23 Mag

Nuova Stagione 2013/2014

dal sito del Teatro: http://www.teatroallascala.org/it/stagione/nuova-stagione-2013-2014.html

La-Scala

 

 

 

 

 

 

La Stagione 2013/2014 si compone di 16 spettacoli, 10 di opera più sei di balletto. Otto sono nuove produzioni e due produzioni nuove per la Scala.

Sette titoli d’opera su dieci sono di autori italiani (Verdi, Rossini, Donizetti, Mascagni) e su libretto in lingua (Così fan tutte di Mozart).

Giuseppe Verdi è ancora in posizione dominante, con tre titoli: La traviata, Il trovatore, Simon Boccanegra.

Daniel Barenboim, Direttore Musicale del Teatro, dirigerà tre opere: La sposa dello Zar di Rimsky-Korsakov, in una produzione nuova con la regia di Dmitri Tcherniakov; Simon Boccanegra di Verdi, ripresa nello spettacolo del 2010; Così fan tutte di Mozart, nuova produzione con regia di Claus Guth. Daniel Barenboim sarà impegnato anche nella Stagione sinfonica del Teatro in marzo, nella Stagione della Filarmonica in febbraio e in un concerto speciale in giugno.

La Traviata chiude le celebrazioni di quest’anno, come ottavo titolo verdiano, e apre la nuova Stagione il 7 dicembre 2013, con il ritorno di Daniele Gatti sul podio dell’opera, il debutto di Diana Damrau come Violetta sul nostro palcoscenico e la regia di Dmitri Tcherniakov.

La Stagione del Ballo inizia il 17 dicembre con una Serata Ratmansky firmata dal coreografo russo del Concerto DSCH: tre pezzi, due dei quali in prima esecuzione. Ma ci sarà un’anticipazione e un’aggiunta: nella serata mista in cui viene ripresa Cavalleria Rusticana, vengono proposti Le Spectre de la rose di Fokin e La rose malade di Petit.

L’intera Stagione di danza è consacrata a titoli del repertorio classico: Jewels di Balanchine, Il Lago dei CigniSerata Petit (Le Jeune homme et la Mort e Pink Floyd Ballet), Don Chisciotte, Romeo e Giulietta.

Fra le étoile e gli artisti ospiti: Svetlana Zakharova, Roberto Bolle, Massimo Murru, Natalia Osipova, Leonid Sarafanov, Polina Semionova, Ivan Vasiliev, Friedemann Vogel.

Un Ciclo Strauss rende omaggio ai 150 anni della nascita del musicista tedesco, con tre programmi sinfonici (per tre serate ciascuno) diretti da Esa-Pekka Salonen, Riccardo Chailly e Philippe Jordan. All’interno del Ciclo Strauss sono inserite tre prime esecuzioni di altrettante nuove commissioni della Scala: a Bruno Mantovani, Luca Francesconi, Wolfgang Rihm.

Un nuovo Ciclo Pollini in quattro programmi pone in dialogo Beethoven e il nostro tempo, con 11 Sonate per pianoforte e brani di Boulez, Sciarrino, Stockhausen, Lachenmann. Ne faranno parte Pierre Boulez come direttore, l’Ensemble Intercontemporain di Parigi, il Klangforum Wien e Musikfabrik Köln.

27 Risposte to “”

  1. Massimiliano Vono maggio 24, 2013 a 4:29 pm #

    Una stagione significativa che mi fa orientare verso il rinnovo dell’abbonamento. Troyens/Pappano, Elektra/Salonen, Traviata/Gatti i must, a cui aggiungo anche la Sposa di Rimsky Korsakov di Tcherniakov anche se avrei preferito un’altra bacchetta (Gergiev, Temirkanov). I cast rispecchiano il modello pan-musicale odierno ed i registi sono importanti e stimolanti. Guth/Così, Traviata/Tcheniakov, Chereau/Elektra (che mi evita la trasferta programmata ad Aix, grazie Lissner), Troyens/mcVidar. Ripresa la genialissima Cavalleria Martone/Harding (meritevolissima) in unione a due balletti. DeAna se vorrà farà uno splendido e cavalleresco Trovatore, il Comte Ory con Florez è un classico. Viceversa la ripresa dell’orrido Simone/Barenboim con i resti di Domingo, ma tant’è. Servirà a novembre per scaldare i muscoli al Fidelio del 7/12/2014.

    Finalmente, dopo anni, una stagione sinfonica degna di tale nome. Il ritorno di Pretre (90 anni ad agosto!!) da me ascoltato qualche mese fa a Vienna in una forma straordinaria che inaugura con il suo sensualissimo Brahms, un concerto di Natale dove l’orchestra finalmente studierà e realizzerà un programma quantomeno natalizio (Elia di Mendelssohn), e due serie di concerti affidati a Pappano (Fantastica piatto forte) e Salonen (il Titano) chiudono la programmazione.

