26 Ott

Il concerto per pianoforte e orchestra

Filarmonica della Scala

Daniel Barenboim, solista

 

Abbonamento
Il concerto per pianoforte e orchestra

1. Concerto
Gustavo Dudamel, direttore

Johannes Brahms
Concerto n. 1 in re min. op. 15

Béla Bartók
Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra

Giovedì

25/10/12

2. Concerto
Claudio Abbado, direttore
con la partecipazione dell’Orchestra Mozart

Fryederyk Chopin
Concerto n. 1 in mi min. op. 11

Gustav Mahler
Sinfonia n. 6 in la min. “Tragica”

Martedì

30/10/12

3. Concerto
Daniel Harding, direttore

Ludwig van Beethoven
Concerto n. 3 in do min. op. 37 per pianoforte e orchestra

Elliott Carter
Dialogues II
Prima esecuzione assoluta

Pëtr Il’ič Čajkovskij
Concerto n. 1 in si bem. min. op. 23

Mercoledì

07/11/12

 

 Tutti i concerti avranno inizio alle ore 20.

41 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione ottobre 26, 2012 a 11:05 am #

    Scusate ancora una volta, ma in questo periodo sono un po’ fuori di testa (chissà come mai???) Attilia
    Copio i due commenti inseriti sotto Sigfrido Vizza e Max Vono
    marco vizzardelli
    ottobre 26, 2012 a 9:56 am Edit # In attesa dell’apposito spazio val la pena riferire subito qui del concerto Dudamel-Barenboim

    Il ciclo celebrativo dei 70 anni di Daniel Barenboim (che coincide con il ritorno alla Scala di Claudio Abbado) si è aperto con il felicissimo concerto che ha visto Gustavo Dudamel sul podio della Filarmonica della Scala e lo stesso Barenboim al pianoforte.
    Va subito ribadita, dopo l’esito di Sigfrido in versione-orchestra della Scala, l’ottima forma della Filarmonica, che ha , fra l’altro esibito volti nuovi ( chi erano i due eccellenti corni – si, corni! – magnificamente impegnati nel Concerto in re min. di Brahms?). La giusta euforia per i giorni grandi che il teatro sta vivendo (Sigfrido, il ritorno di Abbado, una serie di concerti ad alto livello) trova l’orchestra nel giusto clima. E – come siamo critici quando il clima e le esecuzioni non sono di questo livello – così siamo felici di vederli ed ascoltarli in questo spirito, che va mantenuto al di là di giornate indubbiamente eccezionali per la Scala e per Milano.
    E’ stato un concerto festosissimo, ricco di anima, nel quale tutte le parti in campo hanno dato il rispettivo meglio. Gustavo Dudamel ci ha offerto entrambi i volti del sua identità d’interprete: riflessivo, posato, lirico quando necessario, in un Brahms per nulla spettacolare ma assolutamente idiomatico che conferma la maturazione del giovane direttore dalla “spettacolarit” dei primi anni ad una fase molto più meditativa, che gli permette di affrontare con ottimi esiti il grande repertorio tedesco (ricordiamo la sua eccellente Eroica di Beethoven alla Scala). In Bartok, abbiamo invece ritrovato il Dudamel maestro del ritmo, del colore, della sensualità (latina eppure perfettamente aderente allo stile del Primo concerto dell’ungherese) peraltro sorvegliatissima nelle dinamiche e nella magnifica concertazione: splendida, anche qui, la risposta dell’orchestra (lode spaciale alle percussioni, ma non solo).
    Naturalmente Daniel Barenboim è stato il mattatore della serata: il “suo” Brahms è senz’altro personale, ma talmente ricco di estri, di improvvisi rabeschi e accensioni, di ripegamenti lirici, di colori, da risultare un’autentica “rilettura poetica”. Rispetto all interessanti notazioni proposte da Vono , a proposito di Sigfrido, sul Barenboim direttore, il pianista resta decisamente più “effusivo”. Là dove tecnicamente non sia sempre irreprensibile, vengono immediatamente in soccorso l’estro e l’effusività. Barenboim è stato eccellente in Bartok, l’esito più compiuto della serata anche nel dialogo perfetto con Dudamel e l’orchestra.
    E Barenboim ha lasciato scatenare tutte le sue doti di showman al momento dei bis: un delibatissimo Schubert, e un’incredibile lettura della parafrasi lisztiana di Rigoletto, iniziata indugiando e ammiccando all’orchestra sul tema di Bella Figlia dell’Amore, quasi volesse dire “conoscete? vi dice qualcosa, in questi giorni?”, poi eseguita con “ruffianissimo” (in senso simpatico!) gusto salottiero, tripudio di colori e di “perlage” e un senso di”divertissment” ben più apprezzabile d’una mera, esatta esecuzione. Tripudio di applausi e scavalcamento del pianoforte da parte del mattatore, che ha fatto il periplo del palcoscenico per andare ad inchinarsi e a ricevere applausi da ogni parte del teatro.
    Serata fra amici, dichiarazione d’amore alla musica: sono bei giorni, questi, per la Scala e per Milano.

    marco vizzardelli

    Risposta

  2. lavocedelloggione ottobre 26, 2012 a 11:06 am #

    masvono
    ottobre 26, 2012 a 10:53 am Edit # Sì. In particolare è impressionante la maturità raggiunta da Dudamel aderendo classicamente alla visione di un Brahms liricissimo con una vena crepuscolare che rimandava a un certo Bernstein (non nel volume di suono però. L’accompagnamento e il sostegno al pianoforte erano impeccabili). Esiste su youtube un’esecuzione del primo di Brahms di Dudamel di cinque anni fa che non ha più nulla a che vedere con il direttore attuale. L’inizio di allora, energico e rapinoso oggi ha assunto un peso maggiore, un vigore percussivo da ballata nordica allora ignorato. In una delle sue ultime registrazioni, la Quarta di Brahms con i complessi filarmonici di Los Angeles Dudamel giunge ad uno scavo del suono e ad una ampiezza di respiro tali da portare la Passacaglia finale fino alla soglia dei dodici minuti. Un dato metronometrico in sè poco significativo, ma che lo diventa nel momento stesso in cui ci avvediamo che nella storia interpretativa di questa sinfonia solo due direttori giungono a un timing simile: Carlo Maria Giulini e Leonard Bernstein. Ed entrambi nelle registrazioni più mature del loro catalogo.

    Un secondo appunto: un plauso particolare ai corni, segnatamente colui che ha eseguito la parte del terzo in fa precisissimo nell’intonazione delle quarte e quinte alle battute 199 e seguenti del primo tempo, dove Brahms prescrive piano, marcato ma dolce. Indicazione realizzata alla lettera.

