19 Giu

Manon

Jules Massenet

Dal 19 Giugno al 7 Luglio 2012

Durata spettacolo: 3 ore e 40 minuti

Cantato in francese con videolibretti in italiano, inglese, francese

 
Un grande classico della letteratura francese del primo ‘700, rivisitato da Jules Massenet.Manon, giovane ragazza destinata al convento, scopre il fascino per il lusso e per la vita mondana, il richiamo dell’amore. Alla fine la scelta più nobile sarà fatta, ma troppo tardi.

Un’altra nuova produzione che segna il debutto alla Scala di Fabio Luisi, Direttore Musicale per sedici anni a Dresda e, da poco, Principal Guest Conductor al Metropolitan.
La regia è di Laurent Pelly, che ha già avuto grande successo nella stagione 2009/2010 con L’Elisir d’amore.

 

Direzione 

Direttore
Fabio Luisi
Regia e costumi
Laurent Pelly
Scene
Chantal Thomas
Luci
Joël Adam
Coreografia
Lionel Hoche
 

Cast 

Manon Lescaut
Ermonela Jaho
Poussette
Simona Mihai
Javotte
Louise Innes
Rosette
Brenda Patterson
Le Chevalier Des Grieux
Matthew Polenzani
Lescaut
Russell Braun
Le Comte Des Grieux
Jean-Philippe Lafont
Guillot de Morfontaine
Christophe Mortagne
De Brétigny
William Shimell
Hôtelier
Dario Russo
 

15 Risposte to “”

  1. fabiano giugno 20, 2012 a 10:51 am #

    Bravo Polenzani: una rivelazione

  2. Attilia giugno 20, 2012 a 11:48 am #

    Sì, bravo soprattutto nell’ultimo atto. Su di lei ho qualche perplessità. Bellissima la direzione, ma Impostazione generale troppo da operetta negli atti che lo consentivano. Ci devo ripensare, anzi la devo rivedere e risentire, sicuramente mi sono lasciata trascinare perché è una di quelle opere che ti “fregano”, nel senso che ti si arrovogliano le budella, come diceva Julia Roberts in un famoso film (ma parlando di Traviata) (quelle almeno degli spiriti romantici! )

  3. proet@barboon giugno 20, 2012 a 11:31 pm #

    vi segnalo un’interessante intervista al regista Paul Curran che, partendo dalla sua messinscena del MND britteniano a Roma, affronta alcuni dei temi più volte dibattuti in questo blog, anche se non direttamente in questo post:

    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120619/manip2pg/13/manip2pz/324517/

    spero possa interessare qualcuno!

  4. Alda giugno 21, 2012 a 6:25 am #

    Fabio Luisi impressiona positivamente anzitutto per il controllo dell’orchestra (tendenzialmente attenta) rispetto al canto. Solo che alla lunga m’è sembrato di cogliere una specie di dualismo fonico: quando l’orchestra suona sola grandi slanci e volumi ricercati, quando subentra il canto dal palcoscenico uniformità timbrica e rischio di mezzofortismo. L’altra cosa che mi pare manchi nel direttore: la differenziazione stilistica tra le varie ascendenze storicomusicali che Massenet profonde genialmente nei diversi atti. I balletti settecenteschi scivolano via in maniera quasi offenbachiana, i richiami veteroliturgici di Saint-Sulpice sono pericolosamente sottostimati, e via dicendo.
    In compenso l’allestimento si muove verso tutt’altre sponde, dipingendo un mondo surreale, che pure riconosciamo sùbito come familiare. Pure, mi sembra che i panni di MANON siano assai più larghi di certi movimenti registici che ieri sera facevano vacillare spesso l’equilibrio verso l’avanspettacolo o l’operetta francofona (certi movimenti dei cappelli del coro, oppure alcune pose della protagonista). Anche a causa dei costumi, latita troppo spesso la componente squisitamente erotica del dramma. Così che il finale dell’opera assume contorni troppo drammaticamente caricati rispetto a tutto ciò che s’è visto fin lì.
    Il cast è davvero mediocretto.
    La Jaho ha una voce strana, la cui proiezione la porta a essere crescente fino a una certa altezza, mentre diviene poi terribilmente calante nei sovracuti. Perché, dunque, interpolare quei re che sono acusticamente così spiacevoli? L’interprete poi è troppo generica per convincerci che questa donna possa sedurre un uomo sino a fargli perdere il senno.
    Polenzani mi ha provocato una sensazione ambivalente. Non mi piace di lui una certa qual mancanza di virilità vocale. Poi però emergono sfumature interessanti, come nell’ultimo atto che ci presenta un personaggio capace di commuovere. Certo la voce si strozza un poco, forse anche per la tensione, e questo ingenera un effetto-sordina curioso.
    Russell Braun è troppo poco giovanile, ed è soprattutto a causa sua che la scena di Amiens riesce complessivamente male.
    Lafont mi lascia indifferente, poiché non appare né paternalmente preoccupato né paternalisticamente pedante. Canta correttamente – pur con voce usurata – ma in maniera che definirei neoclassica in senso stravinskiano.
    Shimell neutro come sempre nell’ultimo periodo.
    Mihai, Innes, Patterson costituiscono un simpatico terzetto femminile, cui nuoce spesso una pronuncia francese poco curata.
    Russo non male.
    Mortagne troppo macchietta.
    Il coro non mi sembrava particolarmente a suo agio, soprattutto nel quarto atto.
    Sala preoccupantemente sguarnita, con reazioni cordiali ma fredde. L’impressione di una certa indifferenza degli spettatori sarà forse il corrispettivo logico dello spettacolo?

