti nel mondo delle note. Siamo dinanzi a un figlio d’arte: il padre, Luciano, era compositore (scomparve nel 2002); la sorella Cecilia è arpista, cantante e compositrice. La discografia di Chailly è vastissima e copre i momenti topici della creazione musicale. Si va da Johann Sebastian Bach (ricordiamo l’Oratorio di Natale del 2010) alle sinfonie di Beethoven (Decca 2011), da Bartók a Berio, da Brahms a Ciaikovskij, da Gershwin a Mahler, compositore quest’ultimo che meditò soprattutto durante gli anni in cui fu direttore del Concertgebouw di Amsterdam. È anche considerato un riferimento per la tradizione lirica: Rossini e Verdi restano indubbiamente i suoi autori, ma le interpretazioni di Puccini e di Wagner non sono da rubricare tra le minori. Difficile comunque stilare un inventario completo delle sue direzioni, ché dovremmo aggiungere Shostakovich e Stravinsky, Vivaldi e Orff (i Carmina Burana li incide nel 1983, con la Decca, casa a cui è legato), Mendelssohn e Varèse. C’è poi qualche innamoramento: ricordiamo quello per Zemlinsky, compositore che aiutò a riscoprire e al quale ha dedicato non poche energie (persino una conferenza a Roma, se ben ricordiamo, alla fine degli anni Ottanta).

LA SCALA –  Chailly è milanese e ama la tradizione italiana; ha avuto una formazione internazionale e il suo arrivo alla Scala non è un semplice ritorno, anche se a vent’anni lavorò con Claudio Abbado proprio nel teatro del Piermarini. Nel capoluogo lombardo, oltre a numerose presenze sul podio scaligero, lo si ricorda perché fu, a cavallo del secolo scorso e di quello corrente, direttore musicale dell’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi. Ma i suoi incarichi non si riuscirebbero a scrivere tutti giacché ha diretto le orchestre più importanti a New York o a Chicago, dai Berliner ai Wiener, dalla London Philharmonic Orchestra al Concertgebouw di Amsterdam (del quale fu direttore principale dal 1988 al 2004). Né va dimenticato che dal 1982 al 1989 ha condotto la Deutsches Symphonie Orchester Berlin e che dal 1986 al 1993 fu la bacchetta stabile del Teatro Comunale di Bologna (anni in cui lavorò con il sovrintendente Carlo Fontana, poi alla Scala). Dal 2005 guida la Gewandhausorchester di Lipsia e l’Opera della medesima e gloriosa città tedesca. Inutile aggiungere altro. Siamo convinti che Chailly farà bene alla Scala, che ha bisogno di ritrovare un po’ di vocazione e anche quelle opere che ne fecero un teatro-mito. È la bacchetta che molti attendevano. Perché ama la tradizione. E non teme la musica contemporanea.

17 ottobre 2013

La Scala ha deciso il suo futuro : sarà Riccardo Chailly il nuovo direttore musicale
 
 

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33 Risposte to “”

  1. masvono ottobre 17, 2013 a 10:28 am #

    Una scelta di retroguardia, anzi, direi da retroguardia riservista. Nel 2017 Chailly avrà 64 anni, l’età giusta per ANDARSENE dalla Scala ( Abbado se ne andò a 53 anni, Muti a 63, Toscanini nella sua ultima “reggenza” a 62 ecc.), non per venire. Il meglio di Chailly é già passato, da almeno dieci anni é musicalmente bolso. Dirige le più grandi orchestre, ma nei panni di “educatore” (ciò di cui l’orchestra della Scala ha bisogno più che mai) non ce lo vedo proprio. La sua designazione é mossa tipicamente italica: pigra, conservatrice, paurosa, obbediente alla politica e non all’arte. Praticamente l’espressione della PARALISI di questo paese riportata fra le mura di un teatro.
    Una scelta TRISTE.
    Saluti.

    -MV

    • Marco ottobre 17, 2013 a 11:38 am #

      Sono assolutamente d’accordo con te, Max. Questo però potrebbe aprire le porte a un’ipotesi di cui si è parlato insistentemente: Gatti direttore stabile al Maggio Fiorentino. Potrebbe essere interessante per il direttore milanese riportare a splendore un’istituzione in profonda crisi; sono sfide che per una persona intelligente e dotata sono piene di fascino. Così è stato per Chailly a Lipsia, così è stato per Muti a Roma.
      Marco Ninci

      • masvono ottobre 17, 2013 a 12:48 pm #

        Marco, lasciamelo dire. Non ritengo assolutamente NESSUNO in grado di riportare allo splendore alcunchè in Italia. Tanto meno strutture sclerotiche come La Scala o il Maggio. Non è un problema di Gatti. E’ un problema di *Italia*, *sindacati*, *enti*….Come tutti sanno caldeggiavo Gatti nel ruolo di direttore musicale. Per tutta una serie di ragioni, principalmente musicali. Tuttavia nemmeno Gatti, che credo superi i cinquant’ anni anche se non di molto, trovo che potesse essere una scelta perfetta mancando in lui, ad esempio, una certa propensione alla *novità*,alla *sperimentazione* (non sempre…un recente Fidelio con Bieito a Monaco contraddice l’assunto, ma è un’eccezione). Si parla molto oggigiorno di Bignamini: possibile che in Italia nessuna istituzione abbia *le palle* per rischiare il lancio? Eppure storicamente si sa quello che hanno fatto direttori giovani come Abbado alla Scala negli anni ’60-70 e Muti a Firenze negli anni ’70 e ’80. Ora invece si scelgono “vecchi nonni”, quasi in disarmo con curricula lunghi una quaresima che illustrano tanto tanto tanto passato, mentre il futuro è la pensione.
        Quindi fossi nel Maggio prenderei Bignamini, mentre se fossi Gatti cercherei di stare lontano il più possibile dall’Italia e di ritornarci anziano e barbuto carico di onore e gloria altrove conquistati verso gli ottant’anni, quando troverà un pubblico, una stampa e una dirigenza coetanei pronti ad osannarlo.