    A presto

    -MV

  3. Elenas ottobre 26, 2012 a 11:18 am #

    Attilia, la ragione per cui in questo periodo tu sia un po’ fuori di testa non sfugge a nessuno: sappi però che sei in buona compagnia.

    E.

  4. proet ottobre 27, 2012 a 2:24 pm #

    scusate ma il pezzo di Carter è già stato eseguito, come riportato da Jacini sul GdM online, e ignorato dai nostri recensori oppure verrà eseguito il 7 novembre come è scritto qui sopra e allora Jacini ha bluffato?

    • masvono ottobre 27, 2012 a 7:38 pm #

      È stato eseguito, molto bene peraltro.

      -MV

  5. CA ottobre 30, 2012 a 2:58 pm #

    ma ndo state!

  6. masvono ottobre 31, 2012 a 3:00 am #

    Lasciamo un commento a margine sui due concerti di rilievo storico che la Scala ha ospitato nelle ultime settantadue ore.

    Partiamo dal primo, artisticamente storico, che ha visto sul podio Esa-Pekka Salonen con la “sua” Philharmonia Orchestra in un programma di “main courses”, Settima di Beethoven e Sinfonia Fantastica di Berlioz condito con il bis della trascrizione/sovrapposizione delle Quattro Ritirate Notturne di Madrid boccheriniane di Luciano Berio.
    Non sono uso ad impressionarmi di fronte al mero dato tecnico della realizzazione interpretativa. Ciononostante ritengo oggigiorno Salonen il più tecnicamente sbalorditivo tra tutti i direttori in attività. Ovviamente l’impressionante capacità realizzativa è al servizio di una profondità di lettura di segno marcatamente strutturalista che ha dell’incommensurabile. Come se al microscopio elettronico di Pierre Boulez avessero aggiunto un’infinità di ingrandimenti in più.
    Il suo Beethoven, nella Settima, è pura energia, anzi è l’Energia di einsteniana memoria, massa per il quadrato della velocità della luce resa in musica. In una personalissima commistione tra sonorità di strumenti ottocenteschi (timpani e trombe) e moderni (archi e legni) Salonen disegna con il calore bruciante e la leggerezza luminosa di un fascio laser le architetture della Settima sinfonia, attraverso un incessante moto cinetico in divenire, tuttavia mai rigido, dove gli interventi dei timpani sono scariche elettriche e i pedali delle trombe (il trio del terzo tempo) tanto asciutti e bianchi da sembrare sirene di varesiana memoria.
    Dominante energetica, trasformata in passione incandescente è stata anche la caratteristica della Sinfonia Fantastique, dove il tema ricorrente dell’idèe fixe è stato inseguito e svelato da Salonen in ogni anfratto, anche desueto, della partitura. Sostenuto sempre da un’agogica bruciante in seno ad una trasparenza del tessuto orchestrale realizzata in maniera assoluta, la sinfonia di Berlioz si è combusta come in sogno. Di rilievo stupefacente gli agilissimi legni nel finale del secondo tempo, il corno inglese del terzo, la stonatura richiesta agli ottoni in sordina nelle prime note della marcia al supplizio (una notazione quasi schercheniana questa di Salonen) e il perfetto aplomb dei due timpanisti nelle ultime battute della fantastica dove raggiungevano un unisono assoluto nel virtuosismo della loro parte ad una velocità elevatissima richiesta e sollecitata dal direttore. Uno spettacolo nello spettacolo è stata la reattività della compagine londinese, per niente inferiore ai blasoni più alti a livello mondiale, anzi! Forse certe “graduatorie” andrebbero un po’ riviste. Inoltre la Philharmonia è una delle pochissime orchestre, che conto sulle dita di una mano, che sono oggigiorno in grado di distinguersi timbricamente fra le altre. Il suo suono è ancora quello di un tempo, quello che si ritrova nelle registrazioni di Karajan per intenderci, con la luce e la compattezza degli archi, con poco vibrato, che l’hanno sempre contraddistinta.
    Il bis della Ritirata Notturna: se avete presente cosa sia quella trascrizione sappiate che con Salonen si era in grado di seguire ogni singola parte per la trasparenza ottenuta.

    Il secondo concerto, storico per altri motivi, ha visto sul podio Claudio Abbado e Daniel Barenboim al pianoforte nel programma Primo Concerto di Chopin e Sesta Sinfonia di Mahler. Non credo che esistano grandi affinità musicali tra Abbado e Barenboim (umane senz’altro sì) che non siano quelle di un manifesto piacere di far musica insieme. Non ricordo incontri musicali tra i due, in ogni caso i partner pianistici di Abbado non hanno la caratteristica di suono e nemmeno l’imprevedibilità di Barenboim. Tuttavia il direttore milanese ha sempre avuto la caratteristica di non imporre mai la sua linea al solista, i suoi esiti sono sempre stati estremamente dialogati e dialoganti e, nel caso, se qualcuno tra i due deve cedere qualcosa spesso è stato Abbado a farlo a vantaggio del solista di turno. Questa linea si è confermata stasera, con un Daniel Barenboim sempre più protagonista imprevedibile del gioco pianistico che alternava nel fraseggio del concerto sonorità corpose e autunnali di brahmsiano riferimento con estenuatezze e garruli perlage da sommo intrattenitore. Abbado lo seguiva con un accompagnamento di alta classe, la cui sobrietà nelle sonorità si sposava all’attenzione a seguire ogni infinito cambiamento di tempo dell’erratico pianista con un secondo tempo delibato in una contemplazione tanto stupefatta quanto rapsodica ed un terzo tempo sfarfalleggiante in una continua mutazione di tempi e colori.
    La Sesta di Mahler ha visto la scomparsa della cassa acustica dal palco della Filarmonica. L’orchestra era disposta in profondità fino ad occupare mezzo palcoscenico ed in particolare mi è parsa enormemente nutrite la massa degli archi, segnatamente quelli gravi. Questa disposizione in profondità ha dato inusuale profondità anche al suono, per cui mi chiedo come mai non venga adottata anche normalmente.
    Si è trattato di una Sesta di Mahler sostanzialmente riconducibile alla visione dell’Abbado più recente verso questa sinfonia. Di grande peso sonoro ed impatto nichilista, appena velato dall’umorismo sardonico, quindi nero, di un glockenspiel riverberante e sonorissimo. Una sonorità orchestrale sollecitata da Abbado ad evidenziare i lati scuri, archi gravi e basso tuba sopra tutti, Tutte le orchestre che Abbado dirige devono essere *fortemente presenti* sul lato fonico, e la Filarmonica della Scala, rinforzata dalla Mozart, non ha fatto eccezione. Il suono era quello di Abbado, indiscutibilmente, i suoni quelli della Filarmonica della Scala in stato sì ottimo, vogliamo anche dire eccellente rispetto a loro stessi. Che però non sono paragonabili a quelli della Lucerna Festival Orchestra o quelli della Philharmonia,
    Ovazione tripudiante al termine del concerto, trionfo personale di Abbado in un contesto in cui l’esito artistico musicale era per forza di cose un elemento della serata e non la ragione della stessa. Minuti interi di applausi da parte di quasi tutti gli spettatori delle gallerie a palcoscenico vuoto e orchestra ritirata non sono serviti a ricondurre il maestro sul palco da solo per un ringraziamento personale da parte di un pubblico che non lo ha mai dimenticato.

