3 Feb

Nabucco

Giuseppe Verdi

Nuova produzione Teatro alla Scala In coproduzione con Royal Opera House, Covent Garden, Londra; Lyric Opera of Chicago; Gran Teatre de Liceu, Barcellona

Dall’1 al 20 Febbraio 2013

Durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti  incluso intervallo

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

L’opera di “Va’ pensiero” fece conoscere, a un Verdi non ancora trentenne, un successo internazionale che andava dall’Europa all’America. È un’opera corale di biblica grandiosità, in cui il minaccioso imperatore babilonese s’aggira in un mondo di contrasti, a cominciare da quello con il popolo ebraico, da lui soggiogato. L’incisività e lo slancio inventivo della musica accendono un intreccio condito di orgoglio, risentimento, superstizione e spirito di conversione. Il protagonista Leo Nucci guida una compagnia di canto necessariamente agguerrita, dato il soggetto. La nuova produzione internazionale, ideata dal regista Daniele Abbado, sarà dall’inizio alla fine un racconto di popolo sempre svolto su un doppio piano narrativo, in cui il destino del presente s’incrocia con la memoria. Resta sullo sfondo la convenzionalità amorosa, meno significativa in quest’opera insurrezionale ante litteram, piena di senso del terrore, di psicologia elementare, di primordialità istintiva. La sabbia del deserto, la sacralità della morte, la sete di spiritualità e l’assenza delle masse assire sono i principali motivi ispiratori dello spettacolo, in cui il ritratto del dubbioso tiranno viene tratteggiato da un Verdi singolarmente incollerito nell’espressione musicale.

Direzione

Direttore  Nicola Luisotti
Regia  Daniele Abbado
Scene e Costumi  Alison Chitty
Luci  Alessandro Carletti
Movimenti coreografici  Simona Bucci
Video  Luca Scarzella
Collaboratore del Regista  Boris Stetka
Nabucco
CAST
Nabucco  Leo Nucci (1, 3, 5, 9, 13, 17, 20)   Ambrogio Maestri (7, 15)
Ismaele  Aleksandrs Antonenko
Zaccaria  Vitalij Kowaljow (1, 5, 9, 13, 17, 20) Dmitry Beloselskiy (3, 7, 15)
Abigaille  Liudmyla Monastyrska (1, 5, 9, 13, 17, 20) Lucrecia Garcia (3, 7, 15)
Fenena  Veronica Simeoni (1, 5, 9, 13, 17, 20) Nino Surguladze (3, 7, 15)
Abdallo  Giuseppe Veneziano
Anna  Tatyana Ryaguzova (1, 5, 9, 13, 17, 20) Silvia Della Benetta (3, 7, 15)
Il gran Sacerdote  Ernesto Panariello

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8 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli febbraio 4, 2013 a 6:49 pm #

