11 Mar

Die Frau ohne Schatten

Richard Strauss

Nuova produzione Teatro alla Scala

 Dall’11 al 27 Marzo 2012

Durata spettacolo: 4 ore e 10 minuti

 

Debutta il regista Claus Guth in questo formidabile frutto della collaborazione fra Richard Strauss e Hugo von Hofmannsthal: una fiaba simbolica e colorata incentrata sul significato misterioso dell’ombra. Lo stesso Hofmannsthal scriveva a Strauss “E’ una fiaba dove due uomini e due donne si scontrano. […] L’opera […] starebbe al Flauto magico come Il cavaliere della rosa sta alle Nozze di Figaro”.
Prosegue alla Scala il ciclo Strauss, dopo la Salome di Luc Bondy e Der Rosenkavalier di Herbert Wernicke: Die Frau ohne Schatten è il primo di quattro titoli progettati insieme dal Teatro alla Scala e la Royal Opera House. Dirige Marc Albrecht.
 Die Frau ohne Schatten

Direzione

Direttore  Marc Albrecht
Regia  Claus Guth
Scene e costumi  Christian Schmidt
Luci  Olaf Winter
Video  Andi A. Müller
Cast
Der Kaiser  Johan Botha
Die Kaiserin  Emily Magee
Die Amme  Michaela Schuster
Der Geisterbote  Samuel Youn
Ein Hüter der Schwelle des Tempels  Mandy Fredrich
Erscheinung eines Jünglings  Peter Sonn
Die Stimme des Falken  Talia Or
Eine Stimme von oben  Maria Radner
Barak, der Färber  Falk Struckmann
Die Färberin  Elena Pankratova
Der Einäugige  Christian Miedl
Der Einarmige  Alexander Vassiliev
Der Bucklige  Roman Sadnik
Ein Wächter  Mikheil Kiria
Dienerinnen  Lucia Ellis Bertini Alla Utyanova Stefania Gianni
Keikobad (danzatore)  Paul Lorenger

78 Risposte to “”

  1. GloriaCortesi marzo 12, 2012 a 8:36 am #

    Sentita alla radio: stupenda! stavolta tutto si può dire tranne che l’orchestra non si sia impegnata e complimenti grandi al violoncello solista! chi era?
    Mercoledì sera avrò il piacere di vederla/sentirla in teatro.

    • . marzo 12, 2012 a 8:48 am #

      …tranne gli ottoni, al solito mediamente sotto la sufficienza: con imbarazzanti (libere) uscite solistiche e di gruppo nel secondo e terzo atto…

      • GloriaCortesi marzo 12, 2012 a 8:59 am #

        certo che se in Scala potessimo avere Reinhold Friedrich…Strauss sarebbe perfetto!

  2. Alda marzo 12, 2012 a 9:13 am #

    Se fossi un personaggio dei fumetti, nella mia nuvoletta troveremmo scritto: mumble mumble.

    Cominciamo dall’allestimento.
    Guth mi sembra fare una scelta molto furba: se tutto è un sogno della Kaiserin, certi passaggi ambigui o logicamente problematici divengono giustificati. E così anche certe immagini, che inevitabilmente richiamano analogie oniriche.
    Questa impostazione consente una scenografia fissa, la cui mobilità nella parte centrale rispecchia il mutare dell’animo della protagonista. L’aver reso personaggio Keikobad – che fa della propria invisibilità il vero punto di autorevolezza morale –, e per di più nella forma del papà di una gazzella, è una trovata che dividerà in modo netto favorevoli e contrari. Io sono tra questi ultimi.
    Ora, detto che la recitazione è invariabilmente curata e raffinata, si apre purtuttavia qualche problema estetico, anzi figurativo, direi. Nel senso che certe scene risultano proprio svuotate come dall’interno. Alcuni esempi. Davvero è necessario che, nel primo atto durante lo splendido interludio “sehr getragen und gesungen”, Barak tenti di toccare il sedere alla consorte con reazione da ragazzina importunata? Che senso ha all’inizio dell’atto secondo che il coro dei bambini canti da fuori scena, mentre invece alcuni bambini solo attori spuntino da sotto la tavolona? Non era possibile inventare qualcosa di più spettacolare e coinvolgente per le ultime battute dell’atto secondo? Perché rovinare la svolta orchestrale al numero 40 dell’atto terzo facendo entrare dal fondo il montone Keikobad mezzo zoppicante? E poi, capisco la citazione mozartian-schikanederiana dei piccoli Papageni, però rendere così repellente il «Mutter, dein Schatten, sieh’ wie schön» è un buon servizio allo spettacolo? E la finta cavalcata di una barca tra le onde delle due coppie durante il quartetto finale (con tanto di fulmine che fa finire la navigazione) non è più banalizzante che caricaturale?
    Voglio esser sincera, e quindi segnalerò alcuni momenti visivi proprio riusciti: l’incantesimo dell’apparizione del primo atto, il monologo del Kaiser nel secondo, l’inizio del terzo atto con la coppia umana separata, le ultime battute che giustificano finalmente il do maggiore.
    Insomma, un allestimento di altissima fattura, ma con tante debolezze e un certo didascalismo così tanto strindeberghiano e così poco hofmannsthaliano.
    Capitolo proiezioni: tremende. I pesciolini-spermatozoi-feti del primo atto fanno a gara con il ripetitivo accarezzamento (lungo minuti e minuti) di un muso di gazzella da parte di una mano di anziano signore. Veramente una caduta di gusto inaccettabile.

    Il cast mi ha sorpreso favorevolmente, e lo affronto in ordine inverso alle uscite finali. Emily Magee sta in scena pressoché tutto il tempo (uniche due eccezioni – registicamente incomprensibili –: l’interludio e l’inizio del monologo del Kaiser nell’atto secondo, e la seconda parte del duetto della coppia umana all’inizio dell’atto terzo sino all’arrivo della barchetta), e lo fa con grande efficacia. La voce è certamente al limite delle sue possibilità, non tutte le frasi sono tornite (ma non è solo colpa sua), però avercene! La Pankratova non fa capire una sola parola di tedesco, ma regge bene la parte, tra l’altro con un timbro che mi appare decisamente tagliato sulla parte. Michaela Schuster è quel che è: scenicamente bravissimo, con un accento e una qualità di dizione fenomenali, ma con una voce a volte difficilmente udibile e con un gusto molto discutibile (capisco il disprezzo della Amme per l’umano, ma cantare «Bei den Menschen!» in questo modo è da lavandaia irosa). Struckmann ha una voce vetusta, appare troppo vecchio per volere realisticamente figliare: si salva perché la parte è bonaria e la presenza vocale ancora assai carismatica. Johan Botha trova qui una parte statica come lui, ne dà una lettura solida, senza errori, robusta negli acuti, tutto sommato di qualità. Samuel Youn mi pare certamente il migliore in campo: è la voce tecnicamente più a posto, perfettamente udibile in tutta l’estensione della tessitura, convincente in scena, bravissimo!
    I personaggi minori, tendenzialmente discreti, le voci soliste del coro una pena.

