7 Dic

Lohengrin

Richard Wagner

Nuova produzione Teatro alla Scala

 

Dal 7 al 27 Dicembre 2012

Durata spettacolo: 4 ore e 50 minuti  inclusi intervalli

Cantato in tedesco con videolibretti in italiano, inglese, tedesco

L’opera in poche righeApri X
È la storia del cavaliere del cigno, il principe del cristianesimo che viene in soccorso della mite Elsa di Brabante, per salvarla dall’infamante accusa di fratricidio. La scomparsa di Gottfried, fratello di Elsa, è in realtà una fattura della strega Ortruda, appartenente al mondo delle oscure divinità della Germania arcaica. Lohengrin chiede Elsa in sposa, ma nell’anonimato: come custode del Santo Graal, non può far sapere chi è e da dove viene. Ma la fanciulla è troppo debole e, rosa dal dubbio, pretende di conoscere la sua identità. Lui l’accontenta, ma deve ripartire per sempre, questa volta con la barca trascinata da una colomba in volo.
Per la prima opera in cui Wagner ha intessuto una fitta rete di simbolici motivi musicali vi sarà la bacchetta di Barenboim. L’allestimento è curato dal regista Claus Guth, che tanto si è fatto ammirare la scorsa Stagione nella Donna senz’ombra di Strauss.

Direzione

Direttore
Daniel Barenboim
Regia
Claus Guth
Scene e costumi
Christian Schmidt
Coreografia
Volker Michl
Luci
Olaf Winter
Drammaturgia
Ronny Dietrich
Maestro d’armi
Renzo Musumeci Greco

CAST

Heinrich der Vogler
René Pape
Lohengrin
Jonas Kaufmann
Elsa von Brabant
Anja Harteros
Friedrich von Telramund
Tómas Tómasson
Ortrud
Evelyn Herlitzius
Der Heerrufer des Königs
Zeljko Lucic
 

Cambio Cast 7 dicembre – Annett Dasch da Bayreuth alla Scala A causa del perdurare di una  forma influenzale, la Signora Anja Harteros è costretta a rinviare il suo debutto nel Lohengrin che inaugura la Stagione 2012/2013. Avendo contratto analoga indisposizione anche la Signora Ann Petersen, la parte di Elsa sarà cantata da Annette Dasch, che dal 2010 interpreta il ruolo al Festival wagneriano di Bayreuth. Il Teatro alla Scala ringrazia sentitamente la Signora Dasch, che è giunta nella notte a Milano e con la sua generosa disponibilità ha dato un segno di attaccamento al Teatro e di amicizia alla Scala

8 Risposte to “”

  1. fabiano dicembre 8, 2012 a 3:02 pm #

    Grande, grandissimo Kaufmann. ” In fernem land” da brivido.
    Non mi è assolutamente piaciuta la regia.

  2. marco vizzardelli dicembre 21, 2012 a 12:31 pm #

    Non c’è la sezione apposita ma commento qui lo scherzo di Natale (concerto non è il termine adatto) andato in onda ieri sera alla Scala.

    Mi è costato ben 11 euro – nulla, a confronto delle somme pazzesche sborsate da chi era seduto in platea – il cosiddetto Concerto di Natale del Teatro alla Scala. Undici euro sono un valore eccedente la qualità del concerto medesimo, ma si è trattato di una spesa utile a chiarire fino a che punto il pubblico possa esser preso in giro. L’altro motivo era una verifica d’ascolto del Maestro Robin Ticciati dopo l’ottima prova fornita la scorsa stagione nel Peter Grimes.
    Il concerto è iniziato alle 20 e ha avuto termine, minuto più minuto meno, alle 21, senza intervallo. Il Maestro Ticciati ha aperto lo strampalato programma tutto-Berlioz con una scialba esecuzione della Symphonie Fantastique, nella quale l’orchestra della Scala si è progressivamente sfaldata fino ad un finale confuso e confusionario. Vero è che la Fantastique alla Scala è stata appena eseguita in maniera memorabile dalla Philarmonia Orchestra diretta da Salonen e che il confronto era inevitabilmente impietoso per Ticciati e gli scaligeri, ma in quel finale si è andati sotto i limiti di guardia dell’esecuzione decorosa. Dopo blandi applausi Ticciati ha annunciato che il concerto sarebbe proseguito senza pausa e ha diretto il coro e l’orchestra della Scala nell’Addio dei Pastori alla Sacra Famiglia dall’Infanzia di Cristo: esecuzione altrettanto scialba, della durata di circa dieci minuti. Fine.
    Il coro della Scala è stato in questi giorni protagonista della sconcia vicenda dell’annullamento della prima rappresentazione del balletto Romeo et Juliette: un vero insulto al pubblico e a tutto un Paese in crisi nel quale molti stanno perdendo il lavoro. Chissà che, stavolta, l’impiego del coro per ben dieci minuti con termine alle ore 21 non abbia fatto scattare la nota “indennità presepe”.

    marco vizzardell

  3. marco vizzardelli dicembre 21, 2012 a 12:32 pm #

    Non c’è la sezione apposita ma commento qui lo scherzo di Natale (concerto non è il termine adatto) andato in onda ieri sera alla Scala.