    Le recenti polemiche non devono far dimenticare che, in questi giorni, alla Scala, è di scena un’ottima messa in scena di Nabucco. Ne è anima, dal podio, Nicola Luisotti, molto festeggiato da pubblico e orchestra al termine della prima rappresentazione . Luisotti ha ribadito quanto già manifesto nelle precedenti apparizioni scaligere: perizia tecnica nella guida dell’orchestra e nel continuo appoggio “sulla frase e sulla parola” assicurato ai cantanti. Il suo è un Verdi idiomatico, sgargiante di colori e traboccante d’energia ove necessario ma non per questo alieno da squarci di grande lirismo. Il suo è un Nabucco assolutamente idiomatico, nel quale, seguito benissimo dall’orchestra e in modo memorabile dal coro preparato da Casoni: “Gli Arredi festivi” è entusiasmante per slancio,drammaticità, intensità, colori. Il concertato “S’appresta gl’istanti” ha uno stacco di gran classe. “Va Pensiero”, alla prima, ha sofferto forse d’un surplus d’emozione, ma l’esecuzione quasi “a onde” studiata con il coro è bellissima e inconsueta . “Immenso Jehovah” è monumentale. Attenderemmo di ascoltare Luisotti in altre opere di Verdi (un Simone, un Don Carlo, anche un’Aida) per capire se all’immediatezza, all’evidente musicalità, al mestiere indubbio, corrisponda un’autentica profondità di lettura. Ma lo si ascolta con piacere e passione: è un Verdi che “ti tiene lì”, inchiodato alla vicenda e alla musica (per inciso: la Sinfonia – almeno la sera della prima – ci è parsa memorabile, e l’orchestra della Scala, quando diretta a dovere, in questo repertorio è totalmente idiomatica. Gioca nel suo campo d’elezione). Luisotti (sempre amabilissimo anche nell’approccio umano, nei toni delle interviste) è, sicuramente affiatato con l’orchestra scaligera, e la sua presenza ricorrente è, volta a volta, vieppiù gradita. Facendo un discorso più lato, non ne conosciamo a sufficienza gli esiti e – ripetiamo il termine – l’eventuale profondità d’interprete in repertorio d’opera differente da quello italiano (di un Daniele Gatti, tanto per esser più chiari nel “discorso lato”, conosciamo – eccome! – Wozzeck e Lulu e Lohengrin e Maetri Cantori e Parsifal, oltreché Otello, Aida, Macbeth e Boheme, per stare ad alcuni “esiti” massimi fra quelli da noi ascoltati dal direttore milanese “candidabile” al podio scaligero).
    Ma questo è, appunto, un “discorso lato” e, torniamo a Nabucco: nel quale, dicevamo, Luisotti sa accoppiare, al “fuoco”, il canto, la tenerezza. Doti che qui servono particolarmente, perché alla direzione fa riscontro lo spettacolo, molto lineare e molto bello, di Daniele Abbado. La linearità e fondamentale essenzialità potrebbe esser scambiata per “distacco”. Tutto il contrario: in musica e sulla scena, questo Nabucco è pervaso da un senso di “pietas”: c’è dolore, ma c’è comprensione umana. Non vorremmo sembrar banali nel termine ma ci vien da dire: circola molto amore. Ce n’è per tutti: da Nabucco agli ebrei, da Fenena-Ismaele, fino al magnifico disegno di regia del personaggio-Abigaille. A lei è riservata, in particolare, la “pietas” che pervade la messa in scena (e questo c’è prima di tutto in Verdi, ma molto nella direzione di Luisotti, nel canto, mirabile, della Monastyrska, e soprattutto nel “personaggio” – abbigliamento, acconciatura, movimentie inflessioni – voluto da Abbado). Sì che questo è un Nabucco dal quale si esce, più che esaltati dagli aspetti più “barricaderi” della musica, commossi da questo senso di dolore comune, di “comprensione” che alla fine accomuna i protagonisti e i popoli. Quando nei giorni di vigilia fu annunciata l’ambientazione “ebraica” in clima da Shoah, pareva lecito nutrire qualche timore di “già visto”. Non è così: tutta la materia è trattata da Abbado con una misura, un sensibilità, una leggerezza di “tocco scenico”, che esclude a priori la minaccia di caduta nella retorica, e immerge Nabucco in un clima di “dolore condiviso”, cui tutto concorre: il cimitero ebraico, usato benissimo nel corso dell’opera, gli idoli stilizzati, le diverse disposizioni, sempre “musicali” e bellissime scenicamente, del coro.
    Nella compagnia di canto, svetta l’Abigaille di Liudmyla Monastyrska: travolgente nell’invettiva, tenerissima nel dolore. Entrambi gli aspetti trovano rispondenza piena in una voce assolutamente non comune e in una – almeno qui – formidabile presenza scenica. Qualche nota bassa “secca” e un po’” parlata” è l’unico prezzo pagato ad un ruolo – e che ruolo! – sostenuto e dominato con classe e mezzi che strameritano l’ovazione del pubblico.
    A Leo Nucci, Nabucco, giova molto – come in Luisa Miller con Martone – l’incontro con un regista quale Abbado che lo veste, per così dire “in borghese” e ne prosciuga – senza avvilirla – la recitazione. Ne esce un “personaggio” di una verità scenica e musicale tale da avvincere e commuovere, nel quale anche i segni del tempo (la voce un po’ asciugata, qualche fatica, qua e là), uniti peraltro alla ben nota, sbalorditiva sicurezza in acuto e alla saldezza complessiva, concorrono al disegno d’un Nabucco attendibile in tutte le sue fasi: la camminata, un po’ “tronca” e trasognata, del Nabucco colpito dal fulmine resterà nella memoria, così come i toni, dolenti o eroici. Grande prova d’interprete e di regia del personaggio. A posto l’energico ismaele di Antonenko e la Fenena di Veronica Simeoni, che ha strumento vocale non poderoso ma educato ed espressivo. Non diremmo di stravedere per timbro e inflessione di Kowaljow-Zaccaria: ma il personaggio è ben disegnato, e concorre all’esito di un Nabucco che senz’altro onora, alla Scala, la ricorrenza verdiana.

