28 Mar

Macbeth

Giuseppe Verdi

Nuova produzione Teatro alla Scala

Edizione completa della prima versione 1847

Dal 28 Marzo al 21 Aprile 2013

Durata spettacolo: 3 ore incluso intervallo

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

Sentirlo chiamare Macbetto nei versi di Francesco Maria Piave farà anche un po’ sorridere, ma il terrore che ci prende ascoltando la musica furiosa del giovane Verdi ci insinua brividi di gelo. Il canto parlato e mormorato nell’ombra in quest’opera di complotti, congiure, sospetti e vendette, traduce in melodramma il testo di Shakespeare, tanto caro al romanticismo. Pur nell’orrore, c’è pure un po’ d’idealismo: ci s’illude che i potenti sanguinari possano provare rimorso per le loro colpe, o addirittura impazzire e morirne, come fa Lady Macbeth. Magari!

La violenta e strisciante partitura avrà le cure del direttore russo Valery Gergiev e voci nuove, seppur sperimentate, come Franco Vassallo e Lucrezia Garcia.

Dopo il Macbeth con gli sfondi in rame battuto, per la regia di Strehler, quello con il cubo rotante e i colori violenti, per la regia di Graham Vick, si cimenta nel terribile titolo Giorgio Barberio Corsetti, coautore anche della scenografia. Sull’allestimento, nuovissimo, c’è per ora mistero. Si sa che verranno usate tutte le moderne tecnologie per tradurre le inconfessabili pulsioni – anche dell’uomo comune, le nostre, forse – verso il delirio del potere, popolato di immagini, sogni indecifrabili, strazi interni, meccanismi mentali. Di cui, alla fine, si paga il conto.

 Macbeth

Direzione

Direttore  Valery Gergiev (28 mar.; 2, 4, 7, 9 apr.)
Pier Giorgio Morandi (13, 16, 18, 21 apr.)
Regia  Giorgio Barberio Corsetti
Scene  Giorgio Barberio Corsetti e Cristian Taraborrelli
Costumi  Cristian Taraborrelli e Angela Buscemi
Luci  Fabrice Kebour
Coreografia  Raphaëlle Boitel
Video design  Fabio Massimo Iaquone e Luca Attili
 CAST
Macbeth
Franco Vassallo (28 mar.; 2, 7, 13, 16, 21 apr.)
Vitaliy Bilyy (4, 9, 18 apr.)
Banco
Štefan Kocán (28 mar.; 2, 7, 13, 18, 21 apr.)
Adrian Sampetrean (4, 9, 16 apr.)
Lady Macbeth
Lucrecia Garcia (28 mar.; 2, 7, 13, 16, 21 apr.)
Tatiana Melnychenko (4, 9, 18 apr.)
Dama
Emilia Bertoncello
Macduff
Stefano Secco (28 mar.; 2, 7, 13, 16, 21 apr.)
Woo Kyung Kim (4, 9, 18 apr.)
Malcolm
Antonio Corianò
Medico
Gianluca Buratto
Domestico
Ernesto Panariello
Sicario
Luciano Andreoli
Prima apparizione
Lorenzo Tedone
Seconda apparizione
Beatrice Fasano (28 mar.; 2, 4 apr.)
Andrea Camilla Mambretti (7, 9, 13 apr.)
Matilde Di Fonzo (16 apr.)
Patricia Fodor (18, 21 apr.)
Terza apparizione
Lucilla Amerini (28 mar.; 2, 4 apr.)
Matilde Di Fonzo (7, 9 apr.)
Margherita Pezzella (13, 21 apr.)
Benjamin Natali (16, 18 apr.)

8 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli marzo 29, 2013 a 1:19 am #