        Sempre che tra trent’anni in Italia trovi ancora qualcuno o qualcosa.
        Ciao

        -MV

      • masvono ottobre 17, 2013 a 12:57 pm #

        Aggiungo Marco: pensa che La Scala è tutta “sdilinquita” per il prossimo *esordio (!!!!)* sul podio di……ANDRE’ PREVIN!! Assolutamente SNOBBATO per sessant’anni e ora, decrepito e ottantacinquenne si accinge ad arrampicarsi per la prima volta sul podio scaligero SOSTITUENDO (beata gioventù!) Georges Pretre che, a soli novant’anni, è purtroppo malato.

        Quindi abbiamo speranza che La Scala inviti ad ESORDIRE (!!!!) un giovanotto di nome James Levine che, muovendosi attualmente solo su una speciale sedia a rotelle e veleggiando per gli ottant’anni, parrebbe avere le carte in regola per respirare la muffa del Piermarini.
        Ciao!

        -MV

  2. Marco ottobre 17, 2013 a 1:14 pm #

    Eh, caro Max, tutti i torti non li hai. Magari il Maggio lo liquidano e chi si è visto si è visto. Certo che la scelta di Chailly è triste. Ma Harding no? E perché no? Magari lui ci veniva.
    Marco Ninci

    • masvono ottobre 17, 2013 a 1:41 pm #

      Perché harding no? Contraddice l’assunyo: in Italiane alla Scala solo VECCHI, DECREPITI e ITALIANI. La provincia, innanzitutto, caro Marco. La provincia.
      Ciao!

      -MV

  3. lavocedelloggione ottobre 17, 2013 a 4:12 pm #

    Vizza, dove sei? Ti rubo almeno un’idea, fra quelle di cui abbiamo parlato al telefono a mezzogiorno: Chailly, se è vero che non è un accentratore e non ha mai messo i bastoni fra le ruote a nessuno, e se è vero che manterrà il suo impegno a Lipsia, potrebbe tracciare, insieme a Pereira, una politica di ampio respiro internazionale, portando alla Scala produzioni interessanti da altri teatri (o spettacoli in co-produzione) e invitare molti giovani direttori (non dei dilettanti allo sbaraglio, giovani ben scelti), tenendo d’altra parte in mano l’orchestra come saggio ed esperto direttore, con l’ambizione di riportarla agli antichi splendori. Se invece il taglio della coppia Pereira/Chailly sarà solo quello di far contenti i turisti da Expo, evitando qualsiasi cambiamento interno che possa far insorgere le maestranze del teatro, allora era certamente meglio puntare su un giovane bravo, ambizioso e con tante idee in testa! Attilia

  4. proet ottobre 17, 2013 a 4:41 pm #

    una volta tanto il Proeta c’ha azzeccato (a pensar male, diceva qualcuno…).
    e, incredibile dictu, è pure d’accordo con i commenti qui sopra del suo nemico storico.
    mala tempora currunt….

    • masvono ottobre 17, 2013 a 8:45 pm #

      E di questo sono veramente molto preoccupato…

      -MV

  5. marco vizzardelli ottobre 18, 2013 a 1:39 am #

    Cara Attilia, riesco ad aggiungere ben poco a quanto Vono e tu avete detto: direi che in una sintesi del tutto, mi ritrovo io. Sono incidentalmente di buon umore perché scrivo – di notte – ancora sotto l’impressione “di freschezza” giuntami dal nuovo, entusiasmante concerto di Jader Bignamini alla Verdi ( c’eri anche tu): ecco, all’Auditorium già si respira – lo stiamo dicendo da tanto, ormai – un altro clima. Si vede anche dal pubblico che lo frequenta.
    Quanto alla Scala, aggiungerei: quante opere ha diretto, Chailly, negli ultimi dieci anni? Quanto può, fisicamente, dirigere? E il suo “suono” attuale, tendenzialmente, diciamo, rumorosetto – così come lo abbiamo ascoltato nelle apparizioni più recenti – quanto bene può fare ad un’orchestra che ha un dannatissimo bisogno di rimodellare il proprio suono? Se lo sono chiesti, alla Scala, importa qualcosa?
    Abbado e Muti entrarono trentacinquenni: vi pare che Chailly esprima la vita d’un Paese, di una città, di un teatro “in progresso”, rivolti al futuro?
    Mi auguro prevalga il suo lato migliore: l’apertura mentale. Allora, forse, si porterà dietro il giovane Bignamini ( e anche qualche altro giovane: esistono) unendo coraggio a scelte mirate. Allora non si chiuderà alla molteplicità di valide bacchette che è stato il maggior merito dell’era-Lissner, dopo un certo esclusivismo precedente. Spero prevalga il Chailly buon “organizzatore” di clima musicale e a questo spero presieda anche la riconosciuta sapienza e abilità di Pereira. La scelta, forse, sconta l’aspetto forse meno felice della gestione lissneriana: Dudamel, talora anche Harding (peraltro salvatosi con talento), Rustioni, Wellber sono nomi giovani di talento purtroppo spesi maluccio e mandati un po’ allo sbaraglio, dalla Scala, in situazioni non sempre “adatte”,