    Mi è costato ben 11 euro – nulla, a confronto delle somme pazzesche sborsate da chi era seduto in platea – il cosiddetto Concerto di Natale del Teatro alla Scala. Undici euro sono un valore eccedente la qualità del concerto medesimo, ma si è trattato di una spesa utile a chiarire fino a che punto il pubblico possa esser preso in giro. L’altro motivo era una verifica d’ascolto del Maestro Robin Ticciati dopo l’ottima prova fornita la scorsa stagione nel Peter Grimes.
    Il concerto è iniziato alle 20 e ha avuto termine, minuto più minuto meno, alle 21, senza intervallo. Il Maestro Ticciati ha aperto lo strampalato programma tutto-Berlioz con una scialba esecuzione della Symphonie Fantastique, nella quale l’orchestra della Scala si è progressivamente sfaldata fino ad un finale confuso e confusionario. Vero è che la Fantastique alla Scala è stata appena eseguita in maniera memorabile dalla Philarmonia Orchestra diretta da Salonen e che il confronto era inevitabilmente impietoso per Ticciati e gli scaligeri, ma in quel finale si è andati sotto i limiti di guardia dell’esecuzione decorosa. Dopo blandi applausi Ticciati ha annunciato che il concerto sarebbe proseguito senza pausa e ha diretto il coro e l’orchestra della Scala nell’Addio dei Pastori alla Sacra Famiglia dall’Infanzia di Cristo: esecuzione altrettanto scialba, della durata di circa dieci minuti. Fine.
    Il coro della Scala è stato in questi giorni protagonista della sconcia vicenda dell’annullamento della prima rappresentazione del balletto Romeo et Juliette: un vero insulto al pubblico e a tutto un Paese in crisi nel quale molti stanno perdendo il lavoro. Chissà che, stavolta, l’impiego del coro per ben dieci minuti con termine alle ore 21 non abbia fatto scattare la nota “indennità presepe”.

    marco vizzardelli

  4. masvono dicembre 21, 2012 a 2:52 pm #

    Francamente un concerto di Natale contenente al suo interno il “sogno” di un oppiomane, una marcia al patibolo e un ridda di streghe è già di per sè uno scherzo. Non so, a Natale sarebbe il caso di imparare un paio di messe di Haydn o di Mozart, qualche oratorio…se non ce la fanno anche qualche “Carols” possono andare bene..

    Ah..ma stiamo parlando della Scala, non della Verdi…scusate. Il Sabba a Natale mi sembra perfettamente congruo con le ragioni dei loro scioperi.
    Saluti

    -MV

  5. masvono dicembre 22, 2012 a 8:08 pm #

    Trovo che il Teatro debba essere una cosa *viva*, e che compito del Teatro sia *stimolare* gli stanchi neuroni di coloro che vi assistono. Il che, sovente, è un compito difficile, alla Scala più che altrove, dato che il suo pubblico, nella globalità inteso, non nei singoli componenti, pare sovente un caso degno degli studi di Lorenz.

    Altrove si legge della messinscena di Guth come di un qualcosa di incomprensibile. Parrebbe, a leggere altrove, di trovarsi di fronte a una sorta di “psicanalista di noaltri” che abbia deciso di rappresentare Lohengrin come uno psicotico (perchè a volte i suoi movimenti compiono degli scatti) o Elsa come una disadattata. Il compito di uno spettatore, che non voglia paragonarsi ad un australopiteco, sarebbe però di chiedersi “come mai Lohengrin/Kaufmann si muove a scatti?”, “come mai Lohengrin/Kaufmann ogni tanto getta via una piuma di cigno da sè”? Magari, ponendosi queste domande, le sinapsi iniziano a creare dei collegamenti, chessò, magari ricordando che Lohengrin asserisce di essere figlio di Parsifal (nel terzo atto, bisogna fare uno sforzo di memoria!) e che Parsifal, nell’omonima opera, entra in scena ferendo a morte un cigno (il primo atto che compie). E forse potrebbe instaurarsi un collegamento: Parsifal uccide un cigno ed entra in scena, Lohengrin cavalca un cigno entrando in scena. Tutta la vicenda di Parsifal nasce dall’uccisione del cigno e *potrebbe darsi* che il “senza padre” adotti un cigno nel futuro? E questo cigno potrebbe essere Lohengrin stesso? Un “senza padre” come Parsifal potrebbe essere padre di un qualcuno in un mondo di Cavalieri in cui non vi è traccia di donna alcuna? L’adozione o la cooptazione potrebbero essere uno strumento per crearsi una stirpe, una figlianza, un’ereditarietà in mancanza di una possibilità di concepire.
    Ponendosi delle domande, si creano delle risposte e alcune dinamiche vengono alla luce.