    marco vizzardelli

  2. Gabriele Baccalini febbraio 14, 2013 a 3:30 pm #

    Sono bastate la sinfonia e l’alzata di sipario sul Coro che cantava “Gli arredi festivi” in una scena spoglia, ma bella e suggestiva, per capire che stavamo assisatendo a un Nabucco “Tripla A” diretto da un maestro di pari qualità. Luisotti ha unito fuoco a precisione, tenendo in pugno l’insieme (soprattutto i temibili concertati) con autorevolezza e cura dei particolari. Alla faccia del dottor Micheli, che quando danno Verdi alla Scala evidentemente sta a casa a strimpellare al pianoforte.
    Magnifica la prova del Coro (che Dio ci conservi Casoni), anche se Va’ pensiero è stato cantato con l’energia di un inno più che come un lamento, ma ciò era un po’ in linea con il taglio complessivo del suono impresso da Luisotti a tutta l’opera. Anche l’orchestra era in forma e i perigliosi accordi iniziali degli ottini sono passati senza gravi danni.
    Dei cantanti penso esattamente quello che ha scritto qui sopra Marco Viz: poderosa, ma liricissima nei momenti giusti la Monastyrska, indomabile Leo Nucci, anche grande attore, molto raffinato il canto di Veronica Simeoni, Fenena, che speriamo di risentire in ruoli anche più impegnativi. Kowaljow non è un basso abbastanza profondo per il ruolo di Zaccaria, mentre Antonenko ha esibito mezzi vocali persino esagerati per cantare la parte di Ismaele.
    L’allestimento, che non c’entrava nulla con la Shoà come il solito titolo idiota del Corriere voleva far credere, era direi di una attualità senza tempo. Ho sentito mugugni per la scarsa riconoscibilità degli ebrei dagli assiri, ma questa era forse l’idea-forza più valida dello spettacolo di Daniele Abbado. Ebrei, palestinesi (“philistins” in francese!), mesopotamici si sono scannati per millenni e continuano a farlo, condannati a vivere sulla stessa terra perché in fondo appartengono allo stesso ceppo etnico. Ognuno rivendica la protezione del proprio Dio, che li guiderà alla vittoria consistente nell’annientamento del fratello-nemico: Gott mit uns, insomma, mentre se esiste un unico Padreterno per tutti, sicuramente è soltanto dalla parte della pace.
    Naturalmente nel 1842 le cose erano molto diverse, gli ebrei erano rinchiusi nei ghetti e dovevano ancora venire i pogrom e la Shoà. Coraggiosa fu perciò la scelta di Verdi di risolvere l’opera con una pacificazione, sia pure indotta dal Cielo a favore degli ebrei con la conversione di Nabucco e la vittoria dell’amore di Fenena e Ismaele. D’altra parte Verdi con Nabucco tirò un sasso in piccionaia contro l’occupazione austroungarica e quindi un nemico da sconfiggere ci voleva.
    Ma tornando alla regìa di Daniele Abbado, egli ha saputo rivestire la scabra scena di luci tiepide e finemente dorate, mentre un vero coup-de théatre è l’oscuramento del palcoscenico quando Nabucco è colpito dal fulmine, metafora dell’oscuramento della mente del protagonista.

