16 Mag

Götterdämmerung

Richard Wagner

Nuova produzione

In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden, Berlino In collaborazione con Toneelhuis, Anversa

Dal 18 Maggio al 7 Giugno 2013

Durata spettacolo: 5 ore e 40 minuti  inclusi intervalli

Cantato in tedesco con videolibretti in italiano, inglese, tedesco

Ultimo titolo del Ring, è l’opera più amata delle quattro, insieme alla Valchiria che piace perché è il dramma dello strazio amoroso – gemelli amanti, padre e figlia – mentre il Crepuscolo attrae per lo spirito di vendetta da cui è percorso: eroi e uomini hanno ormai preso il posto degli dei, e i sentimenti in gioco sono sempre più terreni. Wagner si permise persino una barbarica scena corale che, solo a nominarla, rischia di far venire un mancamento a chi se la ricorda bene. Nella vicenda, Sigfrido tradisce involontariamente Brünnhilde, che svela a Hagen il suo punto debole e questi lo uccide a tradimento. È la fine di tutto. Anzi l’inizio.
Nell’epoca dello spread, dei futures, dei derivati, del debito pubblico e delle multinazionali, la maledizione dell’oro (e quella dell’anello del potere) sembrano piuttosto attuali. Come lo è la mancanza d’amore.
Barenboim è giunto alla fine dell’impresa e si prepara all’ultima fatica del ciclo completo, a giugno. E il regista Guy Cassiers concluderà il suo matrimonio fra recente tecnologia dell’immagine e antichità germanica pagana.

Direzione

Direttore Karl-Heinz Steffens (18, 22, 26 maggio), Daniel Barenboim (30 maggio, 3, 7 giugno)
Regia e scene  Guy Cassiers
Collaboratore del regista  Luc De Wit
Assistente regista  Adrienne Altenhaus
Scene e luci  Enrico Bagnoli
Costumi  Tim Van Steenbergen
Video  Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer
Coreografia  Sidi Larbi Cherkaoui
Drammaturghi  Michael P. Steinberg e Erwin Jans
 CAST
Siegfried  Lance Ryan
Gunther  Gerd Grochowski
Alberich  Johannes Martin Kränzle
Hagen  Mikhail Petrenko
Brünnhilde  Iréne Theorin
Gutrune  Anna Samuil
Waltraute  Waltraud Meier
Die erste Norn  Margarita Nekrasova
Die zweite Norn  Waltraud Meier
Die dritte Norn  Anna Samuil
Woglinde  Aga Mikolaj
Wellgunde  Maria Gortsevskaya
Flosshilde  Anna Lapkovskaja

6 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli maggio 23, 2013 a 5:34 pm #

    Attilia penso aprirà un link sulla niova stagione. Intanto, “posto” la mia prima impressione a caldo.
    Grande stagione. Così come è, alla carta, questa 2013-14 della Scala, (salvo il bieco, recidivo Simon Boccanegra versione horror) è una risposta chiara e forte, e di respiro europeo, di Lissner ai detrattori provincial-localistici. Nel complesso, notevolissima (la pluripresenza di Salonen in opera e concerto ne è il top)
    Vedremo se i successori annunciati sapranno far di meglio. Mi sembra dura.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli maggio 23, 2013 a 5:36 pm #

    Attilia penso aprirà un link sulla nuova stagione. Intanto, “posto” la mia prima impressione a caldo.
    Grande stagione. Così come è, alla carta, questa 2013-14 della Scala, (salvo il bieco, recidivo Simon Boccanegra versione horror) è una risposta chiara e forte, e di respiro europeo, di Lissner ai detrattori provincial-localistici. Nel complesso, notevolissima (la pluripresenza di Salonen in opera e concerto ne è il top: con Pappano, Gatti, il ciclo Pollini, ecc)
    Vedremo se i successori annunciati sapranno far di meglio. Mi sembra dura.

    marco vizzardelli

  3. masvono giugno 6, 2013 a 10:49 pm #

    Ingiusto sarebbe non spendere parola per questa eccellente “Gotterdammerung”, che insieme al Tristano é la vetta wagneriana di Baremboim a Milano (quindi di Baremboim tout-court). Dinamiche estesissime, dall’intimismo sussurrato al pieno organistico più imponente, agogiche mutevoli e non sempre necessariamente caute, una completa immedesimazione affettiva nella narrazione teatrale, mai priva di punti morti o cali di concentrazione. Dal lentissimo, tragico, dolentissimo arpeggio del mi bemolle minore iniziale fino all’ultimo re bemolle della conclusione, dove il tema della redenzione d’amore é insieme il compatimento di un mondo perduto e simultaneamente l’attesa sgomenta per un futuro ancora da scrivere, la narrazione suprema di Barenboim avvince proprio perché non costringe. Accompagna il racconto e il canto con il suo tipico passo ampio, legato caldo da scuola tedesca, senza coprire le voci, suggerendo spesso sussurri (Hagen!) piuttosto che grida, immolando Brunnhilde non già ricorrendo all’invettiva quanto alla confessione. Una grande, grande direzione ben sostenuta anche dall’orchestra, le cui sporadiche imprecisioni in una partitura monumentale come questa sono purtroppo la norma anche per colpa di Wagner di qualsiasi complesso.
    Anche la compagnia di canto si é ben disimpegnata, con l’eccezione del Siegfried di Lance Ryan che appare, al momento, decisamente fuori forma. Spesso calante, quando non stonato (l’esordio della I scena), timbro usurato, emissione precaria che rende i suoni “ballanti”. Non ha fatto la fine di Storey nel Tristan, ma poco c’é mancato. Viceversa ottima la Brunnhilde di Irene Theorin che é artefice insieme a Barenboim, di una scena finale da ricordare, capace di disegnare un personaggio intimo e dolente, con controllo del fiato da permetterle un canto “piano” ma sempre galleggiante sull’orchestra. Ma capace anche di forza nelle invettive e nella conclusione della scena I del I atto. L’Hagen di Petrenko é efficacissimo nel sussurro diabolico che Barenboim gli fa escogitare quando apparecchia la ragnatela di inganni a Gunther e Gutrune, vero Jago Ghibicungo. Meno nel canto a piena voce dove tende a ribaldeggiare e creare inflessioni alla Peter Lorre. Il Gunther di Gochowsky é civile e, conformemente al personaggio, privo di un carattere significativo. Anna Samuil efficace come Gutrune, anche se leggera e timbricamente soubrettofona, ma la Ghibicunga questo é. Una belloccina (forse) in cerca di marito per perpetuare un molle retaggio. Il carisma di Waltraute Maier compensa la perdita degli armonici del suo timbro, anzi la sua Waltraute ansiosa che a poco a poco si avvede del nero imminente della voragine in cui tutto precipiterà, é teatralmente da ricordare. Margarina Nekrasova come prima Norna la ricordo per la sonorità ampia e la drammatica scansione del suo racconto, dipanato dai “fili” di Barenboim. Ondine, norne e Alberich ottimi.
    Resta Cassiers, dove potrei dilungarmi. Ma già il programma di sala tenta con VENTI PAGINE di autori diversi di spiegare COSA voglia dire la sua regia. E non ci riesce. Vi basti sapere che quell’orrido telone di PIETRA con cui si chiude la tetralogia (pietra! Wagner in orchestra é FUOCO, ACQUA, AMORE. Cassiers mette PIETRA IN SCENA) rappresenta un bassorilievo di Jeff Lambeaux dal titolo “Les Passions Humaines”. Se volete vederlo dovete chiedere il permesso alla comunità saudita della Grande Moschea di Bruxelles dove é attualmente rinchiuso e inaccessibile agli sguardi in quanto considerato dagli islamici osceno.
    Ascoltate questa Gotterdammerung, ma assolutamente ad occhi chiusi. E non ponetevi domande giacché non ci sono risposte.
    Saluti

    -MV

  4. masvono giugno 8, 2013 a 8:25 am #

    Nota a margine. Si narra di un comportamento non troppo gentile (per non dire maleducato) di Barenboim al ristorante nei confronti di un piccolo gruppo di persone che gli chiedeva l’autografo al ristorante al termine della rappresentazione del 4/6.

    Il Maestro Barenboim si ricordi che EGLI è QUALCUNO grazie alle stesse persone che lo hanno ripetutamente acclamato la sera a teatro. E se la stanchezza NON GLI IMPEDISCE di venire alla ribalta più e più volte a godere del successo, allo stesso modo NON GLI DEVE IMPEDIRE di prendere una penna e vergare quattro sigle su alcune locandine. Altrimenti è solo un CAFONE. Grazie e a presto.

    -MV

  5. marco vizzardelli giugno 10, 2013 a 2:47 pm #

    Esulo da Wagner per riferire dell’esperienza vissuta ascoltando un fantastcio Antonio Pappano, in Un Ballo in Maschera con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia all’Auditorium di Roma. Questa prova, come e forse ancor più che quella già eccellente fornita nel Guglielmo Tell, lo indica come un vertice e un riferimento fra i direttori d’opera viventi. Il senso del dramma, della narrazione, la libertà nei tempi e nelle dinamiche e nei colori, tutti volti a “narrare” e ad esprimere, “dicono” che Pappano ha realmente “nel sangue ” e nell’anima il”teatro musicale”. Del Ballo ha colto ed espresso l’essenziale (così come aveva annunciato a parole nelle belle note sul programma): dall’eleganza, dall’humour, dalla leggerezza si scatena il dramma. “Un Ballo in Maschera” si gioca tutto su questo equilibrio, e Pappano la ha colto e reso con una “proprietà” e al tempo stesso una fantasia – di ritmi, colori e dinamiche – impagabile. La ripresa di “E’ scherzo”, con il flauto che doppia il tenore, il gioco dei tempi nel duetto, l’umorismo perfettamente colto negli interventi dei sicari, l’angoscia palpabile e lo scatenamento dinamico nella scena del sorteggio, e tutto il ballo sono puro teatro in musica, espresso al massimo del talento. E sentir suonare Verdi così come ha fatto l’orchestra di Santa Cecilia è un’emozione e un autentico godimento dello spirito.
    Concordo nel bene e nei limiti (la vocalità del pur carismatico Hvorostovsky) su quanto è stato scritto da altri sulla compagnia di canto, comunque d’alto livello. Da sottolineare in positivo l’Oscar della Giordano, davvero eccellente. Giusta la notazione su Monastyrska: qui proprio il suo memorabile “Morrò” dell’ultimo atto dà idea di quale livello potrebbe raggiungere (sulla base di mezzi straordinari) se studiasse di “contenere”, ove necessario, la “quantità” in favore della “qualità”. Quasi impeccabile Meli. Fra i grandi meriti di Pappano aver fatto cantare e “interpretare” – più canto e più interpretazione, meno “tuono” – la Zajic.
    Antonio Pappano e l’orchestra di Santa Cecilia. Un vero connubio di talenti, fra i più fecondi a livello mondiale.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli giugno 10, 2013 a 2:48 pm #

    Esulo da Wagner per riferire dell’esperienza vissuta ascoltando un fantastico Antonio Pappano, in Un Ballo in Maschera con l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia all’Auditorium di Roma. Questa prova, come e forse ancor più che quella già eccellente fornita nel Guglielmo Tell, lo indica come un vertice e un riferimento fra i direttori d’opera viventi. Il senso del dramma, della narrazione, la libertà nei tempi e nelle dinamiche e nei colori, tutti volti a “narrare” e ad esprimere, “dicono” che Pappano ha realmente “nel sangue ” e nell’anima il”teatro musicale”. Del Ballo ha colto ed espresso l’essenziale (così come aveva annunciato a parole nelle belle note sul programma): dall’eleganza, dall’humour, dalla leggerezza si scatena il dramma. “Un Ballo in Maschera” si gioca tutto su questo equilibrio, e Pappano la ha colto e reso con una “proprietà” e al tempo stesso una fantasia – di ritmi, colori e dinamiche – impagabile. La ripresa di “E’ scherzo”, con il flauto che doppia il tenore, il gioco dei tempi nel duetto, l’umorismo perfettamente colto negli interventi dei sicari, l’angoscia palpabile e lo scatenamento dinamico nella scena del sorteggio, e tutto il ballo sono puro teatro in musica, espresso al massimo del talento. E sentir suonare Verdi così come ha fatto l’orchestra di Santa Cecilia è un’emozione e un autentico godimento dello spirito.
    Concordo nel bene e nei limiti (la vocalità del pur carismatico Hvorostovsky) su quanto è stato scritto da altri sulla compagnia di canto, comunque d’alto livello. Da sottolineare in positivo l’Oscar della Giordano, davvero eccellente. Giusta la notazione su Monastyrska: qui proprio il suo memorabile “Morrò” dell’ultimo atto dà idea di quale livello potrebbe raggiungere (sulla base di mezzi straordinari) se studiasse di “contenere”, ove necessario, la “quantità” in favore della “qualità”. Quasi impeccabile Meli. Fra i grandi meriti di Pappano aver fatto cantare e “interpretare” – più canto e più interpretazione, meno “tuono” – la Zajic.
    Antonio Pappano e l’orchestra di Santa Cecilia. Un vero connubio di talenti, fra i più fecondi a livello mondiale.

    marco vizzardelli

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