    I recital di canto sono di alto profilo, mentre ricordo il ciclo Pollini che riprende in mano gran parte del suo Beethoven, tra cui le ultime tre sonate.

    L’aspetto in sè negativo di una diminuzione dei titoli non è così negativo, perchè la qualità dei cartelloni è migliorata. Meglio meno e meglio che tanto e peggio.

    Ciao a tutti

    -MV

  2. Marco maggio 25, 2013 a 11:59 am #

    Sono completamente d’accordo. La stagione mi fa venire voglia di tornare a Milano dopo tanto tempo. Sono così poche le occasioni di ascoltare i “Troiani”! A mio modesto parere si tratta di un sublime capolavoro. Purtroppo a Londra Pappano l’ha discretamente tagliato; e non si vorrebbe perdere una battuta di questa musica straordinaria. Speriamo che a Milano le scelte siano diverse.
    Marco Ninci

  3. proet maggio 29, 2013 a 10:56 am #

    questo cartellone scaligero è di una vecchiezza desolante, odora di chiuso, di segatura lungo i corridoi del conservatorio, tutto – anche la musica cosiddetta contemporanea – rimanda a un’epoca finita e strafinita 40 anni fa, non c’è un solo motivo di interesse per un pubblico di “non-appassionati” e ovviamente si sa che ai restanti turisti va bene qualsiasi cosa.
    unico pregio la riduzione dei titoli ma solo per causa di forza maggiore (e peraltro avrebbero potuto realizzare una produzione “giovane” con l’Accademia e invece hanno eliminato proprio quella).
    molto più interessante, caso strano ma non del tutto inspiegabile, il cartellone di Settembre Musica, quanto meno tenta di trovare un legame fra tradizione e contemporaneità e si apre a tutti i linguaggi musicali anche se gli è toccato dolorosamente di tagliare tutto il tradizonale Focus sulla musica tradizonale o etnica che dir si voglia.

  4. masvono maggio 30, 2013 a 8:34 pm #

    Ecco, il commento di Proet testimonia LA BONTÀ del cartellone. Egli va usato al contrario, come ognuno ben sa.

  5. proet giugno 2, 2013 a 3:27 pm #

    non so sinceramente se ancora c’è qualcuno che legge o commenta qui ma se ancora c’è e possiede l’elasticità mentale e l’intelligenza necessarie per non seguire il consiglio enunciato nel commento precedente vorrei segnalare una produzione che NON mi è piaciuta:
    http://liveweb.arte.tv/fr/video/Pelleas_et_Melisande_Claude_Debussy_Theatre_Monnaie_Bruxelles/

    un Pelleas tutto sopra le righe, espressionista e a velocità supersonica, sia dal punto di vista registico che musicale, tutto sommato inutile e grossolano e dove anche l’installazione di Kapoor che funge da scenografia alla lunga appiattisce tutto (anche se, spero, riduce assai i costi) e travisa competamente il senso poetico dell’opera, anzi lo distrugge.
    è ammirevole comunque la Bacelli, unica cantante italiana – che io sappia – a cimentarsi con Melisande, la quale poveretta non si sa perché è calva e i capelli, così importanti nel testo, ce li ha attaccati alla pancia o li sostituisce, nella scena clou, con uno scialle di seta che lancia al povero Pelleas che poi rischia di strozzarcisi.

    e tuttavia, spinto dalla curiosità, sono andato a leggermi il cartellone futuro della Monnaie:
    http://www.lamonnaie.be/en/421/2013-2014-

    beh, è un cartellone degno di questo nome, con aperture, idee nuove, repertorio variegato sia nei concerti che nella danza che nelle opere, senza star (e forse con un direttore musicale non di mio gusto ma che importa) ma dove almeno pulsa la vita culturale europea in tutte le sue forme e c’è un rapporto sano fra tradizione e innovazione e dove grazie a Dio non ci sono Gatti, Petit e Pollini a protrarre all’infinito uno schema cuturale fuori dalla contemporaneità (lo stesso per il quale a Firenze per risparmiare è stata tagliata l’opera più interessante creata in Europa negli ultimi anni, vale a dire Written on Skin di George Benjamin, per fortuna omaggiato da MiTo insieme al suo quasi omonimo Britten).
    uno schema buono solo per i turisti e per una ristrettissima cerchia di appassionati di cui peraltro qui dentro si esprime la parte migliore, salvo poi ricredersi nel corso della stagione a forza di forfait e fiaschi vari.
    laddove la parte peggiore, cone ben sappiamo, bua di default e basta.
    un cordiale saluto a tutti dunque, se ancora qualcuno c’è, e buona estate!

