3 Ott

Dal Corriere della Sera di ieri, 2 ottobre:

Il caso – Malumori al ritorno dal viaggio in Giappone nonostante i numeri da record: tutto esaurito per le venti recite

Scala, protestano coro e orchestra «A Tokyo tournée deludente»

Lettera al sindaco: troppo marketing, sacrificata la qualità L’accusa «Ben poco hanno potuto fare i due direttori coinvolti per la mancanza di figure autorevoli che vigilassero»

34 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione ottobre 3, 2013 a 8:22 am #

    Mi sembra molto importante aprire un dibattito su questo tema, sollevato da Orchestra e Coro, al ritorno dalla tournée in Giappone.
    Riporto intanto l’articolo pubblicato ieri dal Corriere, a firma di Annachiara Sacchi

    Il messaggio è violento: «Troppo marketing, poca qualità artistica». In Giappone hanno incassato gli applausi e il costante tutto esaurito. A Milano, smaltito il fuso orario e dimenticati inchini, sayonara e toni trionfali, è rimasta la rabbia: la tournée della Scala nel Sol Levante (appena conclusa) non è stata «un?operazione di esportazione culturale, ma un?offerta di luoghi comuni internazionali». Questo hanno scritto orchestra e coro in una lettera datata 30 settembre e indirizzata al presidente della Fondazione Scala, il sindaco di Milano Giuliano Pisapia. Poche righe dalla forma impeccabile e dai toni durissimi: «Il progetto commerciale è stato brutalmente anteposto alla scelta qualitativa». È stata comunque la tournée dei record. Venti recite sold out; Falstaff nella nuova regia di Robert Carsen diretto da Daniel Harding; Rigoletto e Aida (questa in forma di concerto) guidate da Gustavo Dudamel; cinque recite del balletto Romeo e Giulietta ; quattro concerti sinfonici; 462 persone impegnate negli spettacoli che si sono susseguiti dal 4 al 25 settembre tra Tokyo, Osaka, Nagoya; 53 mila spettatori, un esercito di fan su Twitter e Facebook. Grande programma e grande cast per l?ottava presenza della Scala in Giappone dal 1981. Eppure, a freddo e intra moenia , orchestra e coro non se la sono sentita di fare finta di nulla. Lunedì, pochi giorni dopo il rientro, hanno inviato la loro lettera a Pisapia. In copia, al consiglio di amministrazione del teatro e al sovrintendente e direttore artistico, Stéphane Lissner.Prima staffilata, il programma. Più da festival del bel canto che da «teatro più importante del mondo». «Fino a oggi la Scala in Giappone ? comincia la lettera ? si faceva portavoce di un?esportazione culturale di altissimo livello volta a diffondere la particolarità della tradizione musicale italiana. Abbiamo condiviso lo spirito dell?operazione credendoci e sforzandoci di dare il meglio della nostra professionalità, ma siamo costretti a riconoscere una perdita forte di identità tanto culturale quanto artistica: il progetto commerciale è stato brutalmente anteposto, negli schemi e nelle modalità, a quello più alto della scelta qualitativa in termini di accuratezza musicale». Se l?operazione non è naufragata è perché la riuscita è stata «demandata alla serietà di pochi singoli artisti navigati e scrupolosi e all?esperienza dell?Orchestra e del Coro, depositari unici di un senso di responsabilità musicale». È chiaro che con un Leo Nucci, che in questo tour interpretava il suo Rigoletto numero 493, non si potesse andare così male. Ma i nomi importanti non bastano. E infatti, continua lo sfogo, «ben poco hanno potuto fare i due direttori d?orchestra coinvolti (Harding e Dudamel, ndr), sia per la mancanza di tempo, sia per la completa assenza di figure autorevoli che vigilassero». Tradotto, orchestra e coro volevano Lissner. In loco. Quanto meno per evitare una trasferta segnata da «inadeguatezza del livello artistico e banalizzazione di un?idea musicale prettamente italiana quasi facessimo parte di un sistema di svalutazione adatto solo a una volgarizzazione mediatica». Con quell?«offerta di luoghi comuni internazionali di cui la scelta di alcuni cantanti è stato l?apice». Nel cast c?erano, tra gli altri, Ambrogio Maestri, Barbara Frittoli e Daniela Barcellona. Un gioiello che nasconde troppe imperfezioni, ecco la Scala in Giappone. Ma coro e orchestra non si limitano alle proteste: rilanciano indicando alcune condizioni imprescindibili per andare avanti in futuro: «Presenza del sovrintendente e del direttore artistico; rigore nella preparazione dei cantanti; accuratezza nella scelta dei programmi; prove non improvvisate con cast dimezzati e acustiche improponibili; preparazione dei direttori sullo spirito reale della tournée». Se non è una dichiarazione d?amore per la Scala, le si avvicina molto.© RIPRODUZIONE RISERVATA

  2. marco vizzardelli ottobre 3, 2013 a 2:32 pm #

    Coro e soprattutto orchestra dovrebbero essere principalmente preoccupati che venga loro dato un direttore musicale all’altezza.
    O.k. la sovrintendenza, o.k la direzione artistica. Ma mi sembra che, da troppo tempo ormai, si sta bypassando, o rinviando, il “nodo” artistico più importante, visto che di eccellenza artistica si parla. Per quanto tempo ancora, l’orchestra rimarrà semiacefala? (“semi”, in quanto Barenboim non è mai stato un vero “stabile”).

    marco vizzardelli

    • masvono ottobre 3, 2013 a 6:37 pm #

      Qualcuno è in grado di tradurre quella lettera da criptosindacalese ad italiano? Mi si scusi l’espressione ma: che CAZZO VUOL DIRE?
      Grazie….