    A proposito di Pereira: ricordo alla Scala, e soprattutto al Corriere della Sera (mestatore perfino nella modalità scelta per dare la “novità- Chailly”, che non è tale, lo sapevamo ormai tutti: a leggerlo, sembra quasi una decisione di via Solferino… ma basta con questa prosopopea rimestatrice!) che il sovrintendente designato si chiama Pereira, non, tanto per fare un cognome… Micheli! Basta con la bassa politichetta del gioco di potere di odore paramassonico attorno al Teatro alla Scala, supportata sulle pagine quotidiane da “follie” e tendenziosità mirate spacciate per critica musicale!
    Arriva Chailly: un usato neanche tanto sicuro, né l’indubbio prestigio della carica rivestita a Lipsia basta a dar sicurezza. Nella speranza – ripeto – che prevalgano le doti migliori, indubbie, della personalità, resta invece il dubbio che un teatro e una città volte al futuro (e non ripiegate) avrebbero potuto (dovuto) mostrarsi più “freschi”, intraprendenti e stimolanti nella scelta del nuovo (appunto) direttore musicale.

    marco vizzardelli

  6. mitodier ottobre 20, 2013 a 1:15 pm #

    La Scala non c’entra ma Chailly sì,in buona parte, e la Verdi in toto:mi riferisco al concerto del 23 novembre all’Auditorium della Fiera. ;in programma la “famigerata “ottava sinfonia di Mahler.della quale conosciamo i tormentati precedenti abbadiani. Mi rivolgo alla ahime! ridotta ma sempre valida,competente ed informata schiera di questo blog per sapere se e in qual modo a qualcuno,a parte gli abbonati alla Verdi, sarà possibile assistere al concerto in questione e,inoltre,conoscere quale opinione corre su questo evento dai contorni,mi sbaglierò,lievemente….. carbonari.Concludo che,da vecchio abbonato alla Verdi (passato in seguito,al “rango” di sottoscrittore delle azioni dell’Auditorium,indegno di
    assistere al concerto evento e perfino di essere informato sulle modalità di acquisto del biglietto,posto unico 50 euro) ho poca simpatia per Chailly, che ho visto diciamo poco in Auditorium dopo il suo esodo(a parte le considerazione di carattere artistico )e,a suo tempo ho sottoscritto la petizione per Gatti.

  7. marco vizzardelli ottobre 21, 2013 a 4:19 pm #

    Il 20 ottobre, lo scrittore Norman Lebrecht sul suo sito riferisce che persone molto vicine a Chailly avrebbero stigmatizzato la sortita del Corriere sull’avvenuta scelta del medesimo Chailly come prossima direttore, lamentando l’insistenza di tali voci a fronte di nessuna decisione in tal senso da parte del diretto interessato.

    Che divertente vicenda!

    marco vizzardelli

  8. marco vizzardelli ottobre 21, 2013 a 4:28 pm #

    Questa novità non fa che aumentare una sensazione: quanto fuori luogo, ridicolo, e “intorbidante” sia il ruolo di un giornale che – forse per farsi eco di determinate figure o poteri – si autoattribuisca una specie di ruolo di arbitro nella scelta del nuovo direttore stabile. Pura paranoia di potere, che non fa per niente bene al teatro!

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli ottobre 21, 2013 a 4:34 pm #

    Non è ruolo del Corriere della Sera la scelta del direttore stabile!
    Né “rimestare” continuamente.

    marco vizzardelli

  10. proet ottobre 21, 2013 a 4:55 pm #

    ma chi è Norman Lebrecht? e perché Vizzardelli posta sempre due volte? 🙂

    • marco vizzardelli ottobre 22, 2013 a 10:02 am #

      a) scrittore di musica e non, con particolare riferimento a Mahler. Tiene un blog ultraseguito in Inghilterra, si avvicina alla milionata di “audience” mensile

      b) talvolta riscrivo gli interventi perché mi innervosiscono errori di lessico che non riscontro mentre batto ma appaiono poi (anche Baccalini aveva fatto notare il problema, se non sbaglio). Non essendoci a disposizione il correttore, riscrivo. Infatti, talvolta, chiedo alla responsabile di cancellare il primo intervento e tener buono il secondo.