  6. marco vizzardelli giugno 3, 2013 a 1:02 pm #

    Sono d’accordo con Vono sulla stagione scaligera e in disaccordo con Proet su Mi.To. che trovo assai calato di tono. Mi chiedo se Torino non farebbe meglio a riprendersi il suo Settembre Musica, non mi pare che la contiguità con Milano, a lungo termine, sia così fruttuosa

    marco vizzardelli

  7. Gabriele Baccalini giugno 5, 2013 a 1:57 pm #

    In attesa di apposito post, sottolineo con soddisfazione la notizia della nomina di Pereira alla successione di Lissner.
    Sui giornali ci sono ancora punti interrogativi sui tempi e le modalità del passaggio delle consegne, ma non c’è dubbio che, insieme al meno conosciuto Pierre Audi, era l’unico nome circolato con tutti i veri requisiti per sostituire Lissner, del quale abbiamo ripetutamente criticato alcuni criteri gestionali, ma sempre apprezzato il carattere innovativo e mai provinciale dei cartelloni da lui proposti.
    Forse la partecipazione di Pereira al bando è stato più un modo per salvare la faccia al Sindaco, che aveva fatto la strampalata proposta, che non un modo per “acquisire punteggi”, come si usa dire nel nostro italianissimo gergo buroicratico.
    Pereira ha anche detto che intende nominare al più presto un Direttore musicale italiano. La direzione musicale è stata il punto debole della gestione scaligera dal 2005 in poi, prima perché non c’era, poi perché era come se non ci fosse.
    Il titolo del commento di Foletto di stamani è eloquente: ci vuole un Direttore musicale “non di facciata”. Più sbrigativamente io dico che ci vuole un vero Direttore musicale. Spero che Barenboim lo capisca e trasformi presto il suo rapporto con la Scala, in modo che possa continuare a dirigere e suonare quello che sa far bene, ma ogni volta con la dovuta preparazione.
    Il candidato naturale a collaborare con Pereira è sicuramente Daniele Gatti. Non vorrei che, per qualche compromesso dietro le quinte, si ripiegasse su altre soluzioni, che forse erano proponibili dieci anni fa, ma che oggi non mi sembrano francamente paragonabili.
    Visti i tempi, possiamo tirare un respiro di sollievo, pensando che la Scala dovrà funzionare anche dopo la kermesse dell’Expo 2015, possibilmente con una quantità e qualità delle proposte drammaturgiche e musicali all’altezza della sua storia bicentenaria, ricordando che il famigerato “primato mondiale” non è come quello di Mennea sui 200, ma è probabilmente un concetto superato:
    Con spettacoli co-prodotti dai maggiori teatri del mondo e con i pochi grandi cantanti che girano dappertutto, va a finire che la qualità si pareggia, il che – se la medesima è alta – non è gran male. Pazienza se I Contes d’Hoffmann di Parigi a Milano sono arrivati dieci anni dopo, erano uno spettacolo splendido lo stesso e così dicasi per lo Janàcek diretto da Esa-Pekka Salonen, originariamente concertato da Boulez ad Aix-en-Provence: il più giovane Salonen non ha fatto rimpiangere il sommo maestro e ha inaugurato una collaborazione con la Scala, che il prossimo anno si preannuncia come favolosa.
    Quindi oggi il “primato mondiale” non è più dei teatri, ma è delle produzioni e ben vengano quelle a più mani, se servono ad abbattere i costi in tempi di vacche magrissime.

  8. marco vizzardelli giugno 5, 2013 a 3:02 pm #

    Gabriele, mi sembra che Pisapia si sia mosso molto bene, nella circostanza. Infatti, si è arrivati all’unanimità su Pereira. Soluzione logica e auspicabile. Sono d’accordissimo sull’auspicio della scelta di Daniele Gatti (ci avevo pure fatto una petizione), ma, nello stesso tempo, proprio perché ne ho stima, ribadisco il concetto: è la Scala che ha bisogno di un Gatti, non Gatti della Scala = la carriera di Gatti è tale da andare avanti anche senza Scala e, se nel teatro milanese si sceglierà un direttore musicale di quel prestigio sarà dovere del Teatro stesso (orchestra e intero staff, e direi, la “città” stessa, non dimenticando che Gatti è milanese) assicurargli, senza pugnalate più o meno alle spalle, l’ambiente migliore possibile. Siamo sicuro che la Scala e Milano lo siano, sappiano esserlo?
    Pereira è abbastanza uomo di mondo da sapere tutto questo, ma è bene ricordarlo: Milano e la Scala soffrono parecchio del complesso di Crono.