      -MV

  3. Gabriele Baccalini ottobre 4, 2013 a 11:24 am #

    Oltre che la lettera “sindacalese” di cui non si conosce bene la firma (il Corriere parla di “orchestra e coro”, ma la cosa è un po’ generica), c’è anche la risposta firmata Lissner, Di Freda, Casoni e il Maestro del Corpo di Ballo, di cui non ricordo il nome.
    Tempo fa il blog propose un dibattito sulla domanda: la Scala è malata? Poche risposte e per lo più ispirate a un “ma va là, cosa vi salta in mente?!”
    Oggi cosa diciamo, che la Scala scoppia di salute e si appresta al successo trionfale del suo masimo impegno storico: 150 giorni di fila di spettacoli durante l’EXPO?
    Intanto Lissner e -si presume Barenboim – se la saranno filata all’inglese lasciando la patata bollente in mano a Pereira.
    Quello che scrive MarcoViz è vero, ma non esaurisce tutte le problematiche, di cui mi sono stufato di blaterare al vento.
    Diamo il tutto in appalto al Mito, così ci pensano Micheli e la Colombo e va là che vai bene, come dicono nella bassa pavese.

  4. lavocedelloggione ottobre 4, 2013 a 1:36 pm #

    Vi copierò stasera la risposta di Lissner perché ci deve essere un errore informatico nell’archivio online del Corriere e, pur essendo la lettera di Lissner segnalata fra gli articoli pubblicati ieri, non si riesce ad aprire il testo completo!
    In effetti mi ha stupito che il Corriere pubblicasse una lettera non firmata e ancora più mi stupisce che siano tutti d’accordo, orchestra e coro! Ad ogni modo quando parlavamo noi di Scala che rischia di scadere nel marketing tutti se ne offendevano, adesso invece la campana suona da dentro il teatro, apparentemente! E in ogni caso io non ho capito bene cosa non ha funzionato nella tournée giapponese e che cosa orchestra e coro si augurino che cambi; spero ne nasca un dibattito aperto, ma temo che, a partire dal sindaco, che di rado si vede in Scala, la cosa verrà insabbiata, proprio in vista dell’EXPO che avrà più che mai un’esigenza di marketing!
    Ciao a tutti Attilia

  5. marco vizzardelli ottobre 4, 2013 a 3:59 pm #

    Che il Corriere pubblichi una lettera non firmata di pretestuose accuse a Lissner mi pare perfetto costume corrierese, cioé del Corriere della Sera di questi tempi!
    Ho letto la risposta di Lissner (e dei direttori generale, di coro e Ballo della Scala), che spero Attilia pubblicherà, e mi pare francamente condivisibile!
    La lettera degli anonimi appare, al contrario, altamente pretestuosa e anche antipaticamente criptica, nel dire e non dire.
    Che il Corriere si faccia sede di questi giochini, purtroppo, non è una novità. Ma non sono giochini che fanno bene alla Scala, né alla musica.
    D’altronde, basta leggerlo: in questi giorni ci è stato ricordato in tutte le salse che si DEVE finanziare il MiTo di Micheli, protagonista nei mesi scorsi, sul Corriere, di una intemerata contro Lissner… vi sembra tutto casuale? A me, no.

    marco vizzardelli

    P.S. 1) Certo, non deve essere consolante, per Pereira, intraprendere l’avventura-Scala in un simile covo di vipere. Nè credo che i Gatti o i Chailly eventuali siano molto stimolati a infilarsi in tale covo.
    2) Lissner va comunque concludendo il suo mandato. Nessuno è perfetto, non lo è e non lo è stato neppure lui. Su tanti aspetti si può discutere. Ma su un punto non c’è dubbio: Stephane Lissner ha ereditato una Scala narcisa, provinciale e chiusa in se stessa e ne ha fatto una Scala europea, nelle scelte e nelle presenze.
    Sarebbe dimostrazione di onestà mentale da parte degli orchestrali e coristi della Scala, che si professano così attenti ai valori artistici, nonché da parte del Corriere della Sera & friends, darne serenamente atto.
    Tutto il resto è polemica strumentale, dannosa alla Scala e alla musica.
    3) Una domanda: alla fin fine, l’origine di questo continuo “mestar nel torbido” chi è, o quali ambienti? Sarebbe interessante venirne a capo, una buona volta.

  6. marco vizzardelli ottobre 4, 2013 a 4:41 pm #

    Devo dire che, di questi tempi, quando il Corriere della Sera affronta l’argomento-Scala, mi ricorda irresistibilmente un famoso personaggio d’opera: JAGO.

    marco vizzardelli

  7. lavocedelloggione ottobre 4, 2013 a 5:11 pm #

    Vi trascrivo la risposta di Lissner, firmata anche da Maria di Freda, Bruno Casoni e Makhar Vaziev (direttore del corpo di ballo), pubblicata ieri, 3 ottobre 2013 sul Corriere della Sera, pag 49

    L’arte di autoflagellarsi (anche in tournée)