      Ciao. Marco Vizzardelli

  11. Gabriele Baccalini ottobre 22, 2013 a 11:43 am #

    Il Corriere ha detto che si è “parlato” di Chailly direttore musicale nel CdA della Scala, presentando la cosa come definita, e tra virgolette, se non sbaglio, qualcuno ha ribadito che il prossimo direttore musicale sarà italiano. Se due più due fa quattro, io credo di aver capito che il blocco di potere che governa la Scala, da cui ormai Lissner è tagliato fuori e credo non gliene freghi più molto, ha imposto a Pereira la nomina di Chailly, anche sotto la pressione dell’orchestra, che notoriamente è in buona parte ostile alla candidatura di Gatti, mentre Chailly gode di notorie simpatie anche in persone che contano.
    Tutto si basa sul presupposto, che a me pare scontato, che Barenboim faccia le valige (o valigie? – credo siano buone tutte e due le versioni) insieme a Lissner alla fine del 2014.
    Pereira e Chailly sarebbero quindi gli artefici della mega-stagione Expo, nella quale verrà esibito tutto il ciarpame giacente nei magazzini della Scala. Come aperitivo avremo a fine 2014 ancora una volta Domingo nell’orrendo Simone, che Barenboim ha ceduto al buon Ranzani.
    Concordo sul fatto che la scelta di Chailly è in prospettiva retrograda e si adatta alla pigrizia mentale e operativa del baraccone, soprattutto se lui manterrà anche l’incarico a Lipsia e quindi non potrà buttarsi a corpo morto nella gestione Scala, come fece Muti con risultati altalenanti e finale catastrofico.
    La cosa più umiliante è la storia dell’italianità: se Thielemann, ad esempio, avesse accettato una proposta (cosa che mi parrebbe altamente improbabile) sarebbe inciampato nel veto xenofobo. Mi direte: ma come dirige Verdi o Rossini Thielemann? Non lo so, ma fino a ieri sera ero convinto che Kaufmann non fosse un grande tenore verdiano; dopo aver sentito ieri sera l’Ingemisco e “O tu che in seno agli angeli” mi sono prontamente ricreduto.
    Il Primo Teatro d’Opera del Mondo? Bah…

  12. Gabriele Baccalini ottobre 22, 2013 a 12:50 pm #

    P.S. Il fatto che “gli ambienti vicini a Chailly” abbiano smentito che siano state prese decisioni, quanto meno da parte del diretto interessato, si spiega con il modo incredibilmente becero con cui il Corriere ha fatto lo “scoop”, tra l’altro quindici mesi prima che possa essere presa dal nuovo Sovrintendente qualsiasi decisione formale. Magari non hanno nemmeno discusso degli emolumenti e “benefit” di Chailly.
    Non so perché il blog ha listato a lutto il mio intervento precedente, forse ha un’intelligenza artificiale che gli permette di usare colori adeguati al contenuto dei commenti.

  13. lavocedelloggione ottobre 22, 2013 a 2:24 pm #

    Bacca, sei unico! In quanto all’intelligenza artificiale del blog, speriamo che in futuro non si metta a scrivere commenti autonomamente sfuggendo al controllo! Baci baci
    P.S. Riguardo invece all’ottava chaillyana compare ora sul sito della Verdi anche la data del 21 novembre, con un ritocchino al costo del biglietto, che è diventato ora di 70 euro!

  14. marco vizzardelli ottobre 29, 2013 a 5:51 pm #

    Apprendiamo oggi dell’addio di Barenboim a partire dal 2015 e di un certo “balletto”, ancora in corso, fra l’annunciato arrivo di Chailly e voti favorevoli di una parte dell’orchestra per Luisi. Stiamo a vedere.
    A fine dicembre 2014, Barenboim “lascia”. In mezzo ci saranno, ancora, La Sposa dello Zar, Così Fan Tutte, Fidelio. Tentiamo un bilancio di quanto è accaduto fin qui. All’attivo: Tristano su tutto e Wagner in genere.La Tetralogia è stata in parte compromessa dalla messa in scena, ma mi sembra decisamente ascrivibile all’attivo di Barenboim.
    Sul piano del costume, all’attivo: indubbie capacità comunicative, e l’apertura (ben diversa dagli anni della precedente Scala narcisa e introflessa!) a contributi di colleghi illustri (il ritorno di Claudio Abbado e la signorilità mostrata quella sera da Barenboim lo hanno sicuramente visto apprezzato protagonista) e a giovani di valore (anche se ha avallato l’inaccettabile trattamento riservato dall’orchestra al suo allievo Wellber). Dato che la comunicativa è un suo forte (quando riveste il ruolo pubblico, in tv, in concerto, in conferenza) non sarebbe stato male qualche sorriso, o moto educato in più, all’uscita dai camerini davanti al normale pubblico che ti applaude.
    Sul piano musicale, il pianista ha alternato – come sempre, del resto – “momenti” ed episodi di genio a esibizioni buttate lì alla carlona (fa parte del “personaggio”). Il direttore ha ribadito e rafforzato il personale feeling con Wagner, ma il resto, nell’insieme, è parso dimenticabile. In Verdi, la sua Aida non fu forse apprezzata come doveva: era decisamente originale e interessante, pur discutibile. Ma di particolare bruttezza è stato l’esito di Simon Boccanegra (in un teatro che vanta un precedente storico al riguardo) , che sarebbe meglio non riprendere anche se porterà soldini nelle casse della Scala.
    Il “punto” in cui Barenboim è stato più deficitario è non esser stato (salvo nella personale adesione al linguaggio di Wagner, che ha trascinato i complessi scaligeri) di quasi nessun aiuto all’orchestra, che è come fosse passata da un eccesso all’altro. Con l’ultimo Muti, a furia di “coprire” il suono, ronzava e bisbigliava senza mai liberarlo, come fosse “prigioniera”. Con Barenboim lo ha “aperto” ma è sfociata (spesso e come impostazione generale) nel fracasso brado e piuttosto anarchico. In tal senso, l’eventuale arrivo di Chailly mi preoccupa, visto che, ultimamente (stando alle apparizioni scaligere) ha manifestato questa stessa tendenza “sonora”. Né mi pare che Luisi (grande mestiere ma il controllo del suono non mi è parso il suo maggior pregio) offrirebbe garanzie in tal senso. A parte la mia preferenza complessiva, nel ruolo, a) per un giovane (oggi in Italia soffriamo di gerontomania, sarebbe bello che almeno la Scala ne fosse immune), b) per Daniele Gatti (ma vado concludendo che è molto meglio per lui venire da ospite, visto l’ambientino), mi sembra che, stando alla storia di questi decenni dell’orchestra, il direttore che ne ha più liberato il suono riuscendo nello stesso tempo a disciplinarlo, e quello più “formativo” per l’orchestra, sia stato Myung -Whun Chung, che ha sempre avuto ottimo feeling con l’orchestra medesima e che non vedrei affatto male nel ruolo di stabile, per tecnica e completezza di repertorio (lo scorso anno a Venezia è sortito molto bene, in contemporanea, da Otello e Tristano, e non è da tutti). Ma mi pare che, rispetto ai miei pensieri, gli orientamenti siano diversi. Sembra lo vogliano piuttosto attempato, abbastanza routinier ed esclusivamente italiano. Son tempi di risacca…

