20 Mag

Peter Grimes

Benjamin Britten

Peter Grimes

Nuova produzione Teatro alla Scala

 

Dal 19 Maggio al 7 Giugno 2012

Durata spettacolo: 2 ore e 55 minuti

Cantato in inglese con videolibretti in italiano, inglese

 
Dopo il grande successo di Death in Venice della scorsa stagione è la volta dell’opera più popolare di Benjamin Britten. Vista solo due volte alla Scala (nel 1975 e nel 2000), verrà presentata per la prima volta con una nuova produzione firmata dal regista inglese Richard Jones, di cui il pubblico ricorda la straordinaria Ledi Makbet Mcenskogo uezda di Šostakovič.
John Graham-Hall, già straordinario protagonista in Death in Venice, vestirà i panni dell’impetuoso pescatore Peter Grimes in questa misteriosa vicenda ambientata in un piccolo villaggio di pescatori sulla costa orientale dell’Inghilterra, nella prima metà dell’800.
Il giovanissimo Robin Ticciati, Principal Conductor della Scottish Chamber Orchestra, dirige per la prima volta un’opera alla Scala.

Direzione

Direttore  Robin Ticciati
Regia   Richard Jones
Scene e costumi   Stewart Laing
Movimenti coreografici   Sarah Fahie
Luci   Mimi Jordan Sherin
Cast    
Peter Grimes   John Graham-Hall
Ellen Orford   Susan Gritton
Captain Balstrode   Christopher Purves
Auntie   Felicity Palmer
First Niece   Ida Falk Winland
Second Niece    Simona Mihai
Bob Boles   Peter Hoare
Swallow   Daniel Okulitch
Mrs. Sedley   Catherine Wyn-Rogers
Rev. Adams   Christopher Gillett
Ned Keen   George Von Bergen
Hobson   Stephen Richardson
A Lawyer   Luca Di Gioia
A Fisherwoman   Annalisa Forlani

23 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione maggio 20, 2012 a 7:53 am #

    Buondì! Io ho visto la finale di Champions league, magnifica e imperdibile; non so chi ha visto la prima alla Scala o ha ascoltato il Peter Grimes alla radio, per quel poco che ho orecchiato da radio 3 mi è sembrato un successo. Buona domenica a tutti!
    Ah, ieri ho pensato che se il problema per i posti di loggione, secondo il teatro, è il Cesarino, allora propongo una cordata per fornirgli denaro e bottiglia per fare la coda a tutte le repliche di qui a fine stagione, con entrata in teatro ovviamente, visto che il biglietto non è cedibile (e visto che voglio vedere come si farebbe ad impedirgli di entrare!) . Che ne dite?