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli giugno 5, 2013 a 3:06 pm #

    Gabriele, mi sembra che Pisapia si sia mosso molto bene, nella circostanza. Infatti, si è arrivati all’unanimità su Pereira. Soluzione logica e auspicabile. Sono d’accordissimo sull’auspicio della scelta di Daniele Gatti (ci avevo pure fatto una petizione) a direttore musicale, ma, nello stesso tempo, proprio perché ne ho stima, ribadisco il concetto: è la Scala che ha bisogno di un Gatti, non Gatti della Scala = la carriera di Gatti è tale da andare avanti anche senza Scala e, se nel teatro milanese si sceglierà un direttore musicale di quel prestigio sarà dovere del Teatro stesso (orchestra e intero staff, e direi, la “città” stessa, non dimenticando che Gatti è milanese) assicurargli, senza pugnalate più o meno alle spalle, l’ambiente migliore possibile. Siamo sicuri che la Scala e Milano lo siano ? Sicuri che sappiano esserlo?
    Pereira è abbastanza uomo di mondo da sapere tutto questo, ma è bene ricordarlo: Milano e la Scala soffrono parecchio del complesso di Crono.

    marco vizzardelli

  10. proet giugno 6, 2013 a 4:14 pm #

    Baccalini, pregandola di intercedere presso le alte sfere perché mi sia evitata la “moderazione” del commento – pratica che ritenevo confinata a tempi lontani e che stranamente è rientrata in vigore in occasione del mio ultimo intervento precedente a questo – mi permetto non solo di essere in disaccordo con lei nell’approvare la scelta fatta dal CdA ma anche di fare una piccola previsione che andrà contro la sua Gattofilia.
    qualcosa mi dice che la direzione musicale futura vada ricercata in quello che è avvenuto in Piazza Duomo la sera del 1 giugno, evento peraltro introdotto dal Sindaco nonché presidente del Cda…
    con buona pace di Salonen e compagnia bella che ormai possonno interessare solo raffinatissimi intenditori fuori dal tempo come lei e altri frequentatori di questo blog, anche la Scala si dovrà adeguare alle leggi inesorabili del Mercato.
    e il Mercato, nella provinciale Italia, Gatti e Salonen non sa neppure chi sono.
    altri invece stanno lavorando da anni a questo esito e chissà che ora non sia la volta buona…
    spero per lei di sbagliarmi.

  11. masvono giugno 6, 2013 a 8:41 pm #

    Ritengo che la scelta di Pereira sia stata eccezionale. É il migliore in circolazione. Punto. E, pare, sa pure vendere bene le proprie idee, non rimanendo appeso a Nonna Speranza .(fus). La sua scelta pare andare controcorrente rispetto al Baccano in Piazza 1/6 (la stessa corrente avrebbe portato Micheli). Sul prossimo venturo direttore musicale aspiro, come a tutti noto, a Daniele Gatti. In lieve, lievissimo, subordine Antonio Pappano che, mi pare, nel 2015 ha la scadenza di Santa Cecilia. Chailly, come ognuno sa, non ha nulla dell’eccezionalitá musicale dei primi due. Altri nomi, pur sovrani (Salonen é sotto molti aspetti il più grande fra i grandi direttori, al momento) non mi sembrano possibili. Saluti.

    -MV

  12. masvono giugno 6, 2013 a 11:05 pm #

    “Il mercato nella provinciale Italia ” di Proet…..Proet, il Mercato la provinciale Italia non lo fa da decenni anzi non l’ha mai fatto. Salonen fa mercato alla grande nella Perfida Albione girando il mondo con la sua Philharmonia a prendere quattrini (si legga il tour de force del suo giro del mondo sul suo sito, quello di Salonen intendo) con programmi stimolanti e creativi. Fa anche mercato su i-tunes vendendo applicazioni musicali per conoscere l’orchestra. Insomma l’arrivo di Pereira é chiaramente una scelta che con il nostro mercato rionale non ha nulla a che vedere. Saluti

    -MV

  13. Gianni&Carlotta giugno 7, 2013 a 1:37 pm #

    e questo scritore chi è?
    http://www.linkiesta.it/blogs/rotta-verso-il-mercato/sostenere-pereira-alla-scala

