11 Ott

Don Carlo

Giuseppe Verdi

 

Produzione Teatro alla Scala
 Dal 12 al 29 Ottobre 2013

Durata spettacolo: 4 ore e 06 minuti inclusi intervalli

Direzione 

Direttore
Fabio Luisi
Piergiorgio Morandi (29)
Regia e scene
Stéphane Braunschweig
Costumi
Thibaut Van Craenenbroeck
Luci
Marion Hewlett
 

CAST 

Filippo II, re di Spagna
René Pape (12, 16, 19, 23, 26)
Štefan Kocán (29)
Don Carlo, Infante di Spagna
Fabio Sartori
Rodrigo, Marchese di Posa
Massimo Cavalletti
Il Grande Inquisitore, cieco nonagenario
Štefan Kocán (12, 16, 19, 23, 26)
Rafal Siwek (29)
Un frate
Fernando Rado
Elisabetta di Valois
Martina Serafin
La Principessa d’Eboli
Ekaterina Gubanova
Tebaldo, paggio d’Elisabetta
Barbara Lavarian
Il Conte di Lerma
Carlos Cardoso
Un araldo reale
Carlo Bosi
Voce dal cielo
Roberta Salvati
Deputati fiamminghi
Ernesto Panariello, Simon Lim, Davide Pelissero, Filippo Polinelli, Federico Sacchi, Luciano Montanaro
 

2 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli ottobre 14, 2013 a 1:34 am #