    Ciao a tutti

    -MV

  7. Gabriele Baccalini ottobre 31, 2012 a 12:26 pm #

    L’essenziale l’ha già scritto Vono. Ma il primo motivo di soddisfazione della serata, oltre al fatto in sé di “vedere” Claudio Abbado sul podio della Scala, era l’orchestra in giacchetta come il suo direttore e tante grandi orchestre europee. Basta finalmente con quei frac da camerieri novecenteschi (e questo vale secondo me anche per la Verdi di Corbani).
    Ma, a parte la nota di colore, a me è sembrato che la potenza fonica scatenata dai 153 esecutori della Sesta di Mahler facesse fatica a stare dentro le pareti di una sala pur grande come quella della Scala. Neppure a Lucerna, di cui qualcuno ha postato la ripresa video da You Tube, si era sentito tanto suono, anche se concordo con Vono che la perfezione di Lucerna e della Philharmonia di Salonen sono a diverse lunghezze di distacco.
    Tuttavia è stata sconvolgente la capacità di Abbado di controllare ogni attacco, dal bassotuba al primo violino, all’unisono millimetrico dei percussionisti nei due colpi di maglio del finale.
    Invece i momenti “cameristici” tipici delle orchestrazioni di Mahler sono stati di una finezza e di una commozione insuperabili (non dico ineguegliabili, perché da Claudio li avevamo già sentiti tante volte).
    Ma in fondo non è un concerto che vale la pena di “recensire”: quello che conta è di averlo sentito, di tenerlo nel cuore come il momento più alto della Scala da tempo (non dico da 26 anni, perché non voglio fare un torto a Pierre Boulez, a Esa-Pekka Salonen e ad altri, Riccardo Muti compreso), nell’attesa di riprovare l’emozione di ieri sera con Claudio Abbado alla guida dell’orchestra, che sia la Filarmonica, la Mahler Chamber o quella che lui vorrà.

  8. marco vizzardelli ottobre 31, 2012 a 2:23 pm #

    Vono e Baccalini sono stati esaustivi. Per parte mia aggiungo solo che, uno dopo l’altro, in questi giorni, sono passati dalla Scala e da Milano i due direttori viventi a mio avviso più importanti proprio sul piano “storico”della direzione d’orchestra, sia dal punto di vista “tecnico” dell’arte del dirigere, sia da quello interpretativo: Claudio Abbado ed Esa Pekka Salonen. L’oggi (ma il concetto è riduttivo per Abbado che, alla soglia degli 80 anni, è ancora in continuo studio ed evoluzione) e il domani già iniziato.
    Aver vissuto due presenze di questo tipo in pochi giorni (con in più un ottimo Sigfrido, e l’alteettanto ottima apparizione di Dudamel) è stata l’esperienza musicale più esaltante degli ultimi anni, non solo alla Scala.

    marco vizzardelli

  9. CA ottobre 31, 2012 a 4:25 pm #

    sono ancora pieno dal concerto di ieri, era la mia prima volta di CA con la Scala, dentro la Scala.
    L’unica nota su cui mi sento di dissentire è questa: la settima di LvB di Salonen (direttore che io adoro, sia chiaro, altrimenti non avrei strapagato il biglietto per vederlo domenica). Non mi è piaciuta affatto. Ho trovato gli ottoni a tratti disturbanti, con quel loro puntellare ribattendo sul timpano. Non l’ho trovata una grande interpretazione, anzi mi pare che interpretazione non ci sia stata. Di settime dal vivo ne ho ascoltate poche, ma quella di Muti in quanto a ritmo e forza trascinante aveva poco da invidiare alle migliori.
    Mi è piaciuta molto invece la SF di Berlioz.

    • masvono ottobre 31, 2012 a 6:38 pm #

      L’unisono timpani/trombe è una caratteristica fondante del ritmo beethoveniano, anzi forse la caratteristica maggiormente fondante dal punto di vista del colore timbrico, come si nota in una qualsiasi partitura di una qualunque sinfonia beethoveniana. Un’esecuzione può tranquillamente non piacere. Sono convinto che il “piacere” che si ricava da un’interpretazione sia strettamente connesso al sistema gastrosessuale di ciascuno. Diverso è capire le ragioni di un’interpretazione. Una grande interpretazione può tranquillamente non piacerci.

      Personalmente se avessi avuto giorni a disposizione non avrei esitato a passare una settimana a Bonn per l’integrale di Beethoven di Salonen con la Philharmonia…
      Ciao

      -MV

  10. lavocedelloggione ottobre 31, 2012 a 9:50 pm #

    Sono esausta e felice per la serata di ieri, vi lascio due link, uno a una galleria di foto sul tram del bentornato a Claudio: http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/10/30/foto/abbado_alla_scala_dopo_26_anni_i_fan_lo_festeggiano_con_un_tram-45611342/1/
    e uno al blog di un amico francese, Guy Cherqui: http://wanderer.blog.lemonde.fr

  11. CA ottobre 31, 2012 a 10:15 pm #

    Ma io non criticavo la consonanza di timpani e trombe ma come l’altra sera questo unisono si sia realizzato. Le trombe erano /almeno per me/ disturbanti, mi sembravano messe li in modo non funzionali, una puntellatura che non c’entrava nulla col resto

    • masvono novembre 1, 2012 a 2:27 pm #

      Erano molto aspre, il richiamo verso una “sirena” cercava di rendere l’idea. La compattatura della sonorità in una luminosità tanto chiara quanto accecante e bruciante passava anche attraverso i suoni di queste trombe acutissime (e dalla forma insolita). A presto.