  14. Gabriele Baccalini giugno 7, 2013 a 2:30 pm #

    Caro Proet, io ho scritto che l’accoppiata Pereira-Gatti sarebbe la scelta più naturale, in quanto i due hanno lavorato insieme a Zurigo e si intendono a perfezione. Ho però paventato compromessi dietro le quinte, che potrebbero anche portare alla baracconata del 1° giugno. Non l’avevo scritto esplicitamente, ma il senso della frase era quello.
    Non temevo molto la scelta di Micheli, perché il CdA della Scala è pieno di banchieri, che Micheli lo conoscono bene, e Micheli, se lo conosci….
    C’è di mezzo anche la questione dell’orchestra, che però non è la sola.
    La mia convinzione, ripetuta fino alla noia, è che i problemi gestionali e anche quelli artistici della Scala non si risolvono con il nefando assetto istituzionale, che vede alla guida del Teatro non chi rappresenta la città (o se si vuole la Grande Milano, comunque la collettività), ma chi ci mette i danée.
    Chi investe a favore della sua immagine nella cultura e nell’arte dovrebbe avere adeguate agevolazioni fiscali, ma non dovrebbe mettere il naso nelle questioni gestionali. Questo mi pare avvenga nei paesi dove le cose funzionano molto meglio che da noi.
    Una volta il pubblico era in qualche misura tenuto in considerazione, poiché il Sovrintendente era designato dal Consiglio Comunale, e cioè da persone che bene o male dovevano rispondere a qualcuno del loro operato e perciò avevano il dovere di controllare come andavano le cose.
    Adesso, a parte qualche bisonte che muggisce a prescindere, il pubblico non conta nulla, ma paga: turisti da tutto il mondo che applaudono a prescindere e si fotografano dentro la Scala a vicenda, poi magari vanno via alla fine del 1° atto. Quindi le cose migliori possono passare inosservate e le peggiori applaudite per mancanza di cognizione di quello che si è ascoltato.
    L’unico miglioramento nel pubblico della Scala consiste nel fatto che, invece delle becere contestazioni degli anni ’50, che non partivano solo dal Loggione, ma più spesso da platea e palchi (valga per tutti l’esempio del Wozzeck diretto da Mitropoulos), chi non ama le proposte innovative se ne sta a casa o va via prima della fine.
    Speriamo che Pereira e il Direttore musicale che lo affiancherà tirino dritto con una proposta culturale di ampio respiro, che ripresenti in modo decente il repertorio tradizionale, essendo al tempo stesso aperta alla innovazione musicale e spettacolare.

  15. proet giugno 8, 2013 a 1:11 pm #

    Caro Baccalini, lei rammenta un tempo lontano in cui un Sovrintendente era nominato dal Consiglio Comunale e questo ovviamente avveniva in un’epoca, la più gloriosa a quanto dicono in moilti, in cui il Teatro era interamente sostenuto dai finanziamenti pubblici.
    Varrebbe la pena di capire che cosa è cambiato in tutto questo tempo, e non solo in ambito musicale, senza cadere nella solita retorica degli “sprechi” e del debito etc etc.
    E varrebbe la pena di capire anche perché in altri paesi europei il sostengo dello stato rimane assai considerevole pur in presenza di un intervento privato agevolato fiscalmente.
    Perché in Italia no?
    Io delle risposte ce le avrei ma mi piacerebbe sentire anche il suo parere di antico militante della social-democrazia.
    Quanto a Pereira a me pare similie al governo tecnico che abbiamo già più volte vissuto nel nostro paese.
    Quando nessuno vuole prendersi una responsabilità si chiama un esterno, super partes, – in teatro sarebbe un “deus ex-machina” – e si affida a lui la rogna.
    Il mezzo fallimento Lissneriano avrebbe dovuto suggerire di cambiare strada o quanto meno tentare di avere un Sovrintendente, fra molte virgolette, “politico”, dunque espressione della migliore realtà teatrale e/o musicale italiana nelle sue poche residue realtà intelligenti ed efficienti (e sarebbe bello sapere chi erano gli altri 24 candidati oltre a Pereira e Micheli).
    Questa scelta pare invece proprio andare nella direzione di lasciare tutto fermo (quindi nessun ripensamento sulla politica culturale e teatrale, nessun ricambio della dirigenza inetta, nessuna idea nuova) trovando un buon fundraiser che faccia da garante presso i privati, viste le pezze al c… del finanziatore pubblico, e all’interno del mercato internazionale della musica, di cui Salisburgo resta la rappresentazione più efficace.
    Per me è un peccato, l’ennesima occasione sprecata, ma le auguro sinceramente di veder coronato il suo sogno su Gatti, a dispetto delle tresche ormai quasi ventennali di qualcun altro.

