8 Ott

Dal sito de La Stampa on line

http://www.lastampa.it/2012/10/08/spettacoli/musica/lissner-lascia-la-scala-e-vola-a-parigi-uMxtqfBwkyHT4c2tSE5M7L/pagina.html

lirica
08/10/2012

Lissner lascia la Scala e vola a Parigi

Stephane Lissner
L’annuncio stamane dal ministero della Cultura francese

L’attuale sovrintendente della Scala Stephane Lissner prenderà la guida dell’Opera di Parigi a partire dal settembre 2015. L’annuncio è stato dato dal ministero della cultura francese e subito è rimbalzato sui media d’oltralpe.

Il contratto di Nicolas Joel all’Opera di Parigi scade nel 2015 ma per prassi il suo successore, che resterà in carica dal 2016 al 2021, viene scelto (con decreto del presidente della Repubblica di concerto con il primo ministro e su proposta del ministro della Cultura) anni prima per le necessità della programmazione. E alla Scala c’è già chi guarda con preoccupazione alla possibilità di un sovrintendente che per un paio d’anni faccia avanti e indietro da Parigi. «La Scala – aveva commentato Giancarlo Albori della Cgil dopo le voci sul possibil eincarico di Lissner – ha bisogno di un sovrintendente a tempo pieno per affrontare la fase difficilissima che ha davanti».

Nella `short list´ dei papabili , oltre a Lissner, c’erano per la potrona dell’Opéra Dominique Meyer dell’Opera di Vienna e Serge Dorny, direttore dell’Opera di Lione.

Il contratto di Lissner a Milano scade nel 2017, ma l’appuntamento principale a cui ha lavorato è la stagione 2015 quando – durante i sei mesi dell’esposizione mondiale – la Scala resterà sempre aperta presentando fra l’altro 17 titoli di opera.

Per chiudere il bilancio in pareggio quest’anno alla Scala mancano all’appello circa 4,2 milioni di euro. La conferma è arrivata nella riunione del consiglio di amministrazione a cui non era presente il sindaco Giuliano Pisapia, che è presidente della fondazione. È circa la stessa cifra di cui Pisapia aveva parlato alla commissione Cultura del Comune lo scorso 13 luglio, quando aveva spiegato che la speranza di migliorare i conti era legata in parte a un contributo aggiuntivo dello Stato di 1,9 milioni. È di circa 4 milioni anche il costo dell’integrativo che il teatro paga ai lavoratori (ma solo in caso di pareggio). E dunque, se non si troverà una soluzione prima di chiudere il bilancio, saranno soprattutto loro a pagare il rosso. Se si riusciranno a recuperare due milioni, l’integrativo verrà pagato in proporzione.

10 Risposte to “”

  1. Alda ottobre 9, 2012 a 8:32 am #

    Mi permetto un breve intervento, che svolgerò in punti.

    1. Trovo sommamente ininteressante formulare ora un giudizio sull’operato di Lissner. Molto più appropriato mi sembra formulare un giudizio sulla modalità della sua dipartita. Ecco, il mio giudizio su quest’ultima è pessimo. Un sindaco con un minimo di virilità decisionale dovrebbe gentilmente invitare il suddetto a lasciare al termine della stagione 2012-2013.

    2. Sono altresì perplessa sul totonomine. Nel senso che è ampiamente tempo che si ponga al centro dell’attenzione non l’aspetto sindacal-gestionale, bensì quello artistico-musicale. E qui si riapre – grosso come l’Everest – il problema della direzione musicale, attualmente una presa in giro colossale (si è mai visto un teatro di questa levatura che nell’anno verdiano parte per una lunga tournée in Giappone senza il proprio direttore musicale?). Anche qui, mi aspetto che il sindaco voglia individuare anzitutto la guida musicale, per poi costruirvi addosso una struttura autorevole e leggera, che rimetta al centro il repertorio-faro della Scala. Prima mossa: congedare Barenboim al termine della stagione 2012-2013.

    3. Ritengo si debba tornare a sdoppiare (come da statuto disatteso ormai da otto anni!!!) la funzione del sovrintendente da quella del direttore artistico. L’uno dedito ai problemi istituzionali, di gestione dell’enorme e impegantiva macchina. L’altro dedito alla programmazione artistica (casting compreso!) e al rapporto con gli omologhi in tutto il mondo.

    4. Se dovessi giocarmi una terna per le tre funzioni, eccola: Sergio Escobar, Bruno Zanolini, Daniele Gatti. Una terna tutta milanese, una terna di cui essere orgogliosi.