      -MV

      • marco vizzardelli novembre 8, 2012 a 1:05 am #

        Il concerto conclusivo del ciclo dedicato ai 70 anni di Daniel Barenboim è stato particolare. Questo il programma e gli interpreti

        Prima parte:
        L.v. Beethoven: Concerto nr 3 in Do min.
        pianoforte: Daniel Barenboim
        direttore: Daniel Harding

        Seconda parte
        P.I. Ciaikovsky: Concerto nr.1 in si bem. min.
        pianoforte: King Kong
        maggiordomo: Daniel Harding

        a seguire, i tre bis: un notturno e un valzer di Chopin
        e una polacca di Buffalo Bill

        Si può pure riderci su, visto che il tutto ha scatenato un trionfo di orchestra e pubblico al festeggiato. Ma lo sconcerto resta: qui abbiamo ascoltato due parti di qualità totalmente divresa l’una dall’altra.
        Il concerto di Beethoven è stato preparato ed eseguito al limite di figurare come edizione “di riferimento”. Una meraviglia la concertazione e direzione di Harding (suono leggero, trasluicido, fraseggi mobili, tempi adeguati alle necessità del pianista ma senza per questo rinunciare ad una lettura originale quanto plausibile). Bella, d’altra parte, la sia pur “antica” (è sempre così) lettura di Barenboim. Due mondi differenti hanno trovato un dialogo stimolante. Molto bello

        Ma, ascoltata la seconda parte, meglio sarebbe stato che ilò concerto finisse lì.
        Per la verità, Ciaikovsky era iniziato bene: magnifica l’enunciazione di Harding del celebre tema. Ma, purtroppo, non è materialmente potuto andare oltre in quanto il suo compito – per tutta la durata successiva del concerto (fatti salvi, forse certi rabeschi del movimento centrale) – è stato tenere insieme il tutto a fronte dei cocci (amnesie, fracasso, svarioni metrici) del pianista. Ne è sortita una sorta di melma musicale, fra qualche frammento suggestivo e tanto baccano. Anche Abbado aveva avuto il suo da fare a tenere insieme Chopin rispetto ai cocci di Barenboim. Qui la difficoltà si è riproposta. Harding ha adottato la forse unica soluzione possibile: scomparire e fare ordine nel disordine. Probabilmente ha fatto bene: in caso contrario, si sarebbe rischiato il caos che, comunque, sulla tastiera è stato considerevole.

        Ma non era finita. Barenboim è simpatico: lo è stato – da gran signore – nei confronti di Abbado, e gli piace da matti piacere
        al suo pubblico. Allora, tre bis. Ok il notturno destrutturato ma almeno forte del ben noto suono peerlato. Ok la Valse-Minute ruffianissima e salottiera. Ma improponibile ad un pubblico pagante (come già il Ciaikovsky, anzi peggio) la polacca in la bem. magg., eseguita saltando sul seggiolino e abbattendo mannaiate sulla tastiera in un profluvio di note acchiappate (o non) a casaccio. Per questo genere di escuzione, esiste il salotto di casa propria, davanti ai nipotini da far ridere. Qui la simpatia deborda in qualcosa d’altro, che non ha più a che fare con una sala da concerto o teatro, né con il rispetto dovuto a Chopin e ad un pubblico. La simpatia può aver “pagato” nei confronti di un pubblico, ma Daniel Barenboim tenga presente che (come era già successo, alla Scala, in occasione di un ben noto Imperatore di beethoven) c’è chi si è sentito preso per i fondelli e defraudato da tutta la seconda parte del concerto più quella orripilante polacca, un vero insulto a Chopin e alle orecchie di chi l’ha ascoltata.
        Esiste un pianista, di nome Krystian Zimerman, che diluisce e dosa le sue esecuzioni, nonché il “suo” Chopin, in base allo studio (ripetiamo: STUDIO) e al “senso”” di dover proporre ad un pubblico un’esecuzione rifinita fino ai limti della perfezione. Esiste un pianisti di nome Pollini, idem come sopra. E’ esitito un pianista di nome Arthur Rubinstein per il quale – ad un’età di 10 o 15 anni superiore ai 70 di Barenboim – l’esecuzione della Polacca in la bem. magg. restava basata su un fenomenale puntiglio esecutivo e di interprete. Al tavolo, con una bibita, è piacevole ascoltare il piano-bar. Alla Scala, no. Neanche con la scusa del compleanno.

        marco vizzardelli

  12. masvono novembre 8, 2012 a 12:42 am #

    Il ciclo è finito. L’ultimo concerto si è avuto questa sera con i Due Daniel, Harding alla direzione e Barenboim al pianoforte.

    In realtà i Daniel erano tre. Il pianista Barenboim ha presenziato nella prima parte restituendo un Terzo di Beethoven degno dell’artista che *fu*. Certo, colmo di tutti i suoi vezzi salottieri, intriso di biedermayer e di lazzi rococò, bagnato in un romanticismo sognante e stupefatto (il largo in mi maggiore) ancora molto là da venire, ma certamente reso con una compiutezza estetica da grande artista (che *fu*, giova ripeterlo).

    Il pianista Barenboim che ha presenziato nella prima parte era però, udite udite, null’altro che il *simulacro* del vero Barenboim. Era un morto, risorto per l’occasione, per dirci “Ecco, vedete? Io suonavo così vent’anni fa”. Fatto il concerto in do minore è tornato nel sepolcro, e nella seconda parte è entrato il Barenboim Attuale. Quello *vero e vivo* a cui siamo, purtroppo, abituati quando dà il peggio di sè.

    E il peggio di sè è stato il Concerto in si bemolle minore di Ciaikovski, di cui non possiamo dire nulla in quanto il Barenboim di cui sopra semplicemente non ha dato alcuna interpretazione. Anzi, non ha dato alcuna esecuzione, in quanto, palesemente, il pianista non possedeva la parte tale da poterla eseguire di fronte al pubblico.
    Quando un pianista non sa la parte, perchè non la *ripassa* o, nel caso, non la *ristudia*, non ricorda le note, e quindi le sbaglia. Nei casi più gravi si ferma, come è accaduto questa sera nel primo tempo, poco prima della cadenza, dopo aver confuso un’entrata tanto da mandare *fuori* l’orchestra. Si ferma, e aspetta un po’ di battute, prima di rientrare, nascondendosi possibilmente sotto il tessuto sonoro degli strumenti, sortendo ogni tanto per far udire qualche vezzo, qualche zampata sonora. Insomma i celebri trucchetti che ogni pianista con un po’ di carriera sulle spalle è in grado di tirar fuori quando arrivano *le brutte*. In definitiva, un *disastro*.

    In conclusione tre bis: notturno in fa minore di Chopin stancamente grigio e monocromo, valzer “di un minuto” da intrattenitore salottiero e Polacca in la bemolle (Eroica) degna del Ciaikovsky.