    Caro direttore, in un momento straordinariamente difficile per il futuro della Scala, in risposta all’appello lanciato dal sindaco Giuliano Pisapia per l’unità del teatro e la compattezza della città intorno ad esso, leggiamo stupefatti sul Corriere della Sera (di ieri, 2 ottobre 2013) una lettera interna indirizzata al sindaco, in quanto Presidente della Fondazione, e ai consiglieri di amministrazione, nella quale “l’Orchestra e il Coro” della Scala, “come rappresentanti di una sensibilità musicale italiana” lamentano che nella recente tournée in Giappone si sarebbero anteposte le ragioni commerciali a quelle artistiche.
    Nella lettera si avanzano alla Sovrintendenza e alla Direzione del Teatro una serie di accuse per mancanze che avrebbero portato, a loro dire, alla rinuncia di una “operazione di esportazione culturale”, in favore di una “offerta di luoghi comuni internazionali”. Peraltro, “la riuscita dell’operazione” – dunque la tournée sarebbe stata comunque un’operazione riuscita – si dovrebbe solo alla “serietà di pochi singoli artisti navigati e all’esperienza dell’Orchestra e del Coro in quanto depositari unici di un senso di responsabilità musicale”.
    Leggiamo stupefatti, ma anche amareggiati, l’ennesimo esercizio di un’arte squisitamente italiana, in tempi di crisi: la volontà e il piacere di autodistruggersi. Più che a noi, questa lettera ad arte messa in pubblico fa male alla Scala, dimostrando un alto tasso di inquinamento sul posto di lavoro. Circostanza del resto non nuova, purtroppo.
    Gli argomenti della lettera potevano e dovevano essere l’oggetto di un confronto aperto, anche duro, all’interno del teatro, condotto di persona, guardandosi negli occhi, come avviene in tutti i teatri e i posti di lavoro del mondo, non di una lettera sostanzialmente senza firme, ricevuta “per conoscenza”. Ma poiché questi sembrano i sistemi di confronto e di comunicazione in vigore anche alla Scala, crediamo sia venuto il momento di sollevare un velo su tante cose finora lasciate sfumare per motivi di serena convivenza.
    La tournée in Giappone. Al di là della loro materialità, i dati dell’enorme successo riscosso – 20 recite in 37 giorni di trasferta, venti tutto esaurito al costo del biglietto più alto che in Giappone si applichi (circa 500 euro) – , sono lo specchio della valutazione di qualità che gli organizzatori e il pubblico riconoscono al Teatro alla Scala, alle sue maestranze, ai direttori e agli artisti ospiti. Se le critiche dei principali quotidiani erano tutte concordemente e fortemente positive (non è sempre stato così), se a ogni recita le platee si alzavano per venti minuti ad applaudire, significa che i Falstaff, i Rigoletto, le Aida, i quattro concerti sinfonici e i Romeo e Giulietta (enorme il successo del balletto) portati in trionfo non erano cosa modesta. A meno che si consideri il pubblico giapponese, che da trent’anni assiste alle tournée anche del Metropolitan di New York e dell’Opera di Vienna, tanto incompetente da lasciarsi incantare da offerte insufficienti. Lascio alla responsabilità dei non firmatari della lettera le conseguenze di una tale interpretazione.
    Ma, appunto, l’”operazione” sarebbe comunque “riuscita” per “l’esperienza dell’Orchestra e del Coro”. E qui si aprono alcuni interrogativi: fra Orchestra e Coro mancavano oltre trenta titolari. Dunque la qualità è stata garantita nonostante certificati medici, aspettative e congedi parentali. E’ curioso leggere accuse di scarso scrupolo e di inadeguata pianificazione da parte di chi, nei tre giorni di riposo compensativo rivendicati al teatro per riassorbire le fatiche della tournée e del jet lag, teneva già un concerto a Parma come Filarmonica, ovvero nell’ambito dell’attività “privata” dell’Orchestra della Scala, e che all’inaugurazione di una stagione sinfonica del Teatro accoglieva un grande direttore “rappresentante di una sensibilità musicale italiana” con un organico dimezzato, riempito di aggiunti. E’ anche strano che a muovere cifrati appunti ai direttori in tournée – Daniel Harding e Gustavo Dudamel – siano musicisti che, in Orchestra, li hanno votati come possibili candidati alla Direzione musicale della Scala. E qui ci fermiamo.
    Questa lettera è incredibilmente sproporzionata rispetto ai problemi di una tournée, che per forza di cose è segnata dalla velocità, dall’ansia e dagli imprevisti. E del tutto spoporzionata rispetto ai nove anni di lavoro in cui questa direzione artistica ha portato al Coro e all’Orchestra direttori come Daniel Barenboim, Claudio Abbado, Pierre Boulez, George Prêtre, Lorin Maazel, Zubin Metha, Riccardo Chailly, Daniele Gatti, Antonio Pappano, Fabio Luisi, Nicola Luisotti, Esa-Pekka Salonen, Philippe Jordan, oltre ad Harding, Dudamel e molti altri ancora che è lungo nominare. Per una qualità generale riconosciuta dagli artisti e dagli osservatori internazionali.
    Non c’è invece alcun dubbio che la lettera faccia parte di una strategia che persegue scopi non chiari. Mentre chiari alla Sovrintendenza e alla Direzione della Scala sono gli obiettivi da perseguire: rispettare gli impegni con i lavoratori, pagare stipendi e integrativi per i quali si fanno giuste battaglie sindacali, consentire a tutte le maestranze di impegnarsi con serenità personale e coscienza professionale per garantire quella qualità che sta a cuore a tutti, e per la quale tutti siamo qui a lavorare, senza distinzioni. In definitiva: chiudere i bilanci in pareggio, condizione senza la quale ogni polemica è sterile e la vita stessa del teatro a rischio. E questo obiettivo raggiunto la Sovrintendenza e la Direzione del Teatro garantiranno anche in questo terribile 2013, dopo aver lavorato in silenzio, senza impartire lezioni, smentendo allarmi anch’essi diffusi ad arte o senza reale conoscenza dei fatti, contrastando attacchi anche esterni di cui questa lettera rischia di far parte, forse senza saperlo.