    marco vizzardelli

  15. marco vizzardelli ottobre 29, 2013 a 6:12 pm #

    P.s. Reduce dall’esaltante ascolto di Peter Grimes a Santa Cecilia, che segue e conferma quello di UN Ballo in Maschera di questa primavera, aggiungo che sogno proibito sarebbe avere il massimo direttore d’opera vivente, Tony Pappano, come stabile alla Scala, ma che gli auguro di tutto cuore di rimanere dove sta, a Roma a Santa Cecilia dove ha forgiato un’orchestra di VERO livello internazionale, e dove sanno amarlo, apprezzarlo e riconoscerne i meriti molto più di quanto – ahimé – avverrebbe nel difficile ambiente di via Filodrammatici e in quello viperesco della milanesità, più o meno massonica, circostante, da via Solferino ad altrove…

    marco vizzardelli

    • masvono ottobre 29, 2013 a 7:21 pm #

      Quoto completamente Vizzardelli. Aggiungo solo la notazione che la Scala, vero specchio del peggio d’Italia, funziona benissimo la parte “destruens” e per nulla la parte “construens”. Si Sa infatti per certo chi non ci sarà più . Al contrario non si Sa se è quando ci sarà qualcuno. Pereira é, grazie ai sindacati, formalmente annullato e Chailly molto annunciato ma il diretto interessato non fa altro che smentire.
      Saluti

      -MV

  16. proet ottobre 29, 2013 a 9:24 pm #

    una cosa è certa: Baremboim è un furbo.
    taglia la corda giusto un attimo prima del disastro annunciato dell’Expo.
    evento che, oltre a condurre le città alla rovina, costerà certamente caro, in termini di consenso politico, sia all’attuale Sindaco nonché Presidente del CdA scaligero sia all’eventuale nuovo Direttore Musicale, chiunque sarà…

  17. marco vizzardelli ottobre 30, 2013 a 11:38 am #

    Ascriverei fra i meriti di Barenboim anche la direzione di Carmen (su spettacolo di Emma Dante che scandalizzò le cariatidi milanesi ma a me piacque assai e con la splendida coppia Kaufmann-Rachevishvili).
    Lohengrin mi è parso eccelso per lo strepitoso Kaufmann e l’intelligentissimo spettacolo di Guth, ma non mi è sembrato la miglior direzione wagneriana di Barenboim, qui meno incisivo che in Tristano o Tetralogia.
    In quest’ultimo anno c’è stato “l’evento” di quella Messa da Requiem di Verdi che non ho ascoltato, ma che, nell’incisione, non mi convince del tutto né mi leva l’impressione di operazione commerciale ben pubblicizzata (per carità, si può fare…)
    Tipico del bilancio in chiaroscuro, invece, il ciclo delle Nove Sinfonie di Beethoven. Bene averci pensato, ma se poi, la realizzazione è “buttata lì” in qualche modo, provando un po’sì un po’ no, allora… come “diceva” il titolo di un famoso testo di Gianandrea Gavazzeni…

