24 Ott

Siegfried (Der Ring des Nibelungen)

Richard Wagner

Siegfried
Nuova produzione

 Dal 23 Ottobre al 18 Novembre 2012

Durata spettacolo: 5 ore e 15 minuti

Cantato in tedesco con videolibretti in italiano, inglese, tedesco

 
Squadra vincente non si cambia. La coppia Daniel Barenboim-Guy Cassiers prosegue il lavoro su L’anello del Nibelungo. È la prima volta nella storia del Teatro alla Scala che la Tetralogia viene proposta in lingua originale e con lo stesso regista. Nel 2013, in occasione del bicentenario della nascita di Wagner, verrà rappresentato il Ring completo, nella stessa settimana, per due settimane consecutive.
Avremo il piacere di riascoltare alcune delle voci wagneriane più belle di oggi, Lance Ryan nel ruolo di Siegfried, Anna Larsson nel ruolo di Erda e Nina Stemme già ha già ricevuto il premio Abbiati per il ruolo di Brünnhilde in Valchiria.
Con Siegfried finisce il tempo degli Dei e inizia l’epoca degli Eroi…
Direzione
Direttore  Daniel Barenboim
Regia  Guy Cassiers
Scene  Guy Cassiers e Enrico Bagnoli
Costumi  Tim van Steenbergen
Luci  Enrico Bagnoli
Video  Arjen Klerkx e Kurt D’Haeseleer
Cast  
Siegfried  Lance Ryan
Mime  Peter Bronder
Der Wanderer  Terje Stensvold
Alberich  Johannes Martin Kränzle
Fafner  Alexander Tsymbalyuk
Erda  Anna Larsson
Brünnhilde  Nina Stemme
Stimme des Waldvogels  Rinnat Moriah
Danzatori  Yuta Hamaguchi Albert Garcia Sauri Christophe Linéré Uri Burger Gabriel Galindez Cruz
In coproduzione con Staatsoper unter den Linden, Berlino In collaborazione con Toneelhuis- Antwerpen
maggio-giugno 2013 Götterdämmerung giugno 2013 Der Ring des Nibelungen Das Rheingold – Die Walküre Siegfried – Götterdämmerung

4 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione ottobre 24, 2012 a 9:31 pm #

    RIPORTO QUI IL COMMENTO DI MAX VONO SU SIGFRIDO (scusate il ritardo nell’inserire il post

    masvonoottobre 24, 2012 a 11:06 amEdit#

    Finalmente ieri sera, dopo mesi di purgatorio, quando non inferno vero e proprio, il complesso orchestrale del Teatro alla Scala ci ha donato una Prova Maiuscola nel Siegfried di Wagner. Si vorrebbe che ciò che si è ascoltato ieri sera potesse essere lo standard di ciò che *dovrebbe* essere uno dei teatri d’opera di riferimento a livello mondiale, e non solo un evento occasionale.
    Allo stesso modo si desidererebbe osservare *sempre* la disciplina mostrata ieri sera che ha portato l’orchestra ad essere al completo in buca tredici minuti prima dell’inizio dello spettacolo, ad accordare e riscaldarsi. Si vorrebbe sempre poter dire *bravi* agli ottoni, segnatamente agli otto corni quando intonano perfettamente le loro velocissime terzine (*il più veloce possibile* prescrive Wagner) in fortissimo nelle ultime battute dell’imperversante chiusa del primo atto che, giustamente, ha prodotto in sala l’entusiasmo alla prima calata di sipario.