    E veniamo al direttore. Le ovazioni ricevute, soprattutto all’inizio del terzo atto, si giustificano a mio modo di vedere solo col fatto che il pubblico scaligero ha dovuto mandar giù nelle precedenti due nuove produzioni di questa stagione due direzioni musicali di qualità infima (Don Giovanni) o superficiale (Les Contes d’Hofmann). Albrecht debutta, e debutta certamente bene, ma nulla di più. Proprio nulla di più. Il suo apporto al canto è erratico e saltuario, tutto concentrato com’è – e lo capisco data l’orchestra che si trova a dirigere – a che quantomeno i tempi funzionino (e non sempre gli va bene). Mi ha deluso il finale primo, proprio buttato via. Siamo comunque di fronte a un bel professionista, come dimostra la quintina davvero perfetta (difficile udirla fatta così bene anche in disco) al numero 244 del finale del secondo atto. Il problema è che per un’opera così ci vuole molto di più.
    L’orchestra conferma la sua forma non brillantissima. Non siamo allo sbrindellamento delle precedenti prove, ma nemmeno siamo al livello alto delle compagini internazionali (fatta eccezione per gli assoli del violino e del violoncello, magnifici). I fiati hanno vistosi problemi di rapporto armonico, gli ottoni si impegnano ma qualcuno va fuori tempo, le percussioni non hanno l’aplomb di altre volte (non so chi abbia suonato la Rute, ma non riuscire a tenere bene il levare tra la fine della prima scena e l’inizio della seconda del primo atto non è una bella prova). Insomma, la strada per tornare ai massimi livelli è ancora lunga.
    Amo troppo Casoni per infierire su un coro che nemmeno lontanamente ricorda la strepitosa prova dell’edizione Sawallisch degli anni ottanta
    Direi però che la colpa più grande del direttore è quella di non aver saputo risolvere in maniera accettabile il rapporto con i numerosi piani sonori provenienti da fuori scena: microfonazioni malriuscite, posizionamenti casuali, suoni artificiosi. E tutto spesso fuori tempo (il geniale effetto eco «Keikobad!» delle sei voci fuoriscena è stato eseguito nel modo peggiore cui abbia assistito in vita mia).

    Da ultimo – per gli amanti del tema (io non lo sono affatto) – la questione dei tagli. Più o meno quelli di tradizione viennese-monacense: due tagli dolorosi nel duetto tra Kaiserin e Amme prima del viaggio verso la Terra, sfrondamento dell’inizio dell’atto secondo e di gran parte (da 52 a 61) della ripresa del coro dei bambini, molto tagliata la scena davanti alla porta del tempio, solito taglio nel melologo della Kaiserin, tagli tradizionali nel finale a partire dal “risveglio” del Kaiser.

    • masvono marzo 12, 2012 a 10:43 am #

      Finalmente un bel commento. Devo ascoltare il n.244 perchè non mi ricordo a memoria il passaggio e mi è venuta curiosità.
      Rendere visibile Keikobad è errore registica al pari di quello che fa “riapparire” Don Giovanni dopo lo sprofondamento. Grazie

      -MV

  3. domanda marzo 12, 2012 a 9:45 am #

    ammappate che recensione!
    molto piu tecnica di quella cui sono abituato da un semplice appassionato. Lo fai di professione?

    domanda veloce: microfonazioni del coro. Come funzionano???

    • Alda marzo 12, 2012 a 9:56 am #

      Sono pensionata, non giornalista
      .
      Microfonazione del coro: quando non è logisticamente possibile un fuoriscena udibile “al naturale” (vuoi per le scenografie vuoi per la quantità dei coristi vuoi per questioni acustiche strutturali della sala) solitamente il coro è in una stanza separata dal palcoscenico, oppure dietro di esso. il suono viene captato da microfoni e rimandato in sala a un volume deciso dal direttore d’orchestra.
      Personalmente sono contrarissima a questo uso (che avviene anche per strumenti come la banda interne o gli ottoni da lontano), perché distorce sempre gli equilibri. Ieri l’effetto è stato particolarmente sciagurato.

      • . marzo 12, 2012 a 10:35 am #

        …perfetta la cronaca.
        Ma il/i cori interni non credo fossero microfonati ma – per quel che mi hanno detto – disposti qua e là: nei corridoi dei palchi, dietro le quinte (II atto) e in alto, sulla balconata interna del palcoscenico (III atto) quindi con qualche problemuccio di a piombo col la buca (da cui il “Keikobad” giustamente censurato e la scarsa consistenza nel finale…)
        Grazie. Con una recensione così chi deve ancora andarci, ha una guida migliore del sapienziale ma poco invogliante e poco chiaro per chi già non sa programma di sala (che, a parte le foto e un saggetto di Calasso, è sostanzialmente quello di 25 anni fa: un po’ poco per 15euro…)
        La discussione sulla critica musicale nei quotidiani – quel ch’è rimasto – non mi pare una cattiva idea.

  4. Attilia marzo 12, 2012 a 9:52 am #

    Mi associo! Complimenti ad Alda per la recensione; competenza, chiarezza e assoluta onestà intellettuale, Purtroppo è quasi impossibile leggere critiche simili sui giornali: perché? Attilia
    P.S. Anch’io, come Gloria, andrò mercoledì e aggiungerò le mie impressioni, da appassionata superficiale.

    • GloriaCortesi marzo 12, 2012 a 9:59 am #

      stessi compliment(on)i anche da parte mia!
      per la domanda di Attilia, proporrei un post sul significato, valore e spazio della/alla ‘critica musicale’ sui giornali.

  5. Attilia marzo 12, 2012 a 10:09 am #

    Mi sembra una buona idea, quella di aprire un dibattito sulla critica musicale, ma lascio passare ancora qualche giorno, per non disperdere le forze e concentrarle ora sui commenti a Die Frau ohne Schatten. Attilia

  6. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 11:44 am #

    Dopo Alda (grazie, così si descrive uno spettacolo)… credo che avremo Isotta (so che era presente). E credo che il Corriere della Sera non ci farà una bella figura, ma questo si sa. Contenti loro… L’articolo di Isotta potrei scriverlo, imitandolo, senza timore di sbagliare….

    Esito più che prevedibile. I bambini in buca che stavolta non fanno le smorfie e le ole in pubblico, ma gridano al miracolo (ma Alda ci dice che gli ottoni anche stavolta non sono da miracolo) e battono i piedini entusiasti al buon kapellmeister (“finalmente un VERO direttore!” se non erro qualcuno dei bambini si era già espresso qui…), peraltro noto ovunque come dignitoso professionista, la buatina dei soliti noti della corte d’assise a quello stupidello di Guth, che non si sa come mai lavori in tutta Europa visto che nel Tempio della Lirica viene sbertucciato. Tutto scontato, prevedibile, un perfetto gioco dei ruoli. Un po’ noioso e parecchio provinciale. D’altronde…

    marco vizzardelli

  7. GloriaCortesi marzo 12, 2012 a 12:38 pm #

    in attesa di Isotta ecco questo de Il Giornale della Musica:

    http://www.giornaledellamusica.it/rol/?id=3840

  8. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 12:48 pm #

    c’era una claque di bambini?
    ih,ih

    marco vizzardelli

    • masvono marzo 12, 2012 a 1:15 pm #

      La claque di bambini? Ma che pochezza! …

      -MV

  9. Gabriele Baccalini marzo 12, 2012 a 2:41 pm #

    La competentissima recensione di Alda, che condivido almeno al 90% e quanto si legge sul Giornale della Musica mi esimono dal ripetere cose già dette e mi limiterò a qualche considarazione personale “a latere”.
    Partiamo dallo spettacolo: i buu a Guth, del tutto ingiustificati, presumo fossero sin dall’inizio nella pancia dei claqueurs, che – abituati al mestiere contrario – si sono dovuti sfogare in qualche modo alla fine.
    Un piccolo appunto alla regìa va fatto: per chi non conosceva l’opera, capire quanto avveniva in scena non era affar semplice. Ponnelle aveva spezzato il pane della comprensione con maggiore saggezza.
    Va detto però che lo spettacolo ha una sua coerenza e ricchezza di idee, non tutte azzeccate come le improbabilissime corna di Keykobal, padre della gazzella (?) e non della Kaiserin: Alda poi mi ha rubato la battuta sui pesciolini-spermatozoi, ma anch’io ho pensato subito al film di Woody Allen “Tutto quello che avreste voluto sapere sul sesso…”. Ciò detto, non si venga a parlare di teatro tedesco di regìa, perché la fedeltà al complesso testo di Hofmannsthal e Strauss era totale e la libertà di taglio interpretativo mantenuta entro limiti assolutamente accettabili.
    L’esecuzione musicale è stata la più avvincente e precisa dall’inizio di stagione. Merito del bravo Marc Albrecht e anche dell’orchestra, che si è impegnata al massimo e infatti le obiezioni debbono limitarsi alla annosa questione degli ottoni, che però non hanno combinato i disastri ascoltati in Beethoven o nell’Aida. Io personalmente, ma credo anche la grande maggioranza di chi scrive sul nostro blog, ha mai messo in discussione la capacità degli scaligeri di fornire ottime prestazioni, soprattutto nell’opera (ma anche in concerto, se sul podio sale un Pierre Boulez). Il problema è che molto spesso non vogliono:
    Il “Bugiardo e somaro” che ha scritto nel post precedente “l’orchestra non brucia per partito preso un direttore 40/50 enne”, cosa voleva dire, forse che i “ragazzini” trentenni si possono anche bruciare dolosamente e impunemente?
    Mi dispiace che qualcuno si sia preso la briga di organizzare urla di “bravo” al direttore mentre usciva dalla buca a fine atto, quando la calorosa accoglienza iniziale e i convinti applausi ad ogni suo ritorno al podio venivano spontaneamente dalla gran parte del pubblico; cosa che forse Albrecht ha apprezzato più delle suole picchiate sul pavimento della buca dagli orchestrali, che sapevano molto di “strumentalizzazione”.
    Infatti, se l’orchestra si erge a giudice della prestazione del Maestro concertatore, poi lo deve fare ogni volta e così avremo fior di direttori che non si sottoporranno a simili proceddure di giudizio, dirigendo con successo altrove. Insomma, un gesto infantile e “ultroneo” (questa volta sì il termine è appropriato), vagamente revanscista.
    L’Orchestra Verdi lo fa a tutti i direttori, anche ai più brocchi, perciò è più uno sfizio giovanilistico che non un giudizio.
    In un teatro come la Scala mi pare che un po’ più di aplomb non guasterebbe e magari potrebbe essere opportuno che – soprattutto nelle repliche – non ci sia il fuggi fuggi degli orchestrali subito dopo l’ultimo accordo, per cui dall’alto del loggione fa un effetto ridicolo il direttore, che dal palco si affaccia sulla buca per “associare” l’orchestra agli applausi, mentre in realtà associa le seggiole e i leggii.

    • masvono marzo 12, 2012 a 3:10 pm #

      “(…) mentre in realtà associa le seggiole e i leggii”.

      Esatto, e lasciati pure tutti storti e disordinati. Peggio che in classe al suonare della campanella…

      -MV

  10. Gabriele Baccalini marzo 12, 2012 a 2:49 pm #

    P:S: Mi correggo: si scrive Keikobad e non Keykobal. Rileggendosi si notano gli errori e qualche virgola mancante. E’ Internet, bellezza.

  11. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 2:51 pm #

    A Zurigo l’orchestra, per i Maestri Cantori diretti da Gatti, è rimasta in buca per tutte le uscite, condividendo il successo, senza bisogno di battere i pedini, non avendo alcunché da “dimostrare” e avendo già mostrato la propria bravura durante l’esecuzione. Il che è quanto si chiede ad un’orchestra. Suonare.

    marco vizzardelli

  12. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 4:48 pm #

    Ho appena preso visione della stagione 2012-2013 dell’Opera Bastille.
    Be’, da questo punto di vista è una fortuna avere qui Stephane Lissner e non, come i poveri parigini, quel Nicholas Joel che mi sembra, per il secondo anno consecutivo, il vuoto pneumatico delle idee!
    A parte il loro (cast discutibili) Ring, il maggior pregio mi sembra una Carmen Philip Jordan-Anna Caterina Antonacci e un bel dittico Ravel-Zemlinsky su regia di Richard Jones. Per il resto, stendo un velo pietoso. Non farei davvero cambio…

    marco vizzardelli

  13. GloriaCortesi marzo 13, 2012 a 8:42 am #

    “…ha una guida migliore del sapienziale ma poco invogliante e poco chiaro per chi già non sa programma di sala (che, a parte le foto e un saggetto di Calasso, è sostanzialmente quello di 25 anni fa: un po’ poco per 15euro…)”…se dai programmi di sala di un teatro si percepisce l’idea che in quel teatro hanno del proprio pubblico, quelli della Scala, già da qualche anno, ancorchè a noi abbonati ne venga fatto omaggio, denotano una certa scarsa considerazione o quantomeno una scarsa previsione di lettura, vista l’esiguità dei testi -se non la banalità- rispetto all’abbondanza di foto e di lussuosi inserti pubblicitari. Per restare in tema di ‘Frau’, ne era in distribuzione uno molto curato a Firenze due anni fa, con testi di buon approfondimento musicologico di Franco Serpa, Giorgio Gualerzi, Daria Santini…e una carrellata delle recensioni critiche apparse sui quotidiani in occasione dell’unica precedente messa in scena della stessa opera in quel teatro.

    • . marzo 13, 2012 a 9:40 am #

      se, poi, degli ottoni vogliamo ascoltare anche le note e non quella sorta di digestione di gruppo vagamente musicale dell’altra sera…

      (eccetera eccetera…)

      • masvono marzo 13, 2012 a 1:22 pm #

        Stiamo parlando dei Wiener Philharmoniker…..categorie differenti.
        Saluti

        -MV

  14. lavocedelloggione marzo 13, 2012 a 8:24 pm #

    Vi lascio ancora una volta il link al blog du wanderer di Guy Cherqui, per una recensione di Die Frau ohne Schatten: http://wanderer.blog.lemonde.fr/
    Attilia

    • Massimiliano Vono marzo 14, 2012 a 7:44 am #

      Ma “75 per cento del pubblico nel raggio di 2 km” che dato è? Da dove viene? Grazie

      -MV

      • daland marzo 14, 2012 a 9:09 am #

        Basta censire gli hotel per turisti cino-nipponici presenti in quell’area (smile!)

  15. Gabriele Baccalini marzo 14, 2012 a 12:06 pm #

    Ricordo a grandi linee il risultato di un’analisi della composizione del pubblico in relazione alla residenza, fatta ai tempi di Grassi, che dopo avere imposto le “ore 20” al Piccolo le esportò, come orario d’inizio normale degli spettacoli della Scala.
    Il risultato fu sorprendente, perché rivelò che la gran massa degli abbonati era residente nel centro storico e contraria all’anticipo degli spettacoli, in quanto – come i viennesi d’antan – aveva l’abitudine di andare a teatro dopo cena. Il richiamo di Guy Cherqui è pertanto fondato.
    I nuovi orari, decisamente più vicini a quelli europei, favoriscono leggermente chi lavora in città e dopo lo spettacolo deve fare un bel viaggetto verso casa, sacrificando magari un po’ della cena.
    L’osservazione di Daland al giorno d’oggi è sicuramente pertinente, ma credo che l’inveterato conservatorismo del pubblico scaligero, che risale nei secoli (la Zauberflöte fu assente per quasi tutto l’Ottocento, fino a quando non la impose Toscanini a Novecento iniziato), sia in gran parte dovuto anche a questo particolare logistico. Certo l’ignoranza, che alberga anche nelle gallerie, è stata rimpolpata da recenti immigrazioni da fuori Milano, ma si sa che la mamma dei ‘gnurant è sempre incinta..