    Per parte mia, un orrore complessivo simile a questo Macbeth, in un teatro d’opera “di nome” quale la Scala, non lo vivevo da anni.
    Dirò subito che innocenti, e in alcuni casi anche validi, mi sono sembrati i cantanti. La Garcia è terribilmente acerba per la parte della Lady. La voce è, per ora, sana (ma se la usa come sta facendo, auguri!), a tratti belloccia salvo quando va nel naso e prende quella timbrica e tono un po’ petulanti tipici dell’inflessione ispanica. L’interprete è quasi inerte, certo non molto aiutata dal fisico, ma non è colpa sua se è stata vestita da male a MALISSIMO nel corso di tutta l’opera: nella scena del banchetto sembrava un mix fra Tosca e un Uovo di Pasqua (è il periodo…) in carta stagnola. Non c’è mai un movimento che corrisponda all’espressione (scusi, Corsetti: le ha insegnato qualcosa? O davvero è così poco “ricettiva”?). Ma, e questo è più preoccupante, per la maggior parte dell’opera dà l’impressione di non aver alcuna coscienza delle parole che pronuncia e delle espressioni e dei sentimenti ad esse collegate. Che la scena del sonnambulismo termini con una non necessaria (basta non eseguirlo) “scivolata” sul celebre re b. non è grave (c’è chi caccia uno strillo, e amen): lo è, invece, la quasi tiotale disconnesione fra testo ed “espressione” della cantante. Viene il dubbio che non conosca perfettamente il significato di ciò che sta “dicendo in canto”. Ma il direttore d’orchestra ed il regista dovrebbero esistere per quello: e risultano ASSENTI. Dunque, colpa loro.
    Ci sono due buone o ottime voci maschili: Franco Vassallo-Macbeth e Stefano Secco-Macduff. Il primo “spara” un Macbeth più verista che “primo Verdi” , ma canta, e piuttosto, a tratti molto bene. Starebbe al direttore, nel momento in cui si adotta (pur spuria e con commistioni) la “prima” edizione, rispttarne, nei fatti e nella direzione dei cantanti, la fisionomia senz’altro più arcaica e “belcantista” rispetto all’edizione successiva. Ma l’impressione è che tutto ciò a Gergiev freghi zero, o quasi. Qui ognuno canta secondo un suo stile personale. Il direttore fa i suoi gesti d’aquila, ha quasi sempre la testa in giù sulla partitura, e il canto procede allo stato più o meno brado. Stefano Secco-Macduff è, da quanto ricordavamo, cresciuto in sostanza e volume, ed è quasi eroico nel sostenere “Ah, la paterna mano” al tempo e fraseggio spaccavoce impostogli dal podio: molto bravo, tanto più date le circostanze. Stefan Kocàn manda in porto un Banco di buona presenza e voce non proprio omogenea ma d’una certa suggestione timbrica.
    Il coro è la vera “spia” della parte musicale di questo Macbeth. Canta bene, come sappiamo, sillaba ancor meglio “mordendo” sulla parola ma… è quasi sempre fuori tempo. Perché è impossibile anche al miglior coro stare a tempo se il direttore, dal podio, ti spedisce con pervicacia “fuori”, da “Macbetto il tuo signore sir t’elesse di Caudore” in poi, cioé: in pratica per tutta l’opera, compreso un “Patria Oppressa (non obiettiamo sull’inserzione: è talmente bello che è un peccato rinunciarvi!) in forma di estenuata marcia funebre, suggestivo ( a tratti, vedi la battaglia finale o la danza degli spiriti alati su Macbeth svenuto, si riconosce che è Gergiev, non un inetto) ma erratico nella scansione. Allora: erratico e quasi sempre fuori tempo. Ripetiamo: l’immagine di Valery Gergiev sul podio della “prima” di questo Macbeth (dall’alto lo vedevamo bene) è inquietante: costantemente chino sulla partitura con le braccia e la (mini, ma non minima, stavolta) bacchetta mulinante. Mai – o quasi – rivolto ai cantanti e al coro. Quanto l’ha provato, questo Macbeth? Cosa è realmente accaduto alle prove, fra la (si dice) eliminazione del D’Espinosa e l’arrivo di Gergiev? L’impressione è che l’imbarazzante esito di questa prima sia figlio in parte di una difficile, diciamo problematica, affinità espressiva e lessicale (l’ombra dell’infelice Forza del Destino di anni fa aleggiava) fra il pur geniale (quando pèrova e s’impegna) direttore, e… Giuseppe Verdi. D’altra parte, forse o probabilmente, dell’ormai irredimibile tendenza del pur fascinoso Valery a… provare fra un aereo e l’altro. Il primo atto, in particolare, di questa “prima” di Macbeth era di un’approssimazione tale da giustificare, stavolta ampiamente, le rimostranze mosse al direttore. Dispiace dirlo, ma – tanto più se ci si chiama Valery Gergiev – “così” non è una cosa seria.
    Lo spettacolo di Barberio Corsetti e collaboratori si trascina fra “ronconismi” (la scenografia, l’arrivo di Duncano che sembra il Viaggio a Reims, magari involontariamente), cerebralismi, bravura di mimi fine a se stessa, costumi confusionari, brutte luci, l’inerzia totale di lavoro sui cantanti protagonisti, che in un contesto pseudo-non convenzionale (in realtà convenzionalissima citazione di mille vezzi e luoghi comuni della contemporanea messa in scena) ripetono convenzionalissimi gesti. Di proiezioni di faccioni, ne abbiamo viste a migliaia, negli ultimi anni: ancora? Il coro in Patria Oppressa, quais tutto il paletot, o paltò per dirla più semplice: ancora? Condannerei alla fucilazione tutti i registi che mettono in paltò i cantanti. Basta! E’ diventata una stantia convenzione. Ripeto quanto detto a proposito dell’Olandese di Homoki: non tutti “si nasce” Guth, o Carsen, o Jones. Barberio Corsetti non nacque.
    Meritatissimi, e ben mirati (giustamente esclusi cantanti e coro, che hanno fatto il possibile e talora anche di più) gli improperi conclusivi a direttore e artefici dell’allestimento. A Valery Gergiev, in particolare, verrebbe da dire che non importa se, alle repliche, quegli istanti di genialità nonostante tutto presenti (sappiamo chi è Gergiev) troveranno miglior esito e contestualizzazione. Si può esser genio quanto si vuole ma, se ad una “prima” (e non è la prima volta, Maestro!) non si arriva pronti, ciò non è corretto nei confronti del pubblico. Non sappiamo, quanto al periodo delle prove, dove stesse la ragione, fra orchestra e 2°direttore, nella “scomparsa” del D’Espinosa (che, a quanto abbiamo visto nei concerti alla Verdi, ha talento ma un gesto, è vero, non proprio “facile”). E ci resta, ripetiamo, un serio dubbio sull’autentico feeling Gergiev-Verdi. Ma un direttore di tal prestigio, carriera e frequentazioni dovrebbe – crediamo – “sentire” il dovere d’esser pari a se stesso (prove, e cura), nel momento in cui assume la responsabilità di un Macbeth in un teatro nel quale il nome di Giuseppe Verdi significa molto. I nemici di Lissner troveranno, in questo Macbeth, nuovi motivi d’accusa. Chi qui scrive, ricorda, a Parigi per un Lohengrin, il mancato arrivo in aereo del Maestro Valery Gergiev annunciato da Gerard Mortier dieci minuti prima dell’inizio dell’opera… Sarà pure un genio (stasera, alla Scala, no!), ma che pazienza, ci vuole!

    marco vizzardelli

    • marco vizzardelli marzo 29, 2013 a 1:34 am #

      Trascrivo (spero) corretto:

      Per parte mia, un orrore complessivo simile alla “prima” questo Macbeth, in un teatro d’opera “di nome” quale la Scala, non lo vivevo da anni.
      Dirò subito che innocenti, e in alcuni casi anche validi, mi sono sembrati i cantanti. La Garcia è terribilmente acerba per la parte della Lady. La voce è, per ora, sana (ma se la usa come sta facendo, auguri!), a tratti belloccia salvo quando va nel naso e prende quella timbrica e tono un po’ petulanti tipici dell’inflessione ispanica. L’interprete è quasi inerte, certo non molto aiutata dal fisico, ma non è colpa sua se è stata vestita da male a MALISSIMO nel corso di tutta l’opera: nella scena del banchetto sembrava un mix fra Tosca e un Uovo di Pasqua (è il periodo…) in carta stagnola. Non c’è mai un movimento che corrisponda all’espressione (scusi, Corsetti: le ha insegnato qualcosa? O davvero è così poco “ricettiva”?). Ma, e questo è più preoccupante, per la maggior parte dell’opera dà l’impressione di non aver alcuna coscienza delle parole che pronuncia e delle espressioni e dei sentimenti ad esse collegate. Che la scena del sonnambulismo termini con una non necessaria (basta non eseguirlo) “scivolata” sul celebre re b. non è grave (c’è chi caccia uno strillo, e amen): lo è, invece, la quasi totale disconnesione fra testo ed “espressione” della cantante. Viene il dubbio che non conosca perfettamente il significato di ciò che sta “dicendo in canto”. Ma il direttore d’orchestra ed il regista dovrebbero esistere per quello: e risultano ASSENTI. Dunque, colpa loro.
      Ci sono due buone o ottime voci maschili: Franco Vassallo-Macbeth e Stefano Secco-Macduff. Il primo “spara” un Macbeth più verista che “primo Verdi” , ma canta, e piuttosto bene, a tratti molto bene. Starebbe al direttore, nel momento in cui si adotta (pur spuria e con commistioni) la “prima” edizione, rispettarne, nei fatti e nella direzione dei cantanti, la fisionomia senz’altro più arcaica e “belcantista” rispetto all’edizione successiva. Ma l’impressione è che tutto ciò a Gergiev freghi zero, o quasi. Qui ognuno canta secondo un suo stile personale. Il direttore fa i suoi gesti d’aquila, ha quasi sempre la testa in giù sulla partitura, e il canto procede allo stato più o meno brado. Stefano Secco-Macduff è, da quanto ricordavamo, cresciuto in sostanza e volume, ed è quasi eroico nel sostenere “Ah, la paterna mano” al tempo e fraseggio spaccavoce impostogli dal podio: molto bravo, tanto più date le circostanze. Stefan Kocàn manda in porto un Banco di buona presenza e voce non proprio omogenea ma d’una certa suggestione timbrica.
      Il coro è la vera “spia” della parte musicale di questo Macbeth. Canta bene, come sappiamo, sillaba ancor meglio “mordendo” sulla parola ma… è quasi sempre fuori tempo. Perché è impossibile anche al miglior coro stare a tempo se il direttore, dal podio, ti spedisce con pervicacia “fuori”, da “Macbetto il tuo signore sir t’elesse di Caudore” in poi, cioé: in pratica per tutta l’opera, compreso un “Patria Oppressa (non obiettiamo sull’inserzione: è talmente bello che è un peccato rinunciarvi!) in forma di estenuata marcia funebre, suggestivo ( a tratti, vedi la battaglia finale o la danza degli spiriti alati su Macbeth svenuto, si riconosce che è Gergiev, non un inetto) ma erratico nella scansione. Allora: erratico e quasi sempre fuori tempo. Ripetiamo: l’immagine di Valery Gergiev sul podio della “prima” di questo Macbeth (dall’alto lo vedevamo bene) è inquietante: costantemente chino sulla partitura con le braccia e la (mini, ma non minima, stavolta) bacchetta mulinante. Mai – o quasi – rivolto ai cantanti e al coro. Quanto l’ha provato, questo Macbeth? Cosa è realmente accaduto alle prove, fra la (si dice) eliminazione del D’Espinosa e l’arrivo di Gergiev? L’impressione è che l’imbarazzante esito di questa prima sia figlio in parte di una difficile, diciamo problematica, affinità espressiva e lessicale (l’ombra dell’infelice Forza del Destino di anni fa aleggiava) fra il pur geniale (quando prova e s’impegna) direttore, e… Giuseppe Verdi. D’altra parte, forse o probabilmente, dell’ormai irredimibile tendenza del pur fascinoso Valery a… provare fra un aereo e l’altro. Il primo atto, in particolare, di questa “prima” di Macbeth era di un’approssimazione tale da giustificare, stavolta ampiamente, le rimostranze mosse al direttore. Dispiace dirlo, ma – tanto più se ci si chiama Valery Gergiev – “così” non è una cosa seria.
      Lo spettacolo di Barberio Corsetti e collaboratori si trascina fra “ronconismi” (la scenografia, l’arrivo di Duncano che sembra il Viaggio a Reims, magari involontariamente), cerebralismi, bravura di mimi fine a se stessa, costumi confusionari, brutte luci, l’inerzia totale di lavoro sui cantanti protagonisti, che in un contesto pseudo-non convenzionale (in realtà convenzionalissima citazione di mille vezzi e luoghi comuni della contemporanea messa in scena) ripetono convenzionalissimi gesti. Di proiezioni di faccioni, ne abbiamo viste a migliaia, negli ultimi anni: ancora? Il coro in Patria Oppressa, quasi tutto in paletot, o paltò per dirla più semplice: ancora? Condannerei alla fucilazione tutti i registi che mettono in paltò i cantanti. Basta! E’ diventata una stantia convenzione. Ripeto quanto detto a proposito dell’Olandese di Homoki: non tutti “si nasce” Guth, o Carsen, o Jones. Barberio Corsetti non nacque.
      Meritatissimi, e ben mirati (giustamente esclusi cantanti e coro, che hanno fatto il possibile e talora anche di più) gli improperi conclusivi a direttore e artefici dell’allestimento. A Valery Gergiev, in particolare, verrebbe da dire che non importa se, alle repliche, quegli istanti di genialità nonostante tutto presenti (sappiamo chi è Gergiev) troveranno miglior esito e contestualizzazione. Si può esser genio quanto si vuole ma, se ad una “prima” (e non è la prima volta, Maestro!) non si arriva pronti, ciò non è corretto nei confronti del pubblico. Non sappiamo, quanto al periodo delle prove, dove stesse la ragione, fra orchestra e 2°direttore, nella “scomparsa” del D’Espinosa (che, a quanto abbiamo visto nei concerti alla Verdi, ha talento ma un gesto, è vero, non proprio “facile”). E ci resta, ripetiamo, un serio dubbio sull’autentico feeling Gergiev-Verdi. Ma un direttore di tal prestigio, carriera e frequentazioni dovrebbe – crediamo – “sentire” il dovere d’esser pari a se stesso (prove, e cura), nel momento in cui assume la responsabilità di un Macbeth in un teatro nel quale il nome di Giuseppe Verdi significa molto. I nemici di Lissner troveranno, in questo Macbeth, nuovi motivi d’accusa. Chi qui scrive, invece, ricorda, a Parigi per un Lohengrin, il mancato arrivo in aereo del Maestro Valery Gergiev annunciato da Gerard Mortier dieci minuti prima dell’inizio dell’opera… Sarà pure un genio (stasera, alla Scala, no!), ma che pazienza, ci vuole!

      marco vizzardelli

  2. proet aprile 1, 2013 a 7:00 pm #

    questo blog pare essere diventato La Voce di Vizzardelli… 🙂

    comunque io lo leggo sempre, nonostante il mio interesse sugli argomenti trattati qui sia pari quasi a zero, per affetto, diciamo così.
    volevo segnalare che anche Carsen fa largo uso di paltò nella sua versione del Zauberflote che sto seguendo in questo momento su ArteWeb in diretta streaming da Baden Baden.
    uno spettacolo di cui comunque l’elemento più interessante pare proprio la regia, essendo a mio parere Rattle non propriamente adatto a dirigere in teatro, alternando tempi impossibili per la parola e i respiri a incomprensibili rubati, decisamente poco in stile oltre che piuttosto radical-kitsch, insomma pare non avere le idee molto chiare o forse è al servizio della regia, certamente discutibile ma sempre piena di idee, di Carsen.
    mi paiono invece ottimi tutti i cantanti (commovente la Pamina dell’ingelse Kate Royal, oltre che bellissima e molto intensa nella recitazione, anche in un lungo primo piano video), molto giovani quelli nelle parti principali ma con l’inserimento di veterani/e come Kozena, Massis e Van Dam nelle parti minori (3 Dame, Sprecher).
    comunque una ventata di bellezza e intelligenza in questa stagione cupa, rabbiosa e ripiegata su sé stessa che tutti stiamo vivendo.
    non per nulla è uno spettacolo prodotto in Germania…

  3. laura aprile 2, 2013 a 2:23 pm #

    sui paltò e sul loro uso quali costumi di scena ho in mente la stesura di un libro prima o poi… l’appendice del libro sarà dedicata alla dismissione delle sartorie teatrali a favore di Zara, H&M, varie ed eventuali che mi venissero in mente nel frattempo… e con questa dichiarazione d’intenti auguro a tutti voi un piacevole pomeriggio e torno alle mie ‘faccende’ 😉

  4. marco vizzardelli aprile 4, 2013 a 3:23 pm #

    Mi sovviene che Barberio Corsetti dovrebbe esserci rifilato alla Scala anche per Lucia di Lammermoor, la prossima stagione. Ma: protestarlo, dopo i due esiti precedenti, no?
    Viaggeremo inesorabili verso il Non C’è Due Senza Tre?

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli aprile 5, 2013 a 12:33 am #

    Ancora una volta, e più che mai, onore al merito dell’Orchestra Verdi, del suo giovane gioiello Jader Bignamini, e (è cosa nota al mondo) della grande Lylia Zilberstein, della quale (trascrivo dal programma di sala) giustamente Martha Argerich (con la quale suona a quattro mani) disse: “Per fortuna non era concorrente quando ho partecipato al concorso, sarebbe stata un osso troppo duro”.
    Della fenomenale Zilberstein dirò, ma, forse, prima va detto altro, dello straordinario concerto di questa settimana, all’Auditorium di Milano.
    Prima di tutto, la Verdi: che, appena dopo la Passione Secondo Matteo e appena prima e in contemporanea (concerto di domenica mattina 7, con anche la replica al pomeriggio) di un magnifico programma diretto da Giuseppe Grazioli, si lancia impavida, ed esce ALLA GRANDE da un concerto di pazzesco impegno: Borodin Polovesiane, Prima Esecuzione di R di Campogrande, Variazioni-Paganini di Rachmaninov, Jeu de Cartes. Il tutto, eseguito ad un livello complessivamente molto alto. Milano SI RENDE CONTO di QUANTO stanno offrendo questa istituzione e questa orchestra?
    Sì, forse comincia a rendersene conto. Il resoconto della serata deve cominciare da un bell’avvenimento, anche cittadino: R di Nicola Campogrande è un piacevolissimo lavoro per pianoforte e orchestra, di sapiente orchestrazione e SAPIENTISSIMA scrittura per il pianoforte. I rimandi a Ravel, al jazz, ad un’900 non scorbutico, magari non piaceranno agli oltranzisti che… Darmstadt e poi più (ma siamo nel 2013: abbiamo bisogno di MUSICA, non di oltranzismi, e lo scrive uno che ama Luigi Nono, senza riserve) ma è musica scritta bene e bene ascoltabile. E c’è di più. Nasce da una dedica. Un signore ha voluto che la sua bellissima signora (presente in sala all’Auditorium), Roberta Guaineri, avesse un ritratto in musica: e l’ha chiesto al Campogrande. Non è una cosa da poco, è un fatto di grande costume. Per di più, Zilberstein, Bignamini e orchestra hanno eseguito alla grande.
    Jader Bignamini e LaVerdi hanno aperto la serata con una sbalorditiva lettura delle Danze Polovesiane. C’era la sensualità orientale di Borodin, mediata dalla solarità scintillante (quante volte lo abbiamo scritto, quest’anno!) del “timbro” che questo talento cresciuto “dentro” l’orchestra Verdi sa produrre. E’ un suono fantastico, che entra direttamente nel cuore, e ti fa come … respirare: parla di gioia di vivere, di far musica, che promana dalla persona, dal gesto e – ciò che più conta – proprio dal suono “di” Jader Bignamini.
    Poi, è seguito il lavoro di Campogrande: e già si guardava alle mani – e al rigore, noto da sempre ma “arrotondato” e arricchito in spessore e fraseggi, dalla maturità – della straordinaria Lylia Zilberstein. Era la giusta premessa – seguita da doveroso intervallo – ad una “esecuzione-evento” (per davvero, non nell’abusato senso modaiolo del termine). Le Variazioni-Rapsodia su Tema di Paganini di Rachmaninov. Mani, testa, maturità d’interprete e cuore della Zilberstein ne hanno fatto qualcosa di trascendentale: due secoli di musica -‘800 e ‘900 – si rincorrevano e specchiavano, nella manualità straordinaria e nella “testa” e nell’anima che guidavano le mani prodigiose della pianista moscovita. E a questo – non coincidente ma dialogante e fecondo d’esito – faceva riscontro la freschezza, il canto dell’orchestra di Bignamini. Esecuzione da incorniciare (il pubblico della prima sera, fra ufficialità della Musica – Chailly, Micheli & friends, e della Milano-bene convenuta per Campogrande e la signora Guaineri, e gli abbonati, è stato caldissimo, ma conosciamo la “calienza” più ruspante del turno B de La Verdi, e ce l’aspettiamo).
    Dopodiché, Jader Bignamini & orchestra hanno scelto ed eseguito un finale difficile: perché Jeu de Cartes, dopo tali esplosioni di anima e suono, è come chiudere a “tutta testa” dopo aver aperto i cuori. Cioè, quello Stravinsky asciutto, un po’ arido, ostico nei fraseggi, nei dosaggi di suono… forse anche un filo (rispetto ai grandi balletti di un grande) “datato”, all’ascolto. C’è, forte, il rischio della caduta di tensione, se lo si mette lì, alla fine, dopo “tanta roba” ( avoler metterla facile, era forse più di effetto Borodin alla fine). Allora, tanto più ammirevole (salvo qualche istante di – ci mancherebbe! – umana stanchezza) sono stati orchestra e direttore, nell’estrarre ancora altro suono ed espressione, dall’impervio spartito. Non abbiamo dubbi: Jader Bignamini e La Verdi, assieme, stanno facendo – un concerto dopo l’altro – splendida musica.