    marco vizzardelli

  18. marco vizzardelli novembre 1, 2013 a 11:08 am #

    Ero a Parma alla due giorni Gatti-National de France, mi sembra che i termini “un Verdi e un Wagner come alla Scala si sognano” sintetizzi perfettamente ciò che abbiamo ascoltato. Abbiamo, in particolare, ascoltato un’orchestra che, di suo, ha grande “pesronalità” ma non sarebbe così superiore, per potenzialità, al complesso scaligero (qualche imperfezione c’è, non è una macchina da guerra tipo le massime tedesche o americane) ma nelle mani di Gatti, rispettata la “personalità” del suono arrotondato, del tipico “flou” francese, delle mezzetinte, dei colori, ha imparato a suonare CON ASCOLTO RECIPROCO dei vari settori (vero, Scala?). Quel che Gatti ha dato, nel concerto Verdi-Wagner e con i quattro cantanti (Cedolins, Simeoni, Meli , Pertusi) nella successiva Messa da Requiem, è un esempio di cosa significhi CONCERTARE, con una cura e una proporzione fra le quattro voci, il coro e gli strumenti quale ben di rado si ascolta. I quattro cantanti e gli strumentisti e il coro erano guidati e “proporzionati” con autentico amore. E con una profondità e libertà, di fraseggi, d’espressione, da interprete in stato di grazia, che si sono manifestate in entrambi i concerti
    Credo che oggi, fra i direttori viventi nati dopo Claudio Abbado, solo due abbiano la statura, culturale oltreché tecnica, per affrontare a tale livello sia Verdi che Wagner (nonché Puccini, l’opera del ‘900): Antonio Pappano e Daniele Gatti: il Grimes romano e questi concerti parmensi di Gatti hanno ribadito l’eccezionalità di entrambi.
    C’erano a Parma diversi critici abbastanza perplessi per le (annunciate) scelte scaligere. E’ arduo non esserlo.
    Ma devo dire, ancora una volta, con amarezza, che ritengo un bene tanto per Gatti quanto per Pappano limitarsi a venire alla Scala come ospiti, stante la difficoltà (eufemismo) dell’ambiente, il pessimo ruolo incarnato dal maggior quotidiano cittadino, la viperesca “distruttività” di un ambiente (da frange di loggione ad alcune logge cittadine) che non riesce a slegarsi dai giochini poiltici e/o, per l’appunto, “di loggia” o di parte, di piccolo calibro.
    I nomi “di qualità” per la Scala erano quei due. Oppure, in un’Italia gerontofila, sarebbe stata meritevole una scelta (e faccio almeno un nome: Daniel Harding, fra qualche tempo potrebbe esserlo Bignamini se il cammino proseguirà come iniziato) che ripetesse “il coraggio d’anima giovane” dimostrato a suo tempo incaricando i trentacinquenni (o giù di lì) Claudio Abbado prima, Riccardo Muti poi. Ma sembrano tempi lontani anni luce: siamo in anni di “risacca” e alla Scala sembra passare una linea di, sia pur nobile, routine, là dove, in particolare, l’orchestra avrebbe grande bisogno di trovare una guida realmente autorevole (che non significa “autoritaria”). Che ridia forma al suono (che non significa formalismo ma proporzione), ascolto reciproco, e ENTUSIASMO (svegliandola da una certa pigrizia,culturale e non). Tutto ciò che, dal suono attuale sempre forte, disordinato e tendenzialmente brado dell’orchestra scaligera attualmente non risulta, alle orecchie di chi ascolta.
    E una guida che ridia al Teatro alla Scala – nei fatti, non a parole – un ruolo di vera eccellenza. Non uno di ripeto – sia pur nobile (non sempre) e invecchiata routine. E’ già abbastanza vecchio, in Italia, il resto della Società, senza che la Scala se ne faccia, pigramente, specchio.

    marco vizzardelli

  19. marco vizzardelli novembre 1, 2013 a 11:12 am #

    Ero a Parma alla due giorni Gatti-National de France, mi sembra che i termini “un Verdi e un Wagner come alla Scala si sognano” sintetizzino perfettamente ciò che abbiamo ascoltato. Abbiamo, in particolare, ascoltato un’orchestra che, di suo, ha grande “pesronalità” ma non sarebbe così superiore, per potenzialità, al complesso scaligero (qualche imperfezione c’è, non è una macchina da guerra tipo le massime tedesche o americane) ma nelle mani di Gatti, rispettata la “personalità” del suono arrotondato, del tipico “flou” francese, delle mezzetinte, dei colori, ha imparato a suonare CON ASCOLTO RECIPROCO dei vari settori (vero, Scala?). Quel che Gatti ha dato, nel concerto Verdi-Wagner e con i quattro cantanti (Cedolins, Simeoni, Meli , Pertusi) nella successiva Messa da Requiem, è un esempio di cosa significhi CONCERTARE, con una cura e una proporzione fra le quattro voci, il coro e gli strumenti quale ben di rado si ascolta. I quattro cantanti e gli strumentisti e il coro erano guidati e “proporzionati” con autentico amore. E con una profondità e libertà, di fraseggi, d’espressione, da interprete in stato di grazia, che si sono manifestate in entrambi i concerti
    Credo che oggi, fra i direttori viventi nati dopo Claudio Abbado, solo due abbiano la statura, culturale oltreché tecnica, per affrontare a tale livello sia Verdi che Wagner (nonché Puccini, l’opera del ’900): Antonio Pappano e Daniele Gatti: il Grimes romano e questi concerti parmensi di Gatti hanno ribadito l’eccezionalità di entrambi.
    C’erano a Parma diversi critici abbastanza perplessi per le (annunciate) scelte scaligere. E’ arduo non esserlo.
    Ma devo dire, ancora una volta, con amarezza, che ritengo un bene tanto per Gatti quanto per Pappano limitarsi a venire alla Scala come ospiti, stante la difficoltà (eufemismo) dell’ambiente, il pessimo ruolo incarnato dal maggior quotidiano cittadino, la viperesca “distruttività” di un ambiente (da frange di loggione ad alcune logge cittadine) che non riesce a slegarsi dai giochini poiltici e/o, per l’appunto, “di loggia” o di parte, di piccolo calibro.
    I nomi “di qualità” per la Scala erano quei due. Oppure, in un’Italia gerontofila, sarebbe stata meritevole una scelta (e faccio almeno un nome: Daniel Harding, fra qualche tempo potrebbe esserlo Bignamini se il cammino proseguirà come iniziato) che ripetesse “il coraggio d’anima giovane” dimostrato a suo tempo incaricando i trentacinquenni (o giù di lì) Claudio Abbado prima, Riccardo Muti poi. Ma sembrano tempi lontani anni luce: siamo in anni di “risacca” e alla Scala sembra passare una linea di, sia pur nobile, routine, là dove, in particolare, l’orchestra avrebbe grande bisogno di trovare una guida realmente autorevole (che non significa “autoritaria”). Che ridia forma al suono (che non significa formalismo ma proporzione), ascolto reciproco, e ENTUSIASMO (svegliandola da una certa pigrizia,culturale e non). Tutto ciò che, dal suono attuale sempre forte, disordinato e tendenzialmente brado dell’orchestra scaligera attualmente non risulta, alle orecchie di chi ascolta.
    E una guida che ridia al Teatro alla Scala – nei fatti, non a parole – un ruolo di vera eccellenza. Non uno di ripeto – sia pur nobile (non sempre) e invecchiata routine. E’ già abbastanza vecchio, in Italia, il resto della Società, senza che la Scala se ne faccia, pigramente, specchio.