    • masvono marzo 14, 2012 a 2:40 pm #

      Boh, se così fosse dovremmo pensare che il 75 per cento del pubblico della Scala è formato da abbonati appassionati di musica che risiedono entro 2 km da piazza della Scala. Quindi il 25 per cento da spettatori occasionali (turisti e acquirenti di biglietti per i singoli spettacoli).

      A occhio per la mia esperienza è al massimo il contrario, il che non contraddice in assoluto il dato di Cherqui, solo che al posto di “residenti” sarebbe da indicare “provvisoriamente domiciliati” (gli hotel) come giustamente rilevava Daland..

      Ma a parte tutto mi interessa veramente sapere la fonte del dato di Cherqui e la sua composizione (abbonati? Spettatori occasionali?).
      Ciao

      -MV

  16. Gabriele Baccalini marzo 14, 2012 a 3:41 pm #

    Max, io ho scritto che ricordo “a grandi linee” una indagine che risale a 40 anni fa. I dati di oggi non li conosco, però è certo che il numero degli abbonati alla Scala (anche in galleria, cosa che prima non esisteva) è stato fortemente incrementato da apposite iniziative di fidelizzazione del pubblico, promosse da Lissner. Credo che se ne siano accorti tutti comprando i biglietti residui su Internet, indubbiamente resi ancora più rari dal giro agenzie-turisti.
    Dove e in quali percentuali risiedano gli attuali abbonati della Scala non lo so, ma che il livello culturale espresso dalla media degli spettatori sia quello che è (applausi prima della fine della musica, telefonini, scaracchiamenti, chiacchiere, ecc. ecc.) lo pensiamo sicuramente in tanti.

  17. proet@barboon marzo 14, 2012 a 4:37 pm #

    io abito certamente entro i 2 km dalla Scala ma non so perché non riesco mai ad entrarci…

  18. Gabriele Baccalini marzo 14, 2012 a 4:52 pm #

    Proeta, per la Frau ohne Schatten non hai bisogno neanche dell’Accordo. Vai in Via Filodrammatici e comprati un biglietto da 12 euro, noi dei 140 ne diamo circa la metà.

    • Daniele Vasai marzo 14, 2012 a 8:56 pm #

      E come mai questo “split”?

  19. proet@barboon marzo 14, 2012 a 10:33 pm #

    la ringrazio Baccalini, non è la prima volta che sento dire qui una cosa del genere ma in effetti non ne ho mai approfittato.
    però Strauss non è la mia “cup of tea” e anche se, paradossalmente, l’unica recita cui ho potuto assistere l’anno scorso è stata la generale del Cavaliere della Rosa (ma era solo per stare in compagnia), preferisco astenermi da un’ulteriore dose della sua musica, magari funestata dalle pernacchie degli ottoni di cui qui dentro riferite ogni due per tre.
    però mi diverte molto vedere quel filmato di lui che dirige (la sua musica) e intanto guarda l’orologio, quello sì lo trovo geniale!

    come la vede invece per Britten?

    • GloriaCortesi marzo 15, 2012 a 8:06 am #

      bastava esserci ieri sera per avere la conferma di quanto sia fondata l’affermazione di Guy Cherqui e per esserne di fatto preoccupati: il pubblico è composto oltre che in massima parte di milanesi che abitano entro 2 km, soprattutto di persone in età oltre ottuagenaria, a cui di quel che succede sul palcoscenico importa relativamente…tant’è che al terzo atto la platea era praticamente svuotata; per non parlare delle facce allibite e perse alla fine del primo. noi discutiamo sulla qualità degli ottoni in orchestra, e ci mancherebbe, ma forse, il problema del ricambio generazione del pubblico e una politica economica e gestionale che favorisca l’avvicinamento VERO dei giovani e non quel finto buonismo della ‘primina’ ben finanziata dai ‘vecchi’ al momento sarebbe più urgente.

      • lavocedelloggione marzo 15, 2012 a 9:45 am #

        Sì, bastava esserci ieri sera; una signora, giovane peraltro, dietro di me, rivolgendosi al compagno, ha detto: “ah, Strauss, quello dei valzer!?” e dubito pensasse al valzer del Rosenkavalier…
        Ad ogni modo uno spettacolo splendido, ben scolpito in tutti i dettagli musicali, dalle voci all’orchestra; mi è piaciuta anche la regia, pesciolini compresi che, credete a me, non assomigliavano affatto a spermatozoi (né a quelli veri, né a quelli di Woody Allen) e che proiettati in quel modo mi sono sembrati meglio di quei 7 che didascalicamente avrebbero dovuto essere fritti in padella. Saluti a tutti Attilia

  20. GloriaCortesi marzo 15, 2012 a 8:20 am #

    e a proposito della legge 100/2010, ecco come si comporta un GRANDE ARTISTA!
    CANCELLAZIONE CONCERTI 30 MARZO E 01 APRILE 2012
    La Fondazione Teatro di San Carlo annuncia agli abbonati e al pubblico che i concerti previsti il 30 marzo ed il 1 aprile 2012, diretti rispettivamente dal Maestro Diego Matheuz e dal Maestro Claudio Abbado, alla guida dell’Orchestra Mozart e dell’Orchestra del Teatro di San Carlo, sono stati cancellati.

    Il motivo della cancellazione è una scelta del Maestro Abbado, inerente la clausola della legge n. 100 del 2010 che “impedisce ai membri delle orchestre appartenenti alle Fondazioni di richiedere permessi artistici fino alla firma del nuovo contratto di lavoro”. Tale scelta coinvolge ovviamente, non solo il San Carlo, ma tutti i Teatri italiani in cui era prevista l’esibizione dell’Orchestra Mozart, formata, come noto, anche da solisti provenienti dalle principali Fondazioni Lirico – Sinfoniche italiane.

    Il Sindaco Luigi De Magistris, Presidente della Fondazione Teatro di San Carlo, il Vice Presidente, Maurizio Maddaloni, il Cda e la Sovrintendente Rosanna Purchia si dolgono della decisione di Abbado ma sono sicuri che l’appuntamento è soltanto rimandato. Questo anche perché proprio lo scorso 9 marzo, presso la sede AGIS di Roma, sono state riavviate, dopo mesi di stallo, le trattative relative al rinnovo del contratto di lavoro delle Fondazioni Lirico Sinfoniche ed è stato concordemente deciso che la questione dei permessi artistici per lavoro autonomo sarà tra le prime da affrontarsi, prevedendo un accordo in tempi molto brevi.

    • GloriaCortesi marzo 15, 2012 a 9:54 am #

      anche il mio commento da ‘appassionata superficiale’: spettacolo imperdibile! concordo con l’entusiasmo di Attilia, su tutto! regia curatissima, elegante e mai fuori luogo; cantanti ottimi e intrigante la direzione di albrecht, positivo anche l’esito degli ‘ottoni’ e il finale fa venire i brividi! complimenti al violoncello solista che ho trovato ancor più emozionante dal vivo che è sandro laffranchini…

    • Annie marzo 21, 2012 a 2:16 pm #

      Sì, però a Lucerna, nel paradiso svizzero, dove pagano bene va e di corsa!!!
      Comne dire… ancora una volta cuore a sinistra e portafogli a destra…
      Che tristezza!!!