    Se si accetta che un cavaliere splendente entri in scena navigando su un Cigno che alla fine dell’opera per incanto si trasforma nell’erede creduto morto, perchè non dovremmo farci trasparenti di fronte a Guth e porci, nel novero delle possibilità, beninteso (Guth *suggerisce*, non *impone*) che Lohengrin e l’erede siano la stessa figura, trasformata in Cigno per opera di un *potere superiore* (il mondo celeste, Montsalvat) allo scopo di dividere i due fratelli, legatissimi, prima di un possibile incesto (sappiamo da Fricka e dall’Anello che la consuetudine e la religione aborrono gli incesti)?

    Se entriamo in quest’ordine di idee, se in qualche modo ci apriamo a quello che una messinscena vuole comunicare, possiamo capire il motivo per il quale Guth obbliga Kaufmann ad entrare in scena in posizione fetale, scosso da spasmi. Un cigno che abbandonasse la propria “cignitudine” e si ritrovasse di improvviso con gambe e braccia sarebbe abituato a “scrollare” gli arti come fossero ali, per poi d’improvviso cessare appena realizza la propria nuova condizione umana. Ecco il perchè delle piume che continua a ritrovarsi addosso, nelle tasche o fra i vestiti, sono i retaggi di un abito dismesso. Il cane non c’è più, ma i suoi peli sono ancora sulla coperta. E se Lohengrin e il Fratello fossero la stessa persona si spalancherebbe uno scenario stupefacente. Il Divieto di chiedere il nome varrebbe come Divieto di apprendere il nome del fratello, il divieto di fare un incesto consapevole, l’amore tra Elsa e Lohengrin/Gottfried come specchio di quello Siegmund/Sieglinde e quello che ne consegue, questa volta con la “benedizione” di Montsalvat, non essendoci incesto laddove non si conosce il proprio stato e quindi un amore puro, che redime una passata colpa. Basta *non domandare*!

    Con questi fondamenti la suggestione funziona: Elsa accudisce il fratellino più piccolo, tutti e due sono vessati dall'”emissaria nera” del regno di Radbod, Ortrud, la governante sadica, sviluppano fra loro complicità. Il fratellino si perde nella “selva” (vi diventa Cigno? viene trovato da Parsifal allo stesso modo in cui Gurnemanz decenni prima lo trovò? Non lo sappiamo, ma *potrebbe essere*), e Elsa vive con il senso di colpa di non averlo protetto. Fino a quando non riappare nelle sembianze di Lohengrin, ma con gli stessi ricci nei capelli, gli stessi lineamenti..e ad Elsa non sfuggono i “frammenti d’ala” del cigno che i soldati riportano nella Reggia, sì da insospettirla. Questo è il tema, il tarlo che rode la sua testa: sto commettendo incesto?.

    Detto questo mi sembra di poter dire che merito di Claus Guth è quello di aver allestito una regia che *fa pensare* (certamente chi voglia pensare) e di aver lasciato volutamente aperte alcune soluzioni sì da suggerire spesso ma di imporre poco. Non è un difetto: Henry James ha fondato sulla “suggestione” tutta la sua poetica, e un po’ di mistero in una rappresentazione va preservato. Altro merito di Guth quello di aver posto un’attenzione millesimata alla recitazione. Kaufmann è da Oscar, i movimenti da Cigno fatto uomo rivelano un talento sovrumano e raramente osservato in un cantante lirico. L’unico appunto a Guth è quello di non aver seguito la musica nell’apparizione di Lohengrin: alla cifra 26 della partitura “Lebhaft”, “Vivace” le tre trombe in Mi intonano in pianissimo il tema di Lohengrin, argentino, mercuriale, lucente, ultraterreno. Sta per compiersi un prodigio e in scena non vediamo nulla per tutto il fantasmagorico crescendo fino a quando il mucchio di armigeri, aprendosi, svela Lohengrin accucciato in posizione fetale sul suolo. Non può non accadere nulla di fronte alla meraviglia sonora escogitata da Wagner, sarebbe bastato che Guth avesse fatto piovere dal cielo le piume in quel momento, e non al primo appello dell’Araldo. E’ un peccato non troppo veniale, ma che non pregiudica l’altissimo studio del regista e la messa in scena.