    Daniel Harding ha diretto splendidamente con un’asciuttezza nervosa non priva di affetto il Terzo di Beethoven, assecondando il debordante estro di Barenboim Primo.
    In Ciaikovsky ha dovuto sopportare l’insopportabile, ma le mende del pianista sono state tante e tali che l’orchestra, alla sua perenne rincorsa o attesa, non era nelle condizioni per dare una resa artistica, ma solo in quelle, di ben più elementare livello, di cercare di andare a tempo con il solista.

    Al Maestro Barenboim si consiglia, nonostante il tripudio del successo che ha avuto questa sera al Piano Bar La Scala, di *prepararsi* in modo *serio* quando deve eseguire da solista un concerto impegnativo come quello in si bemolle minore, perchè i nodi vengono al pettine e un ascoltatore appena appena dotato di un minimo di orecchio se ne accorge.
    Si consiglia, anche, di riprendere gli esercizi di tecnica di qualche ora al giorno che sono fondamentali per mantenere il meccanismo in perfetto funzionamento,

    Purtroppo, devo dire, che esiti come quello di stasera mi sono stati sconosciuti fino ad ora. Perfino nelle prove finali dei concorsi pianistici a cui ho assistito per dieci anni non mi è mai capitato che un candidato si fermasse durante l’esecuzione perchè non ricordava la parte. E parecchi di essi suonavano il Primo di Ciaikovski. Per ascoltarli pagavo l’equivalente odierno di un euro e mezzo.

    A presto

    -MV

    • lavocedelloggione novembre 8, 2012 a 7:53 am #

      Eh, già, Daniel ’42 sembrava un guitto più che un pianista, del resto, come ha detto qualcuno, assomiglia sempre più a Dario Fo che piace da matti e che d’altra parte si è meritato un premio Nobel (come lo merita il Barenboim che dirige Wagner).
      Però, ragazzi, attenti alle critiche, rischiate di non essere graditi al teatro. Ieri sera Lissner non ha risposto al mio saluto, saluto ancora carico di gratitudine per aver riportato Claudio Abbado sul podio della Scala (come gli avevo anche scritto in un biglietto lasciato in portineria la sera del 30 ottobre), anzi mi ha apostrofato chiedendomi più o meno come posso avere il coraggio di salutarlo dopo le mie dichiarazioni “ridicules” alla stampa (Repubblica) di circa un mese fa. Sono rimasta basita! Un sovrintendente di un grande teatro può incavolarsi con tutte le sue ragioni fra sé e sé o fra le mura del suo studio, ma non può togliere il saluto a un abbonato del teatro nonché loggionista di lungo corso (è dal ’55 che frequento la Scala!). Pensavo che i francesi fossero maestri di stile ma ora penso che Fontana ne avrebbe avuto di più; mi avrebbe guardato dall’alto del suo metro e novanta dicendomi “Ma Tilla, non sei mai contenta! Vediamo di parlarne”. Per non parlare di Paolo Grassi, tipo sanguigno che andava in bestia facilmente ma sapeva anche accettare le critiche e aveva la giusta considerazione per il suo pubblico, anche quando quel pubblico era ingiusto verso di lui e verso il teatro.

      • masvono novembre 8, 2012 a 11:59 am #

        Non corro il rischio che Lissner non risponda al mio saluto, semplicemente perchè non lo saluto…;-)

        Curiosa l’ipotesi di “non essere graditi” nel teatro, che è come dire “non essere gradito a casa mia”, visto che il teatro E’ del pubblico che lo *mantiene*. Che fa? Quando sono davanti alla cassa del bar del loggione a prendere il caffè con la minerale per quattro euro (!) non me le vende? Quando mostro l’abbonamento non mi fanno entrare?

        Il vero problema, di Lissner come di Barenboim, è che E’ VERO che il pubblico *beota* del Piano Bar La Scala tripudia e urla bravo al termine del “ridicule” Ciaikovski di ieri sera. Ma la tonnellata di “bravo” non si tramutano in buona cronaca sui blog, perchè chi li profonde non è in grado di scrivere alcunchè, dato che non *conosce* ciò che ha ascoltato.
        Viceversa io, per esempio, sono in grado di dire esattamente a quale battuta Barenboim si è *fermato* perchè *ha dimenticato* le note in quanto si era *scarsamente preparato*. E questo, a mio modo di vedere, è molto più *ridicule*, per usare un francesismo caro a Lissner, di qualunque dichiarazione resa da un appassionato alla Repubblica di turno.
        Ciao!!

        -MV

  13. Gabriele Baccalini novembre 8, 2012 a 11:22 am #

    Constato che ho fatto bene a non abbonarmi al Festival Barenboim con intrusione di Claudio Abbado, che però sono riuscito a sentire lo stesso. I precedenti Festival B. mi avevano ammaestrato per quel poco che ne avevo ascoltato (7a sinfonia, Imperatore, 9a sinfonia per il Papa)
    Quanto a Lissner, cara Tilla, già non rispondeva alle lettere quando era fresco di nomina alla Scala, figuriamoci adesso che è in uscita e non gliene frega più niente di quello che pensa il pubblico. Anzi, credo che prendere a pesci in faccia i più affezionati spettatori lo diverta particolarmente, tanto il botteghino gli dà ragione, come avete notato ieri sera..
    Di francesi simpatici e cordiali ne ho conosciuti molti, ma coi parigini la parola che ti viene voglia di usare più spesso è quella di Cambronne, almeno con quelli che ne sentono abitualmente l’odore sotto il naso. Sicuramente Lissner è più amabile con i suoi amici Boulez, Peter Brook, Barenboim, Chéreau, che lui si degna di considerare al suo livello.