  2. Alda maggio 20, 2012 a 12:51 pm #

    Serata di altissima qualità pur con gravi pecche.
    Per prima cosa giudico Robin Ticciati assai migliore della media delle giovani shooting-star che direttori artistici di tutto il mondo ci stanno propinando nell’ultimo periodo. Abbiamo una direzione solida, capace di coordinare le masse (con una particolare attenzione al coro), sensibile alle ragioni del canto e del declamato, non avara di colori, drammaturgicamente efficace. Rimangono alcune ombre. Poco coinvolgente l’interludio della tempesta (e perché mai introdurre una così antimusicale corona sulla pausa precedente l’“energico” al numero 59???). Non perfettamente a piombo la canzone in sette quarti “Old Joe has gone fishing”. Sprecato e scoordinato il terzettino “Fool to let it come to this” (con una tacchetta in meno di metronomo sarebbe potuto riuscire splendidamente). Tutt’altro che implacabile l’incedere della Passacaglia. Però il risultato complessivo è veramente godibile. Grave difetto, ancora una volta, è lo squilibrio con le musiche fuori scena; in particolare le quattro danze della scena della festa popolare perdono tutta la loro preziosità, in un guazzabuglio veramente poco trasparente.
    Anche l’orchestra sembra suonare più convinta rispetto a recenti prove. In particolare buone le percussioni, e strepitosi flauto e oboe solista nell’ultimo interludio. Purtroppo l’intera orchestra va drammaticamente in barca nell’interludio con cui si apre la seconda parte dello spettacolo, ritrovandosi insieme solo dopo molte battute di inseguimenti reciproci – ho temuto il peggio –. Neanche stasera c’è stata dunque la grande prestazione che da troppo tempo manca a questa compagine.
    La regia si attesta su un livello notevole, addirittura virtuosistico nei movimenti scenici dei solisti e del coro. Non un gesto pare improvvisato, il contributo coreografico è stupefacente. Il tutto si pone all’interno di scene (che cambiano troppo rumorosamente a sipario calato) che mi gustano parecchio. Grande assente il mare. Tutto è vagamente claustrofobico, chiuso ai lati da tendaggi neri, in fondo da una facciata anonima e livida. Il mare è rappresentato iconicamente da pupazzetti di gabbiani (con la g minuscola…) appoggiati un po’ dappertutto, nonché da prue di navi che fuoriescono disordinatamente dai muri (nell’intervallo alcune signore confessano di averle scambiate per lavandini). La prima scena (tribunale) appare poco efficace in sé, ma – attenzione! – il suo significato si capirà solo alla fine. Bellissima e divertente la scena dentro al bar, col coro in versione da tragedia greca, e un parallelepipedo dalla mobilità che ricorda una attrazione da parco giochi per bambini. In questa scena poi è indimenticabile l’azione coreografica che tutte le masse in scena svolgono durante “Old Joe has gone fishing”. Ma altri momenti risultano geniali: la piccola bimba che al termine del quartetto delle donne rivela di avere dei tacchi da sciantosa attraversando la mesta scena e andandosi a sedere su una panchina; la stessa bambina che durante il coro di rabbia contro Peter inizierà a sbattere violentemente il proprio bambolotto contro la colonna vicino al palco del sovrintendente, quasi anche lei plagiata dalla violenza del borgo. Oppure la caduta nel nulla – dopo aver guardato alla tivù simpatici cartoni animati che non sono riuscita però a riconoscere dalla mia postazione – del nuovo apprendista (momento che così spesso risulta ridicolo), in un abisso dove Balstrode dopo pochi minuti guarderà vedendo ciò che noi non vediamo, cioè la tragedia. Il monologo del delirio di Peter dove è lui stesso a infierire contro il suo manichino impiccato. Meno riusciti altri momenti quali la mancata rissa al bar, il duetto tra Peter ed Ellen fuori dalla chiesetta, oppure l’uscita di scena finale di Peter (un po’ incompiuta). Farà discutere soprattutto l’invenzione drammaturgica del finale: ci ritroviamo nell’aula del tribunale, dove durante il coro marino l’aula si ririempie per iniziare un nuovo processo. Questa volta l’imputata è Ellen, condotta in giudizio per avere assecondato Peter, e proprio sull’ultimo accordo scuro ella giura sulla Bibbia e inizia la sua testimonianza. Evidentemente questo finale toglie ogni illusione catartica del coro finale, risulta certo alquanto verosimile, ma mi sembra squilibri il solipsismo riservato a Peter. Interessante, comunque. Infine segnalo i costumi fine anni settanta molto efficaci e il lavoro impressionante fatto sulle luci, tra l’altro con tantissimi fari a vista: con un effetto complessivo davvero rimarchevole.
    Il cast, che rivela qualità attoriali eccezionali, vocalmente parlando profitta anzitutto della presenza di tre fuoriclasse. Il primo è Christopher Purves, che nel ruolo del vecchio capitano in pensione offre una interpretazione maiuscola. Autorevolissimo nel duetto con Peter prima della tempesta e in tutti gli interventi nelle grandi scene. Ma soprattutto patetico in senso neoverdiano – perché il patetismo di Britten, lo si ammetta o no, è neoverdiano – nella grande frase “When horror breaks one heart all hearts are broken” (“Quando l’orrore spezza un cuore tutti i cuori sono spezzati”) vero suggello della penultima scena. E semplicemente mozzafiato la sua lentissima entrata a passi laterali prima di pronunciare in maniera indimenticabile il parlato col quale consiglia (o impone?) a Peter di suicidarsi in mezzo al mare. La seconda è l’immensa Felicity Palmer, una Zietta semplicemente perfetta. Non un suo intervento è men che perfetto. Il terzo è Peter Hoare come predicatore Boles. Un carisma pazzesco, che rende in ogni momento l’idea di questo fanatico visionario. La sua arringa “People!” appena terminata la funzione religiosa è quanto di meglio si sia sentito da un tenore caratterista in Britten. Il resto è assai più low-profile. Che si scelga di impostare il protagonista non come heldentenor bensì con una voce più fragile è del tutto legittimo, e corrisponde a un’ipotesi spesso percorsa nella storia interpretativa dell’opera. Pure, se John Graham-Hall non lascia alcunché a desiderare sul piano scenico, vocalmente non riesce a trascinare, non riesce a commuovere. Già in “What harbour” la sua vocalità è ai limiti, si difende in “Now the Great Bear and Pleiades”, ma non è adeguato nella scena davanti alla chiesetta. La frase-chiave di tutta l’opera (“So be it, and God have mercy upon me!”), che costituirà il tema della Passacaglia, risulta nevrotica ma senza quella tragicità da addio al mondo che è; ricordiamoci, infatti, che questo “Così sia, e Dio abbia pietà di me” è l’ultima frase che Peter rivolge al borgo, poi parlerà solo coll’apprendista, coi fantasmi del passato, con sé stesso. In complesso una scelta molto discutibile, e, a onta di una prestazione atleticamente generosa e vocalmente intelligente, a mio avviso insoddisfacente. Peggio ancora le cose vanno con Susan Gritton: voce convenzionale, accento poco incisivo, timbro sempre petulante, tendenza al piagnucolio. Non ci siamo. Ida Falk Winland e Simona Mihai son tanto brave nella recitazione quanto insipide nel canto, con preoccupanti problemi d’intonazione. Lo Swallow di Daniel Okulitch è passabile ma non molto più. Catherine Wyn-Rogers è caricaturale, in senso negativo. Christopher Gillett ha una voce che il più delle volte non passa, e quando passa è sgradevole. George Van Bergen esprime di Ned Keen molto poco. Il peggiore è certamente Stephen Richardson, con una costante patata nell’ugola trasforma anche la strofa “I have to go from pub to pub” in una lagna. Luca Di Gioia non fa una grande figura. Annalisa Forlani è posizionata così male in palcoscenico da risultare sfuocata.
    Il coro riscatta recenti prestazioni un poco critiche con una serata da par suo, pur in un repertorio tendenzialmente alieno e in cui la pronuncia assume un’importanza decisiva: bravissimi.
    Successo enorme.
    Esco molto contenta da questa prima. Anche se le serate memorabili sono un’altra cosa.

  3. sgubonius maggio 21, 2012 a 2:04 am #

    Difficile aggiungere qualcosa all’analisi di Alda!
    Mi trovo sostanzialmente a ripetere quanto detto da lei (in sintesi!!): orchestra forse il lato più debole, con qualche difficoltà nelle scene corali e con poca poesia negli interludi, regia ottima per compattezza e densità (non c’è quasi mai un attimo “morto”), forse un po’ meno come lettura dell’opera (la storia del tribunale con Ellen nel finale mi sembra la tipica trovata di cui si farebbe volentieri a meno e che rischia invece di distrarre dal dramma in sé). Media dei cantanti tutta più che soddisfacente, molto bene il pelatissimo Balstrode e meno bene Ellen e Keene.
    L’unico punto su cui potrei dissentire con Alda è Graham-Hall, secondo me di grande impatto nel ruolo (vero che non ha sempre spinto tutte le agilità, però quello che ci mette di “interpretazione” ripaga abbondantemente, soprattutto in un’opera così).

    Ah, il mare “assente” in qualche modo ho pensato possa essere rappresentato il pubblico stesso (guardano sempre verso la platea (“mare di teste!”) quando parlano del mare che si ingrossa ecc… Il più banale dei perché è il solito discorso che si fa sul Grimes: Borough = mare che inghiotte il poveretto. E noi pecoroni spettatori al solito siamo il Borough della situazione!

  4. marco vizzardelli maggio 21, 2012 a 4:09 pm #

    Si fa presente che lo psicoscriba del Corriere non fa cenno a messa in scena di Jones ne a Felicity Palmer. A leggere il Corriere, risulterebbe che il Grimes sia andato in scena in forma di concerto e senza Zietta.

    marco vizzardelli

  5. Gabriele Baccalini maggio 23, 2012 a 11:32 am #

    Ieri sera ho assistito alla seconda recita e non ho molto da obiettare o aggiungere alla precisa e competente recensione di Alda.
    Spezzo una lancia a favore di John Graham-Hall, la cui vocalità si rivela un po’ più aspra di quella sentita in Death in Venice, tuttavia mi pare che contribuisca – insieme alla presenza scenica – a delineare efficacemente la personalità di Peter Grimes.
    Ticciati ha dimostrato di saper tenere in pugno orchestra, coro e il cospicuo manipolo di solisti, in un’opera che presenta una complessità in orchestra e nelle parti vocali non frequente. Ostacolato dai rumori veramente fastidiosi, che giungevano da dietro il siparietto nero negli Interludi, forse non è riuscito a farne il filo conduttore dell’opera, a parte il secondo, il più onomatopeico e anche abbastanza forte di volume per contrastare il disturbo di cui sopra. Ad ogni modo la sua e quella dell’orchestra sono state prestazioni di indiscutibile valore.
    Lo spettacolo non è stato da meno. Richard Jones ha dato una lettura di grande vivacità, ma anche di intensità drammatica rilevantissime.
    L’obiezione che il mare non si vedeva mi sembra di rara stupidità. Il mare c’è nell’orchestra, nella paura dei personaggi, nel dramma personale di Peter, nella conclusione tragica delle sue velleità di superiorità nei confronti del borgo che lo ha emarginato. Proprio perché il mare è protagonista assoluto dell’opera (e la barca che affonda ognuno di noi l’ha vista nella sua immaginazione, esattamente come quando si legge un romanzo), dissento dal codicillo finale dell’inizio del processo a Ellen, appendice fuori luogo di un dramma che presenta un fondo nichilistico e che per questo deve concludersi con l’annientamento in mare del protagonista, senza l’idea di un “sequel” in terraferma. Del resto il coro finale non mi sembra avere alcun significato catartico: la gentre del borgo riprende impassibilmente la sua vita squallida e piena di pregiudizi, dopo che il disturbatore, il “diverso” emarginato, è scomparso e la maestrina Ellen tornerà a fare la maestrina e basta, senza illusioni di un futuro umanamente più ricco, ma anche senza bisogno di essere processata a causa della sua umanità..

  6. marco vizzardelli maggio 23, 2012 a 3:15 pm #

    Il mare c’è, è ovunque, in questo straordinario spettacolo di Richard Jones. C’è nei bagliori di luce continuamente cangianti, c’è nella taverna di Auntie che oscilla (straordinario il dondolio delle lampade) c’è nella sovraeccitazione della popolazione. C’è nella tempesta del cuore di Peter Grimes, nelle nostalgie di Ellen. Il mare siamo noi cui tutto il palcoscenico guarda. E un mare – anzi “il mare” – di colori di ritmi, di arabeschi, di dinamiche d’eccezionale “apertura”, è l’orchestra nella formidabile concertazione di Robin Ticciati. Che , alla seconda rappresentazione, riceve un meritatissimo trionfo personale, con orchestra tutta in piedi, e l’intero cast più il pubblico uniti nell’applauso. Oltre a concertare divinamente, Ticciati ha un impressionante senso del ritmo: le parti più “danzanti”, dal tono popolare fino ai cenni di jazz (ce ne sono) trovano un’evidenza straordinaria. C’è, è vero, qualche rumore di scena di troppo in coincidenza degli ultimi interludi: ma è peccato veniale in una messa in scena collettiva (musica e teatro) di altissimo livello. E, in particolare, l’esecuzione del secondo interludio è da brivido. O nel primo, il suono “bianco” – eccezionale! – dei violini!
    Uno degli aspetti più eccezionali del lavoro congiunto di Jones e Ticciati (e di Gabbiani: strepitoso il coro, per forza, misura e “presenza”) è proprio quello acustico. Esempio preclaro, il coro con organo nella (straordinaria) chiesetta chiusa che fa da controcanto alla melodia di Ellen. Jones e Ticciati, insieme, sono riusciti a fare del “difficilissimo” palcoscenico della Scala ciò che quasi a nessuno è riuscito, da che il palcoscenico stesso è stato rinnovato: un luogo di straordinarie risonanze, di inaudite dinamiche sonore (vedasi, ancora, il tamburo di Hobson, che “gira”, sullo sfondo, alla morte del ragazzo). La profondità, il “senso prospettico” del suono è uno degli aspetti più stuopefacenti, in questo allestimento del Grimes. Sul piano scenico-musicale, concordo sull’eccezionalità della realizzazione di “Old Joe has gone fishing”, ed è letteralmente agghiacciante (in senso positivo, naturalmente!) il passaggio dalla danza all’eccitazione collettiva che porterà al grido ” Peter Grimes”: momento capitale della direzione di Ticciati e della prova del coro quel grido ripetuto fra pause che paiono infinite: grande Britten, ma grandi anche glli interpreti, alla Scala.
    Fra gli interpreti, concordo sulla straordinaria resa scenica e vocale della Auntie da parte della gloriosa Felicity Palmer (e che freschezza in acuto, complimenti!) avvolta nel suo bellissimo golfone marinaro. Spettacolosa la realizzazione scenica delle nipotine danzanti. Non concordo sulla nota negativa per la “petulanza” di Susan Gritton: anzi, a mio avviso, la nota petualante, nella foggia (il gonnellone da maestrina) nei modi (i gesti da “mammina”) e in tutto il modo di porsi, è voluta, da Jones: e il vibratino della voce della Gritton è perfettamente funzionale a questa concezione del personaggio. Graham-Hall è uno straordinario attore: delinea un Peter aspro, esacerbato, poi delirante con una dolcezza di fondo che non riesce ad esprimersi. Non mi ero esaltato sullo strumento vocale in occasione di Death in Venice, non mi esalto oggi: il timbro è uniforme, può ingenerare monotonia, pur se questa stessa voce “ingrata” risulta, anche in questo caso, funzionale a delineare il personaggio.

    E’ – nel suo complesso – uno spettacolo d’una forza spaventosa. Se ne esce sconvolti (e ce lo siamo detti in tanti, alla sortita dalla seconda replica).

    E con la voglia di tornare, per rivedere, riascoltare, cogliere l’infinità di particolari “disseminati” da Ticciati e Jones in un lavoro collettivo (orchestra, solisti, coro meraviglioso) che fa di questo Grimes, sicuramente, uno dei momenti massimi (probabilmente “il” massimo) dell’attuale gestione scaligera. E’ nel novero ristretto degli spettacoli che uno si porta dentro per la vita, come punti di riferimento.

    marco vizzardelli

  7. proet@barboon maggio 23, 2012 a 4:08 pm #

    non sapevo che Gabbiani fosse tornato…

    🙂

  8. marco vizzardelli maggio 23, 2012 a 5:51 pm #

    Ih ih hai ragione ora mi tocca correggermi in tre siti. Bruno Casoni non merita l’affronto. Ha fatto un lavoro splendido. Mi copro di cenere.

    Grazie, ciao.
    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli maggio 23, 2012 a 6:06 pm #

    Altra gaffe, mi ricopro di cenere. “Affronto” non è certo detto in disistima di Gabbiani, ottimo predecessore dell’ottimo Casoni. Sono un po’ fuso, sto scrivendo dopo una giornataccia di lavoro.

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi maggio 24, 2012 a 10:22 am #

      Uno spettacolo validissimo anche secondo me. Il mio parere è molto vicino a quello già perfettamente espresso da Marco Vizzardelli: ottima valutazione per Ticciati, Graham-Hall e la Gritton e insuperabile Jones in tutti i particolari già descritti benissimo, mare assente compreso, di cui condivido l’ottima motivazione. Una nota di plauso particolare per i gabbiani, bellissimi!

  10. marco vizzardelli maggio 24, 2012 a 12:35 pm #

    Sì, sono bellissimi quei gabbiani sui tetti: mi sa che la mia gaffe sul Maestro del coro nasce da lì!. Ciao

    marco vizzardelli

  11. lavocedelloggione maggio 24, 2012 a 10:17 pm #

    Spettacolo bellissimo, intenso e coinvolgente; magnifica direzione, Ticciati è stato davvero una rivelazione per me. Mi unisco al plauso generale e aggiungo solo che mi sembra che ci siano molte analogie con Porgy and Bess, almeno per la storia: the Borough e Catfish Row, storie disperate di poveri pescatori, mari in tempesta, violenza e morte, giustizia istituzionale e tribunali “popolari”, maldicenze e solidarietà, speranze di una vita migliore, tentativi di redenzione frustrati (Ellen con Peter e Bess con Porgy)…Insomma, io e Vizza all’uscita da teatro stasera abbiamo deciso che vorremmo un bel Porgy and Bess con Robin Ticciati sul podio (e la regia di Richiard Jones). Buona notte Attilia

    • masvono giugno 3, 2012 a 12:49 pm #

      Sì, potrebbe essere un’idea. Ticciati è molto bravo, molto ortodosso e ha come modello (direi quasi pedissequamente ricalcato) nella direzione precisa e asciutta dello stesso Britten del suo capolavoro.

      -MV

  12. lavocedelloggione maggio 24, 2012 a 10:23 pm #

    Leggete anche cosa dicono vecchi amici su un altro blog:
    http://proslambanomenos.blogspot.it/2012/05/alla-scala-il-peter-grimes-di-jones.html

  13. Gabriele BAccalini maggio 25, 2012 a 10:39 am #

    Alla Scala si devono essere accorti di avere esagerato e hanno abbassato i prezzi della Messa da Requiem. Quelli di platea e palco sono più alti del solito, ma chi se ne frega. Forse sono quelli riservati al concerto di Abbado.
    In compenso stanno bombardando di e-mail gli iscritti alla newsletter, per convincerli a comprare biglietti: segno che la gente non è così scema da litigare per biglietti da 50 euro in file posteriori di galleria e da 165 in platea per un concerto dall’esito niente affatto scontato, a giudicare dal precedente.

  14. Gabriele Baccalini maggio 25, 2012 a 10:56 am #

    Non si capisce bene se i prezzi ribassati siano riservati agli iscritti alla newsletter o a chi altro, perché entrando nel sito e facendo la normale procedurra di acquisto i biglietti sono sempre ai prezzi astronomici iniziali.
    Mai vista un’azienda più sgangherata.

  15. marco vizzardelli giugno 5, 2012 a 10:24 am #

    Noto che la prima di Luisa Miller è disertata a livello di vendita biglietti. Forse la gente è stufa di dover andare alle prime della Scala sottostando al ricatto della Mucca Carolina e dei suoi Vitellini – Giudici Competentissimi e Inappellabili, Vati del Vero Canto: ma dove, ma quando ,a perché e in base a che? – tutti schierati a muggire, trasformando ogni Prima in un insuccesso se non in una rissa. Invito anche i critici a disertare le Prime della Scala, perché non giudicabili a causa del clima impossibile in cui si svolgono, specie se si tratti di opera italiana. Ed è ora che gli artisti medesimi, i cantanti, si ribellino alla mandria delle mucche muggenti. Un poveretto che, domani, abbia acquistato il biglietto per la Prima di Luisa Miller dovrà esser obbligato ad ascoltare, oltre la musica, i muggiti della Mucca Carolina e dei suoi Vitellini.

    marco vizzardelli

  16. marco vizzardelli giugno 5, 2012 a 10:35 am #

    Noto che la prima di Luisa Miller è disertata a livello di vendita biglietti. Forse la gente è stufa di dover andare alle prime della Scala sottostando al ricatto della Mucca Carolina e dei suoi Vitellini – Giudici Competentissimi e Inappellabili, Vati del Vero Canto: ma dove, ma quando,ma perché e in base a che? – tutti schierati a muggire, trasformando ogni Prima in un insuccesso se non in una rissa. Invito anche i critici a disertare le Prime della Scala, perché non giudicabili a causa del clima impossibile in cui si svolgono, specie se si tratti di opera italiana. Ed è ora che gli artisti medesimi, i cantanti, si ribellino alla mandria delle mucche muggenti. Un poveretto che, domani, abbia acquistato il biglietto per la Prima di Luisa Miller dovrà esser obbligato ad ascoltare, oltre la musica, i muggiti della Mucca Carolina e dei suoi Vitellini.

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi giugno 6, 2012 a 9:27 am #

      Non è solo la prima a essere disertata: sono disertate tutte le serate ad eccezione di qualche turno d’abbonamento tipo il turno A. Come del resto è (stato) disertato il Peter Grimes e lo sono le date del Don Pasquale e quelle di Manon dove non ci sarà la Netrebko. La crisi s’inizia a sentire forte e non penso ci sia più molta gente che spende 224,00 Euro con tanta disinvoltura (oltre al viaggio e all’albergo ovviamente!). Un saluto Gloria

  17. marco vizzardelli giugno 5, 2012 a 11:38 am #

    Ieri sera, concerto di Elina Garanca: Schumann (“Frauenliebe” e altro), Richard Strauss, i Lieder giovanili di Berg, più bis da Carmen e zarzuela. Trionfo per lei… con qualche riserva.
    Splendida donna e splendida voce. Per il lied, mi sembra che le manchino ancora, rispetto a interpreti storiche, lo studio e l’attenzione alla “parola”: ma è giovane e può crearsela . Per dire, in campo di mezzosoprano o contralto, vien da citare una Ludwig, senza andare al vertice assoluto d’una Ferrier: c’era un’ attenzione al “suono della parola” che qui un po’ manca. Per fare un esempio d’altro registro vocale (senza scomodare un Dieskau, maestro della parola cantata): un Bostridge ha voce “slavata”, ingrata se vogliamo, ma l’attenzione al testo, alla parola, al fonèma, rende ogni lied il microcosmo che è, ne fa una rappresentazione in miniatura. Nella Garanca – che ha una voce letteralmente sontuosa: è un piacere ascoltarla – non ho notato questo tipo di approfondimento. Ma il livello è comunque alto, per colori (tra l’altro, ora, mi è parsa più “scurita”, quasi contraltile) e per duttilità.
    Il pianista è stato il punto debole della serata. Strano perché Roger Vignoles è ritenuto affidabilissimo e ha accompagnato mezzo mondo, e che mondo! Qui è stato monotono e monocolore in Schumann, professionale ma non di più in Strauss e Berg, imbarazzante nei bis. La Garanca ha dovuto cantare Habanera e Seguidilla da Carmen con un improbabile, metronomico accompagnamento “a marcetta” che ben poco ha giovato alla ricerca di sensualità e colori, che in lei peraltro c’era. Si direbbe che per lui le due danze siano “marcette”.
    Trionfo comunque meritatissimo, dalla cantante. Un salace commento (credo dalla galleria: “cambia il pianista!”) su Vignoles è stato espresso con una certa esuberanza, ma direi che “ci stava”. L’accompagnatore dava senso di routine e stanchezza, un compitino noto ripetuto stancamente. Gioverebbe alla Garanca, che è ancor giovane e fresca, trovare un pianista magari anche meno “scafato”, ma proprio per questo meno “routinier”.

    marco vizzardelli

    • sgubonius giugno 5, 2012 a 11:12 pm #

      Bellissima voce, magari ancora un po’ da far maturare l’interpretazione (il fraseggio è pulito e chiaro, però troppo spesso un po’ buttato via, monotono), ma direi che data l’età ci sono i margini. Qualcosa di più in questo senso lo ha mostrato in Schumann in quei Lieder sulla maternità che evidentemente le appartengono in questo momento particolarmente. Veramente inattesa in ogni caso la scurezza del timbro, forse il disco non rende giustizia. Veramente mediocre la prova del pianista (certo che non so in quale altro teatro piova dal cielo un tale consiglio, se non altro strappa una risata!).

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