    • Attilia ottobre 9, 2012 a 8:42 am #

      Alda, non potrei essere più d’accordo, ho detto praticamente le stesse cose ieri a Paola Zonca che poi ha riassunto in modo meno articolato e completo, per forza di cose, sulle pagine milanesi di Repubblica di oggi, tralasciando la questione del direttore artistico che io avevo sottolineato e che è davvero fondamentale, come fondamentale è che se va via Lissner, occorre congedare anche Barenboim che fa parte della coppia! Ciao a tutti Attilia

    • masvono ottobre 9, 2012 a 10:02 am #

      Quoto Alda dal punto 4 in su. Sul punto 1, oltre che ininteressante, trovo che l’operato della gestione Lissner sia stato artisticamente fallimentare. I complessi hanno avuto netto crollo, specialmente l’orchestra stabile, tanto da rendere su questo sito superfluo e inutile qualunque commento. La programmazione ha visto l’iterazione in cartellone di stesse opere anche a distanza di pochissimi anni (un esempio su tutti il Lohengrin della prossima apertura, ma anche Don Giovanni, Boheme, Nozze di Figaro).
      L’auspicio di Alda, in ogni caso, non si tramuterà in realtà perchè il teatro e il cda sono due facce dello stesso *bidone*: uno confinato nell’espressione del più retrivo sindacalismo, l’altro imballato ed imbelle nell’esprimere la minima decisione nel timore di agitare le melmose acque del retrivo sindacalismo di cui sopra.
      Buona palude a tutti.

      -MV

  2. marco vizzardelli ottobre 9, 2012 a 4:00 pm #

    Approvo anch’io Alda dal punto 4 in su e approvo coloro che l’hanno approvata, e approvo anche Attilia. I blog e i forum di rete, a volte, dimostrano il buonsenso della gente che vi scrive. Chissà se qualcuno ci leggerà.
    Quanto al commento di Vono, il sindacalismo “rigido” è una faccia della problematica, l’altra – pericolosissima a giudicare da certi nomi “rabbrividenti” di eventuali successori di Lissner, che stanno “correndo” in questi giorni – è il gioco della bassa politica “di potere” sulla pelle della Scala. Quando Alda cita Daniele Gatti, è chiaro che mi riempie di gioia (ci ho fatto pure una petizione!), ma, giustamente, gli ha affiancato due Persone con la P maiuscola. Se un Gatti (o altro direttore di livello) dovrà venire non è pensabile che sia condannato ad avere a che fare con un sovrintendente e un direttore artistico prodotti dai giochini della bassa politica “di potere”. Se così fosse, consiglierei ai Gatti di tenersi ben lontani da tale melma. Se si vuole un grande direttore musicale, deve poter lavorare accanto a persone adeguate: altrimenti, vale il discorso, restando a Gatti come esempio,che, quando uno dirige la National de France, va a Salisburgo e al Metropolitan, ha rapporti privilegiati con i Wiener, la Boston, la Mahler Chamber, ora la Radio Bavarese e ancora altre orchestre, può non valer la pena – per lui e per la sua salute – approdare ai “veleni” milanesi-scaligeri. La Scala e Milano devono meritarselo, un grande direttore musicale. Offrendogli aria pura, non inquinata.

    marco vizzardelli

    • masvono ottobre 10, 2012 a 4:25 pm #

      A me già un presidente del CDA che dice che per nominare un sovrintendente “ci vorrà un anno” dà l’idea bene di un lato della medaglia-melma. L’altro lato-melma lo conosciamo fin troppo bene.
      Ciao

      -MV

  3. marco vizzardelli ottobre 11, 2012 a 5:34 pm #

    Vono ringrazia il cielo che lì c’è Pisapia! E’ una delle poche garanzia di buon senso gravitanti lì attorno. Pensa alla “intelligente signora” che lo ha preceduto… Ci fosse ancora lei come Presidente del CdA sarei vieppiù preoccupato per le sorti della Scala

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli ottobre 11, 2012 a 5:35 pm #

    Vono ringrazia il cielo che lì c’è Pisapia! E’ una delle poche garanzie di buon senso gravitanti lì attorno. Pensa alla “intelligente signora” che lo ha preceduto… Ci fosse ancora lei come Presidente del CdA sarei vieppiù preoccupato per le sorti della Scala

    marco vizzardelli

  5. Elena ottobre 11, 2012 a 9:15 pm #

    Essendo molto che non vado alla Scala (credo di aver battuto il mio personale record di assenze) è anche molto che non scrivo né leggo questo blog che, vedo, sta un po’ morendo. In particolare, vedo che nessuno ha commentato le ultime performance: non devo essermi persa niente.

    Ma veniamo alla serata di domenica, apertura del Festival Milano Musica, presente per l’occasione lo Scharoun Ensemble Berlin, cioè membri dei Berliner Philharmoniker.
    Naturalmente, i giovani studenti che – non ho capito come e perché, e soprattutto con quale criterio – erano in possesso dei biglietti tanto da riempire una buona fetta di teatro, non erano obbligati a conoscere Castiglioni e nemmeno l’Ottetto di Schubert. Non si capisce tuttavia per quale ragione allora fossero lì, a parte una sincera, spontanea voglia di divertirsi applaudendo ad ogni movimento e facendo il verso alle altre cariatidi tossenti per circa cinque minuti. Un sanatorio al confronto poteva sembrare un luogo di pace.