  3. marco vizzardelli febbraio 14, 2013 a 5:11 pm #

    Fossi l’ottimo Nicola Luisotti (peraltro persona amabilissima che può permettersi una semplice alzata alzata di spalle) forse chiederei ragione del fatto che un consigliere d’amministrazione della Filarmonica si permetta affermazioni tanto superficiali quanto fuori luogo quali quelle formulate da Francesco Micheli.
    Sinceramente ascoltata la direzione dI Luisotti in Nabucco, direi che non conosco, fra i direttori di vaglia in atività, molti in grado di leggere e far eseguire Verdi al grado di “idiomaticità” da lui qui espresso. La frequente presenza di Luisotti (direttore peraltro amato e reputatissimo negli Stati Uniti, ed espressione della miglior scuola italiana) è fra le più feconde di esiti dell’attuale “era” scaligera. Ed è uno dei direttori con i quali l’oprchestra, negli ultimi anni, ha suonato meglio.
    La polemica di potere è spesso cattiva consigliera, dottor Micheli! La Scala non ha bisogno di polemiche di questo tipo. I “veleni” non servono. Servono scelte serene, ispirate a valori musicali, non a giochi di parte.

    marco vizzardelli

  4. lavocedelloggione febbraio 14, 2013 a 8:43 pm #

    Ha ragione Vizza, ieri finalmente ho visto e sentito Nabucco; una cosa meravigliosa, spettacolo, voci e direzione-concertazione! Ero estasiata, felice, nonostante la stanchezza (appena tornata da Londra con levataccia alle 4 di mattina per tornare a Milano; ci sono stata per vedere Onegin con Keenlyside che mi ha deluso, come pure la direzione di Ticciati, ma questa è un’altra storia…). Alla Scala ultimamente ci siamo goduti due Verdi da 30 e lode, Falstaff e Nabucco come meglio non si può. La regia di Daniele Abbado è sofferta, dolente, ma senza enfasi inutili, con una cura particolare ai gesti e ai movimenti dei cantanti, così credibili e vicini, a dispetto della vicenda narrata, storicamente ben lontana da noi. E la direzione-concertazione di Luisotti è stata una rivelazione, sempre il giusto ritmo, la giusta misura, i giusti accenti, ha accompagnato i cantanti in modo mirabile, ha sottolineato i momenti salienti dell’opera senza strafare e senza quell’ansia di dover strappare l’applauso a tutti i costi che altri direttori hanno (e si sente proprio!). Ne è venuto fuori un Nabucco bellissimo e coinvolgente, come mai ne ho visti e sentiti prima. Bravi tutti davvero!

    • fabiano febbraio 16, 2013 a 12:43 pm #

      Veramente ” Nabucco” nella versione Muti-De Simone secondo me era di livello decisamente superiore.
      Non voglio comunque far nessuna polemica.
      Saluti Fabiano

  5. marco vizzardelli febbraio 21, 2013 a 1:47 pm #

    Pregasi segnalare al dottor Francesco Micheli che ieri sera, all’ultima replica di Nabucco, di esitp felicissimo, la splendida esecuzione di Va Pensiero fornita da Luisotti, coro e orchestra (memorabile la scansione “a onde” chiesta e ottenuta da Luisotti, e la nota finale tenuta a cappella dal coro) è stata bissata dopo un’interminabile ovazione del pubblico, che ha preteso e ottenuto il bis. Il dottor Micheli farebbe bene, e dimostrerebbe un recvupero di stile, qualora inviasse una lettera di scuse ai Maestri Luisotti e Casoni per le incongrue dichiarazioni formulate sparlando a non so qual trasmissione.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli febbraio 21, 2013 a 1:50 pm #