  8. proet ottobre 4, 2013 a 6:29 pm #

    secondo me quest’anno in Giappone han preso meno soldi a causa della crisi, dunque alcuni hanno chiesto garanzie prima di partire che non ci fossero radiazioni di Fukushima, altri han mandato il certificato medico e chi proprio non ha potuto non partire e prendersi gli 8.000 euro extra invece dei soliti 10.000 (è un’ipotesi sia ben chiaro) ha pensato bene di lamentarsi a causa di qualche cantante fuori forma e di probabili carenze organizzative ormai all’ordine del giorno ovunque, dunque perché non in Scala.
    ancora una volta le maestranze artistiche scaligere si dimostrano completamente fuori dal mondo, malgrado le frequenti tournée.
    si tratta ora di capire se ci sono o ci fanno…

  9. masvono ottobre 5, 2013 a 9:50 am #

    La risposta di Proet mi sembra estremamente realistica.

    -MV

    • lavocedelloggione ottobre 5, 2013 a 11:54 am #

      Io a dire il vero sarei più propensa a ritenere vera l’ipotesi che ci sia sotto MiTo, Micheli e la sua cricca, del resto fanno parte di quell’Italia da “faccendieri” che hanno agito in tutti i campi, dalla finanza (ricordate Sindona?) alla politica (ricordate Gelli?) alla cultura (e qui non cito nessun altro). Insomma squadra e compasso quando non vale una tessera di partito! E l’Expo è alle porte…. Ciao ciao, buon fine settimana! Attilia

      • Marco ottobre 6, 2013 a 4:44 am #

        Perché, Attilia, non fai il nome di questi massoni attivi nel campo della cultura? Fare allusioni senza fare nomi è un discorso vigliacco e disonesto. I nomi si fanno sempre e comunque. Quando non si possono o non si vogliono fare, si deve tacere. Come diceva Wittgenstein, “su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”.
        Marco Ninci

      • Marco ottobre 6, 2013 a 6:19 am #

        No, scusa, Attilia, sono stato maleducato. Mi sono lasciato trasportare. Ma sono cose che non sopporto. Ciao
        Marco Ninci

  10. lavocedelloggione ottobre 6, 2013 a 8:56 am #

    Marco, a volte si può ammettere di non fare nomi in certe sedi, come un blog, dove chi ne ha la responsabilità può anche essere denunciato. Se noi nella vita parlassimo solo e quando avessimo prove documentate da esibire su quello di cui discutiamo come se dovessimo essere sempre pronti ad affrontare un processo per calunnia in tribunale, dovremmo tacere sempre! Ad ogni modo un nome, anzi due te li faccio: Franco di Bella del Corriere della Sera, Angelo Rizzoli… Può andar bene? Baci baci e buona domenica! (sarà mica che eri nervoso perché l’Inter ieri si è preso 3 pappine dalla Roma?) Attilia

  11. lavocedelloggione ottobre 6, 2013 a 9:16 am #

    Marco, ti cito anche questo articolo del Corriere del 18 novembre 1993, non è difficile trovare anche nella carta stampata delle citazioni che indicano persone della cultura come massoni. Il che di per sé non è reato, ma pone quelle persone all’interno di un patto di sangue tale da costituire una rete di protezione “fra simili” che toglie spazio agli altri come minimo, come qualsiasi potere di “lobby” fa!
    Comunque, per stare più vicini a noi, sono convinta che anche l’attuale direttore del Corriere sia massone e così, con ancor maggiore convincimento, il suo critico musicale per eccellenza, a nome Paolo Isotta. Il che, ripeto, non è reato, ma fa “lobby”. E le lobby (per le parole straniere citate in italiano non si fa il plurale, giusto prof Ninci?), si sa, se c’è da dare la scalata a qualcosa, sono pronte ad intervenire. A Milano ora si tratta di dare la scalata all’EXPO e includere in questo “pacchetto” anche la Scala fa certamente gola a qualcuno.

    http://archiviostorico.corriere.it/1993/novembre/18/Siena_tutti_massoni_co_0_9311185951.shtml

    il caso

    Siena: tutti massoni?

    esplosiva rivelazione de ” Il cittadino ” quotidiano di Siena nella massoneria dall’ arcivescovo al Gotha del PDS. 600 massoni all’ ombra della Torre del Mangia. disposto il sequestro nella redazione de ” Il cittadino ” della rivista ” Fratelli d’ Italia ” da parte del procuratore della Repubblica Pappalardo. nella rivista e in due fax i nomi dei massoni della citta’ del Palio. tra questi: l’ arcivescovo Mario Ismaele Castellano, il rettore dell’ Universita’ Luigi Berlinguer, il vicepresidente del Parlamento europeo Roberto Barzanti e il presidente della Provincia Sandro Starnini, l’ onorevole dc Balocchi e Alberto Brandani del Monte dei Paschi. e i socialisti Tacconi, Bellandi, Salvatici, Sartini. non mancano gli imprenditori: Danilo Nannini e Febo Picciolini

  12. lavocedelloggione ottobre 6, 2013 a 11:05 am #

    Marco, mentre correvo prima (cosa che fa sempre bene, anche sotto la pioggia) ho ripensato alle parole di Wittgenstein che tu hai citato (“su ciò di cui non si può parlare si deve tacere”) e ho concluso che anche i filosofi a volte prendono delle cantonate: che cosa c’è di più inconoscibile di DIO e di cui tutti parlano, dal papa in giù, che si creda o non si creda? E quindi dovremmo andare a dire al papa, ai teologi, ai credenti e non credenti di astenersi di parlarne, perché è una cosa che non conoscono? Senza andare così in là, non si conosce mai abbastanza neppure se stessi, e quindi non bisognerebbe neppure parlare di sé! Ari-baci Attilia

  13. masvono ottobre 6, 2013 a 3:38 pm #

    Attilia, posso anche convenire sul fatto della Massoneria. Ma escludo che la lettera dei “membri” scaligeri sia stata pubblicata dal CdS in quanto di provenienza massonica. Costoro avranno scritto per le ragioni addotte da Proet, se non peggio. E il CdS, da buon Jago, ha colto la palla al balzo per fare uscire un po’ di liquame.
    Ciao!