    marco vizzardelli

  20. proet novembre 1, 2013 a 3:08 pm #

    Vizzardelli ma perché il Teatro non dovrebbe essere lo specchio di una Società?
    E poi, se parliamo di vecchiezza in termini anagrafici, lei che gira tanto, ma si è accorto di qual è l’età media dei frequentatori di teatri e sale da concerto non solo in Italia ma anche altrove?
    Ormai persino ai Festival Jazz non si vedono altro che signori brizzolati ed eleganti dame con l’hennè e qualche accessorio etnico, sonno gli unici che possono permettersi il prezzo del biglietto o del viaggio per raggiungere la location del concerto.
    Ormai la Società giovane non sa neppure cosa voglia dire avere disponibilità economica, dunque stipendio sicuro e dunque carta di credito per la prenotazione via internet e via dicendo per potersi permettere di nutrire le proprie curiosità culturali e artistiche.
    In un mondo così qualsiasi sovrintendente sia chiamato alla Scala non può far altro che intraprendere la via del marketing e del turismo assecondando proprio quel pubblico “vecchio” e tendenzialmente ignorante o competente a grandi linee, cosa vuole che gli importi se l’orchestra suona bene o male, se abbia o no suono arrotondato e mezze tinte, se ne accorge giusto lei e altri 4 che scrivono qui dentro più altrettanti in altri luoghi.
    Quelli devono far quadrare conti già pesantemente disastrati e le loro scelte sono finalizzate a quello.
    Il resto del mondo, giovane e anche no, sta proprio altrove, grandi masse rimambite davanti alla televisione o nei centri commerciali, sparute minoranze a creare nuove forme di vita e dunque anche nuove musiche e nuovo teatro musicale che alla Scala non ci entrerà mai e tuttalpiù si accorgeranno di loro per la Biennale di Venezia (se ancora ci sarà) del 2027…

  21. masvono novembre 1, 2013 a 4:47 pm #

    Fino a quando La Scala non dimezzerà il suo terrificante organico (basti pensare all’assurdo numero di amministrativi, tecnici e dirigenti) eliminando altresì le deliranti prebende contrattuali, figlie delle “regalie” anni ’70 e ’80, non si riusciranno ad avere biglietti a prezzi normali,non si permetterà alla “città” di accedere e ci si accontenterà di avere “code” quelle volte (una ogni dieci anni) in cui il teatro “apre alla cittadinanza” (vuol dire che di norma é chiuso) permettendo a chiunque di entrarci. Come la plebe ricevuta a Versailles, con “Ooohh” di meraviglia e stupore.
    Saluti.

    -MV

  22. marco vizzardelli novembre 1, 2013 a 4:55 pm #

    Esistono realtà che non operano esattamente così. Santa Cecilia dà abbastanza ragione a Proet quanto alla frequentazione ma non definirei “turistici” i programmi e gli interpreti.
    E Proet, io lo so che se le nomino l’Orchestra Verdi lei si adonta per altri motivi, però quella davvero ha un pubblico di tutte le età dai bambini agli anziani e fa scelte di programmi d’ogni genere dal barocco al contemporaneo. Mi spaventa sempre un po’ la sua negatività a tutto campo. C’è anche del buono e del molto buono, in giro.
    A proposito, già che in questo intervento sono buonista, ferme restando le riserve di cui sopra, ribadisco la mia speranza che, quanto meno, Chailly (mentalmente aperto, come dimostra l’attività) associato a Pereira garantisca molteplicità di altri interventi di tanti direttori di valore. Quanto a Luisi, è buon direttore e persona sicuramente stimabilissima sul piano umano (vedasi anche quanto sta facendo a Genova), e vergognosamente denigrata da Isotta, il che è un merito e un onore (c’è un elenco di denigrati illustri).
    Secondo me, visto il recente “ballottaggio” su questi due, ci sarebbero state scelte più incisive, per i motivi che ho più volte elencato. Tutto qui.