    …Si vorrebbe…si dovrebbe…Sperando di non morire di condizionali nell’attesa di nuove epifanie il Sigfrido di ieri sera è stato uno spettacolo *musicale* di alto godimento artistico. Musicale, e non altro, perchè la regia di Cassiers è vuota di idee e contenuti. O meglio, *pare* vuota di idee e contenuti. Perchè un modesto spettatore come me si chiede: che idea ha del Siegfried Cassiers? E non trova risposta. Perchè la grotta di Mime (e annessa fucina) deve essere uno scaffale di metallo grigiastro (così appare dalla seconda galleria), con incastonati dei monitor, che da orizzontale si innalza in verticale durante la scena II del primo atto per rimanerci fino alla conclusione? Perchè durante l’ultima scena del secondo atto cinque *danzatori* ognuno munito di una spada contrappuntano il canto di Siegfried in risposta ai reiterati subdoli inviti di Mime, disegnando con le armi alle spalle dell’eroe simboli esoterici, tra cui una stella di David? Perchè alla chiusa del secondo atto, dove Wagner attraverso il suono *crea* uno svolazzante uccellino che fugge mentre gli archi *creano* i passi di Siegfried che lo seguono i due (uccellino e Siegfried) restano fermi impalati? Senza contare alcune realizzazioni francamente imbarazzanti proprio sotto il profilo tecnico: il drago ridotto a uno sventolare di un gigantesco foulard da parte degli stessi cinque mimi danzatori, la volta della “grotta” (lo scaffale!) rappresentata da un groviglio di spade intrecciate (i tentativi andati a vuoto di Mime?), le proiezioni che dalle gallerie sono *invisibili*, nel senso che proprio non si vedono.
    Primo: Signor Guy Cassiers, se lei è un regista da Scala, concepisca uno spettacolo *da Scala*, visibile dalla platea, dai palchi e dalle gallerie.
    Secondo: Signor Guy Cassiers un mediocre spettatore come me, mentre ascolta musica di Wagner non ha interesse (non “non vuole”, “*non ha interesse*) a spremersi le meningi per cercare di capire cosa un tale Guy Cassiers vuole dire mettendo la stella di David alle spalle di Siegfried. Dell’onanismo del sig. Cassiers allo spettatore non interessa nulla. Se il regista ha un’idea la renda fruibile, altrimenti faccia altro.

    Passando alla parte più lieta, quella musicale, non si è scoperta certo ieri la tetralogia di Barenboim. L’interpretazione del direttore tedesco (mi dispiace, ma per me Barenboim resta un tedesco, anche se argentino) è in Wagner *sempre* idiomatica. Non è per sua natura un fraseggio caldo, quello di Barenboim e nemmeno particolarmente effusivo. La morbidezza ha i connotati dell’austerità, della plasticità, della forma propriamente definita. Il mito viene addolcito, mai amato. Quando la commozione è sulla soglia e sta per entrare in scena (il risveglio di Brunilde) Barenboim si rifugia nella contemplazione estatica, affascinante sebbene oggettivizzata. E’ un Wagner ricco di melos (tedesco!) anche se il canto melodico, ovunque presente, quasi mai riesce a slanciarsi nell’iperbole dell’eros. Così ad esempio nel finale III, ma anche nel finale I abbiamo tanto suono, e anche tanto bel suono che slanciano il canto dei temi, anche se lo slancio imperversante delle chiuse risulta cedere nello scatto. La foresta, dai timbri scuri, dal basso tuba del tema di fafner ai legni del mormorio, è tipicamente renana. Non è un sole latino quello che sorge, tanto meno primaverile, e i suoni sono ovunque belli, privilegiando l’impasto, la tinta alla definizione. L’equilibrio con il palcoscenico è sempre rispettato e le dinamiche estesissime, (il tremolo di viole e violoncelli in pianissimo nelle battute I e seguenti del II atto erano da manuale…ai confini del silenzio).