  21. Gabriele Baccalini marzo 15, 2012 a 11:30 am #

    Forse Daniele Vasai non ha pratica delle code per i 140 biglietti, venduti dalla Scala due ore prima di ogni spettacolo.
    L’Accordo ha l’incarico di stilare la lista degli aventi diritto secondo l’ordine di arrivo, di solito dalle13 per opera e balletto e dalle 17 per i concerti.
    Se all’ora della vendita sono presenti 140 persone, i biglietti vanno esauriti.
    Se invece, come nel caso della Frau ohne Schatten, si presentano in 70, l’Accordo li fa accedere alla biglietteria nell’ordine della lista e poi conclude il suo servizio.
    In biglietteria restano da vendere gli altri 70 biglietti, che talvolta si possono trovare anche dieci minuti prima o dopo l’inizio dello spettacolo.
    Per il Peter Grimes, Proeta, posso dire che nelle due ultime edizioni alla Scala l’opera ha avuto una buona popolarità, però si possono fare esempi del passato, non prevedere il futuro.
    Ad esempio, il passaparola ha una funzione importantissima nel convincere la gente a fare la coda. Se un’opera, come l’ultima Aida, non piace, l’affluenza va calando di recita in recita, mentre quando tutti parlano bene di uno spettacolo il pubblico cresce. Restando a Britten, ricordo che alle ultime due repliche di Death in Venice rimasero fuori parecchie persone, perché lo spettacolo era molto apprezzato e molti sono tornati a rivederlo, passando parola che era da non perdere.

    P.S. Non oso confrontarmi con l’autorità di Attilia in materia biologica. La mia è stata solo una spontanea associazione di idee, non dissimile da quella di Alda. Comunque la Frau è piaciuta moltissimo anche a me.

    • Daniele Vasai marzo 15, 2012 a 5:31 pm #

      Ringrazio per la risposta, avevo per sbaglio inteso che fosse una questione pre-17.

  22. angelof marzo 15, 2012 a 2:45 pm #

    …d’accordo sull’autorità biologica, ma tenendo conto del soggetto dell’opera, vedere degli spermatozoi mi pare perfino il minimo..

  23. proet@barboon marzo 15, 2012 a 2:47 pm #

    la ringrazio Baccalini, terrò conto comunque delle sue osservazioni, sempre precise e preziose, anche se ancora le manca il dono della preveggenza…

    🙂

  24. Enrico marzo 16, 2012 a 8:56 am #

    Salve a tutti, sono da lunga data un appassionato d’opera, e qualche anno fa vidi quest’opera proprio alla Scala, impegnativa ma bello spettacolo.
    Con l’ignoranza che c’è oggi in giro a proposito di opera, immagino che per tanti “La donna senz’ombra” sia la drammatica storia di un’alcolizzata cronica ricoverata in una casa di cura!

  25. masvono marzo 21, 2012 a 12:39 pm #

    Come sapete ho deciso di perdere tempo a scrivere su spettacoli dell’Officina La Scala solo se ho davanti a me qualcosa di cui parlare.
    Della Donna senz’Ombra sicuramente è drammaturgicamente interessante la regia di Guth, mai traditrice dell’impianto di Hoffmanstahl, anche se qualche didascalismo registico sarebbe stato evitabile. Trovo che rappresentare in scena Keikobad in figura di personaggio sia errore da evitare. Equivale a rappresentare Agamennone in Elettra. Il tema di tre note di Agamennone con cui si apre Elettra è come quello di tre note con cui si apre la Donna senz’Ombra: rappresenta presenze ingombranti, intorno a cui ruota il dramma, ma *assenti*. Sarebbe stato meglio per Guth utilizzare l’escamotage, se proprio voleva un Keikobad visibile, della statua, del simulacro, sull’esempio del grande allestimento di Kupfer per Elettra a Vienna dell’89.

    La claque presente copiosa in teatro, non so se ordita dall’orchestra (probabile) o dal teatro stesso, rispecchia le sonorità che escono dalla buca in più di un momento. Fa solo rumore, e basta.
    Lo sguardo incredulo di Marc Albrecht quando riceve le (finte) ovazioni è da fotografia. Si trova testimone del suo più grande successo di sempre ordito a sua insaputa per “vendicarsi” dell'”affaire Wellber”. Cosa penosa invero.
    Direttore ordinato e preciso ingaggia una lotta con gli orchestrali per costringerli a suonare come un’orchestra, talvolta riuscendoci (il primo interludio, la discesa nel mondo umano è livida e serrata, quasi schercheniana nelle sonorità inscheletrite, ma brucianti..degne di un Humburg, ma è l’unico momento in tre ore di musica!), il più delle volte uscendo sconfitto da Dio Baccano, il Nume Tutelare dell’Orchestra dell’Officina La Scala d’oggigiorno (finale II imbarazzante). Altre volte la lotta si fa più prosaica: il chiacchiericcio di qualche strumentista lo disturba e deve fare ad alta voce “sccccch sccchh” per zittirli. Pena si mischia a pena.

    Cantanti che fanno del loro meglio chi più chi meno e coro sfibrato che, come si conviene, sta al passo con l’Orchestra: mezzo gradino sopra alla Rai ante-chiusura.
    Ciao

    -MV

  26. marco vizzardelli marzo 21, 2012 a 1:00 pm #

    Nello spettacolo di Claus Guth vi sono molti animali cornuti. Potrebbero anche essere una simbolica riproduzione in palcoscenico della piccola colonia di capre che popola le prime del Teatro alla Scala e che, alla prima di questa Donna Senz’Ombra (di cui ho assistito alla replica di ieri sera) aveva “buato” proprio la vera eccellenza di questa produzione: la messa in scena dello stesso Guth. Che è intelligente, “nella musica” istante per istante, assolutamente coerente nella trasposizione in chiave “psicanalitica” della fiaba (che ci sta tutta), tecnicamente splendida nell’uso delle luci e dei (parchi) colori. Si può, al più, rilevare una certa esasperazione “didascalica” nel voler spiegare tutto, “dire” tutto (vedasi, per l’appunto, un certo eccesso di animali cornuti, o la discutibile “visibilità” concessa a Keikobad. Ma siamo su un piano di assoluta intelligenza e stimolantissima lettura del testo. Certo non è uno spettacolo per capre.
    La compagnia di canto vede tre ottimi elementi: Michaela Schuster, autorevole nutrice, e la coppia Barak, Falk Struckmann e la formidabile Elena Pankratova (ma tutti i “famigliari” del tintore sono efficacissimi). Un gradino sotto l’imperatrice di Elena Magee: a freddo, nel primo atto, tende a stonare. Poi si assesta su una prova di buona intensità con una certa, persistente, tendenza all’urlo. Botha (imperatore) è inguardabile, accettabile vocalmente pur con timbro talora belante.