  14. marco vizzardelli novembre 8, 2012 a 12:38 pm #

    Credo valga la pena sottolineare e ricordare che questo blog ha caldamente appoggiato e spesso difeso da attacchi molto strumentali il sovrintendente-direttore artistico Stephane Lissner, fin dall’inizio del suo mandato. Ho scritto più volte sull’argomento e non me ne pento. Gli si deve molto in fatto di “riapertura” della Scala a ciò che di meglio c’è nel mondo musicale e teatrale dopo anni di chiusura narcisistica su se stessa. Gli si è ultragrati per il ritorno di Claudio Abbado. Gli si deve la presenza di giovani direttori di valore (che però, vedi anche il caso recentissimo di Dudamel in Rigoletto, vanno sostenuti con politiche – allestimenti, cast – ad hoc: altrimenti gli si fa del male. Alla prima di Rigoletto ho sentito commenti distruttivi che Gustavo Dudamel – direttore comunque di grandissimo valore – non merita, ma che sono lo specchio di una “proposta” mal gestita nei termini dal Teatro, come spiego nel resoconto della serata).
    Il fatto è che la stima di fondo non esclude il diritto di critica degli appassionati che alla Scala trascorrono parecchio tempo della propria vita. A Stephane Lissner ricorderei (ma pernso lo sappia) che apostrofare un’Attilia Giuliani è sparare ad un obiettivo sbagliato: perché alla signora Giuliani la Scala dovrebbe esser parecchio grata.

    marco vizzardelli

    • lavocedelloggione novembre 8, 2012 a 4:39 pm #

      Caro Vizza, qui non si tratta tanto di gratitudine a tizo o caio (e tanto meno a me!), ma di “convenienze e incovenienze teatrali”, questa volta viste non dalla parte dell’impresario, ma dalla parte del sovrintendente che dovrebbe, anche se la cosa gli costa fatica, tenere in considerazione il “loggione” che invece per Lissner sono “ceux qui sifflent” e non l’anima del teatro come presumiamo noi di essere. E questo, come dice Bacca, in fondo ce l’ha fatto capire fin dall’inizio, preferendo le signore dell’alta borghesia milanese, quelle da abbonamento A da generazioni che magari, come ha detto la Aspesi, sono più puccianiane che wagneriane e fanno le “precieuses ridicules” , ma comunque sono tenute in conto molto più di noi che con entusiasmo genuino abbiamo aperto questo blog a sostegno della nuova era scaligera! C’est la vie, mon cher!

  15. Elenas novembre 8, 2012 a 6:11 pm #

    Mamma mia … Mi sembra di assistere a quel paradosso tutto italiano per cui si pretende la diplomazia da chiunque, tranne da chi governa.
    Attilia Giuliani è certamente un’entusiasta, ma è sempre stata positiva e particolarmente diplomatica: non per nulla le ho volentieri lasciato la gestione di questo blog…
    Riuscire a trovare nelle sue affermazioni (soprattutto quando sono critiche) altro che misura ed equilibrio significa essere in perfetta malafede. Mi sembra di poter dire che si tratta di stile “mangiate brioche”… che oggi è peraltro così tornato di moda.

    Paolo Grassi era un illuminato, Fontana un politico, Lissner a quanto sembra è convinto del potere assoluto che l’aristocrazia plaudente e la plebe festante gli tributano. Prima o poi toccherà anche a lui la ghigliottina… Pazienza.

    In ogni caso grazie per averci portato Abbado: adesso può anche togliersi serenamente di mezzo.

    Poi c’è chi alla corte si diverte a strimpellare. Meno male che ho lasciato il mio abbonamento ai miei genitori. Hanno apprezzato la simpatia del pianista.

    Elenas

  16. Marco novembre 9, 2012 a 8:05 am #

    Siamo addirittura al rimpianto dello stile di Fontana! Francamente, una cosa del genere non avrei mai pensato di leggerla su questo blog. Aspetto con curiosità mista a divertimento di conoscere i prossimi nomi che il teatro, dirigenza e pubblico, si divertirà a triturare. Se dei prossimi nomi ci saranno. Io francamente, visti gli illustri precedenti, mi guarderei bene dal venire a farmi distruggere da un pubblico del genere.
    Marco Ninci

    • masvono novembre 9, 2012 a 8:14 am #

      Ma a parte tutto, lá dalle tue parti non vi é ancora venuto a noia Mehta? Dopo trent’anni di MEHTA mi sarei sparato un colpo in testa. Come fate a resistere? Grazie alla ribollita?

      Ciao ciao

      -MV

      • Marco novembre 9, 2012 a 8:59 am #

        Carissimo Max, piacere di risentirti. Eh, penso che a Firenze abbiano ben altri problemi che il gradimento di Mehta: problemi di sopravvivenza. Ora però un po’ di cambiamento, dolce e non traumatico, piacerebbe anche a me. Che so, Nagano o Dutoit o Currentzis o Zagrosek, nomi che forse Firenze si potrebbe permettere. Forse, dico; a questi lumi di luna non si sa mai, con il sindaco in tutt’altre faccende affaccendato.
        Ciao Ciao

      • masvono novembre 9, 2012 a 9:14 am #

        Se volete un Barenboim………..cosí per un’altra generazione siete a posto..

        Ciao ciao

        -MV

  17. Marco novembre 9, 2012 a 9:12 am #

    Ora, Mehta certo non è Mravinsky; ma quest’ultimo è stato a Leningrado per cinquanta anni. Mi potrai rispondere (ti anticipo volentieri) che qualunque segno di non gradimento avrebbe aperto all’eventuale contestatore le porte del gulag. E Mravinsky nell’ultima parte della sua vita si era anche iscritto al partito comunista, cosa che causò la rottura con l’amico di sempre Dimitri Shostakovich. C’era quindi un certo pericolo. E tuttavia nessuno dei suoi ultimi concerti, anche di quelli degli anni Ottanta, porta il minimo segno di decadenza interpretativa. E Levine al Metropolitan (pare che sia guarito e ritorni sul podio) ha dietro di sé un lasso temporale lunghissimo nel medesimo posto. E poi ti dirò una cosa. Mehta ha avuto un lungo tempo di involuzione. E’ invece qualche anno che mostra segni di risveglio. Ha fatto una Tetralogia molto buona e una Frau ohne Schatten addirittura stupenda.
    Ciao ciao

    • masvono novembre 9, 2012 a 9:22 am #

      Si si certo. Ma tutti i giorni i tournedos alla Rossini per decenni stancano. Qua a Milano vogliamo essere veloci, dopo sei anni via tutto. Anzi, contratti quadriennali rinnovabili per altri quattro . Poi basta. La Scala dá alla testa…

      Ciao ciao

      -MV

  18. marco vizzardelli novembre 9, 2012 a 3:56 pm #

    1) A proposito di “ceux qui sifflent”, e intendo quelli che fischiano programmaticamente e strumentalmente a TUTTE le prime da quando Stephane Lissner è alla Scala, suggerirei allo stesso Lissner di rivolgersi ad altri siti. Infatti, non abitano qui, non è questa la loro residenza. Le residenze sono altre. E su questo blog, io e altri ne abbiamo più volte stigmatizzato il modo di agire.
    Il diritto di gradire o meno, volta a volta e senza pregiudizi, credo sia invece un sacrosanto diritto. Per mio conto, vado a teatro sperando sempre di gradire: talora avviene, talora, fatalmente, no. E’ nell’ordine delle cose.