  5. proet@barboon giugno 26, 2012 a 1:07 pm #

    una stroncatura di questa produzione che forse potrà interessare qualcuno:

    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120623/manip2pg/13/manip2pz/324786/

  6. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 11:10 am #

    L’Orchestra Verdi conclude in questi giorni all’Auditorium la sua stagione principale, ma in luglio e agosto sarà attiva in un piacevolissimo ciclo estivo. Il ciclo maggiore si chiude (ultima replica domani sera – per chi non segua i Patrii Pedatori) un’assai riuscita produzione di Andrea Chenier di Giordano in forma di concerto, infiammata soprattutto dalla direzione del giovane direttore Jader Bignamini, “coltivato” all’interno della stessa Verdi di cui era strumentista, e musicista di temperamento magnifico unito ad un bellissimo senso del “colore”. Il successone (ieri sera dieci minuti d’applausi e ovazioni) di questo Chenier èin primo luogo merito suo: l’orchestra gli dà l’anima, e questo è normale, e Bignamini ne cava un suono ed un fraseggio terso. Di Chenier si può avere un’opinione o un’altra, sta di fatto che Bignamini ce lo restituisce con grande tensione sonora e drammatica e nello stesso tempo con un’eleganza che trascende il carattere “sanguigno” tradizionalmente attribuito a quest’opera. Pur senza negarlo. Il fortissimo temperamento di Bignamini è tutto al servizio dell’opera. Una magnifica prova, sua e dell’orchestra che risponde con suono splendido, archi lucenti, legni precisi ed espressivi, ottoni sicuri e giustamente spavaldi nel gran finale, e con una compattezza “sinfonica”, che rivela l’ottima salute della Verdi medesima e allo stesso tempo è frutto, qui, del gesto e della musicalità di Bignamini. Bravi.
    Il tutto va a segno con una compagnia di canto diseguale che ha però una “punta” evidente nel Gerard di Alberto Gazale, voce non enorme ma sana, potente, timbrata, capace di restituire il più bel personaggio dell’opera con vigore ma senza truculenza, sempre cantando, con calore e “linea” esemplare. Gran baritono (che la Scala trascura troppo…). Su un piano meno felice il pur impegnatissimo Chenier di Marcello Giordani che sconta un certo logorio vocale: gli acuti in forte sono sani e potenti, il “centro” e le mezzevoci tendono a frantumarsi. Prova comunque dignitosissima. Molto discutibile per dizione e stile la Maddalena di Natalie Bergeron (che però cresce parecchio negli ultimi due atti), a corrente molto alterna i ruoli minori, con l’eccezione di un probabiloe, vero talento: il “mezzo” siciliano Clara Calanna nel ruolo della vecchia Madelon, breve ma sufficiente a svelare un magnifico timbro e una linea di canto che la fa attendere ad altre prove. Stupefacente, negli anni, la crescita del coro della Verdi, ultimo gioiello creato da Romano Gandolfi in iniziale assetto amatoriale, oggi diretto benissimo da Erina Gambarini
    Pur con gli squilibri (ma anche i meriti) della compagnia di canto, la saldissima mano di Bignamini, il suo temperamento ed il suo gusto per un suono terso e trasparente, la grande risposta della sua orchestra e l’evidente “coinvolgimento” di tutto il cast fanno di questo Chenier una piacevolissima e riuscita festa di chiusura d’una stagione complessivamente assai felice.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 2:18 pm #