    Alla “prima” della ripresa del Don Carlo-Braunschweig, c’è stato un momento che ha fatto da spartiacque fra una rappresentazione medio-buona un po’ triste, e una molto buona: l’Ella Giammai M’Amò, straordinario, struggente, memorabile, di René Pape. Cantato, anzi ANIMATO a fil di labbra, con dinamica sorvegliatissima, con un senso della parola, dei significati, del cuore, di TUTTO ciò che è il re Filippo, da lasciar commossi. Ed è scoppiata, giustamente, la sola vera ovazione della serata, per un basso che non fa spettacolo gratuito, non tira fuori i muscoli, ma fa parola, gesto e musica = fa Verdi. Straordinario, nell’aristocrazia e nell’umanità dei gesti, della parola, del canto, il Filippo di Rene Pape.
    Dopodiché: questo Don Carlo ha, dal suo inizio, non adesso, un peccato originale: che non fu Filianoti, che non fu Daniele Gatti cui furono addossate colpe mentre la sua direzione era, allora, il meglio del tutto. Il peccato originale è un allestimento punitivo e brutto (che brutte luci, che brutti fumi, che atmosfera dimessa!). Che Don Carlo non sia una opera comica, diciamo allegrona, è ovvio. Ma non può esser triste per mancanza di “teatro”. E qui, come allora, i poveri valorosi cantanti (è buona, a tratti molto buona questa compagnia) sono costretti a vagare e gesticolare, più o meno disperatamente, in un quasi nulla drammaturgico, il non-spettacolo di Braunschweig: minimalismo pauperistico pseudointelligente, il cui solo movimento teatrale consiste negli estenuanti, ripetuti cambi di scena con pausa, atti a mettere in palcoscenico parallelepipedi: il resto, compresi fanciullini che doppiano i personaggi, sono espedienti stanchi prima d’esser nati. Bisognerebbe, non solo alla Scala, chiedersi perché allestimenti bellissimi – ce ne sono! – vivono una volta sola, mentre brutture come questa e (peggio ancora!) l’orrida Tosca di Bondy fischiata in tutto il mondo, vengono ripresi.
    Detto questo, la novità, qui, è Fabio Luisi. Che, prevediamo, verrà massacrato per odio personale dal noto critico Tristanal und Isolde del giornale Abendfuhrer, in quanto il Luisi non risulta avere dei bei piedi, né la mascella volitiva, né essere un bel fusto; né la bacchetta, stando fra le sue dita, risulta bagnarsi di piacere in un orgasmo. E in più sarebbe colpevole di atroci nefandezze – appropriazione indebita di podio – presso il Metropolitan di New York, peraltro rigorosamente smentite dal Metropolitan medesimo. Robe da matti: anzi, da ricovero. Questo diciamo perché il Luisi, in caso d’insulti, sappia da chi provengono, ma pensiamo lo sappia da solo, benissimo. Semmai, è al giornale dell’Abend (= Sera) che non forse non si rendono conto delle boiate che da tempo stanno avallando. Detto questo, chi qui scrive, il Luisi di questa prima rappresentazione della ripresa ha convinto a metà. Nella sua direzione c’è tanta, ma veramente tanta, cultura europea della musica. E’ un Verdi che risuona di di tanta contemporaneità europea, com’è giusto che sia Don Carlo. E qui c’è il Luisi che sa di Italia, e di Germania , e di Francia: di Europa. Ma, sul piano pratico ci sono problemi. Qualcuno notò, in occasione di Manon, il suono forte. Succede anche qui. Dove la dinamica d’orchestra si eleva, a tratti “copre”: e copre, o circonda le voci di un suono tendenzialmente monocromo, un po’ grigio: Don Carlo è scuro – i colori sono bagliori di tenebra, ma non grigio. Ancora: se nei duetti, quartetti, concertati, la voce più affascinante e imponente (ma anche “problematica”) del cast – Martina Serafin, Elisabetta – tende a “sforare” sulle altre, starebbe al direttore intervenire, proporzionare. Forse accadrà alle repliche (l’impressione è che, a questa prima, mancasse una vera rifinitura d’insieme). Lo speriamo: la Serafin dona, a parte Pape, un altro momento stupendo: il Tu Che le Vanità, dove, interpretando alla grande, dimostra di sapere e potere modulare e moderare il canto anche in acuto. E’ una donna bellissima e ha una rara autorità scenica. La voce, fra morbidezze e durezze da usare espressivamente, è di grande fascino, ed è – vivaddio, ci si lamenta che mancano! – davvero verdiana nell’importanza, Va adoperata bene, da lei stessa e da chi la dirige, per salvaguardare l’espressione e la potenza senza scadere nell’urlo, qui a tratti presente. A una Elisabetta così regale, nella presenza e nella voce, quale la Serafin comunque esprime, l’urlo non serve.
    Per il resto: Gubanova fa metà di una grande Eboli (il Velo) e metà di una buona Eboli (O Don Fatale): elegante, espressiva, non ancora impeccabile ma piuttosto lodevole, nella media di oggi, anche la pronuncia italiana. Sartori si dà, con generosità e canto sicuro: manca il personaggio, l’Infante che – in quel termine – nessuno può esprimere, nell’accento verginale, come seppe fare Carreras a voce meravigliosa ancora integra. Sartori non ha quel colore, quell’accento “verginale”. Ma va in porto,sicuro. Invece è ancora un po’ “infante” la vocalità e l’espressività di Massimo Cavalletti, Posa:ma la voce è una promessa. Nella media il Grande Inquisitore di Kocan. Una nota: la voce dal cielo di Roberta Salviati risulta, acusticamente, venire più da Largo Cairoli che dal Cielo: dove è stata messa? Forse è da rivedere la collocazione. Conclusione: è un Don Carlo di pregi musicali da inquadrare alle repliche. Pape, il meglio della Serafin e il meglio d’una direzione comunque di livello e una compagnia comunque compatta nel complesso compensano un assestamento non perfetto e l’irrimediabile, questo sì, nonostante qualche miglioria rispetto alla prima volta, grigiore di fondo dell’allestimento scenico-registico.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli ottobre 14, 2013 a 10:48 am #

    La realtà del noto quotidiano di via Solferino supera ormai l’immaginazione. Abbiamo, oggi, la recensione di Don Carlo a cura del noto personaggio senza che venga fatto il nome del direttore. Ormai la turba personale si sovrappone anche al più elementare compito d’informazione ai lettori. Non solo: l’articolo si chiude con un insulto, gratuito e di pessimo gusto, allo scomparso Carlo Maria Giulini, responsabile di una delle incisioni di Don Carlo notoriamente considerate “di riferimento” da appassionati e critica. Siamo, direi, al “caso” psichiatrico di avanzata gravità. E questo avviene, con degenerazione progressiva e, a quanto sembra, inarrestabile, sulle pagine di quello che, per storia e ruolo, è stato il quotidiano di riferimento a Milano e non solo.

    marco vizzardelli

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