    -MV

  14. marco vizzardelli ottobre 7, 2013 a 10:22 am #

    Concordo in parte con Proeta in parte con Vono e in buonissima parte con Attilia (era immancabile, come da copione, lo scatto di Ninci).
    Mi sembra che tutto quanto gli interventi hanno rilevato, vada ben mescolato e ne viene fuori la letteraccia del “membri” (ehm, Vono, ih ih).scaligeri, con il Corriere nel ruolo di Jago della Sera o Strega di Macbeth che rimesta il pentolone. Pare che in Solferino 28 ci sia una certa amarezza per una certa avversione d’opinione pubblica al giornale. Be’ non è che facciano molto per riuscire simpatici. Tendenzialmente, la trasparenza desta simpatia. I giochini massonici o di poteri o di lobby, no.

    marco vizzardelli

  15. Marco ottobre 7, 2013 a 12:51 pm #

    Cara Attilia, se ora i nomi dell’attuale direttore del Corriere e di Isotta li fai, che problema c’era a farli prima? O i nomi pericolosi non sono questi e ti sei adesso ben guardata dal farli? Troppo facile fare ora i nomi vetusti e innocui di di Bella e Rizzoli. Non credi? Rimango della mia opinione. Quando le cose non si possono dire con chiarezza e ci si limita ad oscure allusioni, è bene non parlare. Nello stesso modo in cui considero immorale trincerarsi dietro un nome fittizio e coprirsi in questo modo le spalle (devo dire con piacere che fra gli assidui frequentatori di questo blog questo raccapricciante vezzo non è mai usato). Riguardo a Wittgenstein. Lui sarebbe assolutamente d’accordo con te, visto che secondo il suo pensiero il linguaggio umano rimanda sempre ad uno stato di cose. E Dio è al di là di ogni stato di cose.
    Marco Ninci

  16. Marco ottobre 7, 2013 a 1:16 pm #

    Quel grande scrittore che fu François de la Rochefoucauld sosteneva che l’amore, nel modo in cui se ne parlava o veniva descritto nei romanzi, lui personalmente non l’aveva mai provato né l’aveva visto in altri. C’erano amor proprio, possessività, vendetta, ma amore proprio no. Così la penso io della trasparenza. Se ne parla continuamente (come di quell’altro concetto demenziale che è la meritocrazia), ma io non l’ho mai vista da nessuna parte. E, soprattutto, non ho mai visto nessuno che pensasse seriamente, al di là di qualche bella parola, di metterla in pratica. Nessuno, assolutamente nessuno.
    Marco Ninci

    • lavocedelloggione ottobre 7, 2013 a 3:11 pm #

      Scusa Marco, ma mi sembri totalmente fuori strada: l’unico dovere di trasparenza in un blog è quello di evitare l’anonimato se possibile e da parte mia esporre le regole per potervi partecipare (vedi alla fine). La trasparenza va applicata negli atti pubblici, nei concorsi, nelle scelte che fanno le amministrazioni, il governo, negli appalti etc etc. Il fatto di non fare nomi non c’entra nulla con la trasparenza, c’entra semmai da una parte con la giusta cautela di evitare delle accuse (dove è risaputo che se sei potente hai maggiori possibilità di averla vinta e, al contrario, il più debole, ha molte probabilità di perdere anche se ha ragione) e, dall’altra anche l’esigenza di comportarsi secondo le norme di buona educazione. Ad esempio, secondo come la vedi tu, sarebbe trasparenza dire tutto quello che si pensa, facendo nomi e cognomi, mentre sai benissimo che non si può dire e tanto meno scrivere tutto quello che si pensa, ci mancherebbe altro! D’altra parte uno è libero di farsi delle opinioni, come nel mio caso, anche se non può produrre delle prove certe! Poiché la mia ipotesi non costituisce comunque un reato (essere massone), non potrò essere accusata di calunnia, sarei stata più cauta in caso contrario. Altro esempio; se uno si fa l’opinione che la mafia sia entrata in un certo ambito, non vedo perché non possa esprimere questo parere anche se non in possesso delle prove relative. Del resto persino i giudici si sono inventati formule del tipo “inquinamento ambientale” e tipo “non poteva non sapere” quando erano a corto di prove obiettive. E quindi dov’è la trasparenza? Non c’è perché in definitiva non c’entra! Ripeto, la trasparenza è un dovere nel caso di relazioni e atti pubblici, dove devi esporre delle regole, definire dei patti chiari e delle procedure che tutti possano seguire, valutare e giudicare nella loro correttezza. Insomma la trasparenza non è un dovere privato (io devo dire a te tutto quello che penso) ma un dovere pubblico e, nell’ambito di questo blog, ripeto, il mio dovere di trasparenza è quello di permettere a tutti di scrivere, di invitare a non nascondersi nell’anonimato e di rendere espliciti i motivi per cui eventualmente debba esercitare la censura su alcuni interventi.
      Ciao ciao Attilia
      P.S: E comunque mi dispiace che tu debba lamentare, come la Rochefoucauld di non aver mai trovato l’amore vero, pazienza per la trasparenza, ma per quello è un vero peccato! Baci baci

  17. Marco ottobre 7, 2013 a 4:02 pm #

    Scusa, Attilia, non sono stato chiaro. Mi riferivo all’accenno di Vizzardelli sulla trasparenza, non a quello di cui discutevamo noi. Io però non ho detto di trovarmi nella condizione del grande scrittore francese. Ho fatto un paragone con la trasparenza, che è cosa ben diversa. La trasparenza è senz’altro un dovere, per altro universalmente disatteso. Un potere, qualsiasi potere, che eserciti la trasparenza è una contraddizione in termini. Io per lo meno un potere simile non l’ho mai visto, dal momento che il potere ha bisogno di esercitare la forza, contro la quale le regole possono ben poco. Anzi, le regole vengono messe da chi ha più potere, il quale naturalmente è il primo a non rispettarle. Basta pensare all’Unione Europea.
    Marco Ninci