    marco vizzardelli

  23. proet novembre 1, 2013 a 7:29 pm #

    sì, è vero sono negativo ma tanto quanto lei, Vizzardelli, ma per ciò che riguarda l’Italia, da una parte, e il destino della musica cosiddetta classica in genere.
    e guardi che fra i brizzolati, da una parte e dall’altra della barricata, ormai ci sono anch’io.
    detto questo sulla Verdi penso vi siano luci e ombre, conosco alcune persone che ci lavorano e io ho stesso ci ho avuto a che fare in un ormai lontano passato, dunque forse sono prevenuto ma non mi convince del tutto, non mi piacciono le situazioni “divulgative”, non per snobismo ma perché credo che la curiosità vada alimentata con la mancanza e non con la sovrabbondanza. sono anni che si parla di concerti per i bambini, educazione musicale diffusa, la Scala per i giovani etc etc…
    ma la situazione resta quella di sempre e il pubblico sempre quello, brizzolato o in via di brizzolamento.
    per quello apprezzo MiTo, al di là delle scelte artistiche, prevedibili o revivalistiche o sempre uguali.
    però c’è un’idea di mischiare linguaggi diversi in un unico contenitore che alla fine, da quel che ho visto anche quest’anno, favorisce, senza intenti divulgativi, l’accesso di pubblici diversi e la diffusione di cose nuove o sconosciute, senza troppe barriere o senza troppi programmi concepiti solo con l’idea di avvicinare la “grande” musica al “piccolo” pubblico ignorante e deferente.
    poi io sempre seguo diverse scene europee, almeno virtualmente.
    e da quello che vedo, il brizzolamento è una tendenza forte anche lì ma ragazzi! almeno c’è una varietà di programmi e di idee, anche nei teatri non troppo grandi (Lyon che ha scommesso su Montanari ma anche Toulouse, Bruxelles e molte altre anche più sperimentali come la Neue Oper di Vienna o la English National Opera di Londra, per non parlare del mondo scandinavo, in pieno fermento) che è consolante e giustifica pienamente l’intervento pubblico.
    qua invece siamo solo allo star system, ai “grandi eventi”, al “teatro più importante del mondo”, a Santa Cecilia, Strasburgo e le tournée in Giappone e sempre con le solite solfe padane o nibelunghe, soffocanti e lontanissime ormai dall’esperienza di ascolto di chiunque sotto i 50 anni e anche di molti al di sopra.
    Chailly certe cose la ha intuite, almeno a giudicare da una sua intervista alla Stampa di qualche settimana fa, ma è un po’ una vecchia cariatide anche lui e temo che declinerà il tutto solo con qualche occasionale evento giovanilistico bollaniano e/o televisivo, meglio se pompato da qualche major.
    poi vedremo come va a finire ma io mantengo la mia previsione, al di là delle smentite e dei maneggi del Corriere, sui quali sono perfettamente d’accordo con lei e tutti gli altri qui dentro, massoneria o meno…

  24. proet novembre 1, 2013 a 7:46 pm #

    errata corrige: nel commento qui sopra al posto di Strasburgo leggasi Salisburgo…

  25. marco vizzardelli novembre 2, 2013 a 10:29 am #

    Certi aspetti di MiTo piacciono anche a me, altri no. Non quando lo staff dirigenziale avalla i maneggi del Corriere della Sera sul Teatro alla Scala

    marco vizzardelli

  26. marco vizzardelli gennaio 29, 2014 a 1:42 pm #

    Se si seguono un po’ gli spettacoli musicali, i relativi commenti, e la vita musicale in Italia, si nota la “coincidenza” di alcune evenienze.
    Ad esempio, provate a chiedervi: è un incompetente il Cammarano che su Opera Click recensisce con entusiasmo la Clemenza di Tito attualmente in scena a Venezia e sono incompetenti i critici di quasi tutta la stampa che si è unita all’elogio, o incompetente (per non dire altro) è il noto critico di un noto giornale il quale oggi si scaglia contro tutto lo spettacolo insultando ( non è critica) il direttore Dantone più l’assente Diego Matheuz, “colpevole” di essere protetto da… (chi? un morto?roba da matti!) più i registi più tutta la direzione artistica della Fenice, in base al fatto, sottinteso ma noto a tutti, che i registi Hermann furono nemici storici dell’ idolo di tale “critico”? La ulteriore domanda che sorge logica sarebbe in realtà: come mai, da anni e anni, tutto è concesso a questo “critico”, autore fra l’altro in questi giorni – recente episodio – di vergare e veder pubblicato un vergognoso epitaffio in forma di wikipedia, che segue altri vergognosi epitaffi a cura del personaggio?
    Ci spostiamo a Cagliari, e assistiamo al grande ritorno. Uno, più uno. Ci spostiamo a Roma, e… uno più uno più uno: secondo il noto e sunnominato “critico” si tratterebbe, da qualche tempo a questa parte, di un teatro divenuto, improvvisamente – da un certo momento in poi – modello per tutti gli altri (anche se non si direbbe che i problemi manchino). Uno, più uno, più uno.
    Questa è l’Italia. Anzi, no: esiste un’altra Italia, che dovrebbe cominciare a parlar chiaro e magari a difendersi. Alla Scala – magari sbagliando qualcosa nel metodo e nella forma, e non sfruttando appieno un’occasione d’oro (scritti razzisti del noto personaggio) – Stephane Lissner ha provato, con coraggio, a far presente la problematica. Da quel momento è stato sottilmente massacrato sulle note pagine milanesi. Fino a quando? Fino a che punto?
    Alla Scala , li abbiamo conosciuti tutti, per anni. Non mollano. Sono sempre in campo, ai rispettivi posti di combattimento.
    Spero che la Scala di Pereira e Chailly non s’inchini.

    marco vizzardelli

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