    Sul canto abbiamo potuto constatare che Lance Ryan, Sigfrido, a dieci anni dalla vittoria all’AsLiCo che sostanzialmente inaugurò la carriera, è un cantante già nella parabola discendente. Però un Lance Ryan oggigiorno vale minimo dieci Ian Storey. Innanzitutto arriva *in voce* alla fine dell’opera, ed in questi ed anche altri tempi non è poco. In secondo luogo è attentissimo nel fraseggio a rispettare le innumerevoli sfumature chieste dal compositore in partitura, dove abbondano i diminuendo, gli smorzando, i piano. Questo gli consente di tratteggiare *non* il preistorico *eroe-patata* canna d’organo dall’inizio alla fine, ma un più moderno e wagneriamente attendibile, eroe nevrotico, in preda ad emozioni a cui non sa dare un nome, ma che istintivamente cerca un posto nel mondo dalla chiusura (la grotta, la foresta) in cui è stato costretto.
    Una preghiera alla direzione artistica: cercate di risparmiarci Ian Storey nel prossimo Crepuscolo degli Dei.
    Mime era Peter Bronder, la cui capacità di rendere il grottesco in musica gli fa avere tutte le carte in regola per essere il nuovo Zeidnik. Il suo canto non è privo di accenti dolenti. La *cantilena* del primo atto ne è un esempio, ed il contrasto tra questa dolenzia desueta è la nevroticità di Sigfrido è un aspetto nuovo della direzione di Barenboim rispetto alle precedenti registrazioni.
    La voce di Terje Stensvold dava corpo al Viandante-Wotan. La solida emissione, ancora timbratissima nei centri e solo con qualche opacità negli acuti fa impressione se consideriamo che ha settant’anni. Il ruolo, tutto sommato passivo di Wotan in quest’opera si riflette anche sull’interpretazione del basso acuto nel confrono con Erda, una Anna Larsson impeccabile.
    Parti di fianco (in Sigfrido Alberich e Fafner lo sono) eccellenti e straordinaria Nina Stemme. In formissima, una voce che pare aver acquisito un corpo ancora maggiore soprattutto nei centri e nei gravi, mentre il registro acuto è saldissimo. La scena finale tra la Stemme/Fresca come una Rosa e Ryan/Stanco Morto è stata la rappresentazione, anch’essa idiomatica, del sadismo teatrale di Wagner.
    Forse, la volontà di Wagner stesso, nel voler far udire a un pubblico dopo tre ore e mezza di canto maschile oscillante tra la cupa oscurità (i bassi), il grottesco (Mime), la nevrosi (Siegfried) l’irraggiare del primo sole nelle prime note di una primadonna riposatissima.

    Ciao a tutti

    -MV

  2. marco vizzardelli ottobre 26, 2012 a 9:56 am #

    In attesa dell’apposito spazio val la pena riferire subito qui del concerto Dudamel-Barenboim