    • Elenas giugno 9, 2013 a 8:27 pm #

      Purtroppo quella del debito e degli sprechi (soprattutto questi) non è retorica. E aggiungerei il vizietto del compromesso al ribasso a garanzia della pace diffusa e a beneficio un po’ di tutto (a parte qualche sfigato, finora tutto sommato ancora isololato e soprattutto non rappresentato). Se si prescinde da questo, è difficile argomentare il resto. Ma forse Gabriele lo saprà fare. È tuttavia troppo onesto intellettualmente per ridurre a retorica i gravi, pesanti problemi che da anni ci trasciniamo con relativi impatti economici.

      Elena

      • proet giugno 10, 2013 a 2:04 pm #

        Elena, la retorica del debito e degli sprechi, come tutte le retoriche, certamente si basa su elementi reali.
        in Italia però, ne abbiamo discusso tante volte qui, è servita solo a stabilire l’equazione: pubblico=inefficiente dunque risoviamo col privato efficiente.
        cosa quest’ultima che si rivela quasi mai vera, specialmente nei passaggi (o sarebbe meglio dire le svendite) da aziende pubbliche monopoliste a una concorrenza più o meno farlocca realizzata tutta sulle spalle della collettività che ne paga i costi.
        io credo che questo sia uno dei mali grossi dell’Italia e ancora peggio sono gli ibridi, le Fondazioni Lirico-Sinfoniche, geniale idea di Veltroni, dove non si riesce mai a capire dove inizia il privato e dove finisce il pubblico e viceversa.
        ma davvero lei crede, infine, che un settore in cui lo stato investe molto meno che in qualsiasi altro paese europeo, sia responsabile del debito in misura così rilevante da giustificare tutto ciò che abbiamo visto in questi anni?
        comunque rimaniamo in attesa di lumi da Baccalini…

    • Elenas luglio 11, 2013 a 9:58 am #

      Solo una cosa, in riposta al proeta che afferma, in relazione alle mie parole: “Ma davvero lei crede, infine, che un settore in cui lo stato investe molto meno che in qualsiasi altro paese europeo, sia responsabile del debito in misura così rilevante da giustificare tutto ciò che abbiamo visto in questi anni?”

      Ma chi l’ha detto, scusi? Lei si fa delle idee sugli altri alquanto creative, sa? Certo che non è il settore spettacolo il responsabile del debito pubblico… Ciò non toglie che vi sia e dalla mannaia adesso, ahimè, nessuno può dirsi escluso.

      Guardi che, poi, non è indifferente “come” si investe, quando si chiedono risorse (e sia detto senza alcun secondo significato).

      Quanto alla Scala e alla “dirigenza inetta”, come lei la qualifica, aspetti a dire che rimarranno tutti. Di solito, è con i ruoli più “politici” (in senso ampio) che si bada agli equilibri, e non il contrario.

  16. masvono giugno 10, 2013 a 11:37 pm #

    Al povero Proeta, triste disco rotto, incollo questo link http://www.teatroallascala.org/it/fondazione/chi-siamo/chi-siamo.html dove si divertirà a leggere quante figure esistono nei ruoli di coordinamento per 800 persone. Vera cartina di tornasole di efficienza pubblica è poi il numero di impiegati amministrativi che tale luogo contiene. Un numero che si colloca tra i 100 e 200. Tra il 20 e il 25% del personale di un teatro è costituito da impiegati amministrativi. Oggigiorno NESSUNA AZIENDA ha al suo interno tale ABNORMITÀ , in quanto la renderebbe strutturalmente inefficiente. Ma a Proeta piace la gente pagata per fare buche in modo che altra gente
    Venga pagata per riempirle. Ciao ciao

    -MV

  17. Marco giugno 11, 2013 a 3:35 am #

    Come Max sicuramente saprà, quello delle buche è precisamente l’esempio fatto da quel fesso di John Maynard Keynes; un esempio di intervento anticiclico. L’adozione di politiche procicliche in Germania negli anni Venti, esattamente analoghe a quelle adottate ora in Europa, portò direttamente ad una disoccupazione devastante, a Hitler e alla seconda guerra mondiale.
    Ciao ciao
    Marco Ninci

  18. proet giugno 12, 2013 a 9:06 am #

    ecco una posizione interamente condivisibile e che non risparmia nessuno.
    ovviamente è scritta da un grande musicista d’altri tempi appena scomparso:

    http://www.giornaledellamusica.it/news/?num=114401

  19. masvono giugno 13, 2013 a 10:34 am #

    Si Marco, Keynes era piuttosto fesso. “Nel lungo periodo siamo tutti morti” diceva per giustificare la crisi ventura che il suo sistema avrebbe portato. In realtà lui é certamente morto, ma noi siamo certamente vivi. E con i suoi debiti facciamo i conti giornalmente. Non confondere Marco il dito con la luna. Ciao!