    Pregasi segnalare al dottor Francesco Micheli che ieri sera, all’ultima replica di Nabucco, di esito felicissimo, la splendida esecuzione di Va Pensiero fornita da Luisotti, coro e orchestra (memorabile la scansione “a onde” chiesta e ottenuta da Luisotti, e la nota finale tenuta a cappella dal coro) è stata bissata dopo un’interminabile ovazione del pubblico, che ha preteso e ottenuto il bis. Il dottor Micheli dimostrerebbe un recupero di stile, qualora inviasse una lettera di scuse ai Maestri Luisotti e Casoni per le incongrue dichiarazioni formulate sparlando a non so qual trasmissione.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli febbraio 21, 2013 a 5:37 pm #

    In questi giorni, ho vissuto fuori sede una felice esperienza “verdiana” e mi fa piacere raccontarla.
    Si è parlato parecchio, anche di recente, di direttori in possesso (o meno) di conoscenza ed attitudine al grande repertorio d’opera italiano. Nella generazione di coloro che stanno fra i trenta e i quarant’anni, ascolti ripetuti in questi anni (in un arco di autori che va dal belcanto al ’900) mi portano ad affermare che, per “proprietà” di lettura e capacità tecnica unite ad un giusta dose di freschezza ed estro, Matteo Beltrami sia figura di spicco. Ne ho trovato conferma, nei giorni scorsi, in un fine settimana trascorso a Lubecca, nel quale la bellezza d’una città piena d’arte e di storia si è unita all’ascolto, al locale Teatro d’Opera, d’un Macbeth di Verdi per molti versi notevole, come spesso accade quando un allestimento nasce, in toto, dalla fervida collaborazione fra direttore e regista e cantanti duttili e disponibili ad un progetto non scontato.
    La regia è di Alberto Triola, che firma un Macbeth “psicanalitico” assai attendibile (a parte qualche annotazione forse didascalica propria di chi ha molto da dire, e vuol dirlo) nel tema base della sterilità di Macbeth e del “senso di maternità” della Lady. In lui, la burbanza militare diviene fragilità quasi infantile nei duetti con la moglie. Nel personaggio di lei – ovviamente centralissimo, nella visione di Triola (e, del resto, in quella di Verdi) – la perversione delittuosa non è di prima mano, non esplicita salvo nell’idea registica di farle possedere Banco (tragica ironia: darà vita, in una scena del sonnambulismo trasformata in un parto agghiacciante, ad un figlio morto) ma frutto d’una “psicosi” cui concorrono sesso e desiderio di maternità. Una lady matronale e materna, che si esprime non tanto con la consueta, tagliente “cattiveria”, ma con una dolcezza malata, psicotica. Una dolcezza che maschera il delitto. Malata di sesso (si porta a letto un giovane domestico) che nel marito è senza frutto, e desiderosa di procreare, fosse solo per “riprodurre” e proiettare le sue ansie di potere. Allora, ecco che sulla scena appaiono, ripetutamente, bambini (anche l’”apparizione” dei re del terz’atto, benissimo risolta è un corteo di infanti), levatrici (le streghe sono all’inizio domestiche al servizio di casa- Macbeth in un sordido scantinato, poi diventano suore-levatrici), e la Lady e i figuranti hanno spesso in mano vestitini bianchi da neonato e pannolini. Triola si serve in momenti-chiave della divisione della scena in due piani, sopra il luogo dei delitti, sotto lo scantinato (che prima diventa “caldaia” poi torna locale della servitù, per la scena del sonnambulismo-parto) . A questo progetto aderisce la Lady della brava Alessandra Rezza: vestita molto bene dai costumi di Manuel Pedretti, che ne esaltano la maternità-matronalità, dà vita ad un personaggio assolutamente attendibile nei gesti e nella voce assai bella (non è quella “soffocata” cui alludeva Verdi, ma qui il progetto è differente), duttile nelle agilità e ricca nelle dinamiche. L’emissione “di forza” degli acuti è particolare, quella “in dolcezza” (sonnambulismo) inappuntabile. Notevole prova vocale, scenica e d’intelligenza. Nella replica cui abbiamo assistito, il ruolo di Macbeth era sostenuto da Antonio Yang (alla “prima”, da Gerard Quinn, di cui m’avevano detto bene): dotatissimo in volume di suono e pure ben inserito nel progetto registico, un potente-impotente nel quale convivono coraggio e fragilità. Invece, “Banco obliate” (pur se la “presenza fisica” ci sarebbe): il Banco di Martin Blasius è al di là di qualunque livello di guardia, sembra il doppiaggio italiano di Ollio nell’accento, ed emette boati. A posto gli altri.