    2) Credo sia noto e chiaro che non rimpiango un bel niente delle gestione precedente a quella di Lissner, e, a parte il mio parere personale, tengo a ricordare come e perché e in quali circostanze nacque questo blog. L’attuale sovrintendente-direttore artistico dovrebbe ben saperlo. Peraltro è strano che, chiunque approdi alla Scala (speravo che Lissner ne fosse immune) finisca per rimanere vittima della sindrome da “consenso cercato” (del che fanno parte anche risvolti quale la costante “sodalità” del critico di turno del quotidiano di turno al direttore musicale di turno: Courir-Abbado, Isotta-Muti, Girardi-Barenboim danno il senso di un filo storico….).

    Ora: sicuramente chi ti dà torto a prescindere, sempre e per partito preso non è un amico. Ma chi ti dà ragione a prescindere, sempre e per partito preso, non è un buon amico. Non comprenderò mai questa difficoltà scaligera a metabolizzare le critiche.

    marco vizzardelli

  19. Elenas novembre 9, 2012 a 11:54 pm #

    “Fontana era un politico”. All’italiana si capisce.
    Nessuno rimpiange le passate gestioni. Diciamo che da questa ci si attendeva di più.

    Certamente, chiunque sia il Sovrintendente, è bene sappia che non si tratta di casa sua.

    Elena

  20. proet novembre 10, 2012 a 3:20 pm #

    Lissner credo che sia l’unico manager pubblico (o semi-pubblico) non di nazionalità italiana presente nel nostro paese, certamente l’unico nell’ambito degli ex-enti lirici.
    non voglio difenderlo ma certamente non capisco perché dovrebbe aver voglia di salutare chicchessia, almeno nei dintorni del Teatro che sovraintende.
    in questi anni ha avuto contro tutti, i lavoratori del teatro e probabilmente anche i dirigenti, i loggionisti che fischiano e quelli che non fischiano o al massimo buano civilmente, la biglietteria, i bagarini e l’Accordo, i politici di destra e il partito di Repubblica, sotto sotto (forse) si è trovato contro pure Pisapia.
    il tutto nel paese più sgangherato e provinciale d’Europa, dove accanto alle ben note tristi vicende della politica e della società tutta – tristi e senza via d’uscita – si è trovato ad affrontare un ambiente ostile, chiuso in sé stesso e nel suo presunto primato culturale oltre che del tutto ignaro di ciò che avviene al di fuori dei nostri confini.
    è del tutto evidente che Baremboim per lui è stata la soluzione utile per non disturbare i vari gattopardi che si aggirano in teatro, fra il palcoscenico, la buca, i palchi e il loggione.
    fatta la scelta a questo punto è naturale che la difenda fino in fondo per quieto vivere, in attesa di lasciarci al nostro destino come è anche giusto che sia.

    io comunque una volta che ero in teatro l’ho incrociato uscendo da un ascensore e al mio “bonjour” ha risposto molto cortesemte.
    un vero signore.

    • lavocedelloggione novembre 10, 2012 a 8:25 pm #

      Ma certo che rispondeva al saluto, anche a me, chi ha mai detto il contrario, ho solo raccontato che è bastata un’ opinione non allineata con quello che voleva sentirsi dire, nonostante tutto il sostegno datogli fin qui (e non è affatto vero che aveva tutti contro perché almeno su questo blog è stato apprezzato ad oltranza, come già ricordato da altri), per togliermi il saluto, o meglio, risentirsi del fatto che io l’abbia salutato. In questo caso non è stato un vero signore, un vero signore risponde al saluto e poi semmai si ferma per discutere della cosa. Mi sembra molto semplice ed elementare! Attilia

      • masvono novembre 10, 2012 a 9:33 pm #

        Straniero o Italiano resta un cafone. Il sovrintendente che ha all’attivo il più alto numero di forfait da parte degli artisti alla Scala da sempre (l’ultimo di Villazon). Forfait che sono palesemente FALSI. Non abbiamo l’anello al naso, Lissner! Andris Nelsson che diede forfait per il concerto con Barenboim (molto bravo e lungimirante a farlo) con la scusa della paternità è attivissimo e ben presente a Vienna tra qualche giorno. Il Salonen del forfait dell’anno scorso con la Filarmonica per “indisposizione” dirigeva bello bello a Londra. Come minimo Lissner NON sa fare i contratti (ricordate le regie annunciate e ritirate, l’ultima il Bondy di Rigoletto!). Se ne torni da dove è venuto. Preferisco una Scala mediocre ma italiana che una Scala asservita a maggiordomeria di un francese di turno che in ogni caso non spicca per grandezza.
        Saluti

        -MV

      • masvono novembre 10, 2012 a 9:44 pm #

        E tanto per essere chiaro, un direttore artistico che si rispetti sarebbe dovuto andare da Barenboim e dirgli: “tu così al pubblico non ti presenti. Il Teatro alla Scala non è il salotto di casa tua dove provare il Ciaikovski I che suonerai a Vienna, Parigi con il Philharmoniker, Mehta e compagnia in ben altro modo tra qualche giorno”.

        Ma Lissner non è un direttore artistico che si rispetti.
        Risaluti

        -MV

    • masvono novembre 10, 2012 a 9:36 pm #

      E ha fatto male. Doveva salutarlo con un “Buongiorno”.

      -MV

  21. lavocedelloggione novembre 11, 2012 a 9:13 am #

    http://wanderer.blog.lemonde.fr/
    Vi consiglio di leggere questo pezzo di Guy Cherqui sul suo blog Il wanderer.

    • masvono novembre 11, 2012 a 1:19 pm #

      “Le public du “Loggione” de la Scala est encore un public qui n’accepte ni consensus mou, ni qu’on lui fasse prendre des vessies pour des lanternes, et c’est heureux. L’équilibre reste à trouver entre une programmation de théâtre international européen et théâtre emblématique du chant italien (débat qui n’est pas nouveau, déjà aux temps d’Abbado!): on ne compte plus les échecs de Lissner à ce niveau (Aida, Don Carlo par exemple) et les reprises finies dans les huées (comme Tosca l’an dernier).”