    Il ciclo celebrativo dei 70 anni di Daniel Barenboim (che coincide con il ritorno alla Scala di Claudio Abbado) si è aperto con il felicissimo concerto che ha visto Gustavo Dudamel sul podio della Filarmonica della Scala e lo stesso Barenboim al pianoforte.
    Va subito ribadita, dopo l’esito di Sigfrido in versione-orchestra della Scala, l’ottima forma della Filarmonica, che ha , fra l’altro esibito volti nuovi ( chi erano i due eccellenti corni – si, corni! – magnificamente impegnati nel Concerto in re min. di Brahms?). La giusta euforia per i giorni grandi che il teatro sta vivendo (Sigfrido, il ritorno di Abbado, una serie di concerti ad alto livello) trova l’orchestra nel giusto clima. E – come siamo critici quando il clima e le esecuzioni non sono di questo livello – così siamo felici di vederli ed ascoltarli in questo spirito, che va mantenuto al di là di giornate indubbiamente eccezionali per la Scala e per Milano.
    E’ stato un concerto festosissimo, ricco di anima, nel quale tutte le parti in campo hanno dato il rispettivo meglio. Gustavo Dudamel ci ha offerto entrambi i volti del sua identità d’interprete: riflessivo, posato, lirico quando necessario, in un Brahms per nulla spettacolare ma assolutamente idiomatico che conferma la maturazione del giovane direttore dalla “spettacolarit” dei primi anni ad una fase molto più meditativa, che gli permette di affrontare con ottimi esiti il grande repertorio tedesco (ricordiamo la sua eccellente Eroica di Beethoven alla Scala). In Bartok, abbiamo invece ritrovato il Dudamel maestro del ritmo, del colore, della sensualità (latina eppure perfettamente aderente allo stile del Primo concerto dell’ungherese) peraltro sorvegliatissima nelle dinamiche e nella magnifica concertazione: splendida, anche qui, la risposta dell’orchestra (lode spaciale alle percussioni, ma non solo).
    Naturalmente Daniel Barenboim è stato il mattatore della serata: il “suo” Brahms è senz’altro personale, ma talmente ricco di estri, di improvvisi rabeschi e accensioni, di ripegamenti lirici, di colori, da risultare un’autentica “rilettura poetica”. Rispetto all interessanti notazioni proposte da Vono , a proposito di Sigfrido, sul Barenboim direttore, il pianista resta decisamente più “effusivo”. Là dove tecnicamente non sia sempre irreprensibile, vengono immediatamente in soccorso l’estro e l’effusività. Barenboim è stato eccellente in Bartok, l’esito più compiuto della serata anche nel dialogo perfetto con Dudamel e l’orchestra.
    E Barenboim ha lasciato scatenare tutte le sue doti di showman al momento dei bis: un delibatissimo Schubert, e un’incredibile lettura della parafrasi lisztiana di Rigoletto, iniziata indugiando e ammiccando all’orchestra sul tema di Bella Figlia dell’Amore, quasi volesse dire “conoscete? vi dice qualcosa, in questi giorni?”, poi eseguita con “ruffianissimo” (in senso simpatico!) gusto salottiero, tripudio di colori e di “perlage” e un senso di”divertissment” ben più apprezzabile d’una mera, esatta esecuzione. Tripudio di applausi e scavalcamento del pianoforte da parte del mattatore, che ha fatto il periplo del palcoscenico per andare ad inchinarsi e a ricevere applausi da ogni parte del teatro.
    Serata fra amici, dichiarazione d’amore alla musica: sono bei giorni, questi, per la Scala e per Milano.

    marco vizzardelli

    • masvono ottobre 26, 2012 a 10:53 am #

      Sì. In particolare è impressionante la maturità raggiunta da Dudamel aderendo classicamente alla visione di un Brahms liricissimo con una vena crepuscolare che rimandava a un certo Bernstein (non nel volume di suono però. L’accompagnamento e il sostegno al pianoforte erano impeccabili). Esiste su youtube un’esecuzione del primo di Brahms di Dudamel di cinque anni fa che non ha più nulla a che vedere con il direttore attuale. L’inizio di allora, energico e rapinoso oggi ha assunto un peso maggiore, un vigore percussivo da ballata nordica allora ignorato. In una delle sue ultime registrazioni, la Quarta di Brahms con i complessi filarmonici di Los Angeles Dudamel giunge ad uno scavo del suono e ad una ampiezza di respiro tali da portare la Passacaglia finale fino alla soglia dei dodici minuti. Un dato metronometrico in sè poco significativo, ma che lo diventa nel momento stesso in cui ci avvediamo che nella storia interpretativa di questa sinfonia solo due direttori giungono a un timing simile: Carlo Maria Giulini e Leonard Bernstein. Ed entrambi nelle registrazioni più mature del loro catalogo.

      Un secondo appunto: un plauso particolare ai corni, segnatamente colui che ha eseguito la parte del terzo in fa precisissimo nell’intonazione delle quarte e quinte alle battute 199 e seguenti del primo tempo, dove Brahms prescrive piano, marcato ma dolce. Indicazione realizzata alla lettera.

      A presto

      -MV

      • Elenas ottobre 26, 2012 a 11:15 am #

        Nulla da aggiungere. Mi accodo al plauso ai corni. Mi stava sfuggendo un “Dio ti benedica”, poi mi sono trattenuta.

        Elenas

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