    Imbarazzante (e purtroppo non è la prima volta, ultimamente) l’attuale condizione di quel che era un punto di forza del Teatro alla Scala: il coro. Impreciso, sciatto, le voci femminili stranamente “ballanti” (anche questo verificato più volte, ultimamente). Non potendosi ascrivere il problema all’ottimo Casoni, che c’era prima e c’era adesso, verrebbe da pensare che il tutto abbia a che fare con problematiche extra-musicali. Ma siamo alle solite. Come un’orchestra è lì per suonare, un coro è lì per cantare…

    Marc Albrecht ha l’indubbio merito di porre la musica in perfetta sintonia con l’allestimento. Il blanc-et-noir dell’orchestra, il fraseggio asciutto, la scansione spietata rispondono perfettamente allo spettacolo di Guth. Sicchè si ha la sensazione di un lodevole “tutt’uno” fra scena e musica.
    Peraltro, non è del tutto chiaro se il blanc-et-noir sia proprio una scelta, o un limite: l’orchestra di Albrecht non ha un colore al di fuori del bianco e del nero e di un certo grigiastro che ne è la fusione. Il suono è quasi perennemente aspro e vetroso. Albrecht appare, qui, fondamentalmente, un uomo d’ordine, non il miracolo che una insitita claque ( era stata segnalata alla prima, c’è ancora) posizionata in galleria, più gli orchestrali che battono i piedini con gioia, vorrebbero far passare come tale. Fra l’altro, la conduzione dei cantanti e delle scene d’assieme non è altrettanto ordinata che quella della “linea” orchestrale. C’è un momento felicissimo nel primo atto (la discesa in terra) ma i grandi “assieme” nel second’atto nel finale, a parte la veemenza sonora che può fare “effetto” sul pubblico, sono piuttosto confusi. Vorremmo risentirlo altrove: qui appare un buon direttore (fra quanti passati da queste parti di recente, diciamo un gradino sopra un Letonja, due bei gradini sotto un Philip Jordan:il Cavaliere “di” Jordan era ben altro Strauss, ben altro interprete, ben altro suono, ben altri colori!). Albrecht ha un gesto pulito e un “modo” gradevole. Chi si accontenta, gode…

    Vorremmo riserntirlo altrove, e con un’altra orchestra. Perché, pur essendo uomo d’ordine, non riesce a governare il fracasso di un’orchestra come al solito divista in fette e tronconi. Ci sono gli archi e (con il limite, qui, di una persistente “vetrosità”, forse voluta forse no) lavorano bene. Ci sono, ottime, percussioni e arpe. Ho dubbi (anche qui: è voluto?) sul suono aspro dei legni in questa Donna. Non c’è amalgama complessivo, è l’orchestra consegnata da un direttore (più o meno) stabile che l’ha lasciata “a fette”, è come se i vari reparti si sovrapponessero. Molto di questo è dovuto agli ottoni. Quel che alla replica di ieri sera, nel secondo atto soprattutto, si è ascoltato in particolare dai corni, è improponibile in un teatro che aspiri all’eccellenza (ammesso che vi aspiri). Mentre ascoltavo alcuni momenti di baccano scaligero, mi è tornata, improvvisamente, alla mente, la scena della “rissa” dei recenti Maestri Cantori dell’Opera Zurigo, nella favolosa esecuzione dell’orchestra locale sotto la bacchetta di Daniele Gatti. E ho capito una volta di più che, in musica – come nello sport e in tutte le cose della vita – esiste la serie A (Zurigo, in questo caso), la B…. e anche la C e la D!

    marco vizzardelli

  27. marco vizzardelli marzo 21, 2012 a 1:06 pm #

    Leggo ora Vono. E, a proposito dello “scccchh” “sccch” di Albrecht (notato). Ma proprio non riescono a non ciacolare, mentre suonano davanti ad un pubblico?

    marco vizzardelli

    • masvono marzo 21, 2012 a 1:09 pm #

      Perchè sono come i gatti quando si nascondono: non riuscendo a vedere il pubblico, pensano che il pubblico non li veda. Invece è lì, sopra di loro. I palchi sono sopra. Li si vede. Si legge il labiale!

      Ma che triste un direttore costretto a fare schhhh scchhhhh in pubblico!
      Lissner, fa qualcosa!!!!!

      -MV

  28. GloriaCortesi marzo 21, 2012 a 2:25 pm #

    A leggere gli ultimi commenti, così puntuali e precisi, oltre che ‘tecnicamente’ motivati, mi viene da pensare a quanto sono fortunata a non percepire, se non in minima parte, tutti i difetti che a voi sono parsi macroscopici e ancor più fortunata a riuscire a godermi uno spettacolo come questo, a mio parere – da frivola e superficale – senz’ombra…dalla platea da cui abitualmente sto, non si vede nemmeno l’ombra…di gatti randagi!

    • masvono marzo 21, 2012 a 3:21 pm #

      Cortese Gloria, non occorre molta motivazione, nè francamente ho desiderio di aprire l’ipad e segnalarle in partitura i riscontri tecnici del Re Baccano. Troppo tedioso e come dicevo mi sforzo solo per cose che contano.

      Richard Strauss è compositore precluso all’orchestra dell’officina La Scala. A lei è piaciuto? Sono contento per lei. Purtroppo le mie orecchie sono assuefatte ad altri suoni, ad altri insiemi, ad altri ensemble se preferisce.
      Dato che vivo a Milano, la suddetta officina è l’unica offerta lirica e per questo *finora* mi sono abbonato.

      Lei è fortunata e i gatti non li vede. Purtroppo io ieri li ho visti benissimo.
      Saluti

      -MV

    • Daniele Vasai marzo 22, 2012 a 3:15 pm #

      Ben detto Gloria. L’eccessiva enfasi sul tecnicismo uccide la passione a teatro. Ho notato questo: se parli giustamente bene di un’opera che ti ha emozionato (è quel che conta, infine), ti esponi subito alle critiche: “dici così perché non ci capisci niente”. Se parli male invece passi per un fine critico in quasi ogni circostanza. Molte persone spingono questo ragionamento all’estremo: “non esistono più cantanti che sappiano rappresentare Wagner/Strauss etc. e se pensi il contrario sei un ignorante” e via discorrendo (si arriva al puro non-sense). Sono convinto che siano però una minoranza, alquanto rumorosa ma pur sempre quattro gatti. Per carità, non mi riferisco ai commenti spesso garbati che leggo qui, il problema sta altrove.

  29. lavocedelloggione marzo 21, 2012 a 5:40 pm #

    Anch’io dò ragione a Gloria e mi considero fortunata di non essere così raffinata nella conoscenza della musica e delle partiture da non aver visto tutti i “gatti randagi” che circolavano! A volte ad essere troppo pignoli ci si rimette (sicuramente, io almeno ero felice) e questa volta, non so perché, mi è venuto in mente Mendel (Gregorio intendo, il monaco “fondatore” della genetica) che con i suoi piselli ha barato un po’, per approssimazione, ma se non lo avesse fatto non sarebbe arrivato a fornulare le sue famose leggi! Insomma, il paragone non calza molto, ma se a volte l’approssimazione porta a fondamentali risultati addirettura per la scienza, non mi sento così tapina ad applicarla anche all’ascolto della musica! Insomma, ribadisco che a me questa Donna sen’ombra è piaciuta molto, sen’ombra di dubbio! Baci baci a tutti Attilia

    P.S. Ho una memoria non molto precisa di quella di Sinopoli, ma, a parte il taglio registico totalmente diverso, più favolistico (e preferisco invece questo, da ospedale psichiatrico), ricordo che era un’interpretazione affascinante per la sua indeterminatezza; mi spiego meglio; sembrava che Sinopoli volesse lasciare aperte varie vie di interpretazione, e questo proprio mentre dirigeva. La sua magia era che il risultato era di fatto affascinante e non dava l’idea di imprecisione o di confusione, ma ti trascinava in una specie di sogno dove i contorni erano vaghi e tu fluttuavi con la musica e i personaggi in questa dimensione irreale. In questo spettacolo attuale invece tutto è molto più forte e netto, dà l’impressione di una sola via interpetativa. A me il “baccano” non è sembrato tale, ma semmai una decisione interpretativa forte, nel senso di Elettra per esempio, piuttosto che nel senso del Rosenkavalier, ma, ripeto, dico tutto questo da ascoltatore superficiale!