    Ora. Questi professori d’Orchestra, abutuati al silenzio tombale di Lucerna o della loro prestigiosa sala a Berlino, o di qualsiasi altro luogo civilizzato che non sia l’Italia, guardavano il pubblico stupiti a metà tra l’imbarazzo e il divertimento. Avranno pensato: “Ma davvero ci stupiamo che questo paese sia ridotto in questo stato? E come vuoi che sia ridotto…”.

    No. Non ci stupiamo. Non ci possiamo stupire che un abbonato s’incazzi perché ritiene di avere il diritto di ascoltare ciò per cui ha pagato (no: in questo caso ci stupiamo). Non ci stupiamo se le porte dei palchi si chiudono a spettacolo iniziato. Non ci stupiamo se invece di un pianissimo si ascolta lo sciacquone del cesso o i tacchi di chi forse non ha capito che sta in un teatro. E neanche ci stupiamo se tutte le volte che tentiamo di acquistare dei biglietti, immancabilmente non ci riusciamo. Però abbiamo sconfitto il bagarinaggio…
    Qualcuno può dunque stupirsi se si fa il nome di Fontana come successore (… più che successore, eterno?) di Lissner, o dell’attuale Direttore Generale?
    Fai male? Ti promuoviamo. E se per caso, come il Capitano Schettino, affondi la nave, fai causa per essere reintegrato e quasi quasi la vinci pure.

    Quando paragoniamo questo paese allo Zambia bisogna stare attenti a non offendere un popolo più civile di noi.

    Elena.

  6. masvono ottobre 24, 2012 a 11:06 am #

    Finalmente ieri sera, dopo mesi di purgatorio, quando non inferno vero e proprio, il complesso orchestrale del Teatro alla Scala ci ha donato una Prova Maiuscola nel Siegfried di Wagner. Si vorrebbe che ciò che si è ascoltato ieri sera potesse essere lo standard di ciò che *dovrebbe* essere uno dei teatri d’opera di riferimento a livello mondiale, e non solo un evento occasionale.
    Allo stesso modo si desidererebbe osservare *sempre* la disciplina mostrata ieri sera che ha portato l’orchestra ad essere al completo in buca tredici minuti prima dell’inizio dello spettacolo, ad accordare e riscaldarsi. Si vorrebbe sempre poter dire *bravi* agli ottoni, segnatamente agli otto corni quando intonano perfettamente le loro velocissime terzine (*il più veloce possibile* prescrive Wagner) in fortissimo nelle ultime battute dell’imperversante chiusa del primo atto che, giustamente, ha prodotto in sala l’entusiasmo alla prima calata di sipario.

    …Si vorrebbe…si dovrebbe…Sperando di non morire di condizionali nell’attesa di nuove epifanie il Sigfrido di ieri sera è stato uno spettacolo *musicale* di alto godimento artistico. Musicale, e non altro, perchè la regia di Cassiers è vuota di idee e contenuti. O meglio, *pare* vuota di idee e contenuti. Perchè un modesto spettatore come me si chiede: che idea ha del Siegfried Cassiers? E non trova risposta. Perchè la grotta di Mime (e annessa fucina) deve essere uno scaffale di metallo grigiastro (così appare dalla seconda galleria), con incastonati dei monitor, che da orizzontale si innalza in verticale durante la scena II del primo atto per rimanerci fino alla conclusione? Perchè durante l’ultima scena del secondo atto cinque *danzatori* ognuno munito di una spada contrappuntano il canto di Siegfried in risposta ai reiterati subdoli inviti di Mime, disegnando con le armi alle spalle dell’eroe simboli esoterici, tra cui una stella di David? Perchè alla chiusa del secondo atto, dove Wagner attraverso il suono *crea* uno svolazzante uccellino che fugge mentre gli archi *creano* i passi di Siegfried che lo seguono i due (uccellino e Siegfried) restano fermi impalati? Senza contare alcune realizzazioni francamente imbarazzanti proprio sotto il profilo tecnico: il drago ridotto a uno sventolare di un gigantesco foulard da parte degli stessi cinque mimi danzatori, la volta della “grotta” (lo scaffale!) rappresentata da un groviglio di spade intrecciate (i tentativi andati a vuoto di Mime?), le proiezioni che dalle gallerie sono *invisibili*, nel senso che proprio non si vedono.
    Primo: Signor Guy Cassiers, se lei è un regista da Scala, concepisca uno spettacolo *da Scala*, visibile dalla platea, dai palchi e dalle gallerie.
    Secondo: Signor Guy Cassiers un mediocre spettatore come me, mentre ascolta musica di Wagner non ha interesse (non “non vuole”, “*non ha interesse*) a spremersi le meningi per cercare di capire cosa un tale Guy Cassiers vuole dire mettendo la stella di David alle spalle di Siegfried. Dell’onanismo del sig. Cassiers allo spettatore non interessa nulla. Se il regista ha un’idea la renda fruibile, altrimenti faccia altro.

    Passando alla parte più lieta, quella musicale, non si è scoperta certo ieri la tetralogia di Barenboim. L’interpretazione del direttore tedesco (mi dispiace, ma per me Barenboim resta un tedesco, anche se argentino) è in Wagner *sempre* idiomatica. Non è per sua natura un fraseggio caldo, quello di Barenboim e nemmeno particolarmente effusivo. La morbidezza ha i connotati dell’austerità, della plasticità, della forma propriamente definita. Il mito viene addolcito, mai amato. Quando la commozione è sulla soglia e sta per entrare in scena (il risveglio di Brunilde) Barenboim si rifugia nella contemplazione estatica, affascinante sebbene oggettivizzata. E’ un Wagner ricco di melos (tedesco!) anche se il canto melodico, ovunque presente, quasi mai riesce a slanciarsi nell’iperbole dell’eros. Così ad esempio nel finale III, ma anche nel finale I abbiamo tanto suono, e anche tanto bel suono che slanciano il canto dei temi, anche se lo slancio imperversante delle chiuse risulta cedere nello scatto. La foresta, dai timbri scuri, dal basso tuba del tema di fafner ai legni del mormorio, è tipicamente renana. Non è un sole latino quello che sorge, tanto meno primaverile, e i suoni sono ovunque belli, privilegiando l’impasto, la tinta alla definizione. L’equilibrio con il palcoscenico è sempre rispettato e le dinamiche estesissime, (il tremolo di viole e violoncelli in pianissimo nelle battute I e seguenti del II atto erano da manuale…ai confini del silenzio).

    Sul canto abbiamo potuto constatare che Lance Ryan, Sigfrido, a dieci anni dalla vittoria all’AsLiCo che sostanzialmente inaugurò la carriera, è un cantante già nella parabola discendente. Però un Lance Ryan oggigiorno vale minimo dieci Ian Storey. Innanzitutto arriva *in voce* alla fine dell’opera, ed in questi ed anche altri tempi non è poco. In secondo luogo è attentissimo nel fraseggio a rispettare le innumerevoli sfumature chieste dal compositore in partitura, dove abbondano i diminuendo, gli smorzando, i piano. Questo gli consente di tratteggiare *non* il preistorico *eroe-patata* canna d’organo dall’inizio alla fine, ma un più moderno e wagneriamente attendibile, eroe nevrotico, in preda ad emozioni a cui non sa dare un nome, ma che istintivamente cerca un posto nel mondo dalla chiusura (la grotta, la foresta) in cui è stato costretto.
    Una preghiera alla direzione artistica: cercate di risparmiarci Ian Storey nel prossimo Crepuscolo degli Dei.
    Mime era Peter Bronder, la cui capacità di rendere il grottesco in musica gli fa avere tutte le carte in regola per essere il nuovo Zeidnik. Il suo canto non è privo di accenti dolenti. La *cantilena* del primo atto ne è un esempio, ed il contrasto tra questa dolenzia desueta è la nevroticità di Sigfrido è un aspetto nuovo della direzione di Barenboim rispetto alle precedenti registrazioni.
    La voce di Terje Stensvold dava corpo al Viandante-Wotan. La solida emissione, ancora timbratissima nei centri e solo con qualche opacità negli acuti fa impressione se consideriamo che ha settant’anni. Il ruolo, tutto sommato passivo di Wotan in quest’opera si riflette anche sull’interpretazione del basso acuto nel confrono con Erda, una Anna Larsson impeccabile.
    Parti di fianco (in Sigfrido Alberich e Fafner lo sono) eccellenti e straordinaria Nina Stemme. In formissima, una voce che pare aver acquisito un corpo ancora maggiore soprattutto nei centri e nei gravi, mentre il registro acuto è saldissimo. La scena finale tra la Stemme/Fresca come una Rosa e Ryan/Stanco Morto è stata la rappresentazione, anch’essa idiomatica, del sadismo teatrale di Wagner.
    Forse, la volontà di Wagner stesso, nel voler far udire a un pubblico dopo tre ore e mezza di canto maschile oscillante tra la cupa oscurità (i bassi), il grottesco (Mime), la nevrosi (Siegfried) l’irraggiare del primo sole nelle prime note di una primadonna riposatissima.

    Ciao a tutti

    -MV

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