    • Marco ottobre 7, 2013 a 5:11 pm #

      E poi, Attilia, quella confessione di La Rochefoucauld mi è sempre sembrata così bella, così commovente, così idealistica, così sincera e coraggiosa…Davanti a lei tutte le sbrodolature sul vero amore perdono ogni consistenza.
      Marco Ninci

  18. masvono ottobre 7, 2013 a 7:28 pm #

    A me la lettera dei “membri” pare assolutamente OPACA. Non si capisce di cosa si lamentino, non si capisce che cosa vogliano, non si capisce quali siano stati i “problemi”, non si capisce che cosa c’entrino con il “belcanto all’italiana” opere come Falstaff e Rigoletto che hanno portato in tournée . Non si capisce NULLA. Quindi non capisco il motivo di un quotidiano come il CdS di pubblicare una cosa dove NON SI VAPISCE NULLA, se non il fatto appunto di “rimestare nel torbido”, pubblicizzare malumori, dare messaggi obliqui. Praticamente non un servizio di informazione, dato che non informa di nulla, ma solo una sorta di “pizzino” per affiliati.
    Ciao

    -MV

  19. lavocedelloggione ottobre 7, 2013 a 7:33 pm #

    E’ morto Patrice Chereau!

  20. marco vizzardelli ottobre 9, 2013 a 12:12 pm #

    Tristano e Isotta di Wagner by Chereau-Barenboim-Waltraud Meier e Da una Casa di Morti di Janacek by Chereau-Salonen. I due esiti più alti, nel complesso degli allestimenti, degli anni-Lissner alla Scala Basterebbero queste due messe in scena, non ci fosse tutto il resto, a dire di Patrice Chereau.

    marco vizzardelli

  21. Gabriele BAccalini ottobre 9, 2013 a 2:44 pm #

    Ricordo anche che il 6 dicembre 2007, la sera prima del Tristano, con Barenboim al pianoforte e le prime parti della Scala agli strumenti previsti dalla partitura, Patrice Chéreau si esibì come stupenda voce recitante in una indimenticabile esecuzione dell’Histoire du Soldat. Non avendone trovato traccia nell’Archivio Storico della Scala, gli ho mandato la documentazione, affinché possano colmare la lacuna.
    Spero che la rispresa della sua regìa di Elektra venga fatta in suo onore in modo adeguato, essendo tra l’altro disponibile il video di Aix.
    La sua perdita è paragonabile a quella di Ponnelle, e con questo credo di aver detto quanto basta a onorarlo.

    • masvono ottobre 9, 2013 a 6:28 pm #

      Più che alla “maniera” degli ultimi allestimenti scaligeri, il genio di Chereau sarà per sempre legato alla Tetralogia del centenario a Bayreuth. La sua perdita é paragonabile a quella di Ponnelle, ma quella del secondo é avvenuta ancor più precocemente. Quando il genio non era ancora sopito in maniera.
      Ciao

      -MV

  22. marco vizzardelli ottobre 9, 2013 a 5:14 pm #

    Sono fuori tema ma credo giusto dar contp dell’ascolto e visione di Simon Boccanegra a Parma. Fa bene sia letto anche in ambiente scaligero.

    …….