    Ho letto solo ora il prograama della stagione 2012-13 della Filarmonica della Scala. Ridicola, all’insegna del “tanto non studiamo”. Il Titano (ancora!) affidato a Mehta ne è un simbolo e tutto va di conseguenza. Ma, che senso ha tenere in piedi questa orchestra, a parte il (boh) diletto dei distratti bancari che la sponsorizzano venendo alla Scala a far suonare braccialetti e trillare telefonini?

    marco vizzardelli

  8. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 2:19 pm #

    Ho letto solo ora il programma della stagione 2012-13 della Filarmonica della Scala. Ridicola, all’insegna del “tanto non studiamo”. Il Titano (ancora!) affidato a Mehta ne è un simbolo e tutto va di conseguenza. Ma, che senso ha tenere in piedi questa orchestra, a parte il (boh) diletto dei distratti bancari che la sponsorizzano venendo alla Scala a far suonare braccialetti e trillare telefonini?

    marco vizzardelli

    • Abendstern giugno 27, 2012 a 3:11 pm #

      Non so rispondere alla domanda di Marco V., anche concordo abbastanza con la sua opinione sullo stato di salute artistica della Filarmonica. A riprova del fatto che però non tutti la pensano così cito di seguito una mail di risposta ricevuta qualche giorno fa dalla biglietteria della stessa Filarmonica, a cui avevo chiesto lumi circa le modalità per abbonarsi:
      ” Gentile signore, esiste una lista d’attesa in cui possiamo inserirla se desidera. Al termine della prelazione per il rinnovo degli abbonati provvederemo a chiamare in base alle effettive disponibilità. Per correttezza le faccio presente che l’attesa per posti di platea è di qualche anno” .

  9. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 4:27 pm #

    Infatti è di “qualche anno”. Basta buttare un occhio in platea e palchi ai concerti Filarmonica. In Fila C c’è Abramo con Sara. In Fila F, Noé. In Fila R, Matusalemme. Nel Palco 5 di second’ordine, ecco Mosé. L’età media è quella lì. L’animazione in sala – a parte le vivacissime cerniere di borsetta, collanine, braccialetti, cellulari e ininterrotti scaracchi di tosse – prossima a quella di un dormitorio. A questo pubblico vengono allestiti da 8 a massimo 10 concerti (la chiamano stagione) l’anno con i titoli più o meno riciclati fra i diversi direttori anno dopo anno, il livello esecutivo è rimasto “quello” da anni: i begli archi, gli ottimi legni, le valide percussioni e le frequenti scivolate degli ottoni; il tempo riservato alle prove è quel che è; l’allargamento di repertorio ridotto al minimo. Non c’è quasi mai, nei concerti, quella sensazione di “ascolto reciproco” che dà l’idea del lavoro (= studio) formativo d’una vera, grande orchestra sinfonica. Qui c’è una serie di strumentisti (alcuni, singolarmente, eccellenti, li conosciamo bene, senza far nomi!) ma non c’è l’aplomb colletivo che “fa” la grande orchestra. Quando ascolti Staatskapelle Dresda (magari non nel recente Mozart con Davis) o Philarmonia o Berliner o San Pietroburgo o Mahler Chamber o London Symphony o , da noi, Santa Cecilia, capisci “cos’è” quell’aplomb.
    Forse, quando Claudio Abbado la fondò, aveva in mente altro, magari un’utopia (lodevole, ma smentita dai fatti) di Wiener Philarmoniker italiani; Muti, ereditatala, tentò lodevolmente di farla passare – più nelle dichiarazioni che nei fatti – come un complesso sinfonico di autentica statura europea. Adesso… è quel che vediamo. Ci passa un certo giro di direttori anche ottimi (qualcuno nuovo, quest’anno) ma raramente gli esiti di questi concerti messi su in fretta e furia, con il nome “Filarmonica”, fra un’opera e l’altra, riescono davvero ad emozionare. Suonano per gli sponsor e gli abbonati “di qualche anno” otto dieci volte nella cosiddetta “stagione”, ogni tanto ci infilano una tournèe, qualche concerto “benefico” riservato ad altri ricchi. Ma la funzione e l’identità sono rimaste un abbozzo…. credo parecchio lontano, oggi, dall’idea che il fondatore aveva in testa. Il fondatore ama le orchestre (ne ha fondate tante altre) in cui tutti si ascoltano fra loro dando vita ad un certo esito. Mi auguro che il fondatore riesca, nella ormai non lontana (e speriamo reale: Milano e Scala sono bravissimi nel creare i presupposti per i forfeit degli artisti, lo abbiamo visto anche in questi giorni) Sesta di Mahler ad ottenere quel tipo di esito. Di solito (è accaduto anche a Firenze, con la Nona di Mahler e l’orchestra del Maggio) ci riesce.

    marco vizzardelli

    • masvono giugno 27, 2012 a 4:36 pm #

      A Vizzardelli che giustamente tira in ballo le prove: dato che la Verdi suona ogni settimana i programmi più disparati, QUANTE prove avrà avuto BIGNAMINI per lo Chénier? Un giorno? Due? Tre? Con un esito DI CERTO SUPERIORE a quello medio di qualsivoglia esecuzione scaligera.
      Saluti

      -MV

  10. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 4:36 pm #

    Parlo ovviamente di Filarmonica cioé di attività e identità “sinfonica”.
    In buca per l’opera, nelle migliori serate (non frequentissime, negli ultimi anni) e quando motivati, l’identità e lo status sono ben altri.

    m.viz

    • masvono giugno 27, 2012 a 4:40 pm #

      Se penso al MESE DI PROVE per un Don Giovanni…RIDO!! L’orchestra della Scala mi ricorda il mio elettricista pagato A ORE. Due terzi del tempo a fissare imbambolato il vuoto, un terzo con cacciavite e filo a darsi da fare.

      -MV

  11. marco vizzardelli giugno 27, 2012 a 4:50 pm #

    In effetti, ascoltando l’esito magnifico dell’Orchestra Verdi in Chenier dopo un anno di frenetica attività serale e mattutina (avete idea della “mole” delle stagioni della Verdi?), uno pone esattamente le stesse questioni qui poste da Vono. Evidentemente, sanno ottimizzare il tempo a disposizione, e, aggiungerei, hanno una vera “stabile” e un vero preparatore (Xian e per l’appunto Bignamini, cui consiglio caldamente – come già fatto in occasione di suo precedente ottimo concerto – di non scottarsi, come qualche suo giovane valoroso collega, passando troppo presto dalle parti di via Filodrammatici). E qui si aprirebbe un altro discorso già mille volte fatto…

    marco vizzardelli

  12. proet giugno 28, 2012 a 10:40 pm #

    visto che si parla anche di altri spettacoli mi permetto di segnalare questo, molto interessante:

    http://liveweb.arte.tv/fr/video/Cecilia_Bartoli_Andreas_Scholl_Jules_Cesar_Haendel_Salzbourg_Pentecote/

    regia discutibile ma almeno non ci si annoia, c’è tanta musica di bellezza sublime, grandissimi Jarrousky e Von Otter, la Bartoli parte male ma via via si scalda e nel secondo e terzo atto è indiscutibile. Scholl è inascoltabile, gli altri più o meno professionali, il basso che interpreta Achilla non si capisce bene se ci è (un cane) o ci fa.
    su Antonini non mi pronuncio ma la musica è talmente bella che anche lui alla fine fa un figurone.
    buon ascolto e visione a chi avrà la pazienza di stare 4 ore davanti allo schermo (io personalmente l’ho divisa in 3 sere…) oppure a chi assisterà alle repliche previste a Salzburg quest’estate.

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