    Sul fronte musicale Kauffman tratteggia il cavaliere antierore con una poesia ed un intimismo sconvolgenti (l’eterna mezzavoce sulla parola “taube” di ieri sera ci rapiva nel reame del Graal), pochissimo assecondato dalla bacchetta sempre un po’ pesante e imprecisa di Barenboim (arrivo di Lohengrin confusissimo in orchestra e coro). Ma se l’imprecisione è a servizio della poesia non me ne dolgo. Purtroppo Barenboim non emoziona, resta un direttore idiomatico negli impasti timbrici del Wagner maturo, gli riesce bene il fosco tratteggio della coppia demoniaca, ma l’effusività, la commozione, l’intimità fragile e sperduta di Lohengrin così come concepito da Guth gli riescono estranei. Anche le grandi campati corali dei cortei del Secondo Atto non riuscivano a trasformarsi nell’insostenibile tensione del crescendo come riusciva invece a Gatti nella passata edizione, limitandosi ad un affastellamento di sonorità sempre più forti, ma prive di gradualità dinamica.
    Rene Pape entra con il Mi di Gott imbarazzante nella sua ingolata bruttezza, ma nella recita, pur forzando spesso, galleggia. Viceversa va a picco subito, rimanendo sul fondo, lo stonatissimo Tomas Tomasson il cui Telramund fa il paio con l’Amonasro di Carlo Guelfi per l’approssimazione tecnica dell’apparato vocale e l’assoluta assenza di qualsiasi sfumatura nell’esagitata emissione dal principio alla fine dell’opera. Herlitzius monocromatica, ma efficace Ortrud, sempre sovraesposta sul versante della “virago infera”, quale si conviene ad una sadica Rottermeier e del pari efficace l’Elsa della Harteros, ben cantata e dall’impostazione vocale coerente con l’intima fragilità di una donna colma di sensi di colpa.

    L’esegesi di Guth e la massima realizzazione di Kaufmann sono la ragione d’essere di questo spettacolo che ha il pregio di portare aria fresca nel museo scaligero. Ne attendiamo la ripresa, magari di nuovo con Gatti la cui concezione di esacerbato lirismo e tensione spasmodica mi sembrano più attigue allo spettacolo di quanto non lo sia la genericità di Barenboim.

    A presto

    -MV

    • marco vizzardelli dicembre 23, 2012 a 1:32 am #

      I miei più vivi complimenti a Vono, che in intelligenza e scrittura batte per 100 a zero le salme remunerate del Corriere della Sera. Non ho che sottoscrivere, ribadendo – essendo stato presente in sala alla medesima replica (21 DICEMBRE) che il suono emesso dal sublime Kaufmann
      alla parola Taube (colomba) è parso un’autentica epifania del “divino”.
      Non ricordo d’aver udito voce umana emettere suono d’una tal bellezza da quando frequento i teatri lirici

      marco vizzardelli

      • lavocedelloggione dicembre 23, 2012 a 1:24 pm #

        Concordo, l’interpretazione di Max è assolutamente geniale, e non è la prima volta, ad ogni modo questa volta mi incarico di segnalare la sua recensione alle “salme” del Corriere e anche ad altri giornali, nonché all’ufficio stampa scaligero, visto che a quanto pare il teatro e chi lo rappresenta appare più pronto ad offendersi per le critiche che non attento ai contributi, come questo, che il pubblico di appassionati può dare al teatro!
        BUON NATALE a tutti!
        P.S. Il concerto di Natale mi ha molto deluso, soprattutto per il modo con cui alla fine è stato liquidato il pubblico, che avrebbe richiamato direttore e maestro del coro una seonda volta per gli applausi; e invece tutti gli orchestrali si sono alzati dalla sedia all’unisono per scappare via, destando, come mi è stato detto, imbarazzo anche nei commentatori della diretta radiofonica

  6. lavocedelloggione dicembre 29, 2012 a 3:29 pm #

    Mi spiace non averlo fatto subito, ma bisogna pur dire che l’ultima replica del 27 dicembre è stata insuperabile, sublime, raramente capita che tutto sia così perfetto, tutti l’hanno notato e tutti ne erano felici! Che bel regalo di fine anno! Baci baci baci Attilia

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