    Per ragioni d’anagrafe e di ambiente, sono fra coloro – credo parecchi – che vissero il Simon Boccanegra firmato Claudio Abbado-Giorgio Strehler come l’allestimento della vita, o quanto meno una favolosa congiunzione di talenti. Il titolo e la messa in scena sono entrati nel cuore di coloro che ebbero la fortuna di vivere quell’allestimento. All’epoca, studente, davo una mano ad un banchino di vendita-libri nel ridotto palchi della Scala e vidi praticamente tutte le repliche di quel leggendario Simone.
    Lo dico perché, data la premessa, è umano che ogni ritorno in scena dell’opera sia accolto da un lato con la gioia del riascolto di un titolo amato, dall’altro con un inevitabile – umano, appunto, anche se sbagliato – senso di “confronto” e ricordo (rinnovato, peraltro, dalla più recente direzione di Abbado del Simone, a Firenze, con allestimento e cast molto meno felici, ma con quel finale “a spegnimento” forse addirittura più intenso rispetto alla famosa edizione scaligera).
    La premessa mi serve solo per dire quanto grande sia stato l’autentico godimento d’ascolto della direzione di Jader Bignamini nel Simon Boccanegra allestito a Parma per il Festival Verdi. Una lettura molto lontana, nell’impostazione, da quella di Abbado, ma di profonda suggestione, nel suono in se stesso, nella cura delle voci e in quella delle dinamiche, cioé dei pesi sonori.
    Bignamini aveva dichiarato d’aver cercato, nello studio del Simone, il “suono del mare”. E lo ha trovato, in quel suono-luce che è tutto suo (ormai lo conosciamo) e nel fraseggio. Quando, nel tema d’apertura, Bignamini con un impercettibile rubato, fa ondeggiare il tema degli archi, è già il suono del mare, come un movimento d’onde azzurro-argentee che s’increspano. Formidabile inizio, e primo indizio chiaro dell’eccellente lavoro svolto dal giovane direttore con la Filarmonica Toscanini. Il Simone di Bignamini (ma prima, di Verdi) si svolge come da quest’inizio, tutto avvolto nel “profumo” (ovviamente, “sonoro”) della salsedine e nel movimento del mare. Dentro la Città del mare – Genova – si muovono i personaggi, si svelano gli odii, gli affetti, gli amori, si dipana la matassa intricata del passato, del presente, delle parentele, dei riconoscimenti, della guerra e della pace. E tutto è avvolto nel mare, cioé nel suono e nella “tinta” che Bignamini ha meravigliosamente trovando, andando così, diritto, al “nocciolo” tematico di Simon Boccanegra. Logico che, su questa base, il Simone di Bignamini sia fondamentalmente scorrevole e mosso nella scelta dei tempi, e più struggente che fosco nell’espressione. C’è molta luce, in questo mare, nonostante il dramma degli odii e il tragico destino del protagonista.
    Su questa base, si esprime in buca e sulla scena l’aspetto tecnico che fa del Bignamini uno sbalorditivo, giovane (di carriera prima ancora che nei suoi 37 anni) direttore: la proporzione dei pesi sonori e delle frasi e – assieme – il pieno agio da parte di chi, sulla scena, dà vita all’opera: cioé i cantanti e il coro. In Simone l’esatto peso dei cori fuori scena ha importanza fondamentale: e qui hanno un equilibrio miracoloso e una ricchezza di “lontananze-vicinanze” e di sfumature che dicono d’un magnifico lavoro di concertazione, peraltro già evidente in orchestra, nella trasparenza e in una miriade di particolari evocati (per dirne uno, il disegnino del fagotto nella chiusa del duetto “del riconoscimento” Simone-Amelia, atto1). Non si pensi, per tutto questo, ad un Simone esangue: no, là dove c’è da dar fuoco alle polveri, Bignamini le accende (scena del Gran Consiglio e finale atto 2) ma sempre con un’eleganza di fondo e con quel profumo di mare che rende tutto trasperente, fino alla morte di Simone (per dar l’idea, molto diversa, meno lancinate e più “scorrevole”, nei tempi e nelle frasi, rispetto al lunghissimo, spegnimento nel nulla che caratterizzava la lattura di Abbado). Che qui si spegne, avvolto dall’affetto dei suoi, dall’ultimo urlo lontano del popolo (“No, Boccanegra”, sulla richiesta di fiesco di onore ad Adorno), e dal mare, con i rintocchi di campana (cadenzati da Bignamini dolcissimi ma ben udibili). Un Simone che si spegne quasi scorrendo e fondendosi, nel flusso del mare che “impregna” più che baganre, la città. Bellissimo.
    Nella proprozione dei pesi, dei respiri e delle frasi così come Bignamini le dipana, i cantanti sembrano non faticare, tutto avviene con naturalezza (segno chiaro della bontà del “manico”). Anche se, va detto, la compagnia ha qualche disparità stilistica, da individuo a individuo, da voce a voce, da personalità a personalità. Giganteggia – è davvero il termine! – il Fiesco di Giacomo Prestia, nel quale potenza dello strumento e nobiltà della figura e del canto si uniscono, dando vita ad un Fiesco-Fiesco, di totale aderenza fisica e vocale (la scansione e il respiro di Bignamini “con” Prestia nel “Lacerato” Spirito, è uno dei momenti migliori).. Grande cantante, fra i massimi viventi, nel registro, forse non ancora valorizzato secondo merito dai maggiori teatri. Roberto Frontali è un Simone a corrente un poco alterna: stranamente inerte (ma qui, il regista non si vede) nel duetto dell’atto 1 con Amelia (peraltro concluso con un perfetto “Figlia” scoccato con esattezza da direttore e baritono), ma splendido nella scena-madre del Gran Consiglio: il “vo gridando pace” è cantato con una bellissima, disperata dolcezza, senza forzare l’espressione e la dinamica. Poi sempre corretto, anche là dove permanga l’impressione d’una voce “approdata” nel tempo a Verdi più che originalmente verdiana. Carmela Remigio-Amelia sopperisce ad una certa leggerezza dello strumento con l’espressione e la nota abilità d’attrice.(alla replica cui ho assistito, curiose due ravvicinate, probabili amnesie, a parole cambiate, nei due racconti dell’ atto 1: “grave d’anni quella pia era solo a me sostegno” e “mi cingon tre sgherri”: l’azione non ne ha avuto alcun danno, il lessico sì, ma sono esseri umani…). Non direi che Amelia-Maria sia il suo ruolo d’elezione (meglio l’ardente, insolita Desdemona di Venezia) ma la Remigio brilla sempre di sensibilità ed intelligenza del personaggio, del dramma, della musica. Diego Torre-Adorno ha una presenza fisica non semplicissima da gestire ma centra il personaggio, canta con espressione e tornitura delle frasi ricche di personalità. Notevole la coppia Paolo e Pietro, Marco Caria e Seung Pil Choi. Duttilissima l’orchestra, valido il coro (ottime le voci femminili nel “Gran Consiglio”: il “sia maledetto” è sibilato in maniera memorabile).
    E veniamo a Hugo De Ana. Che è qui, come sempre, “allestitore” di suprema eleganza, suggestione: nel lusso dei costumi e dei colori il suo Simone è, “come sempre”, una serie di quadri talora memorabili (l’apertura di sipario sulla scena del Gran Consiglio è una di quelle memorabile “tele viventi” cui De Ana , negli anni, ci ha abituato). Il problema, forse, è proprio il “come sempre”. All’accuratezza delle scene (le suggestive, gigantesche, quinte mobili, i fregi scolpiti, i velluti, gli abiti ricchissimi che talora creano qualche impaccio a cantanti oggi costretti e forse più abituati, da una diversa cultura di regia, ad indossare cappotti, impermeabili e divise militari da kapò) non fa riscontro l’incisività della regia (abbiamo citato l’inerzia scenica del duetto Doge-Amelia atto 1): ogni cantante fa “il suo”, come sa e come può (in questo, emerge, anche in costume d’epoca, la personale modernità di recitazione della Remigio). E quest’aspetto, unito ad una scelta di fondo di tinte sontuose ma corrusche, non rende direzione e regia unitarie. Vedasi proprio il finale: là dove Bignamini, orchestra e voci esprimono trasparenza, la ridondanza dei costumi di corte esprime “sostanza”, opulenza. Qui, e nella commovente invocazione al mare di Simone atto 3 (quella della leggendaria barca nella luce, di Strehler…), il mare di Bignamini è trasparenza, quello di De Ana densità.
    Ma restano considerazione “interne” ad una produzione comunque di livello, che la direzione di Jader Bignamini fa volare molto alta. Il Simone di Parma, dopo le ormai numertose prove milanesi, conferma in questo direttore un nome cui, assolutamente, i maggiori teatri dovranno far riferimento. Non ho mai nascosto la mia distanza da prese di posizione di certi siti o sugli eccessi (d’odio o d’entusiamo) di un certo critico. Ma, sul conto di Bignamini sono assolutamente consenziente a chi ne sta riconoscendo il talento, e sarebbe stupido non riconoscerlo per una sorta di opposizione, o per gioco di parti in cui in Italia siamo maestri. Un Verdi di questo stile, e proporzione, e bellezza di suono, non è consueto. E che sia un ancor giovane direttore italiano a proporcelo è motivo di essere, tutti quanti, orgogliosi. Credo che Jader Bignamini (fra l’altro, persona posatissima, per nulla “montata” e con i piedi ben piantati a terra nella gradualità dei passi) possa proseguire, negli anni, una tradizione di grandi direttori italiani nel mondo. Ma, prima, sarebbe bene se n’accorgessero – e agissero di conseguenza – i nostri maggiori teatri.