      Non credo che Cherqui abbia colto il problema. Il pubblico del loggione della Scala consta presumo al massimo di una quarantina di fedelissimi e di un paio di centinaia di appassionati da due / tre recite l’anno. Il pubblico del loggione, come di tutta la Scala è fatto da *visitatori turistici*. La Scala non è il più grande teatro di provincia del mondo, ma un *marchio turistico*. Il suo pubblico è come quello di Harrod’s a Londra o dell’ Empire State a New York. Coloro che abitano a due chilometri dalla Scala saranno gli abbonati di platea al turno A, con il loggione c’entrano poco.
      Artisticamente la Scala non è oggigiorno all’altezza del suo marchio turistico per incapacità *artistica* del suo attuale sovrintendente su cui nulla ho da dire dal punto di vista manageriale, ma *molto* da dire su quello della direzione artistica.
      La conclusione che la Scala sia una “polpetta avvelenata” non mi trova concorde. Alla luce dei fatti, artisticamente parlando, la Scala é stata usata da Lissner e Barenboim (il concerto di qualche sera fa è stato in questo senso illuminante) senza che in cambio ci sia stato un beneficio. *Non Firenze* scrive Cherqui, ma Firenze ha allestito il Ring *prima* della Scala con la Fura, la Scala il suo non l’ha ancora portato a termine tanto per fare un esempio e rimarcare Cassiers come “uno dei registi maggiormente contesi” è puro sciovinismo francese (costoro sono convinti di avere i migliori teatri del mondo, le migliori orchestre del mondo, i migliori registi del mondo, i migliori formaggi del mondo e i migliori vini del mondo, i migliori piloti del mondo….che quando devono tirar su un aereo in realtà lo mandano giù AF447 docet).

      In realtà alla Scala manca *solo* il livello artistico: un *direttore artistico* che possiamo trovare anche qui (i nomi li ha fatti una partecipante di questo blog tempo fa) per portare non solo registi (uno spettacolo non si fa con i registi, non solo con quelli almeno) e un *direttore musicale* che possiamo trovare qua tranquillamente (i francesi *non* hanno i migliori direttori d’orchestra del mondo, dato che i nostri guidano spesso le loro orchestre) che *lavori* con l’orchestra in modo da renderla competitiva a livello internazionale.

      Con questi requisiti avremo tanti francesi che verranno in Italia a vedere spettacoli alla Scala in anteprima rispetto a loro, e non saremo noi ad andare in giro per documentarci. Questo serva anche a specificare che il pubblico della Scala, nella sua ristrettissima parte di appassionati all’ascolto, non è affatto *provinciale*. *Gira* e *viaggia moltissimo*, osserva, ascolta, valuta. Molto di più di un parigino che passa la vita agli Champs Elyseès convinto di ascoltare il *non plus ultra*. (non è un affondo al Sig. Cherqui.)
      Ciao a tutti

      -MV

  22. masvono novembre 11, 2012 a 1:40 pm #

    Errata corrige “Il pubblico del loggione, come di tutta la Scala è fatto da *visitatori turistici*” si legga come “il grosso pubblico del loggione, come di tutta la Scala, è fatto da *visitatori turistici*. Grazie e scusate.

    -MV

  23. marco vizzardelli novembre 12, 2012 a 2:05 pm #

    Be’, non è che Proet dica bugie. Basta leggere il penoso Corriere di questi giorni (quello disinformato – grave: è il Corriere! – che da due giorni annuncia il concerto di Villazon già annullato da un bel po’), con una ridicola, provinciale, strumentale polemica “ad sanctificationem Maesctri” sul fatto che a Sant’Ambrogio la Scala inauguri con Lohengrin anziché con Verdi. Siamo ancora ai Guelfi e ai Ghibellini o alle faide di Paese. C’è del vero nel suo intervento, è una notevole fotografia di “ambientino”. Dopodiché, resto dell’idea che la risposta data ad Attilia sia stata stonata e rivolta ad un obiettivo sbagliato (non è certo Attilia una nemica della Scala, rivolgersi ad altri siti).

    marco vizzardelli

  24. proet novembre 12, 2012 a 2:55 pm #

    Vizzardelli, probabilmente Monsieur Lissner non ha né il tempo né la voglia di distinguere fra loggionisti buoni e cattivi, tra l’altro tutti comunque utilizzanti i servigi dell’Accordo che, io credo, è un’altra cosa che lui accetta “obtorto collo” e io non posso che dargli ragione, anche se al suo posto userei il pugno di ferro.

    detto ciò io continuo a non capire come si possano tenere insieme quell’ossessione sul repertorio italiano e la volontà di sprovincializzare il teatro alla Scala.
    è del tutto evidente che da questo punto di vista è proprio la gloriosa epoca di Abbado a fare testo con un riuscito equilibrio tra tradizione e contemporaneità, fra italiano e non, anche se a mio parere allora troppo sbilanciato sul versante Scuola di Vienna e derivati e con una quasi totale assenza del repertorio pre-Mozart, lacuna parzialmente colmata da alcune produzioni realizzate alla mai troppo rimpianta Piccola Scala.
    in realtà Lissner qui non ha mai avuto veramente “carte blanche” e certamente non ha realizzato cartelloni del livello di quelli realizzati altrove.
    Baremboim ha certamente tutti i difetti che qui gli vengono imputati e forse anche altri, tuttavia forse è il giusto mezzo richiesto in questa situazione e tutto sommato un musicista più cosmpopolita di altri e che permette (fatta salva la stagione a venire che è quasi interamente da dimenticare) una varietà di presenze, registiche, direttoriali etc etc senz’altro più varia e ampia di quanto non fosse nella precedente gestione.
    poi ovviamente c’è il problema delle voci e qui certamente ci vuole qualcuno in grado di rischiare o di scoprire dei talenti nuovi e insomma uscire dal giro delle agenzie, nazionali e internazionali, che alla fine spremono i cantanti come limoni e anche quei pochi che avrebbero le carte in regola in breve tempo le perdono.
    ma prima di tutto questo c’è forse la questione principale ed è quella del rapporto fra il pubblico vero (cioè quello che alla Scala non ci entra mai) e questo tipo di repertorio e di produzione culturale quasi interamente finanziata dallo Stato a scapito di altre.
    questa è una questione che certo Lissner non ha dato segno di voler affrontare in Italia, laddove invece avrebbe potuto farlo, forte del modello francese di cui è certamente uno dei protagonisti degli ultimi anni.
    forse ne ha fatto qualche accenno nelle interviste ma certamente non ha mai assunto posizioni forti e forse nemmeno avrebbe potuto farlo in un contesto deprimente come quello italiano stretto fra l’opera-centrismo degli addetti ai lavori (categoria nella quale ci stan dentro tutti, cantanti e musicisti, solisti e lavoratori dei teatri, direttori artistici e sovrintendenti, loggionisti e sciure di platea e palchi) e l’idiozia al potere di quelli che dicono che con la “cultura” non si mangia per continuare a far soldi con le sotto-culture televisive.
    peccato dunque per l’occasione persa, dato che certamente ora non ha nessun interesse a smuovere le acque.
    ma son cose di cui già tanto si è discusso qui e altrove e non è cambiato nulla, né nel senso che auspicherei io né in nessun altro senso.

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