  30. marco vizzardelli marzo 22, 2012 a 11:51 am #

    E’ nato il nuovo

    C.A.I.

    Club Albrechtiani Itineranti

    Buon viaggio e buon ascolto alle folle dei Soci

    io però a questo non mi iscrivo

    Baci
    marco vizzardelli

    • masvono marzo 22, 2012 a 12:03 pm #

      Proprio io non ce lo vedo il Massimo Direttore tra sei mesi a dirigere questi qua…proprio non ce lo vedo…Come fa? Berliner, Lucerna Festival, MCO, Mozart, Santa Cecilia…..Mah, proprio standard differenti, categorie differenti….
      No, non ce lo vedo..

      -MV

  31. marco vizzardelli marzo 22, 2012 a 12:50 pm #

    Ho già espresso svariate volte, anche di recente, al riguardo, tutte le mie riserve. E lo “standard orchestrale” non è nemmeno la prima preoccupazione: perché lo standard musicale ce l’ha lui. Ma è lo standard ambientale, nel complesso, che non c’è. E questo sì mi preoccupa.

    marco vizzardelli

  32. Marco marzo 22, 2012 a 3:47 pm #

    Come possa un’interpretazione essere al contempo indeterminata e affascinante è cosa che mi sfugge completamente. Quando ho assistito a una buona serata di musica, questo succedeva perché l’interpretazione mi convinceva; vale a dire, mi sembrava in quel momento l’unica possibile. Il che è il contrario dell’indeterminazione.
    Marco Ninci

  33. lavocedelloggione marzo 22, 2012 a 8:47 pm #

    Scusa Marco Ninci, ma come sei pedante! Ma non ti sei mai innamorato di una donna sfuggente, misteriosa e quindi non perfettamente “determinabile” nel suo essere e proprio per questo affascinante? Ma io proprio non capisco questo bisogno di contestare tutto, dall’alto di una cattedra, ma qui non siamo nell’accademia e anche se lo fossimo è perfettamente possibile che qualcosa non sia completamente comprensibile e netta ma nello stesso tempo sia affascinante! Che palleeeeeeeeeeeeeeeeee Attilia

  34. Marco marzo 23, 2012 a 6:43 pm #

    Ma, Attilia, se qualche giorno fa mi hai detto che sono così sereno e distaccato…E ora mi attribuisci il bisogno di contestare tutto? Decidi un po’ tu. Ho semplicemente espresso un’opinione diversa dalla tua.
    Marco Ninci

  35. Elenas marzo 24, 2012 a 4:35 pm #

    Scusi, Daniale, e allora qual è il problema?
    Io non vedo alcuna “eccessiva enfasi sul tecnicismo”, ma solo argomentazioni. Che invece in altri casi non esistono, perché ci si limita semplicemente a un “mi è piaciuto”. Liberissimi (e anche gli altri di supporre che l’interlocutore “non capisca” alcunché, e quidi poi di controribattere “mi è piaciuto e basta”), ma scrivere una recensione è un’altra cosa.
    Una recensione richiede argomentazioni (e in alcune sopra riportate ve ne sono), se no è una generica e legittima affermazione di personale godimento o meno.
    Peraltro, non sempre chi argomenta lo fa in senso negativo. Molte recensioni in questo blog sono anche ricche di valutazioni positive.

    Si tratta semplicemente, se si vuol recensire, di discernere, ossia criticare, nel senso etimologico (positivo e negativo) del termine.

    Elena

  36. G.A. marzo 27, 2012 a 6:28 am #

    Ho assistito alla penultima recita della Donna senz’ombra alla Scala, opera che avevo ascoltato nell’agosto scorso a Salisburgo con i filarmonici di Vienna diretti da Thielemann. Qualche considerazione :
    a) quando decido di andare ad ascoltare uno spettacolo, lo faccio prima di tutto perchè mi interessa il titolo e non per fare raffronti con spettacoli del passato prossimo o remoto che sia.
    b) nella fattispecie amando il teatro di Richard Strauss non mi lascio sfuggire la non frequente occasione di assistere alla rappresentazione della Donna senz’ombra nel teatro della mia città.
    c) È ovvio che la lettura dei Wiener sia stata superiore a quella degli scaligero per ovvi motivi di frequentazione e consuetudine con il repertorio, affinitá culturale e livello tecnico.
    d) Ció detto reputo che il lavoro, e sottolineo la parola lavoro fatto dall’orchestra della Scala e dal direttore nella concertazione e nell’esecuzione della Frau a Milano sia stato ancor piú apprezzabile proprio in funzione del fatto che l’orchestra si è confrontata con un titolo desueto dal suo repertorio usuale e lontano dalla propria cultura.

    Abendstern

  37. marco vizzardelli marzo 27, 2012 a 2:03 pm #

    “lavoro”. Giusto, Abendstern. Il lavoro è una cosa normale, non un’eccezionalità, è quel che è richiesto, direi, in un teatro. Sempre. Ancor più se si chiama Scala e propugna un certo blasone.
    Poi, scusi, nel 2012 la “Donna Senz’Ombra” di Strauss sarebbe ancora un titolo desueto dal repertorio di un teatro di nome “alla Scala”? Ma Verdi si esegue ormai, e spesso bene, nei luoghi più remoti dall’Italia! L’ho appena ascoltato, eseguito in maniera splendida, da un’orchestra di svizzeri!
    Non è che, se qui eseguono accettabilmente Richard Strauss, si configurano come eroi: è il loro mestiere…. non le pare?

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi marzo 27, 2012 a 2:40 pm #

      Ma sarà poi vera questa leggenda che a seconda delle diverse nazioni, le orchestre suonano meglio le proprie musiche??? I Wiener allora com’è che le suonanano tutte bene? Venendo ai repertori, alla Scala, come in quasi tutte le fondazioni liriche in Italia, abbiamo scoperto Janacek da pochi anni; forse era la prima assoluta di ‘morte a venezia’ di Britten e non so se sia mai passato il ‘peter grimes’; non so se si sono mai viste la ‘rusalka’ di Dvorak o ‘la città invisibile di kitesch’ di Rimskj Korsakov, o da quant’è che non si vede l’arabella di Strauss, se mai s’è vista. Mentre si vedono Tosca, Rigoletto, la Bohéme, Aida, Trovatore….con molta più facilità! Tornando sempre a uno dei problemi a mio avviso più ‘urgenti’, quello del pubblico, questi sono i programmi per cui in Italia si vendono i biglietti. Il resto interessa poco poco e in tempi di bilanci controllati della fondazioni…….