    marco vizzardelli

  23. marco vizzardelli ottobre 10, 2013 a 12:21 am #

    chiedo scusa per refusi che non riesco tecnicamente a rilevare nel momento in cui scrivo (qui c’è un “trovato” che è diventato, non so perché “trovando”, più altri errori grafici qua e là: purtroppo non abbiamo a disposizione il correttore, chiedo venia).

    marco vizzardelli

  24. Inattuale ottobre 11, 2013 a 11:01 am #

    senza alcuna volontà di alzare il ditino e fare il maestrino (ne abbiamo già uno che ammorba tutto e tutto con dotte citazioni)appare davvero uno scenario squallido: un sedicente “glorioso” giornale che si abbassa a pubblicare ciclostilati, il balbettio degli organi di governo, le maestranze artistiche che lanciano generiche accuse che forse contengono secondi fini….
    La “retorica” manageriale parla di posizionamento strategico: detto in parole molto molto povere, che cosa vuole diventare la scala (volutamente minuscola) nei prossimi anni? che accidente vuole fare da grande? se si sceglie la difficile strada della qualità (ed a mio modesto giudizio siamo molto lontani dalla meta sotto tutti gli aspetti dagli esiti artistici alla possibilità di accesso, alla varietà del cartellone) sono necessarie azioni “coraggiose”, se si desidera farne un teatro “commerciale” pro-turisti, allora molto deve essere deciso: 340-350 spettacoli anno, cartellone con titoli glam (musical), star planetarie ed altro…..
    La selezione del pubblico sarà automatica (ed in effetti già avviene: appassionati di contemporanea o chi ama il barocco neanche sanno dove si trova il teatrone)

    La via di mezzo non paga affatto

  25. Elenas ottobre 11, 2013 a 8:53 pm #

    Concordo con Inattuale e, devo dire, anche con la secca risposta di Lissner. Quanto alle “masse artistiche” (la qualità era bassa, tranne la loro che era eccelsa? Ma in quale posto al mondo …), visto che se vi sono altri oscuri soggetti sono stati serenamente veicolati da tali masse, chiederemo conto. E spiegazioni. Perché concordo anche con Vono: non si capisce nulla. E quando non si capisce nulla, qualcosa non va. Proprio non va. Vorrei che qualcuno delle masse artistiche intervenisse e chiarisse la faccenda.

    • Elenas ottobre 11, 2013 a 10:41 pm #

      Ho riletto la lettera.
      “Identità culturale e artistica”, “idea musicale italiana”, “accuratezza nella scelta dei programmi”, “rigore nella preparazione degli interpreti”, “volgarizzazione”, e, ricorrente, “tradizione musicale prettamente italiana”….
      Nel linguaggio e nei contenuti mi ricorda in effetti uno strano volantino che circolava in Scala qualche tempo fa, distribuito agli spettatori.
      Dovrei averlo da qualche parte.

  26. proet ottobre 15, 2013 a 3:18 pm #

    io non ho mai capito in base a cosa si possa dire che uno è massone.
    mi pare comunque che lì dentro, in Scala, tutti si stiano semplicemente riposizionando in attesa della nomina del direttore musicale, ognuno con l’aiutino della testata e del critico di riferimento.
    nomina che, a quanto pare, pare sempre di più andare nella direzione da me già da tempo proetizzata (vedi intervista di Riccardone alla Stampa e suoi gadget venduti a spron battuto da altri giornali).
    avremo dunque Bollani (quello che spiega il jazz agli italiani) che dirige Gershwin (magari Porgy&Bess, un evento sicuro!) poi Bollani che suona Ravel o Poulenc o Ginastera poi Bollani voce recitante in Pierino e il Lupo e via dicendo.
    così tanto per svecchiare e portare tutto sul piano del marketing e del brand alla faccia della massoneria di cui favoleggiate.

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