    marco vizzardelli

  6. lavocedelloggione aprile 6, 2013 a 7:10 am #

    Ho assistito alla rappresentazione del 4 aprile, senza Gergiev, indisposto (indisposto a prendersi altri fischi???) e sotto la direzione di Morandi le cose sono andate molto meglio di quanto mi aveva fatto supporre il commento di Vizza e i pareri di tutti quelli presenti alla prima! Non mi piace la lady della Garcia (mi dà l’impressione di non controllare bene la sua voce che su certe note si incrina dando l’impressione di “raschiare” la gola – e poi più che una dark lady sembra una prosperosa popolana che domina il marito a furia di urlatacce), ma le voci maschili erano splendide e tutte a posto, a partire dal Macbeth di Vitaliy Bilyy, provate ad andare a sentirlo! Sulla regia devo dire che le prime scene erano proprio brutte, soprattutto l’idea delle sottolineature blu a cerchio, ma poi nella seconda parte (3° e 4° atto) non peggio di tante che ci ha passato il convento. Mi sono piaciute da matti le tre streghe sui pattini a rotelle! Ciao ciao Attilia

  7. Gabriele BAccalini aprile 19, 2013 a 10:40 am #

    Ho avuto la ventura di assistere alla recita di ieri sera, in forma di concerto per astruse inefficienze dell’impianto scenico. Capisco che Macbeth senza scena è riservato a chi conosce giàl’opera e perciò giustifico le defezioni tra il pubblico nella seconda parte, complice anche la tarda ora dovuta ai tre quarti d’ora di ritardo nell’inizio.

    Il mio commento sarà parziale perché ascoltavo per la prima volta l’edizione del 1847, integrata con gli irrinunciabili “La luce langue” e “Patria oppressa”. Il coraggioso Pier Giorgio Morandi ha condotto in porto l’opera con sicurezza e precisione: forse il clima rilassato ha favorito l’esito dell’ orchestra (niente porcherie degli ottoni, per esempio) e soprattutto del coro, che ha cantato splendidamente, potendo evitare movimenti scenici eccessivi lamentati da alcuni componenti della compagine magistralmente guidata da Casoni.

    Non sono perciò in grado dire se certi alti volumi di suono dell’orchestra (ma anche in Patria oppressa), non presenti nelle storiche edizioni scaligere che conosciamo (versione 1865), siano il frutto di una scelta della concertazione o più semplicemente della fedeltà alle indicazioni della paritura originaria.

    La compagnia di canto era fatta dai rincalzi. Su di essa ha svettato la bella e giovane Lady Tatiana Serjan (armena?), che ha mezzi vocali imponenti nei registri centrale ed acuto, ma fatica a scendere in basso e talvolta lo evita. E’ ancora un po’ grezza nella dizione e nell’intonazione soprattutto nei passi d’agilità, ma ha l’istinto della recitazione, per quel poco che si è potuto vedere iersera. Ha conquistato il pubblico anche con il perfetto re bemolle finale, tenuto e filato come di rado capita di sentire. Credo non abbia fatto rimpiangere la Garcia. L’importante è che continui a studiare, scelga il repertorio più adatto a un soprano lirico spinto più che drammatico: se sarà saggia, la risentiremo in opere importanti, italiane e non. Forse non è una voce proprio “verdiana”, ma qualcosa mi dice che in Strauss e Wagner potrebbe ottenere risultati notevoli.

    Macbeth, baritono senza infamia e senza lode, era un normale membro di una normale seconda compagnia. Banco condivideva con la Lady la difficoltà a scendere in basso: mi è sembrato più un baritono e nella prima scena l’emissione delle note gravi era veramente brutta, per il resto se l’è cavata bene. Routine per il tenore coreano interprete di Macduff.

    Nel complesso però la serata è stata giustamente ricompensata dal calore del pubblico, che ha applaudito ripetutamente a scena aperta e alla fine.

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