    Tutto lo spettacolo ha il suo “motore”, e prende vita, dalla direzione di Matteo Beltrami. Che “crea” , in buca e sulla scena, un Macbeth mobilissimo nei tempi e nell’azione. Nella sua lettura, Beltrami ha trovato risposta volenterosa dal pur sparuto coro, e di totale dedizione da parte dell’ottima orchestra dei Lubecker Symphoniker: sicuri, duttili ed evidentemente avvinti dalla possibilità di suonare secondo una mobilità di fraseggio ed uno stile “italiano” che non gli è consueto, ma cui hanno ammirevolmente aderito. Se ne ha “spia” fin nel Preludio. La “figura” serpeggiante (odora già d’intrigo, di delitto) dei legni che apre l’opera è rapidissima, insinuante, ma termina in una pausa (già colma di terrore) dalla quale emerge, drammaticissima, la frase degli ottoni. Il Macbeth “di” Beltrami è già tutto qui, in queste note iniziali. Fremente, oppure agghiacciante nella voluta lentezza e nei silenzi, secondo quanto richiedano le azioni e gli stati d’animo. Beltrami “racconta” Macbeth , ne evoca tutto il “carico” di perversioni e umanità (ce n’è tanta, sia pur malata) grazie ad una mobilità di tempi che (in unità d’intenti con la messa in scena) non lascia sprecato un solo momento di un’opera che è forse la più “sperimentale” di tutto Verdi. Splendida ed originalissima la lettura del concertato finale atto I (forse il più bello, fra i tanti, magnifici, della produzione verdiana). L’inferno “si schiude”, letteralmente, in un quasi-glissando d’orchestra. La tragedia, l’assassinio del Re, è denunciato, ma anche qui – nel delitto – la Lady si ammanta di una perversa dolcezza: e la frase “vi stampi sul volto l’impronta del primo uccisor” viene improvvisamente – è un virtuosisimo acrobatico chiesto ed ottenuto da Beltrami alla Rezza che risponde a perfezione – smorzata, assottigliata ed addolcita di colpo, con un esito espressivo (non scritto, ma “interpretato”) da brivido per l’ascoltatore. Così pure, il “brindisi” è lo specchio di tutte le inquietudini: il cambio di tono della Lady, alla ripetizione, è agghiacciante: “nasca il diletto, muoia il DOLOR”, là dove la parola è pronunciata e accentata (ancora duttilissima, la Rezza) con tutta l’acredine di lei per la fragilità di lui. Il fremito , e i silenzi: accade anche in “Patria Oppressa”, il grande coro di dolore si chiude in un lunghissimo silenzio grazie al quale la frase “o figli, o figli miei” di Macduff pare davvero emergere da un abisso di dolore. E totalmente coerente con il progetto musicale e scenico è la scelta del finale-1847. Dalla battaglia che si quieta in orchestra, e dal silenzio, esce – dura, tragica, scandita parola per parola – l’ammissione di sconfitta del morente Macbeth (“mal per me che m’affidai…”) seguita dai (rapidissimi) accordi finali: tutto è detto, tutto è compiuto, è finita. Il che, da un lato è di totale efficacia drammatica. Dall’altro grazia l’ascoltatore dall’ascolto della (ad avviso di chi scrive, e non solo) infelice marcetta della versione-1865.
    Alla replica cui ho assistito (17 febbraio), pubblico attentissimo e un autentico successone, ovazione e lunghissimi applausi ritmati a Beltrami e ai due protagonisti. Altre quattro repliche, fra marzo, maggio e giugno.

    marco vizzardelli

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