    -MV

  20. Gabriele Baccalini giugno 13, 2013 a 11:30 am #

    Mi scuso per il ritardo di qualche giorno con cui rispondo a chi ha voluto interloquire, direttamente o indirettamente, con il mio ultimo intervento.
    Non entro nel merito della fesseria di John Maynard Keynes, poiché la questione mi sembra ormai risolta dalla storia delle dottrine economiche. Sarebbe un po’ come discutere se Matisse fosse un fesso perché non era capace di fare pittura tridimensionale.
    Sulla scelta di Pereira non sono d’accordo con Proet. Ormai il mondo lirico-sinfonico non ha confini ed è giusto che un teatro a “vocazione” internazionale (sta a vedere poi se questa si traduce nei fatti) cerchi il meglio anche al di là della cerchia delle Alpi.
    Nell’attuale assetto delle Fondazioni, va preso atto che magna pars delle scelte di Lissner e poi di Pereira l’ha avuta un uomo come Ermolli, che non è di sinistra, ma neanche stupido. Non penso che tra i 24 nomi rimasti giustamente segreti (la pubblicazione sarebbe una inutile umiliazione degli interessati, che hanno partecipato a un bando a mio avviso balordo) ci fosse qualcuno in grado di competere con le capacità dimostrate da Pereira come sovrintendente, ma anche come regista.
    Quello che gli occorre è sicuramente l’assidua collaborazione di un direttore musicale.
    Lissner, come ho già detto, ha avuto meriti artistici e demeriti gestionali, di cui non abbiamo taciuto. La responsabilità del cattivo trattamento riservato al repertorio italiano e a Verdi in particolare va divisa equamente tra lui e Barenboim, che si è fregiato di pomposi titoli come “Maestro Scaligero” e poi della carica di Direttore Musicale, dedicando alla Scala i ritagli di tempo ricavati dalle sue molteplici attività e penso solo per i titoli che lo interessavano direttamente.
    Lo scandalo dell’assenza alle prime recite della Götterdämmerung mentre dirigeva Brahms a Salisburgo era da licenzi<amento in tronco. Si dice che Jonas Kaufmann abbia dato buca alla Scala perché la Deutsche Grammophon non gli ha consentito un giorno di permesso durante la registrazione, se non sbaglio, di un Trovatore. Anche lui in tal caso ha preso due impegni per lo stesso periodo, senza garantirsi contrattualmente di poterli mantenere.
    Dare buca alla Scala sta evidentemente diventando uno sport internazionale è questo è un grave campanello di allarme: altro che primato mondiale della lirica!
    Spero che Pereira abbia il polso per mettere in riga anche i nomi più altisonanti e si circondi di collaboratori capaci, magari sfoltendo l'impressionante organigramma attuale della Scala. Il problema sta comunque nel manico: se ai vertici tutti hanno il diritto di farsi i cavoli propri alla faccia del teatro e del pubblico, il piano inclinato farà fare scivoloni clamorosi a tutta la baracca.

  21. proet giugno 13, 2013 a 9:28 pm #

    Baccalini, la ringrazio al solito per l’interessante risposta, dolendomi un po’ che lei abbia sorvolato sulla questione pubblico/privato.
    E’ vero che è trita e ritrita, anche qui dentro, ma io non cesso di ritenerla centrale per uscire dall’immobilità italiana che affligge non solo la Scala e gli altri teatri ma il paese intero, nelle diverse forme in cui questo problema si pone.
    Comunque qualcosa si sta muovendo, almeno nelle coscienze di tanti singoli e nelle azioni di qualche movimento che si muove su temi specifici, ma nella lirica…toc, toc, c’è qualcuno? Silenzio assoluto, e un po’ mi dispiace che lei si associ a chi accetta rassegnato i “mala tempora”.

    Vorrei invece porre l’attenzione sull’ultimo paragrafo del suo commento, davvero interessante, e sull’espressione da lei usata: “vocazione internazionale”.
    Io la trovo un po’ fuori luogo e infatti vedo che anche lei aggiunge un “sta a vedere…”.
    E poi mi chiedo “internazionale perché” e sopratutto “dove”?.
    Certo lei ne sa più di me ma le risulta che qualche produzione scaligera dell’era Lissner abbia poi girato in Europa? Un allestimento o una regia ripresa altrove? Il contrario certo sì, anzi ampiamente ma dunque l’internazionalità risiede solo nell’opportunità di vedere qui quello che viene fatto in altri paesi, mai il contrario, tolte qualche Aida di Zeffirelli in Giappone o qualche Requiem di Verdi qui e là.
    Mi sembra un po’ poco, da questo punto di vista fa di meglio l’Arena di Verona importando pubblico straniero, che infatti rimane sempre lo spettro che anche lei intravede, qualche commento più in su, quando parla di “turisti da tutto il mondo che applaudono a prescindere e si fotografano dentro la Scala”.
    Dunque sì, per tenere in piedi una via di mezzo fra un museo e Verdi-land, certamente lì dentro ci sono troppi che non servono.
    E certamente capisco chi tira “bidoni” a una cosa così, contando sui sostituti, anche se certamente non lo approvo.
    Se invece si parlasse di un teatro per la città e i cittadini, un centro di creazione artistica e musicale in grado di aprirsi all’esterno e di esportare il frutto del proprio lavoro, beh allora si potrebbe quasi dire che tutti quei dipendenti sono pochi, specialmente considerando il buon numero di precari presenti.

    Ciò detto, la cosa triste è che nessuno – sovrintendenti presenti, passati e futuri, direttori musicali in lizza, dirigenti, lavoratori, sindacati, abbonati, loggionisti – ha interesse nel trasformare in qualche modo la situazione, nell’interesse del Teatro e in quello collettivo.
    Tra un po’ lasceranno che i turisti salgano sul palco a farsi le foto con lo spettacolo sullo sfondo.
    I milanesi fuori, in attesa delle mazzate che si beccheranno per le generazioni future per via dell’Expo.

    Un piccolo appunto per chi gestisce il blog: dovrebbe esserci un mio commento “in attesa di moderazione” dal giorno 2 giugno, probabilmente a causa della presenza di due link al suo interno, oppure per non so quale altro motivo.
    Beh, a questo punto cancellatelo pure.

    • lavocedelloggione giugno 13, 2013 a 10:30 pm #

      Sono riuscita finalmente a sbloccare l’intervento di Proet del 2 giugno, quindi andate indietro e leggetelo! Un caro saluto a tutti Attilia

  22. Gabriele BAccalini giugno 18, 2013 a 5:48 pm #

    Caro Proet, non pretenderai che io ripeta ogni volta tutti gli argomenti usati in precedenza. Sulla nefandezza della riforma delle Fondazioni avevo già scritto nel mio penultimo commento in termini inequivocabilmente favorevoli al “pubblico”. Nell’ultimo ho valutato le possibili ipotesi nelle condizioni attuali: se faccio un ragionamento sulle cose possibili nell’ambito dello “jus conditum”, non ho necessariamente rinnegato le mie convinzioni in materia di “jus condendum”.
    Ancora, sulla internazionalità della Scala, può succedere che da noi arrivi da Parigi uno spettacolo di prim’ordine nato dieci anni prima, co0me gli ultimi Contes d’Hoffmann, però Lissner ha realizzato numerose co-produzioni, nelle quali la Scala era alla pari con prestigiosi partner mondiali e questa è una strada giusta per abbattere i costi e far girare gli spettacoli migliori. Questo è un aspetto della “vocazione internazionale”, che può tranquillamente prevedere anche titoli italiani, che poi girano il mondo. Certo le Aide di Zeffirelli possono ancora fare cassetta in Cina o in Giappone, ma non è questa la internazionalità che deve caratterizzare la Scala del futuro.
    Lo spettacolo probabilmente di maggior prestigio della prossima stagione, parlo dell’Elektra diretta da Salonen con la regìa di Chéreau, viene prodotta con altri cinque teatri europei e americani. Da soli penso che ce la sogneremmo.
    Magari la Traviata di Gatti e Michieletto potrebbe ottenere lo stesso successo, anche se mi pare giusto che lo spettacolo inaugurale prodotto ex-novo dalla Scala, lungi dall’essere la passerella dei presenzialisti e delle presenzialiste, deve continuare ad essere un po’ la vetrina, con cui la Scala presenta se stessa all’opinione pubblica mondiale. La coppia italiana che la produrrà è già ben conosciuta e apprezzata all’estero. Tutto questo vuol dire non rinchiudersi nel provincialismo e – con termnie anche abusato – dimostrare una vocazione internazionale. Poi se un anno a Sant’Ambrogio viene un regista o un direttore straniero, vedi Guth o magari – per il prossimo Wagner tra qualche anno – un Thielemann o un Petrenko, tanto meglio.
    Spero di essermi fatto capire, per una volta.
    Saluti a tutti.

  23. Gabriele BAccalini giugno 21, 2013 a 10:17 am #

    ERRATA CORRIGE
    La Traviata inaugurale avrà la regìa di Tcherniakov e non di Michieletto

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