      • Risposta marzo 27, 2012 a 6:57 pm #

        Ah Vienna, Vienna.. Ma avete mai visto una Norma o un Ernani all’Opera di Vienna in una recita infrasettimanale con qualche direttore non eccelso? Non potreste non notare di che pessima considerazione godono i nostri operisti ottocenteschi presso i laureati musicisti viennesi: li considerano poco più di quanto i nostri considerino la musica di Don Chiscotte di Minkus, e si sente.
        Ho vissuto a Vienna, e da appassionato ho frequentato spesso l’opera e il cosiddetto teatro di repertorio: vi assicuro che la vostra esterofilia accuserebbe un duro colpo.
        Una sera, dopo una cena nei pressi del teatro ho incontrato un musicista con il violino che rientrava a casa dopo uno spettacolo. Gli ho chiesto che cosa avevano suonato (sono curioso, e mi piace molto parlare con gli orchestrali, ho sempre imparato molto, anche gli aspetti negativi della loro professione) e chi era il direttore. Il titolo se lo ricordava, credo la Manon. Del direttore non sapeva neppure il nome, (diceva che neppure gli interessava) e non aveva fatto neppure una prova.
        E comunque non confondete i Wiener con l’orchestra del teatro: in teoria sono gli stessi musicisti, in pratica no: i Wiener sono spesso in tournée, e all’opera mandano allievi e pensionati

      • Elenas marzo 27, 2012 a 11:59 pm #

        Nulla da aggiungere a recensioni argomentate, se non che lo spettacolo è per me valso quel che ho speso: 12 euro per ingresso.
        Dopodiché trovo sconfortante un “trionfo” del genere, con gente che – trascinata da tifoseria – ti dice che un’opera così già per la sua durata ha dietro un grande lavoro (invece un Cavaliere o, per dire, una Lulu, no…), o afferma con tranquillità che, stanti le ultime performance, avercene!

        Sì certo. Se misuriamo tutto con lo standard delle ultime Nozze (me le vado a sentire a questo punto), possiamo urlare al capolavoro.

        Notavo che i mimi nel salutare il pubblico hanno lanciato fiori dal palco. Una volta succedeva il contrario.

        Elena.

  38. marco vizzardelli marzo 28, 2012 a 10:42 am #

    Sull’opera di Vienna in certe serate sono d’accordo.
    Ciò non toglie che oggi molti confini di idiomaticità sono ormai saltati.
    Del resto, ultimamente, l’orchestra della Scala dà il peggio… con l’opera italiana!

    marco vizzardelli

  39. marco vizzardelli marzo 28, 2012 a 10:44 am #

    Sull’opera di Vienna in certe serate sono d’accordo.
    Ciò non toglie che oggi molti confini di idiomaticità siano ormai saltati.
    Del resto, ultimamente, l’orchestra della Scala dà il peggio… con l’opera italiana!

    marco vizzardelli

    • Elenas marzo 28, 2012 a 11:46 am #

      A proposito di gatti. Ragazzi … quando uno stecca, non mettetevi anche voi a dirgli “bravo”, con tanto di pacca sulla spalla (o sul ginocchio), se no poi pensa che si suoni così.
      Mi chiedo anche come alcuni bravi musicisti possano tollerare il fatto che tutte le volte il 90% delle performance musicali vengano devastate da talaltri. Inutile dire quali sono: ero proprio sopra.
      Cioè: a meno che la pacca non fosse espressione di condoglianze, oltre al danno si fanno anche i complimenti da soli. In buca.

      E.

      • Ulisse marzo 28, 2012 a 1:22 pm #

        Da quel che capisco, eri seduta all’estremità destra delle gallerie.

        Pessima posizione per la FroSch!

        Con tutta la tua esperienza di ascoltatrice commetti ancora simili errori?

        Ulisse

  40. marco vizzardelli marzo 28, 2012 a 11:49 am #

    Sì, questa scenetta l’ho vista anch’io, proprio alla Donna. Spernacchietto dell’ottone e grandi pacche sulle spalle da parte dei colleghi vicini di posto. Contenti loro….

    marco vizzardelli

    • Elenas marzo 28, 2012 a 8:11 pm #

      Ulisse, tesoro … Primo io non sono così esperta: diciamo che frequentando l’opera (in particolare alla Scala) dalla tenera età di anni 4, quando i miei avevano il palco – turno D: se lo potevano permettere degli onesti lavoratori, solo che invece del Ring di Bùm si ascoltavano Abbado, Kleiber… – le stecche le sento. Basta non esser sordi, e puoi sedetti dove vuoi.
      Secondo: con i prezzi stracciati che fate e l’impossibilità di trovare biglietti di galleria, pensate davvero che la gente si possa permettere di ascoltar pernacchie dalla posizione corretta? O per veder le scene dovrei sedermi in mezzo a turisti cassinati in terza fila?

      Il vostro pubblico è quello che può permettersi il palco e lo fa per una questione di status. Quello di sicuro applaude.

      Tenetevelo, e attento alla Maga Circe. Sappiamo che fine hanno fatto i compagni di Ulisse…

      Condoglianze.

      Elena

      • Elenas marzo 28, 2012 a 8:14 pm #

        Errori: Sederti. Turisti casinari.
        Mi spiace ma scrivo da fuori.

        Per Barbùn: ho appena terminato delle ottime triglie di scoglio e un favoloso formaggio clandestino della Sila. Mi creda: la cucina è anche un modo di conoscere la storia. È antropologia applicata. Mica pippe.

      • Ulisse marzo 29, 2012 a 9:57 am #

        1) ho scritto ‘esperta’, non ‘competente’.
        2) non lavoro alla Scala
        3) entro alla Scala, acquistando, specco con grande difficoltà, i biglietti di galleria da 26,4 euri o gli ingressi da 12 euri.
        4) se il livello delle esecuzioni alla Scala fosse sempre quello del Tristano, dell’Oro e della Valchiria diretti in questi anni da Barenboim, avremmo soltanto da essere contenti.
        5) Kleiber e Abbado non hanno mai avuto il coraggio di cimentarsi con il Ring. Se fosse (stato) per loro, il più grande capolavoro del teatro musicale europeo potremmo ascoltarlo solamente in disco.

        Ulisse

  41. marco vizzardelli marzo 29, 2012 a 11:23 am #

    Non è un obbligo che tutti i direttori eseguano il Ring. Per fortuna esistono quelli cauti. Del resto c’è anche chi, alla Scala, lo ha diretto e forse avrebbe fatto meglio a tralasciare, visti gli esiti…
    (e non abbiamo mai avuto, alla Scala, il Ring di Sinopoli, che hanno ascoltato solo a Roma!)

    marco vizzardelli

    • Elenas marzo 29, 2012 a 5:57 pm #

      @Ulisse:
      1) lei è un altro a cui sfugge il concetto di “sapere pratico”, come quel tale postato da Barbùn; in ogni caso non sono né esperta né competente. Basta molto meno per sentire una stecca.
      2) strano: perché allora si agita tanto per le mie, di orecchie?
      3) anch’io, ma – ripeto – per 12 euro non può pretendere la posizione migliore, a meno che non stia tutto il tempo in piedi
      4) non ho detto che hanno diretto il Ring, ma che ai tempi il rapporto accessibilità- qualità- prezzo era molto diverso, se capisce quello che dico.

      Secondo lei sarebbe una buona ragione per mettere il Ring in mano, che so, a uno qualunque (e non mi riferisco a Bùm, che almeno su Wagner è sopportabile) a prezzi maggiorati? Guardi che non esiste solo la Scala. Basta fare un salto in Germania.
      Con un volo low cost.

      Vada, vada Ulisse. E si rallegri sempre di qualsiasi cosa ascolti. Io, se lei mi permette, naturalmente (ma anche se non me lo permette), no.

      E.

      • Elenas aprile 1, 2012 a 7:45 pm #

        Invece il concerto lo sto ascoltando in radio. Ecco, siamo al IV movimento… Via, i corni ce la stanno facendo. Incrociamo le dita..

        E.

  42. Elenas aprile 1, 2012 a 7:46 pm #

    A tratti..

    • Elenas aprile 1, 2012 a 7:54 pm #

      @Attilia. È indietro di 3 ore questo blog.

  43. Elenas aprile 1, 2012 a 7:59 pm #

    Via: bravo Natalino.

    E.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: