14 Feb

http://www.teatroallascala.org/it/stagione/opera-balletto/2011-2012/Aida.html

Aida   Giuseppe Verdi

Produzione Teatro alla Scala 1963

Dal 14 Febbraio al 10 Marzo 2012

Durata spettacolo: 4 ore e 10 minuti

Stagione 1962-63

L’opera in poche righe

Apri Una fiaba archeologica senza lieto fine in cui solennità ed epica militaresca si alternano alle tensioni dell’amore contrastato. La più esotica fra le opere di Giuseppe Verdi, perfetta dalla prima nota all’ultima, nella regia di Franco Zeffirelli del 1963, con le eleganti scene e i raffinati costumi di Lila De Nobili. Un omaggio alla storia della Scala.

Un cast d’eccezione, tra cui spiccano Luciana D’Intino (Amneris), Ambrogio Maestri (Amonastro) e Jorge De Leon (Radames), sarà diretto da Omer Meir Wellber, già sul podio nel 2011 con Tosca, che ha diretto questo allestimento di Aida nella tournée della Scala in Israele.

Direzione 

DirettoreOmer Meir Wellber

Regia Franco Zeffirelli Scene e costumi Lila De Nobili CoreografiaVladimir Vasiliev Luci Marco FilibeckCast 

Il Re Roberto Tagliavini (14, 23, 25 febbraio; 1, 4, 7, 10 marzo)

Marco Spotti (16, 21 febbraio)

Amneris  Marianne Cornetti (14, 16, 21, 23, 25 febbraio)

Luciana D’Intino (1, 4, 7, 10 marzo)

Aida Oksana Dyka (14, 23 febbraio; 1, 4, 10 marzo)

Liudmyla Monastyrska (16, 21, 25 febbraio; 7 marzo)

Radames Jorge De Leon (14, 21, 25 febbraio; 1, 7 marzo)

Stuart Neill (16, 23 febbraio; 4, 10 marzo)

Ramfis  Giacomo Prestia (14, 23, 25 febbraio; 1, 10 marzo)

Roberto Tagliavini (16, 21 febbraio)

Riccardo Zanellato (4, 7 marzo)

Amonasro Andrzej Dobber (14, 16, 25 febbraio)

Ambrogio Maestri (21, 23 febbraio; 1, 4, 7, 10 marzo)

Messaggero Enzo Peroni

Sacerdotessa Pretty Yende

Coreografia

Akhmet Beatrice Carbone (14, 16, 19, 21, 23 febbraio)

Deborah Gismondi (25 febbraio; 1, 4, 7, 10 marzo)

Coppia di selvaggi Sabrina Brazzo – Gabriele Corrado (14, 16, 19, 21, 23 febbraio)

Sabrina Brazzo – Andrea Volpintesta (25 febbraio)

Beatrice Carbone – Andrea Volpintesta (1, 4, 7, 10 marzo)

246 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione febbraio 14, 2012 a 9:25 pm #

    Sono scappata dopo il primo atto; regia inesistente o peggio sbagliata (come il bacio di Radames ad Amneris mentre entra Aida), tutti scoordinati e svolgliati, pure le ballerine non erano sincronizzate. E per finire, neppure il sipario è stato chiuso a tempo debito alla fine del primo atto, se si voleva lasciare l’effetto dell’apparizione dell’immenso Fthà, almeno si dovevano pregare gli orchestrali di non muoversi dalle loro sedie! Vabbé, aspetto i commenti di chi è stato in sala fino alla fine, ma intanto, se possibile, vi consiglio di riascoltare in podcast le interviste di radio3 alla fine del II atto. Attilia

  2. proet@barboon febbraio 15, 2012 a 10:47 am #

    avete voluto il museo?
    e adesso impolveratevi!

  3. marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 11:52 am #

    Perfetto Carlo Lanfossi sul Giornale della Musica, postato da Angelo F. qui sopra. Condivido al 100% e non ho da aggiungere una virgola. E’ essenziale ed esaustivo.
    Rimando a quel che avevo scritto prima dello spettacolo, qui su La Voce. Aspetto di leggere cronache e commenti domani, per eventuali altre riflessioni, con una precisazione: ieri sera mi trovavo al palco n° 4 di prim’ordine, a destra, dal quale si ha la panoramica completa e ravvicinata della buca. Per questo ho parlato. Il biglietto, da me acquistato regolarmente sul sito della Scala, è ancora nel mio portafogli.

    marco vizzardelli

    • Massimiliano Vono febbraio 15, 2012 a 12:43 pm #

      Si, ma qui non è chiaro. Il commento di Lanfossi parla di polvere e luci, dice di idee di Welber che l’orchestra non recepisce. Che idee sono? Sono recepibili? Cos’è questa acqua di rose? Devo fare un abbonamento speciale, il turno VIZ per non perdere questi avvenimenti epocali?

      -MV

    • Massimiliano Vono febbraio 15, 2012 a 12:54 pm #

      E poi…i COYOFANTI c’erano? Il CICCIONE GUAENTE ha emesso i suoi VERSI? Dài, sù, che è questa riottosità? Avanti! L’ARENA TI VUOLE!!

  4. ElenaS febbraio 15, 2012 a 12:14 pm #

    Sì, ho capito, ma se l’Orchestra è svogliata il Direttore dov’è?

    Saluti…

    • pirimpo febbraio 15, 2012 a 6:38 pm #

      l’orchestra non è svogliata, è wellber che non ha idee

  5. marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 1:02 pm #

    Sì Vono, le idee ci sono e nonostante tutto sono molte e si percepiscono. Cito due episodi: i 10 minuti finali da brivido, e l’inizio dell’invocazione a Ftah nel tempio. Potrei aggiungere le danze. E ancora il Ritorna Vincitor, nonostante i limiti vocali. E altro ancora. C’è una chiarissima idea di fondo, nel trapasso dal “corale” all'”intimo”

    No, Elena. Non hai capito.
    Lanfossi ha capito. Il recensore di Operaclick, Boaretto, cui vi rimando, ha capito: purtroppo, l’orchestra c’è.
    Ciao

    Marco Vizzardelli

    • masvono febbraio 15, 2012 a 1:23 pm #

      Ho letto Boaretto. Se le cose stanno come dite la Fossa dell’Orchestra è una gabbia di scimmie. Boicottare un direttore è come boicottare l’ascoltatore. La prossima volta usate la buca come WC.
      Ciao

      -MV

      • marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 1:37 pm #

        Masvono, un consiglio: argomenta, hai la testa per farlo. I due articoli che ho citato, e che condivido, argomentano, uno in sintesi l’altro per esteso. E’ più efficace. I WC e le scimmie, personalmente, non mi interessano

        marco vizzardelli

    • GloriaCortesi febbraio 15, 2012 a 4:17 pm #

      Scusi signor Marco Vizzardelli, ma ritengo il suo intervento di ieri sera in Scala poco rispettoso, del pubblico, in primis, ma anche dell’orchestra (che non è composta da gente che passa di lì a caso, ma da fior di musicisti), degno di una curva da stadio calcistico, più che di un teatro. Detto ciò, convengo che l’Aida proposta sia di livello imbarazzante, ma se tutti ieri sera ci fossimo messi a inveire contro quel che non ci piaceva…e ce n’era per tutti, credo, lo show non sarebbe stato dei più edificanti. In buca c’era un discreto numero di musicisti, dal parere quasi unanime rispetto alle qualità del direttore. Ora, lei di quali idee wellberiane parla con aria così convinta? E ancora: non è forse vero che se alla fine un successo ci fosse stato, il merito sarebbe stato in gran parte attribuito alle doti del ‘talentuoso e teatralissimo’ maestro? e allora perchè non ammettere che, nonostante ci sia qualche buona idea, forse manca (ancora) la capacità di trasmetterla e di convincere l’orchestra? Abbiamo da poco sentito che quando un direttore ha il carisma (Daniel Harding), l’orchestra lo segue con abnegazione.
      Io, diversamente da lei, mi sono chiesta: ma il Sovrintendente-Direttore Artistico, cos’ha voluto dire al suo pubblico con questo ‘spettacolo’?

      • masvono febbraio 15, 2012 a 5:13 pm #

        Buonasera signora Cortesi. Non ho ascoltato l’Aida nè mai il maestro Wellber. Parafrando il suo discorso dovrei dire che se l’orchestra non è composta da gente che passa di lì a caso, ma da fior di musicisti, lo stesso dicasi dei cantanti e anche del direttore, a meno che lei non possa dimostrare che Wellber non ha mai frequentato un corso di conservatorio e non è diplomato in direzione d’orchestra, e idem per i cantanti.

        Personalmente ritengo il mondo orchestrale lo specchio di qualunque mondo lavorativo. In generale nessun orchestra ama il direttore che la fa lavorare, provare, riprovare, provare a sezioni mentre le altre aspettano, soprattutto se lo fa con piglio diretto e severo, con poca bonomia e, soprattutto, con nessun complimento. Quindi che la responsabilità del disastroso esito,se tale è stato, possa attribuirsi in gran parte all’orchestra lo annovero senz’altro nel ventaglio delle probabilità.

        Non diversamente da altri figuri che individuano la responsabilità del disastroso esito, se tale è stato, a quei fior di musicisti (altrove definiti cani) che hanno nome cantanti o a quel fior di musicista che, salvo sua dimostrazione contraria, pare essere il Maestro Wellber.
        Saluti

        -MV

      • pirimpo febbraio 15, 2012 a 6:44 pm #

        Brava Gloria, lei ha colto nel segno!

      • Barbara febbraio 16, 2012 a 11:29 pm #

        Gentile Sig.ra Gloria l’orchestra non sarà composta da gente passata da lì per caso ma i musicisti (e ii fior di musicisti che lei dice ancor più) AMANO la musica, la rispettano e, se non sono masochisti, rispettano il pubblico e il lavoro che gli consente di vivere e di far vivere le proprie famiglie.
        Non siamo a scuola quando la supplente è antipatica e si approfitta per fare ciò che si vuole!
        Io non ho ascoltato questa Aida ma ero presente alla Tosca della scorsa stagione, quella con una regia orrenda e un cast discutibile a parte Kaufmann che pure era malato : stessa cosa. Avevo prenotato i biglietti dalla Francia, preso un aereo e portato un’amica giapponese che adora l’opera e mi sono sentita in imbarazzo per il non livello.
        Non credo che si renda un buon servizio a nessuno nel boicottare o parlar male del Direttore nel foyer : i Direttori passano, il pubblico va altrove, i sovrintendenti si riciclano…e il fior fiore di musicisti?

      • GloriaCortesi febbraio 17, 2012 a 11:45 am #

        @Barbara
        Converrà con me che ‘regia orrenda e un cast discutibile’ sono responsabilità da direzione artistica come del resto l’assenza della star Kaufmann mal rimpiazzato; quanto al maestro Wellber, pure lo scorso anno ci furono problemi con l’orchestra, peraltro con esito, a detta della critica, decisamente più felice (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2011/02/19/lirica-grande-tosca-brutto-spettacolo.html)
        ma allora, sempre alla direzione artistica, mi verrebbe da chiedere: perché è stato (ri)chiamato e per giunta a dirigere Aida??? E’ vero, come dice lei, che l’orchestra ‘resta’, diversamente dagli altri che transitano, ma che venga nominato un vero direttore musicale con cui lavorare regolarmente e che la renda in grado, di sopportare e reagire positivamente a qualsiasi presenza!

        @Angelo Foletto
        ‘Wellber ha avviato l´atto musicalmente più delicato, con gusto e raffinatezza degne d´un musicista che conosce bene la partitura, e ha idee non banali.’ E vorrei anche vedere che si chiami in Scala a dirigere Aida un musicista che non conosca la partitura!

  6. masvono febbraio 15, 2012 a 1:50 pm #

    Ma che argomento? Non l’ho mica ascoltata ‘sta Aida. Siete voi che esplicitamente scrivete che l’orchestra boicotta Wellber. Argomentate voi.

    -MV

    • carlolanfossi febbraio 15, 2012 a 1:59 pm #

      Nessun commento scritto potrà mai egugliare l’efficacissima imitazione di Vizzardelli dei clarinettisti che si agitano.

      cl

      • masvono febbraio 15, 2012 a 4:56 pm #

        Ancora però non ho capito come si agitassero questi clarinettisti…

        -MV

  7. marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 2:49 pm #

    Infatti, Lanfossi, ritengo che quanto da lei scritto in sintesi più quel che Boaretto ha scritto per esteso su Operaclick, rappresentino bene ciò che ho visto e vissuto ieri sera: non c’è bisogno che io dica molto altro, non ho molto da aggiungere, se non confermare. Semmai si potrebbe, aspettando le recensioni o cronache in uscita domani, lanciare riflessioni di carattere anche più generale.
    Lo scorso anno Omer Wellber (già avversato da parte dell’orchestra) diresse da giovane dotatissimo una Tosca solo azzoppata da un allestimento di rara bruttezza (che viene ripreso quest’anno….mah….) che era stato, se non sbaglio, rifiutato da altro illustre direttore. Quest’anno, la Scala ha affidato a Wellber un’Aida per la quale, all’uscita del cartellone di stagione, la lettura della locandina (allestimento e cast), suscitava evidenti allarmi. Io posso anche pensare che questo tipo di esperienze “toste”, in un ragazzo dai nervi, le assicuro, molto saldi (ci ha parlato, dopo?) possano anche “far le ossa” sulla base di una grande musicalità (è stato ascoltato in Veneto e a Valencia in Aida con esiti trionfali, e a Vienna, e a Berlino, ecc). D’altra parte, tuttavia, mi chiedo se, da parte di Wellber o di chi gli sta accanto, un “no” (come no disse Daniele Gatti a quella Tosca) a questa Aida sarebbe stato più saggio. E qui, si apre forse tutto un discorso sulla “gestione” dei giovani talenti da parte dei teatri e dell’ambiente. Che ne dice?

    marco vizzardelli

    • carlolanfossi febbraio 15, 2012 a 9:39 pm #

      Qualche riflessione sparsa:

      1) come giustamente sottolinea Baccalini, alla Scala c’è un evidente problema col repertorio italiano dell’Ottocento: i grandi registi (Carsen, McVicar, Guth, solo per citarne tre) vengono chiamati per fare tutt’altro, quando sarebbe proprio il repertorio che si tende a dare per scontato a necessitare di sempre nuove riletture; questo significa che nello scegliere direttori e cantanti bisogna che alle spalle ci sia un progetto condiviso, cosa che Lissner favorisce per molti titoli, tranne che per l’Ottocento italiano. Non è un caso che i grandi artisti (Dessay, Gatti, per es.) scelgano di non presentarsi quando non condividono i presupposti di uno spettacolo. Continuare a credere che con Verdi si vada sempre sul sicuro, per cui ci si può permettere di tirar fuori vecchi spettacoli assemblando cast e direttori dall’alto (o dalle agenzie), è il modo migliore per far scappare quel poco di nuovo pubblico su cui invece Lissner punta molto.

      2) in conseguenza di ciò, Wellber non c’entrava niente con questo spettacolo: la sua direzione drammaticissima e attenta all’aspetto dialogico-conflittuale di quest’opera sarebbe stata benissimo con un altro allestimento, per esempio l’indimenticabile Aida di Busseto con cui Zeffirelli dimostrò di saper essere un grande regista, quando vuole.

      3) Wellber non ha bisogno di essere difeso né da me né da Vizzardelli: oltre ad essere un intelligente trentenne, ha dalla sua l’aver saputo regalare nel 2008 una delle Aide più emozionanti degli ultimi anni, portando un’orchestra come la Filarmonia Veneta a livelli impensabili; nessuno esclude che non ci sia feeling con l’orchestra, il mestiere del direttore ha molto a che fare col carattere personale e con la capacità di lavorare in team: ma l’ostilità pregiudizievole non offre spazio ad una serena valutazione del suo operato in Scala.

      4) ma dov’è l’ispettore d’orchestra quando i fiati fanno il verso al direttore, gli orchestrali parlano fra di loro, e i soli sembrano fatti apposta per fare andare fuori i cantanti nonostante il gesto del direttore sia chiaro?

      5) Lissner non c’era ieri sera, o quantomeno non era seduto nel solito palco di proscenio a guardare ciò che succedeva in buca e in palcoscenico. E’ un caso?

      cl

  8. ElenaS febbraio 15, 2012 a 2:56 pm #

    Ho capito beissimo, Marco, e lo hai detto anche tu. O uno se li gestisce (perché qualcuno se li gestisce, ancorché pochi), o lasci perdere!
    Poi quando saranno abbandonati da tutti i direttori, vediamo …

    • marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 3:13 pm #

      Ecco, esatto: è nella gestione dei rapporti e di valori cui creare le giuste situazioni che io vedo problematica l’attuale Scala. I cartelloni ideati da Lissner sono ammirevoli nella ricchezza delle proposte. Poi però ci sono le persone, i rapporti, un ambiente che, in varie componenti, facilmente si intuisce come molto (troppo, forse) difficile. Qualche direttore anche illustre ha detto no. Poi tornano, per carità, alla fine il nome “Scala” tira e attira ancora (anche se le affermazioni di “unicità” del luogo risultano datate, nel mondo musicale così allargato ad una varietà di luoghi ove si fa splendida musica). Però, davvero, bisognerebbe tener presente che quando i valori (e valori davvero preziosi) sono giovani, maggiore dev’essere la cura e la delicatezza nella gestione.

      marco vizzardelli

  9. Gabriele Baccalini febbraio 15, 2012 a 3:07 pm #

    Ormai è stato detto e scritto quasi tutto.
    Mi limito a osservare che è impressionante la sciatteria con la quale La Scala presenta le opere di Verdi da cinque anni a questa parte, con la sola eccezione di una decorosa edizione del’Attila ben diretta da Nicola Luisotti.
    Due Aide impresentabili, un Simone grottesco, uno scialbo Rigoletto, un Don Carlo di seconda mano (salvo la direzione di Gatti), una Messa da Requiem da archiviare senza commenti.
    Nei Contes d’Hoffmann c’erano due compagnie, ciascuna delle quali richiede un numero circa triplo di quelli dell’Aida, eppure neppure un comprimario era fuori posto. Qui faceva pena anche il messaggero, si salvava solo la graziosa Sacerdotessa Pretty Yende (nomen, woman), che si è vista ovviamente in abito da sera a sipario già chiuso.
    Gatti ha deciso di fare Traviata nell’anno verdiano? Auguri.
    Signor Lissner, sveglia, qui siamo a Milano. Io ho dimostrato di apprezzare le novità, il rinnovamento del repertorio, ho difeso le scelte più coraggiose in tal senso, ma ogni tanto a un Verdi come si deve abbiamo diritto, e non solo nel bicentenario: io non ho l’età per aspettare il tricentenario.
    Bacca.

    • ernestotarchetti febbraio 15, 2012 a 3:54 pm #

      Sono nuovo del blog. Cercherò di dire la mia. Sono stato alla generale e ho sentito la prima via radio. Devo ammettere purtroppo che i problemi sono comparsi fin dall’inizio: scollamenti e stonature degli archi già dal preludio!! Mi sembra paradossale che sia colpa del direttore che in moltissimi mi dicono aver diretto egregiamente in altri teatri e con orchestre sulla carta meno blasonate della compagine scaligera. I tempi sono troppo dilatati in molti passi con relativo disagio dei cantanti ma si apprezzano molti particolari nel terzo atto e nella scena finale, non a caso i momenti meno magniloquenti della partitura che risultano invece pesanti e poco incisivi. L’orchestra da par suo è svogliatissima sempre e comunque salvo qualche risveglio dal torpore. Certo la compagnia di canto è fallosa talora fallosissima e la regia (tanto decantata) è per conto mio inguardabile e improponibile al giorno d’oggi tanto più che le masse erano guidate malissimo e i cantanti si limitavano ad improvvisare con esiti prevedibilmente imbarazzanti. Tanto valeva allora ripescare quella di Ronconi del 1985 (con tutto che non amo Ronconi).
      Tutto ciò premesso, è legittimo che si possa contestare o non gradire lo spettacolo ma detesto le esternazioni (sempre scomposte ed eccessive) di quelle povere cose animate che si agitano, muggono, latrano per farsi notare e ripiombare nell’ombra un secondo dopo la fine dell’opera, paghe di aver vendicato la divinità del Tempio a loro dire sconsacrato.
      Sia lode sempre a chi tenacemente si oppone a quegli insopportabili figuri dotati di spocchia e protervia senza pari (e di una ignoranza spaventosa in fatto di musica anche se si credono le vestali del canto e gli unici a conoscere la “verità”) che ululano e ruttano alle prime (soprattutto con la diretta radio per magari riascoltarsi) e che neanche in un film di Fellini avrebbero posto.

      • Massimiliano Vono febbraio 15, 2012 a 8:21 pm #

        Mi piace molto tutto il riferimento alle “povere cose animate” con quello che segue. Morti animati. Zombi.

        -MV

    • masvono febbraio 15, 2012 a 4:54 pm #

      Non dimenticare Bacca la Traviata del tal Montanaro. E ti aspetta l’Otello di Barenboim….

      -MV

  10. Gabriele Baccalini febbraio 15, 2012 a 3:28 pm #

    Dimenticavo che una nota di plauso l’ha meritata il balletto e il coreografo Vassiliev. Simpaticissimi i negretti e le negrette (sì, l’Aida un po’ colonialista loè, ma erano i tempi), bene i primi ballerini anche se lei era ammalata.
    Ma i braccini delle bimbe a me sono sembrati un po’ dei grissini, a proposito delle polemiche sui “disturbi alimentari”, dei quali personalmente soffro in direzione opposta.

  11. Gabriele Baccalini febbraio 15, 2012 a 5:23 pm #

    Quella Traviata, Max, l’ho dimenticata per il semplice motivo che mi sono ben guardato dall’andare a sentirla.
    Bacca.

  12. lavocedelloggione febbraio 15, 2012 a 7:36 pm #

    Bacca, visto che soffri di disturbi alimentari in direzione opposta a quella delle ballerine, se vuoi la Berta (credo sia la più anziana frequentatrice del loggione) è disposta a un’altra delle sue cene!
    Tornando a questa infelice Aida, mi schiero con chi dà il massimo della colpa alla svogliatezza dell’orchestra e all’impreparazione dei cantanti e della regia (che proprio non c’è, al di là di aver rispolverato l’edizione di Zefirelli del 1963 che ho visto da ragazzina, grazie appunto alla Berta che mi ha sempre portato alla Scala dall’età di 5 anni, ovvero dal 1955). Aggiungo anche che, essendo un’inguaribile ottimista, penso che potrebbe essere rimediata nelle prossime repliche al punto di diventare uno spettacolo decoroso e interessante, ma a patto che tutti ci credano e che qualcuno prenda in mano la situazione, c’erano delle idee interpretative molto interessanti nella direzione d’orchestra! Coraggio! Datevi da fare!

    • Massimiliano Vono febbraio 15, 2012 a 8:15 pm #

      Vabeh, mi avete convinto . La andró a sentire.

      -MV

  13. Giuliano Finessi febbraio 15, 2012 a 8:18 pm #

    Aida

  14. marco vizzardelli febbraio 15, 2012 a 10:30 pm #

    Non so come si evolverà alle repliche. Direi che una guida all’ascolto dovrebbe indicare – basandosi sulla prima, però – un direttore con molte idee e un’orchestra pessima che gli rema contro, una compagnia “così” e uno spettacolo archeologico con belle scene dipinte e zero recitazione. Questo era la prima. Poi si vedrà

    marco vizzardelli

  15. Abendstern febbraio 16, 2012 a 7:13 am #

    Vorrei introdurre un tema collaterale: a chi era a teatro martedi’ sera si e’ reso evidente uno scenario che si ripete a quasi tutte le prime fuori abbonamento: un pubblico che sembra capitato li’ per caso, in gran parte digiuno di opera (anche di un titolo popolarissimo come Aida) assolutamente non partecipe dello spettacolo. Assenti gli applausi a fine atto, dopo le romanze, mancanza assoluta di calore in un senso o nell’altro. L’impressione e’ quella di una tristezza e di una desolazione assoluta. Bene o male nelle serate in turno le cose cambiano nettamente. Sono convinto che le prestazioni di sta in palcoscenico e in buca non vengono certo stimolate da un uditorio di questo tipo. E allora, perche’ non riassegnare le prime ai turni come si faceva una volta? E non dimentichiamo la funzione che aveva la claque, che, al di la’ di tutto quanto meno aveva aiuto indicava le situazione in cui applaudire.

    Abendstern

    • Massimiliano Vono febbraio 16, 2012 a 8:46 am #

      Ma Abendstern, la Scala è una meta turistica. Gli appassionati d’opera saranno il dieci per cento del pubblico. Gli intenditori, gli ascoltatori consapevoli forse la metà di questi. I diciassette milioni di spettatori del Festival di Sanremo il teatro d’opera se li sogna. Non tanto di questa Aida, ma dell’Aida in sè alla gente (ovvero il 90 per cento del pubblico) non interessa, non è una questione di vita o di morte, vive bene anche senza. Non è che ai turni di abbOnamento le cose cambiano sostanzialmente. Ho il turno D e per quello che vedo non riscontro atteggiamenti del pubblico diversi da quelli da te descritti. Quanto alla claque l’ho sempre trovata una cosa patetica. Preferisco l’applauso alla fine del terzo tempo della Patetica di Ciaikovsky o quello che spesso scatta dopo la “fermata” nel finale della Quinta dello stesso compositore prima dell’inizio della “coda”. Almeno sono espressione di qualcosa, la claque è roba da scimmie ammaestrate.
      Ciao

      -MV

      • GloriaCortesi febbraio 16, 2012 a 9:03 am #

        Sono d’accordo con lei, MV, purtroppo. Stessa opinione, rassegnata, su entrambi gli argomenti. Resto invece della mia idea sul caso Aida e continuo a chiedermi, anche dopo aver letto l’intervento di stamane su Repubblica Milano del critico Angelo Foletto, se non ci siano grosse responsabilità da parte del Sovrintendente-Direttore Artistico, peraltro martedì sera apparentemente assente dal teatro, sia riguardo alla sciatteria con cui si propongono certi spettacoli, per interpreti e ‘riprese’ più o meno presentabili, sia riguardo alla descritta situazione della ‘rivolta’ dei musicisti dell’orchestra.

  16. elenapat febbraio 16, 2012 a 9:22 am #

    buongiorno a tutti, anche io ero alla prima e devo dire che pur non essendo un’esperta ho avvertito quella che definirei un’asincronia tra cantanti e orchestra e tra orchestra e diettore….anche se devo ammettere che l’allestimento spesso mi ha distratto dalle imperfezioni che la mia poca esperienza non mi ha concesso di vedere distintamente…….però voglio raccontare un episodio che mi ha lasciato senza parole e che testimonia di come la buona educazione sia ormai merce rara anche all’interno di un luogo in cui la cultura dovrebbe fare da padrona….in uno degli intervalli, al ritorno nei reciproci palchi, una “signora” dotata di tutti quei gingilli che la potevano far sembrare elegante e raffinata, stava tornando a sedersi con un calice di vino in mano, una delle maschere molto gentilmente le ha chiesto di non portare il bicchiere con sè, cosa vietata dal regolamento del teatro, la “signora”con fare sprezzante ha così chiosato:”tu non hai capito che io faccio quello che voglio”, la povera maschera imbarazzata si è trovata costretta ad insistere e ha ricevuto questa seconda risposta: “non hai ancora capito che faccio quel cazzo che voglio” tutto questo ad alto volume e dopo ciò ha gettato per terra il calice rompendolo in mille pezzi…..ecco che dire? dico che una persona del genere andava presa e portata fuori dal teatro..una tale ignoranza, maleducazione e arroganza non doveva passare inosservata chiunque fosse stata questa cafona….a me è uscito solo dalla bocca un “si vergogni” ma è sempre troppo poco per episodi così imbarazzanti……un plauso alle maschere che non hanno perso il loro consueto fairplay….
    spero a questo punto che il calice di vino non fosse il primo per quella maleducata perchè non voglio pensare che da sobria una persona e per giunta in quel contesto abbia potuto comportarsi in quel modo. mi ha lasciato una profonda tristezza…dopo che mi è passato il nervoso ovviamente.
    saluti
    elena

  17. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 11:07 am #

    Ho letto anch’io Foletto stamattina.
    Per fortuna, qualche giornalista vero c’è.

    marco vizzardelli

    • marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 11:24 am #

      E, per quanto mi riguarda, aggiungo che aver rilevato rilevato, a parole o per iscritto, un atteggiamento non consono di una componente del teatro (nel caso in questione, l’orchestra) non è andar contro al teatro stesso o volergli male. Ma l’esatto contrario.

      marco vizzardelli

  18. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 11:25 am #

    E, per quanto mi riguarda, aggiungo che aver rilevato, a parole o per iscritto, un atteggiamento non consono di una componente del teatro (nel caso in questione, l’orchestra) non è andar contro al teatro stesso o volergli male. Ma l’esatto contrario.

    marco vizzardelli

  19. Gabriele Baccalini febbraio 16, 2012 a 12:14 pm #

    Se gli orchestrali della Scala sono così professionali da difendere Giuseppe Verdi dai disastri di Wellber, perché non fanno altrettanto a favore di Beethoven,quando i disastri li combina Barenboim (fermo restando che l’orchestra non ne combina mai, vista la sua altissima professionalità)?

    • masvono febbraio 16, 2012 a 12:42 pm #

      Devo assolutamente ascoltare Wellber. Per carità di patria, però Gabriele, il Beethoven di Baremboim non era *mal*suonato. Ovvero, l’orchestra produceva ciò che Baremboim chiedeva. Che poi l’idea che ha Barenboim del Beethoven orchestrale sia sostanzialmente quella di Wagner è un discorso e che la sua “messa in musica” sia una ibrida forma artistica di Wagnerhoveen non ne è che la conseguenza. Ma dietro un’idea c’è, insomma. Che a me non interessa per nulla e nemmeno a te, anzi mi infastidisce per la primitività dell’approccio che ha un che di pedissequa bovinità. Però c’è.

      Diverso è un’orchestra che stecca negli ottoni, o che ha gli archi non accordati. Lì il direttore non c’entra. C’entra se ci sono entrate sbagliate, non se gli archi ad esempio non vanno insieme. Le prime parti e i capi sezione in orchestra esistono proprio per quello. Il direttore pilota la macchina, può lavorare sul motore, ma non costruirlo. A meno che non sia un direttore musicale con le contropalle (veri costruttori di orchestre da me ascoltati in venticinque anni ne annovero solo un paio. E per me costruttore di orchestra è colui che è in grado di prendersi un insieme di studenti/allievi e farli suonare dopo x prove come un’orchestra professionista senza stecche e senza sbavature).
      Ciao

      -MV

  20. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 12:43 pm #

    16/12/2012
    La Santa Sede Scaligera stabilisce il Dogma della I. O. : Infallibilità dell’Orchestra.

    I & O. iiiiii oooooooo (vedasi odierno articolo di Foletto, La Repubblica, sezione Milano pag 1).

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 16, 2012 a 12:46 pm #

      Qualcuno che ha questo articolo quò postare il link? Grazie

      Iiiiiiiiihhooooooooo! (sarà il mio nuovo saluto!)

      -MV

  21. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 12:45 pm #

    Max, i corni del finale della Settima………..

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 16, 2012 a 12:47 pm #

      Me li ero dimenticati. Gli orrori tendo a dimenticarli. E poi il peggio l’ho attraversato con la Quinta. La Settima sta al secondo posto, e la dimentico….

      iiiiiiiihoooooooo!

      -MV

      • marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 12:59 pm #

        Ecco bravo Masvono, hai ricordato.

        Quanto a Wellber, ne abbiamo già parlato e il mio consiglio, se non l’hai mai ascoltato, sarebbe di non farlo la prima volta alla Scala, dove il rapporto infelice con l’orchestra impone anche a chi lo conosce di far la tara ad un’orchestra che rema contro, o se il termine non piace, che VISIBILMENTE gli è avversa. In più nel caso di quest’Aida, si aggiunge l’obiettiva modestia di buona parte della compagnia di canto. Per cui, messo tutto assieme, ti direi di ascoltarlo la prima volta altrove… però non è detto. Siccome le orecchie le hai buone, potrebbe essere un’idea ascoltarlo proprio in un’occasione infernale come questa, nella quale – come Lanfossi ha scritto bene – tutto sembra remargli contro.

        marco vizzardelli

  22. lavocedelloggione febbraio 16, 2012 a 12:59 pm #

    Ecco l’articolo di Angelo Foletto su Repubblica di oggi, 16 febbraio 2012:

    Scala, Aida contestata e gli orchestrali nel foyer accusano il direttore
    Fischi alla prima. Si salva solo il”vecchio” Zeffirelli

    Gli strumentisti arringano il pubblico per autoassolversi: cosa mai vista
    ANGELO FOLETTO
    MILANO

    Gli occhi hanno avuto la loro parte. Le orecchie pure, ma a loro è andata meno bene. Già il fatto che il primo atto di Aida fosse finito senza un applauso, era un indizio minaccioso di ciò sarebbe successo, e che poi è regolarmente avvenuto, alla Scala, l´altra sera, a conclusione della “prima” di Aida, l´opera di Verdi nell´allestimento di Franco Zeffirelli del 1962.
    Le proteste trattenute a fatica per tutto lo spettacolo, si sono sfogate con una scarica fitta di fischi, “buu” e perfino qualche urlo di “vergogna!” che hanno costretto la compagnia, apparsa prudenzialmente tutta insieme in proscenio nei saluti finali, ad una frettolosa ritirata, dopo sole tre uscite. Scontento era stato espresso contro il direttore Omer Meir Wellber all´inizio del terzo atto. Fischi e buate dal loggione, rintuzzate da un intervento dai palchi che invitava il pubblico a deviare le censure su alcuni reparti dell´orchestra, avevano acceso un battibecco tra i ‘piani´ del teatro. Impassibile, il giovane Wellber che aveva già diretto Aida con gli scaligeri due anni fa a Tel Aviv, ricevendo elogi, ha avviato l´atto musicalmente più delicato, con gusto e raffinatezza degne d´un musicista che conosce bene la partitura, e ha idee non banali. Durante il successivo intervallo la polemica pubblico-orchestra è ripresa nel foyer d´ingresso con un insolito fuori programma: alcuni professori d´orchestra hanno improvvisato una protesta-comizio spiegando che non accettavano critiche né provocazioni, visto che solo il loro professionismo era stato in grado di sostenere e rimediare alla presenza sul podio del “ragazzino” scelto dalla direzione della Scala. Da parte sua il “ragazzino”, tra gli altri incarichi attuale direttore musicale a Valencia, ha avuto il sangue freddo per dirigere con molta intensità l´ultimo atto, adattando idee e fraseggi alla linea di canto discutibile e quasi sempre gridata di Marianne Cornetti, Oskana Dyka e Jorge de Leon che (con Andrzej Dobber) hanno dato vita a un quartetto di protagonisti con troppi difetti scenici e musicali per poterli armonizzare se non amnistiare: il direttore c´era, delle voci c´era l´ombra e le imperfezioni.
    La serata-omaggio della Scala alla storica Aida De Nobili/ Zeffirelli ripresa da Marco Gandini ha rispettato per metà il copione. Sono mancati gli applausi a scena aperta (scattati in prova generale) al palcoscenico anticato da velatini, ai costumi preziosamente confezionati e illuminati, ai cortei infiniti, alle lance e flabelli d´ogni sorta, alle illusionistiche prospettive sceniche delegate alle progressioni di quinte/fondali meravigliosamente ricostruiti e illuminati quasi come una volta. Ma il fascino polveroso-tirato a nuovo dell´allestimento che 50anni fa volle ricostruire l´egizianità dell´immaginario vagamente colonialista dell´Ottocento ha soddisfatto gli occhi.

    • masvono febbraio 16, 2012 a 1:41 pm #

      Averci la macchina del tempo spendevo 500 euro per assistere alla BARACCONATA dei pinguini nel foyer che “non accettavano critiche nè provocazioni”. Sempre a Viz tutte le fortune!!!

      Iiiiiihhooooooo!

      -MV

  23. lavocedelloggione febbraio 16, 2012 a 1:11 pm #

    Vi trascrivo qui anche alcuni degli sms pervenuti durante la diretta a radio3 suite (il più bello è quello che dice: Bravo il cavallo (Sergio da TS):

    L’opera Aida che adoro e che questa sera ci avete offerto per San Valentino questa produzione mi é sembrata troppo analitica e piatta. Emanuele.
    Amneris ha dato il meglio di sé! Serata meravigliosa!!! Elide da Borso del Grappa, prov. di TV.
    Franca Cella e Carla Maria Casanova sempre alla Scala! Giovanni
    Il ricordo del maestro Gavazzeni fatto preziosamente dalla signora Cella è per me la cosa più bella della serata!grazie. Marco da firenze
    Tutti devono avere diritto di lavorare serenamente. E’ bene aspettare la fine per contestare. La direzione per me e’ la cosa piu’ bella. Amedeo
    Jorge de Leon non manca certo di una dotazione vocale importante ma è carente nel gusto e nell espressività. Risulta facilmente sguaiato
    Non ci credo ma stasera radio 3 trasmette dalla Scala o da una parocchia? Indecente recita Pasquale
    Professor zaccagnini….Ma siamo in un teatro o alla sagra della melanzana fritta ad alassio? la saluto e ringrazio Radio tre con Tutto Tutto il cuore. Mic
    Bravo il cavallo. Sergio TS
    il soprano e una fontana brillante di acqua. Michele berlinese
    Fossi a teatro questa Aida non la applaudirei. Robi
    A Milano sono un pò viziati,qui a Roma durante la stagione estiva a caracalla sembra di stare al canile municipale, è tutto un latrare, franco da Roma
    La cosa più triste per chi ha più di 40 anni di ascolto è sentire a una prima della Scala un cast da buona provincia.
    Come sei caduta in basso povera SCALA! Guido
    Ma dove era e dove si é sentita la solennità della marcia trionfale? Mi é sembrata troppo ‘analitica’ e scolastica. Emanuele.
    Spero che dal vivo le voci non siano così sgranate, querule negli acuti e troppo chiare (o intubate) nella prima ottava, ma temo non sia così. Aurora.
    Certo che questa Aida entrerà a pieno titolo tra le “perle nere” sia per le voci che per la direzione. Lucia
    Tante sovvenzioni prezzi alti molta spocchia ma questa è serie C aldo
    Povera SCALA? Mi viene da piangere. Cosa sta succedendo? Gianni. Como
    un canto scandaloso marco da torino
    Caro zaccagnini si lasci dire che se fosse una recita del teatro della concordia di venaria avrei anche applaudito ma alla scala è una cosa inammissibile
    Coro sgangherato, nella parte maschile di Immenso Fthà, ma forse non riescono a vedere il direttore nei monitor? Lorenza

  24. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 1:19 pm #

    Quello appena postato è l’articolo nelle pagine interne. Come si diceva, due sono gli articoli usciti oggi a firma di Angelo Foletto. Ecco l’altro, pubblicato nella prima pagina della sezione-Milano de La Repubblica.

    LA BUGIA DEI MUSICISTI DELLA SCALA
    di Angelo Foletto

    Una settimana professori, una settimana dopo somari e bugiardi. Quando si dice “orchestra” non si è mai sicuri di che musicisti si parla. Prendiamo quella della Scala. Domenica 4 febbraio, con la casacca della Filarmonica, hanno solidarizzato col direttore suonando la sera nonostante la prestazione pomeridiana e hanno dato l’anima. Dieci giorni dopo, contestati all’inizio del terzo atto di Aida da alcuni appassionati che dal loggione e dai palchi avevano notato una certa rilassatezza professionale in “buca” (con effetti esecutivi sentiti anche in platea), nel successivo intervallo sono saliti in delegazione, con molte prime parti in testa, nel foyer; improvvisando a beneficio una sconcertante protesta. Non contro chi li aveva redarguiti o facendo parziale autocritica, ma contro la Scala e ‘protestando’ il direttore. Denunciando il disagio di suonare sotto la bacchetta di un “ragazzino” che non corrispondeva alle loro stime professionali, mettendo quindi in dubbio le scelte artistiche della direzione del teatro e rivendicando la riuscita esecutiva, che loro ritenevano adeguata ma che in molti giudicavano come minimo svogliata, solo alla loro dedizione. E questa era la grossa bugia.

  25. marco vizzardelli febbraio 16, 2012 a 1:30 pm #

    Diciamo che se Masvono o chiunque altro si recherà alla Scala per una replica probabilmente non vedrà le ole degli archetti, i clarinetti danzanti in faccia al direttore, le risate, le chacchiere col vicino, gli sguardi di sfida, le discussioni ad alta voce a fine atto, i colpi di grancassa dati alla brava, mentre il direttore, sguardo fisso in avanti, proseguiva imperterrito…
    Questo resta privilegio di chi ha avuto la “fortuna” di assistere, da un palco laterale ma ben posizionato, alla prima di Aida

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 16, 2012 a 1:37 pm #

      Accidenti, ma devo andare in primo ordine di palchi, a sinistra, sopra la fossa. Così se il clarinetto danza, allungo il braccio e glielo strappo di mano..

      Iiiiiiiiihhooooooooo

      -MV

    • Elio Marchesini febbraio 17, 2012 a 12:18 am #

      Buonasera sono Elio Marchesini il percussionista che in questa produzione sta suonando la grancassa. Sono veramente sorpreso di leggere un commento negativo sul modo in cui ho suonato la sera della prima. Sono 15 anni che lavoro in questo teatro e ho sempre cercato di mostrarmi serio e professionale, tra l’altro, essendo un musicista ospite posso permettermi ancora meno di prendere sotto gamba il mio lavoro. Verdi scrive meravigliosamente per questo strumento riuscendo, come lei certamente sa, a svincolarlo dal tipico ruolo coloristico valorizzandolo con momenti spesso solistici, proprio per questo non mi permetterei mai di eseguire approssimativamente un’opera come Aida. Certo, inserire “colpi di grancassa dati alla brava” rende ancor più forte l’immagine caotica che lei intende dare alla descrizione della serata ma se,invece, l’inserimento nell’elenco è motivato da una reale percezione disturbante del mio operato allora non posso parlare per clarinetti, archetti, sguardi e discussioni ma per quanto mi riguarda coloro che verranno alle prossime recite, visto che manterrò la stessa condotta esecutiva e disciplinare, avranno la “fortuna” (virgolettata a suo modo) di ascoltare quelli che lei chiama colpi dati alla brava e che sono il risultato delle richieste fatte in prova dal maestro assolutamente condivise da me. Elio Marchesini

      • Massimiliano Vono febbraio 17, 2012 a 8:57 am #

        Devo proprio ascoltare questa Aida! “alla brava”! Suvvia, Maestro Marchesini. In fin dei conti questo spagnolismo le conferisce merito di un impeto selvaggio nell’esercizio della sua parte. E poi il suo ruolo di “sgherro” spietato è certificato dallo stesso Verdi. Da vero “bravo” lei CONDANNA senza scampo il povero Radames con il suo rullo-sentenza mentre “egli tace”.

        -MV

      • alda febbraio 17, 2012 a 9:45 am #

        Premesso che vidi questa “Aida” il 22 aprile 1963, e che dunque nulla so dell’attuale ripresa.
        Voglio esprimere la mia solidarietà al maestro Elio Marchesini, perché trovo antipatico isolare singole prestazioni all’interno di una compagine orchestrale.
        E questo malgrado il suddetto maestro mi abbia rovinato, il 18 aprile 2010, l’ascolto del secondo movimento del “Concerto per Orchestra Sz116” mangiandosi un’intera battuta della parte fondamentale del tamburo militare senza corde… Ma, suvvia, l’ho perdonato.

  26. proet@barboon febbraio 16, 2012 a 2:53 pm #

    scusate l’OT: leggo sui giornali di oggi che nel decreto Milleproroghe, approvato al Senato e in via d’approvazione definitiva dopo un’ulteriore passaggio alla Camera, è stato deciso un aumento delle accise sulle sigarette per finanziare l’Orchestra Verdi di Milano per un totale di 3 milioni di euro.
    vi pare una cosa sensata e/o giusta?
    comunque complimenti a Corbani per i santi in paradiso!

    • masvono febbraio 16, 2012 a 3:43 pm #

      Non vedo affatto il nesso causale tra il tabagismo e l’attività di un’orchestra sinfonica. Ma non vedo nemmeno il nesso causale per il quale si pagano accise sui carburanti (e iva su queste accise) per guerre in Abissinia scadute da quasi un secolo oppure rinnovi di contratti di metalmeccanici avvenuti quando avevo due anni.

      Se i conti di qualunque impresa fossero gestiti come lo stato gestisce i suoi chiunque farebbe bancarotta in pochi mesi.

      -MV

      p.s. i biglietti e gli abbonamenti dell’Orchestra Verdi verranno a costare circa cinquanta volte in più in modo che i diritti SIAE ad essi collegati possano finanziare il maggior costo sanitario dei tabagisti appassionati di musica. Il senso è lo stesso, la ratio pure.

      -MV

  27. marco vizzardelli febbraio 17, 2012 a 11:54 am #

    “non posso parlare per clarinetti, archetti, sguardi e discussioni….”.

    Maestro Marchesini, ho letto il suo intervento e la ringrazio, mi sembra correttissimo nel modo e nel merito, e soprattutto, in senso generale, mi suona come una conferma. Le assicuro che, nel particolare cioè per quanto la riguarda, le credo sulla parola.

    marco vizzardelli

  28. abendstern febbraio 17, 2012 a 1:03 pm #

    ultim’ora: Semyon Bychkov indisposto

    http://www.semyonbychkov.com/index.php

    • Massimiliano Vono febbraio 17, 2012 a 5:51 pm #

      Almeno questa è vera. Per una vera dieci sono false.

      -MV

  29. marco vizzardelli febbraio 17, 2012 a 2:20 pm #

    Be’ questa è sfortuna. Risulta diriga Marc Albrecht.

    Inoltre: Andris Nelssons non dirigerà il concerto del ciclo per i 70 anni di Baremboim. Gli subentra Daniel Harding

    marco vizzardelli

    p.s. urge viaggio a Lourdes….

  30. marco vizzardelli febbraio 17, 2012 a 2:24 pm #

    pardon: Nelsons con una s sola (anche se su qualche sito l’avevo trovato scritto con due)

    m.viz

  31. ElenaS febbraio 18, 2012 a 5:25 pm #

    Elio Marchesini è un mito e Alda anche.
    Il tutto è decisamente divertente. A quando la prossima? Tosca?

    Elena.

  32. ElenaS febbraio 18, 2012 a 6:08 pm #

    Leggo adesso gli articoli di Foletto e le dichiarazioni nel foyer sul “ragazzino” che i professori adesso non ritengono degno della direzione, ma che non hanno protestato “prima”. Solo se sollecitati da un appassionato si sentono in dovere di esprimere la loro opinione nel merito delle scelte musicali? Non pensano al pubblico, o ci pensano solo quando qualcuno li contesta, per scaricare le responsabilità su altri? Cosa sono queste? Tracce persistenti dell’era mutiana?

    In merito poi all’opinione – del tutto rispettabile, si capisce – dei professori, ricordo che una volta qualcuno mi riferì un singolare parere (evidentemente diffuso tra gli orchestrali) e cioè che molti dei professori ritenevano Giuseppe Sinopoli un bluff. Non un “non tecnico”, quale in effetti era, ma proprio un bluff. Musicalmente un bluff.

    Ora, ditemi voi siamo nel campo della credibilità o no.

    Elena.

  33. proet@barboon febbraio 18, 2012 a 10:46 pm #

    Elena, mi permetta: “non tecnico” mi pare un’espressione altrettanto bizzarra che “governo tecnico”.
    in entrambi i casi sappiamo che le cose stanno (stavano nel caso del povero Sinopoli) diversamente.
    e mi meraviglio che proprio voi che qui dentro invocate qualcuno che finalmente “faccia lavorare” l’orchestra scaligera vi ergiate a difesa di un direttore che, a quanto mi riferiscono fonti delle quali ho la massima fiducia, non lavora affatto ma come fanno tanti suoi coetanei ora (specialmente se ben spinti da agenzie e stampa) sale sul podio per “far musica” senza tenere conto del lavoro necessario per ottenere quel risultato e senza appunto le competenze tecniche necessarie.
    poi sull’atteggiamento degli orchestrali si può legittimamente discutere e certo quelli della Scala forse non sono dei campioni di buona educazione.
    però vi ricordo che voi stessi qui dentro avete spesso segnalato come, in presenza di un direttore autorevole (che come si sa non va confuso con autoritario), abbiano saputo esprimersi al loro meglio e con la giusta concentrazione.
    evidentemente questo non è proprio il caso.

    • masvono febbraio 19, 2012 a 5:09 pm #

      Mai sentito di un’orchestra che protesta un direttore. L’orchestrale è descritto appropriatamente nel film noto di Fellini. I minus habens della Rai di Roma volevano cacciare Celibidache per i tempi troppo rapidi del secondo tempo della Nona di Beethoven che LORO non riuscivano ad ESEGUIRE (e men che meno provarci).

      Fonti di cui IO ho la massima fiducia indicano che la FILARMONICA VENETA suonò splendidamente sotto Wellber: Allora? Come la mettiamo?

      -MV

    • Elenas febbraio 20, 2012 a 11:14 am #

      Ma… guardi che questa espressione (“non tecnico”) non l’ho usata io. Quindi la perdono.

      Secondo: faccia dei distinguo, per cortesia e non cominci anche lei con “quelli del blog” perché le posizioni sono molto diverse. Io, per esempio, non mi ergo proprio a difesa di nessuno.
      Ho detto sopra che mi lascia perplessa (molto) un Direttore che consente all’Orchestra un comportamento del genere. Come minimo è poco autorevole. Se invece si tratta proprio dei Professori (che non con tutti si comportano così, peraltro), forse a quel punto meglio lasciar perdere di dirigere alla Scala. A maggior ragione per un giovane, che così si rovina la carriera.
      Quindi: sarò poco comprensiva, ma il Direttore non è giustificato.

      Nemmeno però è giustificabile un atteggiamento degli Orchestrali come quello registrato, e meno che mai le sceneggiate in foyer davanti a un pubblico che non può che rimanere allibito.

      Mi domando se ci pensino, tutti quanti, al pubblico, o se lo ritengono un “di più” rispetto alle loro questioni interne che dovrebbero una volta per tutte risolvere.

      Quanto al genio di Sinopoli, le basti sapere che in suo omaggio siamo andati (io e mio marito) a Venezia ad ascoltare Lou Salomè, peraltro molto migliore di alcune banalità “contemporanee” (solo cronologicamente) che ci propinano anche alla Scala.

      Elena

  34. marco vizzardelli febbraio 20, 2012 a 12:09 pm #

    Scusi, Proeta, non è èper far polemica con lei, se non vuole non risponda, è nel suo pieno diritto non svelarci la sua fonte attendibile. Ma, Se le sue fonti attendibili sono orchestrali, tendenzialmente non le riterrei molto attendibili. C’è tutta una letteratura, al proposito. E’ stato citato l’episodio ben noto di Sinopoli. Me ne viene in mente un altro: quando l’orchestra Rai di Milano, ai tmpi, si trovò ad eseguire le sinfonie di Ciaikovsky con la direzione di Vladimir Delman, si udirono orchestrali uscire schifati dalla sala a fine esecuzione commentando “Non si può eseguire Ciaikovsky così”. Avavno davanti uno dei massimi (se non “il massimo”) interpreti di sempre della musica di questo autore.
    Comunque, viene in suo aiuto una fonte di preclara attendibilità. Oggi si è avuta sul Corriere l’epifania dell’Isotta: “se fossi un orchestrale non suonerei una sola nota sotto il gesto confuso e ULTRONEO (sic) di Wellber”. Evviva! Al giovane direttore tocca l’onore di entrare in una galleria di insultati dall’esimio critico, che comprende, fra gli altri, Claudio Abbado, Elizabeth Schwarzkopf, Luciano Pavarotti… e via elencando.
    La Fonte Isotta, che da anni ci disseta.

    marco vizzardelli

  35. marco vizzardelli febbraio 20, 2012 a 12:11 pm #

    Scusi, Proeta, non è per far polemica con lei, se non vuole non risponda, è nel suo pieno diritto non svelarci la sua fonte attendibile. Ma, se le sue fonti attendibili sono orchestrali, tendenzialmente non le riterrei molto attendibili. C’è tutta una letteratura, al proposito. E’ stato citato l’episodio ben noto di Sinopoli. Me ne viene in mente un altro: quando l’orchestra Rai di Milano, ai tmpi, si trovò ad eseguire le sinfonie di Ciaikovsky con la direzione di Vladimir Delman, si udirono orchestrali uscire schifati dalla sala a fine esecuzione commentando “Non si può eseguire Ciaikovsky così”. Avevano davanti uno dei massimi (se non “il massimo”) interpreti di sempre della musica di questo autore.
    Comunque, viene in suo aiuto una fonte di preclara attendibilità. Oggi si è avuta sul Corriere l’epifania dell’Isotta: “se fossi un orchestrale non suonerei una sola nota sotto il gesto confuso e ULTRONEO (sic) di Wellber”. Evviva! Al giovane direttore tocca l’onore di entrare in una galleria di insultati dall’esimio critico, che comprende, fra gli altri, Claudio Abbado, Elizabeth Schwarzkopf, Luciano Pavarotti… e via elencando.
    La Fonte Isotta, che da anni ci disseta.

    marco vizzardelli

  36. proet@barboon febbraio 20, 2012 a 2:36 pm #

    Vizzardelli, la mia fonte non è un’orchestrale né tanto meno Isotta.
    non conosco personalmente (se non molto alla lontana) nessuno di loro e tanto meno l’abbastanza discutibile recensore del Corriere della Sera.
    tuttavia non è detto che le opinioni debbano sempre coincidere o collidere e posso dunque talvolta essere d’accordo anche con Isotta oppure con gli orchestrali scaligeri che su altre questioni, per esempio quelle di tipo sindacale, hanno spesso avuto posizioni che io trovo anch’esse assai discutibili.
    lei invece mi pare a priori preda di un pregiudizio (tanto per usare un eufemismo) nei confronti dell’orchestrale e la mia sensazione è che citi esempi un po’ a vanvera: una cosa è non apprezzare o non comprendere il modo di eseguire di un direttore e un’altra, il caso di cui stiamo parlando, metterne in discussione la competenza tecnica e magari il modo di rapportarsi umanamente con i musicisti dell’orchestra.

    Elenas, non ho nulla da dire su Sinopoli compositore perché non ho mai ascotato nulla di suo, mi rimetto dunque al suo parere del quale ho la massima stima.
    di Sinopoli ho il ricordo di un ascolto radiofonico del Pelleas (a Firenze con non ricordo più quale star annunciata nel ruolo di Melisande, forse la Bartoli, che poi diede forfait) di tanti anni fa.
    di quell’ascolto mi rimase appunto impressa la levatura intellettuale dell’uomo che, in una lunga intervista radiofonica trasmessa in concomitanza con la diretta dell’opera, seppe trovare parole illuminanti e individuare percorsi di lettura della partitura assai originali senza però poi riuscire a tradurli nell’esecuzione.
    qualcuno mi riferì che alle prove funzionava allo stesso modo, il che a mio parere è anche un merito in un mondo in cui le parole e l’analisi critica vanno scomparendo (probabilmente a causa della scomparsa delle relazioni e dell’avvento del virtuale oltre che, ça va sans dire, del televisivo) ma purtroppo io credo non faccia di lui un direttore d’orchestra memorabile.
    è un arte molto difficile, io credo, quella di dirigere e come in tanti altri settori è sempre più difficile trovare chi vi acceda attraverso lo studio e l’esperienza.

  37. marco vizzardelli febbraio 20, 2012 a 2:59 pm #

    Tannhauser, Tetralogia, Elektra, Madama Butterfly, Manon Lescaut, le Sinfonie di Mahler, i poemi sinfonici di Richard Strauss, le opere del primo Verdi… A parte tutto questo e qualcosa d’altro, Giuseppe Sinopoli non è stato un direttore memorabile.

    marco vizzardelli

  38. masvono febbraio 20, 2012 a 5:12 pm #

    Completamente OT viceversa è questo post che mi accingo a scrivere. OT, fuori tema. Fuori tema perchè è un commento ad uno spettacolo stra-ordinario, rispetto all’ordinarietà a cui, quando va bene, ovvero raramente, mi costringe la locandina della Scala; fuori tema perchè non è uno spettacolo scaligero, nè avrebbe mai potuto esserlo,dato che spettacoli in cui la completa fusione tra regia e realizzazione musicale sono a Milano l’eccezione e, regnante Barenboim, me ne vengono in mente solo uno e mezzo: il dittico di Martone/Harding e, solo in parte, il Tristano Chereau/Barenboim. Fuori tema perchè all’eccezionalità della completa fusione tra regia e remalizzazione musicale si aggiunge un rinnovamento stilistico nell’interpretazione musicale i cui paragoni storici possono essere solo esempi quali il Rossini buffo di Abbado degli anni ’70, il Wagner di Boulez o la Verdi renaissance dell’era Karajan.

    In effetti parlare dei “Maestri Cantori” di Wagner nell’edizione di Kupfer all’Opera di Zurigo diretta da Daniele Gatti è su questo blog piuttosto fuori tema, vincolato, pare,a pubblicare locandine su locandine del teatro alla scala di spettacoli in larga parte incommentabili perchè privi di prerequisiti musicali che li rendano tali. Che si vuol dire di un’Aida dove la notizia era un gruppo di orchestrali che negli intervalli si recava nel foyer a parlare male del direttore che li stava dirigendo con i giornalisti, roba che non succede in nessun posto della Terra?. O di un ciclo Beethoven che nemmeno veniva finito perchè il coro non gradiva? Che si vuol dire di un Offenbach diretto da Letonja, dove la lode più sperticata era che “è pulito”, come se ormai “non essere sporco” fosse una conquista epocale? Per questo non commento più. Non ho nulla da dire davanti a spettacoli di bassa routine, in generale malsuonati, mal allestiti, malcantati. Da ascoltatore cerco l’eccezionalità, e quando la trovo ne parlo. E la consiglio, anche. Prendetene nota. In genere ogni spettacolo di Will Humburg è eccezionale perchè è oggigiorno unica la sua capacità di drammatizzare il teatro in musica. Egli non è un semplice direttore d’orchestra, ma un drammaturgo d’orchestra. Per ascoltare un vero Teatro di Verdi non mi perderò la Forza del Destino di Amburgo e, tra qualche mese, la Giovanna d’Arco al rogo di Honneger al Bellini di Catania in forma semiscenica. Non è un direttore che faccia molto: quattro spettacoli l’anno se va bene. Ma se vi capita e potete non perdetelo: un suo spettacolo vale due stagioni della Scala.

    Andiamo oltre, perchè l’argomento sono i Maestri Cantori di Zurigo, Kupfer e Daniele Gatti.
    Incominciamo dalla buca, dalla disposizione orchestrale. Innanzitutto una piccola nota: Daniele Gatti utilizza per i Maestri Cantori la metà dei contrabbassi (e quindi di orchestra) che Barenboim ha utilizzato per Beethoven. Cinque. Cinque Contrabbassi in fronte al direttore davanti all’occhio destro insieme ai sei violoncelli. A sinistra i violini I e a destra i II e le viole, tutto in formazione cameristica. Ma, e qui è la sorpresa, i fiati sono tutti disposti a circondare gli archi, in fondo alla buca. Da sinistra a destra i corni, i fagotti, gli oboi, i clarinetti, al centro in fondo le percussioni (timpani, piatti, grancassa) poi il basso tuba, i tromboni e le trombe. Le due arpe stanno davanti ai corni, all’estrema sinistra.
    E già al primo accordo dell’ouverture si percepisce il suono sostanzialmente diverso, diverso perchè nuovo, mai associato ai Maestri Cantori. Un suono ricco, ma fortemente sbalzato, trasparentissimo ma materico, condizionato fortemente dall’impronta sonora dei fiati (per dare un’idea del tipo di suono andate con la memoria alla recente Nona di Schubert di Abbado con la MCO). I timpani sono leggeri, l’articolazione del basso è da Gatti sviluppata attraverso l’evidenza del basso tuba e dei contrappunti dei legni, così da ricordare molto dappresso il cicaleccio dei fiati del Falstaff. Il tempo adottato è rapido, non solo per l’ouverture. Il tema dei “Maestri” è, probabilmente, il più veloce mai ascoltato. Il preludio dimostra che non assistiamo ai “soliti” Maestri Cantori, solenni, monumentali, ma a una commedia per musica, spiccatamente teatrale. Tutto il primo atto è ripulito dalle scorie rituali, asciugato in un procedere serratissimo e dialogato: i maestri sono artigiani che si divertono con il loro hobby che prendono ciascuno di loro più (Beckmesser) o meno seriosamente, non sono i rappresentanti in terra della sacra arte tedesca, ma ne sono gli amatori, i custodi dilettanti. Questa serratezza, spesso incrementata ulteriormente da vere e proprie accensioni brucianti conferisce a tutta la narrazione lo spirito del gioco, spinto sì dalla passione, ma mai inutilmente serioso. Complice la regia di Kupfer che costantemente, attraverso i movimenti dei cantanti, dialoga con gli strumenti e riprende i temi che provengono dall’orchestra. Ambientata nell’immediatezza post-bellica l’impianto scenico prevede la navata della chiesa in ricostruzione dopo, si presume, i bombardamenti subiti, sostenuta da impalcature, il tutto su una piattaforma rotante. La costruzione dà modo a Kupfer, attraverso i movimenti della piattaforma e delle impalcature metalliche, di disegnare le varie ambientazioni richieste da Wagner. Così i piani superiori dei ponti metallici diventano sia le impalcature che sorreggono i restauri della chiesa, sia i piani superiori delle case di Norimberga del secondo atto, sia i sostegni del portale cittadino della grande festa del terzo. All’interno si muovono i personaggi attori, in abiti novecenteschi, con grande risalto della gioventù. Giovane è Eva, e giovanissima è la Magdalena che spigliatamente flirta con l’adolescente David. Anche i maestri, come accennavo prima, non sono da Kupfer ritratti con la solennità e l’austerità a cui siamo abituati. Sono esponenti di un ambiente borghese che si ritrovano nel tempo libero a scherzare e a riunirsi per un hobby in comune, un gioco che è preso sul serio da Beckmesser, meno dagli altri. Così tutto il monologo di David “Mein Herr! Der Singer Meister-Schlag” del primo atto che solitamente è una zeppa indigeribile con tutto l’elenco dei bar, dei toni, degli accenti della tabulatura, diventa grazie alla leggerezza, alla spigliatezza, all’umorismo orchestrale veramente rossiniano impresso dal vorticoso Gatti puro teatro in musica in cui tutti gli incisi dei legni che descrivono via via il tono “rosso”, “rosato”, dei “vitelli”, dell'”abbaiare” in maniera così onomatopeica e parlante da far ridere il pubblico (prima volta che vedo il pubblico ridere ai Maestri Cantori!). Allo stesso modo l’ingresso di Pogner e Beckmesser nel I atto, accompagnato dai legni e dai celli, è caratterizzato grazie alla spinta cinetica di Gatti quasi ad un ritmo di danza rustica: stanno entrando un impiegato comunale e un bottegaio che parlano di un fidanzamento ad una gara di canto fra membri di un circolo, non dei paludati sovrani di chissà quale aulica arte. Il gioco, l’hobby, ha il suo rituale e gli stessi Maestri si danno di gomito quando lo stupefatto Walther osserva le “leggi” della tabulatura e sorridono davanti al prorompere del “Canto di primavera” enunciato da un “Fanget an!” del tenore tenuto insieme all’orchestra lunghissimamente, spaventando in questo “osare inosabile” il solo Beckmesser che rovescia il suo separè. Canto di Primavera, mobile e freschissimo, il cui lirismo si effonde passionale grazie al tempo sostenuto e alla mobilità del fraseggio. Incandescente, quando non imperversante è tutto il finale I dominato dalla filastrocca degli apprendisti a tempo accelerato.
    A vette di trasparenza e virtuosismo giunge l’orchestra e il coro con la Baruffa del II atto. Mai è apparso così chiaro come il tema della Baruffa non sia altro che il tema della serenata di Beckmesser accelerato e portato al caos-ordinato con cui viene bastonato e punito. Questa transizione è portata in partitura dal canto di Sachs e la chiarezza con cui Gatti la dipana mi ha fatto completamente ripensare la drammaturgia della scena: Sachs castiga Beckmesser attraverso la sua stessa melodia sobillando il caos e il disordine degli abitanti della quieta via di Norimberga. Ma tutto l’accompagnamento dei fiati e dell’arpa al personaggio di Beckmesser (lo straordinario cantante Martin Gantner) è antologico. E Gantner, caso più unico che raro, *canta* tutta la parte. Non un verso, non un cachinno, nessun tono querulo da vecchio isterico come la “vulgata tradizionale”, Karajan compreso, ci ha tramandato. Beckmesser è l’unico maestro cantore a prendere veramente sul serio la situazione, sarebbe pazzesco se fosse l’unico a non cantare. La sua tragicità, se vogliamo, sta proprio nell’essere fuori contesto, così aggrappato alle regole, da non sorriderne mai. Ed è per questo che ne sorride il pubblico. Tutta la pantomima dell’ingresso di Gantner-Beckmesser nel III atto è straordinaria. Kupfer ne dirige i movimenti per ogni sillaba dell’orchestra rendendolo a tutti gli effetti mimo parlante, mentre i fagotti e le strappate degli archi ne punteggiano il suo zoppo e storto procedere.
    La vera sorpresa sta nella scena conclusiva, la festa, dove non mancano incisi villerecci timbricamente estremi (la trombetta della sfilata dei pifferai è in puro stile Petrushka, e la marcetta della sfilata degli strumenti da bambini con un ritmo indiavolato rimanda al futuro Prokofiev) è immersa in gioia corrosiva, anche rabbiosa. Lo stesso monologo finale di Sachs “Verachtet mir die Meister nicht” fa esplodere una tensione a lungo covata, come se il gioco e la commedia alla fine debbano fare i conti con “lo spirito tedesco”. Drammaticissimo è in orchestra il richiamo ai “pessimi eventi che minacciano il popolo tedesco”, evocazione di paura e tensione. Sachs, rifiuta la corona, che appone sotto il David, simbolo dei Maestri, e l’inno finale non è più gioioso e scherzoso, ma inquieto e sottilmente minaccioso.

    Questa edizione è stata un’opera corale. I meriti dell’insieme, eccezionale, rende superfluo oltre ogni dire soffermarsi sui singoli ruoti. Di Gantner si è già detto. Ma il rivelatorio Sachs di Michael Volle merita una riflessione per la fermezza della linea di canto e per la resa del personaggio non più solo saggezza e bonomia, ma anche ironia, scherzosità salace, amarezza e, nel finale, rabbia. Tutti gli altri eccellentissimi nel seguire e contribuire ad accrescere, ognuno secondo la sua particolare sensibilità in un vero lavoro sinergico, l’idea di Gatti/Kupfer. Idea di spogliare i Meistersinger di tutti i loro paludamenti e di proporli come una commedia in musica dal finale vagamente inquietante attraverso un ritmo musicale e teatrale serratissimo.
    Un’idea che troverà fonte di riflessione nelle recite di giugno quando verranno alternati al Falstaff di Verdi, sempre diretto da Gatti. Mai come in questo caso le due opere sono state vicine nello spirito esecutivo e quante volte durante questa esecuzione i fagotti di Beckmesser richiamavano dal futuro quelli di Sir John!

    Saluti

    -MV

  39. marco vizzardelli febbraio 20, 2012 a 5:35 pm #

    Ero ai Maestri Cantori e confermo parola per parola la recensione di Masvono.
    Peraltro, parliamo di un altro direttore cui qui, in tempi recenti, è stata allestita la graticola-Scala, da un ambiente ormai diventato, per più versi “impossibile”. Ritengo meritoria la fatica di Vono e splendido il suo resoconto. Ma pongo una domanda: quel Maestri Cantori, dalla realizzazione fino all’accoglienza da parte del pubblico (che differenza!), sarebbero stati concepibili al Teatro alla Scala?
    Lo scorso anno, su Daniele Gatti, feci una petizione qui, su questo sito. Oggi, la rifarei senz’altro per quanto lo riguarda, dopo la straordinaria serie di esiti “infilati” a Zurigo.
    Ma mi guarderei bene dal rifarla, quanto all’ambiente. Spero vivamente che Daniele Gatti receda dal proposito di dirigere La Traviata, qui, l’anno venturo. A che pro? Per venire a farsi prendere in giro un’altra volta dalle becere corti d’assise locali? O da un Teatro fondato sulle “corporazioni” e dalle corporazioni condizionato? Non ci sono, qui, le condizioni tali da dar vita da uno spettacolo quale quei Maestri cui ho avuto la fortuna di assistere, un mese dopo un pure straordinario Otello di Verdi eseguito dallo stesso direttore, con la stessa orchestra partecipe, con uno spettacolo pure “pensato” in maniera corale, nello stesso luogo. Non ci sono le condizioni perché nasca nè quelle per cui venga accolto. All’Opera di Zurigo si può. Alla Scala, no.

    marco vizzardelli

  40. masvono febbraio 20, 2012 a 5:52 pm #

    “Ma pongo una domanda: quel Maestri Cantori, dalla realizzazione fino all’accoglienza da parte del pubblico (che differenza!), sarebbero stati concepibili al Teatro alla Scala?”

    Pongo una risposta: NO.

    “All’Opera di Zurigo si può. Alla Scala, no”

    All’Opera di Zurigo c’è un basso-tuba che durante gli intervalli prova e riprova la parte. Infatti all’Opera di Zurigo non si ascoltano STECCHE per tutta la durata di un’opera di Wagner come i Maestri cantori di quasi cinque ore di musica.
    All’opera di Zurigo l’orchestra STA IN BUCA per tutta la durata degli applausi, anche se proseguono per quindici minuti e sono ritmati e costringono gli artisti ad uscire più e più volte.
    All’Opera di Zurigo quando compro un biglietto on line mi viene recapitato a casa via mail, me lo stampo e non devo fare alcuna coda.

    Decisamente all’Opera di Zurigo si può, alla Scala no.

    -MV

    p.s. Ma quale direttore potrebbe dirigere un’orchestra il cui clarinettista va nel foyer a dire che colui che lo sta dirigendo è un incapace? Qua sopra c’era il commento di una persona che stimmatizzava il comportamento di una spettatrice che voleva portare in sala lo spumante. FACEVA BENE, io mi porterei dentro un panino al salame. Al caffè Florian di Venezia, quando ascolto l’orchestrina prendo il tè con i pasticcini.

    -MV

  41. Gabriele Baccalini febbraio 20, 2012 a 5:57 pm #

    Che i Maestri Cantori fossero una commedia musicale e una festa popolare lo aveva capito anche Sinopoli, che ha proposto due volte alla Scala come bis, in concerti della Staatskapelle Dresden, il Preludio I°. Lo si capiva dalla leggerezza e dalla allegria con cui presentava il tema dei Cantori e tutto il resto.
    Anche Sawallisch portò alla Scala una edizione lontana dai paludamenti tradiazionali, anche se la parte visiva (dell’Opera di Monaco) non aveva pregi.

    • masvono febbraio 20, 2012 a 6:08 pm #

      L’edizione di Sawallisch che ricordo benissimo non aveva granchè di rivoluzionario. L’organico era tradizionale e la matrice era lirica ed agile (lirica è anche l’impostazione di Karajan o Kubelik). Paragonare l’edizione di Sawallisch al lavoro di Gatti/Kupfer sarebbe come paragonare il Barbiere di Gui con quello di Abbado/Ponnelle.

      Su Sinopoli, per quello che ho sentito, dava del preludio ai Maestri Cantori una versione ricca di contrappunto, assai vicina allo spirito tedesco-gioioso della Ouverture per una Festa Accademica di Brahms, mantenendo intatta la sontuosità dell’organico sonoro.

      Gatti fa un lavoro diverso, di sottrazione.

      Ciao

      -MV

  42. Gabriele Baccalini febbraio 20, 2012 a 6:25 pm #

    Non intendevo fare paragoni con una interpretazione che non conosco (quella di Gatti), ma che sicuramente ha i pregi illustrati da Max e Vizza.
    Volevo solo ricordare che non è la prima volta che i Maestri Cantori si ascoltano presi dal verso giusto.
    Sinopoli ovviamente aveva eseguito due concerti di musica romantica tedesca con la Staatskapelle e quindi aveva davanti una orchestra più robusta, ma mi sembra che concordiamo sul fatto che anche lui ne dava una versione “festosa” e non teutonicamente celebrativa.

  43. Alda febbraio 20, 2012 a 6:58 pm #

    Approfitto dell’off-topic, dunque, poiché ho assistito a questi “Die Meistersinger von Nürnberg” il 22 gennaio scorso.
    Sottoscrivo completamente l’entusiasmo di chi mi ha preceduti.
    Direttorialmente parlando mi son trovata di fronte alla più innovativa lettura che abbia mai ascoltato dal vivo o in disco. Quella capacità di Daniele Gatti di – passatemi l’immagine – rendere cattolico quel che semnpre avevamo concepito come luterano – segna uno spartiacque di cui si dovrà tenere conto in futuro. E l’orchestra lo segue con una bravura da far saltare sulla sedia.
    Meno storico mi sembrava l’allestimento: certo costruito addosso all’interpretazione musicale, certo tra i migliori degli ultimi anni, ma ancora inficiato da un didascalismo che spesso è stata la pecca maggiore di Harry Kupfer (orrendi i costumi).
    Se questa edizione non rimarrà nella mia memoria tra le migliori serate operistiche della mia vita, è purtroppo per due pecche a mio avviso gravi: la debolezza vocale (vocale, ripeto, non stilistica) di Juliane Banse come Eva da un lato, la pigrizia musicale del coro dall’altra.
    Pecche fastidiose pur se non decisive, per uno spettacolo che in terra milanese si possono solo lontanamente sognare.
    Epperò la mia aspettativa per Salisburgo 2013 sale: lì, con Daniele Gatti alla testa dei Wiener, un regista a lui così congeniale come Stefan Herheim, e una Eva – suppongo – più adeguata, potrebbe davvero sortire l’edizione di riferimento per i prossimi decenni.

  44. Alda febbraio 20, 2012 a 8:08 pm #

    Per farmi perdonare della divagazione, torno in-topic con queste dichiarazioni sulla ripresa di “Aida” perché mi sembrano significative: http://archiviostorico.corriere.it/2012/febbraio/19/Zeffirelli_contro_Scala_tradita_mia_co_9_120219047.shtml.

  45. tassistro febbraio 20, 2012 a 10:35 pm #

    Per dover di cronaca c’è anche questo….che condivido:

    http://www.enricostinchelli.it/site/news/267-dopo-una-indecente-aida-alla-scala.html

    • GloriaCortesi febbraio 21, 2012 a 8:09 am #

      Oltretutto, tale intervento del sole 24 ore, puzza di faziosità e vecchie storie fin dal titolo. Mi meraviglio come si possa considerare attendibile certa critica e ancor più stupisce come un inserto culturale possa affidare l’unico spazio di critica musicale allo stesso pensiero unico da così lungo tempo.

    • nonsonoStephane febbraio 25, 2012 a 11:42 am #

      Stinchelli è scorrettissimo, come fa di solito (benissimo) alla radio. Non è infatti criticamente serio scrivere quel che scrive non avendo messo piede (e orecchio) in teatro.
      Zeffirelli, pure, e ignora: chi segue un po’ le vicende musicali, sa benissimo che l’unica ‘colpa’ di Wellber è quella di aver lavorato come assistente di Barenboim in alcune occasioni e – semmai – di essersi dimostrato più portato (e appassionato) del maestro al repertorio italiano. Quindi nelle condizioni peggiori per essere sostenuto.

  46. marco vizzardelli febbraio 21, 2012 a 12:19 pm #

    Con il dottor Stinchelli ho già corrisposto direttamente su altro blog, per cui mi astengo dalla replica qui. Probabilmente abbiamo visioni differenti. Nessun problema.

    marco vizzardelli

  47. marco vizzardelli febbraio 21, 2012 a 12:46 pm #

    La mia è che il direttore non avrebbe dovuto accettare questa Aida, fin dall’inizio. E in seguito non avrebbe dovuto farsi mandare arrosto – come da usanza locale ormai consolidata. Visto che una delle obiezioni è: è protetto da Baremboim, allora mi chiedo che razza di protezione sia, che ci sta a fare il direttore musicale Baremboim se accetta che vada al macello un suo allievo/assistente in cui crede? Qui è passato il principio che a) Daniel Baremboim, b) Stephane Lissner, c) le Wiener Festwochen, d) l’Opera Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, e) la Staatsoper Unter den Linden di Berlino, sono tutti incompetenti. Ne capiscono solo alcune corporazioni interne del Teatro alla Scala, e un’assise di vestali da loggione in attività perenne nel Tempio dell’Opera.

    Stando così le cose, mi auguro che i direttori (compreso Claudio Abbado: già m’immagino, a settembre-ottobre, il pettegolaio del becerume locale e delle corporazioni interne, che farà corona al suo eventuale ritorno…) si tengano ben lontani da un ambiente di questo tipo…

    marco vizzardelli

  48. ElenaS febbraio 21, 2012 a 4:04 pm #

    Daje Vizza con ‘sta rogna che porti sul non ritorno di Abbado…! Un’altra volta?!!?!

  49. marco vizzardelli febbraio 21, 2012 a 6:00 pm #

    Ma no! Mi vedo già le scenette. Ecciciccì cattivaccio si porta l’orchestra Mozart, ecciciccià l’orchestra non lo capisce, eccicicciò fa far le prove a Matheus, eccicicciù vuol far troppe prove, ecciciprut la Grisi fa bu bu, ecciciccià la Lega fa opposizione, eccicibla, bla, bla, bla, bla, bla, bla…. ecciciciao Abbado!

    E’ solo un pronostico, basato sulla meravigliosa realtà locale. Ben contento di essere smentito. Sarebbe l’occasione di dar conto di un’evoluzione mental-ambientale, che al momento non si nota.

    marco vizzardelli

  50. ElenaS febbraio 23, 2012 a 4:23 pm #

    Abbiamo tutti apprezzato, credo, il cospicuo anticipo che gentilmente la Scala “offre” per chi, tra il suo stimato pubblico, voglia abbonarsi al Ring. Non si è mai visto che l’abbonamento costi più dei singoli biglietti (un anno prima, oltretutto: o forse intendono nel frattempo raddoppiare i prezzi?).Di dubbio guisto anche il platino, oro, argento e bronzo (quest’ultimo 420 euro per 4 serate più diritto di prevendita, alla faccia … e manco la soddisfazione di una materiale nobile).

    Mi domando poer quale ragione si debba continare a finanziare un teatro nel quale si accede poco e a caro prezzo. Per ascoltare “bum”?

    No, grazie. Vado a Bayreuth …

    Elena

  51. marco vizzardelli febbraio 23, 2012 a 4:34 pm #

    Idem

    marco vizzardelli

  52. marco vizzardelli febbraio 23, 2012 a 6:26 pm #

    Platino oro argento bronzo, si va in discesa. Ai nostri affezionati abbonati che cercano un materiale nobile, proponiamo il favoloso “abbonamento m……”: 80 euro per l’intera Tetralogia nella toilette di galleria, favoloso posto numerato… seduto. Servizio Scottex compreso.

    Buon gusto per buon gusto….

    marco vizzardelli

  53. masvono febbraio 23, 2012 a 6:35 pm #

    Ieri il pregiatissimo Teatro alla Scala ha mandato una newletter a tutti gli abbonati IN INGLESE (la versione italiana è seguita solo OGGI) per farsi FINANZIARE il Ring che DOVREBBE andare in scena a giugno 2013, tra un anno e mezzo circa.
    Ora spiegherò a Lissner le ragioni che DA ABBONATO fanno sì che non aderisca a tale succulento invito.

    1) Il teatro alla Scala non ha i prerequisiti artistici di affidabilità e correttezza tali da far sì che possa AVERE FIDUCIA che tra un anno e mezzo possa andare in scena il RING. Infatti artisticamente NON E’ IN GRADO di garantire al mio turno (D) lo stesso PRIMO CAST in ogni rappresentazione. Inoltre ARTISTICAMENTE non mantiene gli impegni presi (non si contano i forfait di direttori e di cantanti, quando non di titoli interi, come l’Andrea Chenier di due anni fa. Inoltre il perenne RICATTO SINDACALE fa si che un ciclo, come quello delle sinfonie Beethoven, possa tranquillamente essere ROVINATO da SCIOPERI come quello del coro. Tale PRECARIETA’ PROGRAMMATICA mi fa dubitare che il RING possa essere CERTO tra un anno e mezzo, mentre viceversa sarebbero CERTI i miei soldi transati sui POS delle biglietterie nelle tasche del Sig. Lissner.

    2) I prezzi proposti per un RING, come se fosse un EVENTO ECCEZIONALE E IMPROBO, non tengono conto che tale spettacolo viene normalmente messo in scena in teatri tedeschi come routine. Pagare una platea 300 euro (maggiorata di prevendita circa 360 euro) è FUORI MERCATO. Barenboim non garantisce l’eccellenza o l’eccezionalità. A prezzi inferiori trovo Pappano a Londra (MEGLIO) o Jordan a Parigi. La regia di Cassiers è NIENTEDICHE’: non è la FURA!.

    3) I complessi del Teatro alla Scala non garantiscono più da tempo i prerequisiti minimi di esattezza delle note eseguite. Non si pagano 360 euro a spettacolo per sentire CORNI SPERNACCHIARE e AMALGAMA CONFUSI.

    Pertanto, sig. Lissner, si faccia finanziare il suo RING, del tutto ipotetico, (insieme ai sigari di Barenboim) dai turisti russo/cino/indo/giapponesi cui i suoi spettacoli offrono il sottofondo serale per le giornate di shopping nelle nostre boutique (se saranno così stolidi da farlo).
    Saluti

    -MV

  54. marco vizzardelli febbraio 24, 2012 a 12:21 pm #

    Chiaro, limpido, Vono!
    Chissà se ci mediteranno…..

    Già che ci siamo…

    Ieri sera ho ascoltato la miglior orchestra attualmente attiva a Milano. L’Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi. “La Verdi”. Nonostante le difficoltà, talora anche gravi, da sempre attraversate da quest’organismo, si ammirano l’entusiasmo, il senso di appartenenza, il “clima” che si respira nel bellissimo Auditorium (un grazie a chi l’ha voluto per questa città: bisognerebbe ricordarsene ancora di più, a livello istituzionale) di Largo Mahler,
    Segnalo il concerto di questa settimana (ancora stasera alle 20 e domenica alle 16), per una serie di motivi. Intanto, la presenza della violinista svizzera Rachel Kolly D’Alba nello strepitoso Concerto nr 1 di Szymanovsky: intonazione adamatina, un “vibrato” di raffinatezza rara, una capacità di canto da sbalordire in un suono non enorme ma luminosissimo, e una passione anche nell’atteggiamento dal quale lo stesso direttore John Axelrod era visibilmente avvinto. E Axelrod (quello del Candide ottimo alla Scala) azzecca, nella seconda parte, un Ciaikovsky di impostazione magari “americana” nel gusto per le tinte accese, com’è nelle sue corde, ma quanto mai accattivante. Le due suite, da La Bella Addormentata e Lago dei Cigni, ricevono una lettura sgargiante di colori, anche spiritosissima, piena d’anima. Magnifico, in particolare lo “stacco” dei valzer, perfetto (cioé non con il rubato viennese, ma, per l’appunto con con lo stacco “alla russa”) e perfette tutte le danze. E che bello sentire degli ottoni che “si buttano”, si danno (ieri sera, fantastica la tromba sola nella “Danse Napolitaine” del Lago).
    Bisogna dire che da tempo, si nota, alla Verdi, una ritrovata e accresciuta coscienza delle proprie qualità: tutto lascia pensare che sia stato ottimo il lavoro tecnico del direttore musicale, Zhang Xian: la musicista cinese, forse, non ha sempre piena dimestichezza con il repertorio classico, ma è tecnicamente agguerrita, sa far lavorare l’orchestra, che oggi appare ben assestata e convinta del proprio valore. La Verdi ha attraversato momenti difficili, ma oggi “c’è” con le sue mille iniziative, le sue stagioni (e il particolarissimo, benemerito coro voluto da Romano Gandolfi). Ha un suono importante, che attenderebbe solo di essere ulteriormente valorizzato: mi piacerebbe che uno dei grandi direttori, meglio ancora se italiano, di oggi, avesse il coraggio di “prendere in mano” quest’orchestra, per un ulteriore salto di qualità. Viste le qualità di base, credo avremmo
    piacevoli sorprese. Che “la base” ci sia lo si percepisce fin dalla postura degli orchestrali in sala da concerto, ai leggii: persone orgogliose di quel che fanno, nonostante (e vale la pena dirlo: meditare, gente meditare…) i problemi non siano mai mancati, nella storia di quest’orchestra. Alla Verdi, niente stravaccamenti sui seggiolini, niente chiacchiere, niente discussioni davanti al pubblico, niente frizzi e lazzi… e tanta buona musica in un clima, bello, disteso, appassionato, che chi è seduto in sala immediatamente percepisce!

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 24, 2012 a 12:34 pm #

      Sempre rispettato e amato la Verdi, che rappresenta un ottimo passo verso l’ideale anglosassone di gestione degli organismi artistici. Sono contento dei loro continui progressi….magari un abbonamentino il prossimo anno..dato che lì ALMENO non saltano interi spettacoli per gli scioperi della CGIL…

      -MV

  55. masvono febbraio 27, 2012 a 8:18 pm #

    Dal sito dell’Accademia di Santa Cecilia:

    “Il Ministero per i Beni e le Attività Culturali ha trasmesso al Presidente dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Bruno Cagli, il decreto interministeriale che attribuisce alla Fondazione il riconoscimento di forma organizzativa speciale.

    L’Accademia di Santa Cecilia, prima e finora unica tra le Fondazioni lirico-sinfoniche ad aver ottenuto tale riconoscimento ai sensi del Decreto del Presidente della Repubblica n.117 del 19 maggio 2011, vede finalmente coronato l’impegno profuso negli ultimi anni nella realizzazione di tutte le sue molteplici attività che ne hanno evidenziato l’eccezionale capacità produttiva e l’assoluta rilevanza internazionale dei propri complessi artistici; ne sono testimoni la qualità delle stagioni concertistiche proposte al Parco della Musica, le numerose tournée realizzate in Italia e nel mondo e i riconoscimenti ottenuti in campo discografico. Tutto questo abbinato ad una sana e trasparente gestione amministrativa che ha consentito il raggiungimento del pareggio di bilancio negli ultimi 5 anni a prova di un consolidato equilibrio economico-patrimoniale.

    Bruno Cagli e Antonio Pappano, orgogliosi dell’atteso e meritato risultato, ringraziano pubblicamente l’Orchestra, il Coro e tutto il Personale Tecnico-Amministrativo, il cui apporto e la cui dedizione hanno reso possibile il raggiungimento di un così importante traguardo.

    Un ringraziamento va anche ai soci, pubblici e privati, agli sponsor e al pubblico che, nonostante le difficoltà che il nostro Paese si trova ad affrontare in questi ultimi tempi, non hanno mai fatto mancare il loro prezioso e insostituibile sostegno alla Fondazione.”

    a questa URL di riferimento http://www.santacecilia.it/notizie/2010/autonomia.html

    LORO, per QUALITA’ e SERIETA’ LO MERITANO!

    -MV

  56. marco vizzardelli febbraio 27, 2012 a 9:29 pm #

    Sapevo del riconoscimento per cenni, ma non avevo letto il comunicato sul sito.
    Del resto è recente la collocazione, da parte dell’autorevole rivista Classic FM, dell’Orchestra Sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia fra le 10 migliori attuali in attività nel mondo. Si può o meno star dietro a queste classificazioni, ma è un fatto che, con il completamento e arricchimento, svolto benissimo da Antonio Pappano, del lavoro precedentemente intrapreso da Gatti e Chung (che già aveva lasciato un complesso in ottimo ordine), Santa Cecilia è oggi la sola orchestra sinfonica di “stampo” internazionale attiva in Italia. Altre hanno una loro validità nell’opera (Fenice e Regio sono assai cresciute negli ultimi anni, quella del Maggio fiorentino, fra qualche difficoltà, resta una valida compagine), a Milano cresce di tono (se ne è parlato di recente) la Verdi, ma Santa Cecilia è, al momento, l’orchestra sinfonica italiana che può far testo a livello internazionale
    Suonano bene, compatti praticamente in ogni reparto, ascoltandosi e con un impronta “di classe”, e lo fanno, normalmente, fin dalla prima serata dei loro concerti, cui arrivano preparati. Sono belli anche da veder suonare, li vedi ben motivati sulle sedie davanti ai leggii. Sono grati a Pappano e a Cagli del ruolo acquisito. Essendo professionisti, non si ha notizia di particolari capricci o ripicche “da film di Fellini”, capricci e ripicche che, laddove siano presenti, vanno ad inevitabile detrimento della qualità dell'”offerta” da proporre ad una “richiesta” di nome “pubblico”. Il pubblico che va rispettato, non offrendogli gli esiti di problemi o capricci.
    Sì, per una volta bisogna pur dire che il Ministero ha visto giusto: LORO, SANTA CECILIA, , PER QUALITA’ E SERIETA’, meritano il riconoscimento ricevuto. Loro, sì.
    Chi voglia a sua volta riceverlo, non ha che dimostrare, non per diritto divino ma in pratica – cioé in buca e sul palco, ogni giorno – di meritarlo.

    marco vizzardelli

    • angelof febbraio 28, 2012 a 10:30 pm #

      …tutto vero e condivisibile, Marco.
      Ma Santa Cecilia non è una Fondazione “lirico-sinfonica” bensì solo un’orchestra+coro, quindi con problematiche impossibili da confrontare con quelle di un teatro d’opera. Sono sempre state anomalie poco chiare il suo finanziamento abnorme e la collocazione non tra le orchestre regionali, come sarebbe stato più giusto.
      …poi spezzerei una lancia a favore della OSNRai, anche lei cresciuta e, nel repertorio moderno, oramai di riferimento europeo, come si avviava a diventare quella di Milano…

      • marco vizzardelli febbraio 29, 2012 a 12:16 pm #

        Sì, Angelo, qui però apri un altro problema, di nome Filarmonica della Scala. Quando pensa la Scala di risolvere il pasticciaccio (nato da una buonissima intenzione di Claudio Abbado, per carità, ma risoltosi in una situazione confusa) di un’orchestra sinfonica che però è quasi la stessa cosa di quella del Teatro, con una serie di problemi che ne derivano? Un’orchestra che non è mai riuscita – perché NON E’ RIUSCITA nel tempo, né con Abbado né con Muti nè con Baremboim – ad acquisire l’aplomb , la statura, la compattezza, il suono, la sicurezza degli ottoni (una vera piaga!), la QUALITA’ delle grandi orchestre internazionali, pur avendo al suo interno alcuni solisti di grande pregio? Poi, ripeto: in un’orchestra (sia essa Scala o Filarmonica) che aspiri a “status” internazionale, gli orchestrali sono i primi chiamati a darne conto, con la qualità del lavoro e dei modi (ai concerti si arriva pronti, al leggio si sta in un certo modo, a fine opera ci si comporta in un certo modo: a Zurigo, con Daniele Gatti nei recenti Maestri Cantori, tutti dentro, in piedi ad applaudire in buca per un quarto d’ora)

        Quanto a Santa Cecilia, meno male che in Italia esiste l’orchestra di Santa Cecilia, e meno male che è riconosciuta come un patrimonio nazionale! E’ la sola davvero internazionale che abbiamo, teniamocela cara! E’ un valore.

        Quanto alla OSN Rai, sono d’accordo solo in parte con il tuo discorso. Confesso di non aver mai trovato il momento di andarla ad ascoltare ma ne sento dire un gran bene. Ne leggo su La Stampa gli ottimi esiti e non ho motivo di dubitare della qualità. Magari potrebbe iniziare a muoversi un po’ di più da Torino, qualche tournèe in più penso non nuocerebbe. Sulla OSN Rai, fino a prova d’ascolto, sono d’accordo, per fede in quel che leggo.

        Insisto che Milano per prima dovrebbe sostenere la compiuta valorizzazione dell’Orchestra Verdi, che svolge un’ attività benemerita (anche destinata al pubblico giovanissimo, il futuro!), è cresciuta, ed è seguita da un pubblico “vero”, meno turistico e più cittadino rispetto a quello che la Scala va inseguendo (è vero, un’orchestra sinfonica è cosa diversa da un teatro d’Opera).

        La parte con la quale, purtroppo, non sono d’accordo, è quella riguardante la vecchia orchestra Rai di Milano, il cui maggior pregio nei suoi ultimi tempi fu avere sul podio un grandissimo (sì, estroso o anche un po’ folle, ma grandissimo) quale Vladimir Delman, straordinario interprete di Ciaikovsky (e non solo) , che – ahimé, le brutte abitudini erano le stesse – all’epoca diversi orchestrali Rai sbeffeggiavano con crassa incompetenza. Per il resto, me la ricordo – e bene – come orchestra (fatto salvo qualche solista di pregio) di sostanziale modestia, anche se ai tempi godemmo – oltre a Delman – di alcune serate splendide. Oltre le tante con Delman, ricordo la strepitosa Vedova Allegra in forma di concerto diretta dal vecchio Lovro von Matacic con Renzo Palmer voce narrante (chi staccherà più quel valzer alla maniera del grande Lovro? Giungeva come il soffio di un tempo perduto…). Ricordo i Mahler giovanili (molto migliori di quelli successivi) del giovane Riccardo Chailly. Bellissime esecuzioni… anche se erano sempre lotte contro le inesattezze e gli svarioni strumentali, che fioccavano in abbondanza… E’ vero che l’abolizione delle orchestre Rai è stata uno strappo, ma, forse, l’esistenza di una sola, ma di autentico valore, alla fin fine è preferibile.

        marco vizzardelli

      • masvono marzo 1, 2012 a 10:42 am #

        Mah, Angelof. A me sembra che, SE (con molto condizionale) finanziare bisogna è necessario farlo in base al merito. In una scala di merito l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia sta al vertice italiano, senza discussione alcuna da parte di chiunque, anche quando, quelle due o tre volte l’anno, affronta il repertorio lirico (non esistono buone orchestre d’opera e buone orchestre sinfoniche. Esistono solo buone o cattive orchestre). Porla, come mi sembra di intuire, fra le varie OSER o Filarmoniche Venete mi sembra quantomeno strano.
        Dopo Santa Cecilia abbiamo il Maggio Musicale, abbiamo l’Orchestra del Regio di Torino, abbiamo la Fenice di Venezia e abbiamo la Verdi. Ecco, a questo punto possiamo incominciare a parlare dell’Orchestra del Teatro alla Scala.
        CIao

        -MV

  57. marco vizzardelli febbraio 29, 2012 a 12:26 pm #

    Pardon per la ripetizione i “Mahler giovanili del giovane”.
    “i Mahler del giovane Chailly”, che peraltro confermo, a mio avviso,erano molto migliori rispetto a quelli successivi…

    Ciao
    m.viz

    • marco vizzardelli febbraio 29, 2012 a 12:57 pm #

      Fatti queste domande, Angelo.

      Qualora Antonio Pappano approdasse alla Scala, sarebbe accolto, rispettato e riconosciuto come – giustamente – è a Santa Cecilia?
      Potrebbe svolgere lo stesso, eccellente, lavoro che ha portato all’attuale magnifico standard l’orchestra ceciliana (lasciatagli già in ottime condizioni da Chung)?
      Già, a proposito: Chung e la Scala….

      Qualora Daniele Gatti (già, a proposito: abbiamo visto il trattamento…) approdasse alla Scala, potrebbe lavorare come sta facendo a Zurigo con esiti di assoluta eccellenza?
      Visto l’ambientino – che peraltro penso conosca ormai come le sue tasche, dopo Tancredi giovanile e Don Carlo – gli sconsiglio il ritorno per La Traviata. E io son quello che fece la petizione, e la rifarei, quanto al valore del direttore che ha appena eseguito, a Zurigo, dei Maestri Cantori di importanza non men che storica e un magnifico Otello verdiano, che i Wiener Philarmoniker hanno scelto per l’anniversario Mahler e un Ciclo-Brahms, che nel 2013 porterà Parsifal al Metropolitan e la Boston in tournéé,

      Io queste domande me le son poste. E, purtroppo, le mie risposte sono
      due “no”.
      Motivo? Né il teatro né l’ambiente lo permettono.

      marco vizzardelli

      • angelof marzo 2, 2012 a 7:11 pm #

        …sia bene chiaro, maxvono, non discuto il merito. anche perché per ragioni professionali mi capita più spesso di dolermi dei mali orchestrali milanesi che godermi dal vivo delle gioie ceciliane. volevo semplicemente ricordare che il paragone con una fondazione operistica è improprio, così come fu perlomeno singolare che per santa cecilia fosse stata aggirata la legge due volte: sia per la presenza territoriale (un ente lirico per regione, a parte l’eccezione storica dell’arena, doveva essere la regola) sia per la specificità produttiva. solo da questo punto di vista andrebbe collocata tra le orchestre regionali, seppure con ruolo artistico e peso finanziario imparagonabile. sul resto, ovvio, c’è solo da concordare.
        …quanto alla provocazione di marco, la sua risposta ragionatamente pessimistica spero non sia definitiva.
        se il direttore musicale “fa” il direttore musicale sul serio, i risultati si vedono e sentono. gli anni d’oro dei precedenti direttori musicali l’hanno dimostrato: soprattutto quello di abbado, perché nella scelta dei colleghi non aveva paura del confronto, ma anche nell’èra successiva la presenza del direttore musicale si sentiva eccome. poteva convincere o meno l’interpretazione ma sulle esecuzioni (parliamo solo di orchestra) la guida stabile si faceva sentire. nonostante ciò, è iniziata in quegli anni, complice la sporadicità di presenze altrettanto caparbie nel tenere l’orchestra sempre sotto pressione e capaci di cavarne il meglio relativo, l’abitudine a considerae normale che con alcuni direttori il risultato fosse buono e con altri irritante.
        a santa cecilia è avvenuto esattamente il contrario: un filotto invidiabile di direttori stabili, con presenza non di facciata e ben motivati, e decisi a far crescere l’orchestra senza curarsi delle eventuali ‘concorrenze’ nell’invitare colleghi altrettanto bravi a allena/va/re orchestre. una stagione di grandi numeri, una sala da concerto degna del nome (come può crescere un’orchestra provando la letteratura sinfonica nei ritagli di tempo, in una sala prove infame, su un palcoscenico acusticamente non congruo al repertorio?), una produttività sinfonica costante. eccetera.
        diamo a gatti o pappano, chung o harding condizioni, ruoli, responsabilità e libertà d’azione simili – compatibilmente col lavoro in buca – e forse non tutto sarà perduto.
        e, per il momento, pretendiamole dall’attuale direttore musicale: quando db prese in mano la staatskapelle era una delle tante orchestre berlinesi…

    • masvono febbraio 29, 2012 a 7:02 pm #

      Già lo scrissi tempo fa. La china avviata dai complessi della Scala è la medesima percorsa dall’Orchestra Rai di Milano. Il percorso avviato è lo stesso: stessi litigi, stessa sindacalizzazione oltranzista, stesso disinteresse verso il livello esecutivo. C’è ancora spazio per raggiungerla…

      CIao

      -MV

  58. Attilia febbraio 29, 2012 a 1:12 pm #

    Mi faccio viva anch’io, per dirvi un paio di cose.
    Ho sottoscritto l’abbonamento al Ring, nonostante gli “avvertimenti” degli scettici su questo blog. Devo dire che ci sono rimasta male nel constatare tanto scetticismo disfattista, io ho accolto l’annuncio con gioia e ho cercato di non farmela rovinare! Non penso assolutamente che sia un Ring a rischio di catastrofi varie, non vedo perché non dargli piena fiducia, ha tutte le carte in regola per competere con tutti gli altri. Non sono neppure d’accordo con l’esterofilia manifestata da molti; negli altri teatri del mondo in genere si vanno a vedere spettacoli che sono al 90% sicuri sia per interpreti, sia per regia, sia per direzione musicale. Se si vivesse nella città in questione (Zurigo, Amburgo, Monaco, Vienna, Berlino, etc etc) sono sicura che i difetti di un’intera stagione salterebbero fuori, per non parlare del difetto principale, il costo, per cui non mi sembra che gli altri teatri brillino (nel senso che sono anche più costosi del nostro). E allora? per uno spettacolo decisamente mal riuscito, l’Aida, ne abbiamo visti tanti molto molto belli, basterebbe scorrere i post delle passate stagioni (e io li ho tutti salvati, quando avrò tempo farò una statistica). Se forse è vero che la maggior parte di quelli che ci hanno acceso d’entusiasmo riguardano opere non del grande repertorio, soprattutto italiano (penso alle Aide, Tosche, Traviate, etc etc), ciò non toglie che abbiamo scoperto o riscoperto opere che sono dei veri gioielli in allestimenti di assoluto pregio, soprattutto nel repertorio novecentesco. Insomma, a volte ho l’impressione che l’atteggiamento disfattista sia quello di chi, innamorato cotto del nostro teatro, sentendosi a volte non ricambiato nel modo atteso, si lascia andare a denigrarlo più del dovuto, ma con la speranza inconfessata di essere presto compensato dalla delusione subita.
    Io resto innamorata, anche se a volte delusa e non mi sento di spostare la mia fiducia altrove, anche se vado ad ascoltare di tutto in giro, quando posso! Semmai sono più delusa di una certa sottile arroganza che innegabilmente si avverte da parte del Teatro (praticamente ad ogni livello), che si culla troppo sulla sua fama, come se fosse “intoccabile” e non dovesse fare più nulla per meritarsi un pubblico fedele e innamorato, accontentandosi di sapere che farà sempre comunque il tutto esaurito con quello di passaggio, spesso maleducato, distratto e incompetente. Penso ad esempio al fastidio che provoca qualsiasi critica e osservazione che si faccia al Teatro, quando altrove ogni spunto proveniente dal pubblico viene invece considerato prezioso e si ottiene sempre risposta alle proprie domande e/o proteste, di qualsiasi genere siano. Ciao ciao Attilia

    • masvono febbraio 29, 2012 a 6:52 pm #

      Ciao Attilia. Il posto in platea a Bayreuth costa 280 euro. Alla Scala 360 euro (300 e rotti più la prevendita al 20 per cento) in abbonamento. A Zurigo non ho ascoltato una sola stecca da parte dell’orchestra. Alla Scala, proprio con Gatti, pernacchie su pernacchie proprio in Verdi con l’incapacità di mantenere l’intonazione pure sulla Marcia Trionfale.

      Padronissima di gioire per il Ring strombazzato. Personalmente non ritengo nè il Teatro alla Scala, nè l’orchestra della Scala in grado di competere in Wagner con Bayreuth, non foss’altro per il luogo e l’acustica, mentre i suoi prezzi sono del 40 per cento superiori.

      Certamente non sono innamorato della Scala, ritengo il teatro nel suo complesso perdente rispetto alla concorrenza mondiale e, sovente, rispetto a quella provinciale italiana (ho recentamente ascoltato la Carmen suonata dall’Orchestra del Teatro Bellini di Catania, non dai Berliner Philharmoniker, sotto la direzione di Will Humburg senza una sbavatura a 30 euro, in prima fila in palco, senza considerare l’aspetto interpretativo, ma solo esecutivo). Sono certo che l’anno prossimo NON rinnoverò l’abbonamento alla stagione sinfonica e valuterò molto bene quella lirica. Fuori dalla Scala ascolto musica molto meglio senza ciarlatanerie sia in sede di programmazione che in sede esecutiva.

      Le mie perplessità sul Ring restano tutte. La Scala non gode più della mia fiducia. Quest’anno da abbonato ho perso la Nona di Beethoven causa sciopero e Salonen causa cialtroneria di programmazione (Salonen sul suo sito non ha mai indicato i concerti con la Scala, segno che per lui non esistevano). Non ho beneficiato della Netrebko al mio turno di abbonamento, segno che La Scala, contrariamente a quanto promesso, non è in grado di garantire il primo cast ai turni di abbonamento. Non vedo perchè il Ring tra un anno e mezzo dovrebbe superare CGIL e cialtroneria varia.
      Bye Bye

      -MV

  59. marco vizzardelli febbraio 29, 2012 a 2:27 pm #

    Attilia è solare, il valore del Ring scaligero per quanto mi riguarda è fuori discussione e benemerita l’iniziativa di proporlo (ancorché normale, si fa ovunque nel mondo: a proposito, è iniziato quello di Monaco, Nagano sul podio e regia interessante, mi pare vada per intero a luglio). I prezzi, invece,no.
    Aggiungo che da anni, anche su questo blog, apprezzo tutto ciò che Lissner ha fatto, e tanti spettacoli che ci ha proposto, e tanti direttori che (finalmente) sono tornati e una “riapertura” a respiro internazionale dell’istituzione-Scala. Ma (a parte che quant’è irresponsabilmente avvenuto in occasione dell’Aida è scandaloso e pessimo per l’immagine del teatro), nell’ultima parte dell’intervento, anche Attilia tocca parte del problema che ho esposto. E io ripongo, anche a lei, la domanda di cui sopra.

    Rispetto a Santa Cecilia o all’Opera di Zurigo, stando a tutta la storia di questi anni scaligeri e alle modalità ambientali, dentro e fuori dal teatro, sarebbe lo stesso a Milano e alla Scala, per un Pappano o un Gatti ipotetici “stabili”?

    La mia risposta è: no, e un no deciso. Per tutte le ragioni sopra esposte.
    Aggiungo: purtroppo.

    marco vizzardelli

  60. max marzo 1, 2012 a 11:24 am #

    ma se tal marco vizzardelli continua a sparlare dell’orchestra del teatro e del teatro stesso, cosa continua a farsi il fegato marcio andando alle rappresentazioni del suddetto teatro per poi sbraitare dal palco neanche fosse in curva sud? bla bla bla

  61. marco vizzardelli marzo 1, 2012 a 12:38 pm #

    Le dirò che, talora, la stessa domanda me la sono posta io stesso. Ma come la pone lei è mal posta o lei mi ha letto male, qui sopra, in passato. Legga cosa scrivevo dei recenti concerti di Daniel Harding, legga cosa scrissi sulla Carmen di Baremboim, su Tristano, su mille altre cose. Quando il teatro e i suoi complessi lavorano bene sono il primo a gioirne.

    Quando no, no.

    La gente non paga biglietti per assistere ai problemi delle maestranze. Non sono compresi nel prezzo del biglietto.

    E, comunque, per quel che si ascolta, resta vero che l’Orchestra di Santa Cecilia ha meritato quel supporto d’autonomia, quel RICONOSCIMENTO di QUALITA’.
    Vede, a me, i sofismi più o meno politici sullo status di “teatro lirico”, “orchestra regionale” o non e quant’altro, interessano circa ZERO. Mi interessa la qualità. E avendo regoalremnete frequentato (grazie anche a spostamenti di lavoro) le stagioni di Santa Cecilia, le assicuro che fra loro (soptrattutto nell’attuale gestione, ma già in passato) e l’orchestra scaligera (sia essa Filarmonica o Orchestra del teatro) NON C’E’ PARAGONE. Sono di qualità different, come GIUSTAMENTE sancito da quel riconoscimento.
    Dimostrino i complessi scaligeri, giorno per giorno, con i fatti, in palco o in buca, come Orchestra del teatro o Filarmonica, di meritarlo. Non perché si chiamano Scala, ma per la qualità delle prestazioni. Se ciò sarà, ne gioirò, da ascoltatore. Ciò, attualmente, non è.

    Poi, scusi, max: ci conosciamo? Io non so chi è lei. Su, si sveli.
    Ha qualche motivo per non farlo?

    Le diro: se io da dipendente decidessi di boicottare la ditta per la quale lavoro, mi caccerebbero. Subito, e con buone ragioni.

    marco vizzardelli

  62. max marzo 1, 2012 a 7:05 pm #

    …si ma guardi che quel riconoscimento a giorni arriverà anche alla Scala. Non è un decreto che cambia la sostanza.

  63. inattuale marzo 2, 2012 a 10:39 am #

    Sembra trasparire da alcuni commenti la presenza (risentita) di alcuni Maestri o altri dipendenti del Teatro.
    Permettetemi una sintetica descrizione dello scenario attualmente percepito da un ascoltatore, utente, appassionato, consumatore, paziente (decidete Voi come chiamarmi):
    -la qualità generale delle rappresentazioni/concerti è in caduta libera da ormai 3-4 anni, ed episodi eccellenti purtroppo non modificano la percezione (anzi, la grandissima variabilità appare una aggravante …questa sera come andrà? questo direttore piacerà?suonano qualcosa che amano?…chissà)
    -a scelte strategiche “precise” nell’ambito della regie teatrali si contrappne il nulla musicale: stagione di concerti penosa, cameristica nulla, orchestre ospiti solo per beneficenza (perfavore non si sollevi la trita questione che la Scala è prettamente un teeatro d’opera perché ha sempre voluto ed imposto il suo ruolo sulla vita musicale cittadina…chi sa comprende)
    -la gestione “operativa” del Teatro denuncia limiti spaventosi: ai ciclici clamorosi problemi della biglietteria rispondono con comunicati stampa risibili, ai problemi di gestione del personale (evidenti) ed alle lotte intestine si risponde barcamenandosi ed allentando i controlli su tutto: i bigliettai hanno molti…”margini di manovra”, le maschere non vigilano in sala e permettono tutto ai turisti allo sbando, gli orchestrali scimmiottano il Direttore e poi si presentano al pubblico per contestare le scelte; elenchiamo poi i problemi del corpo di ballo e l’epurazione per …reato d’opinione, fermiamoci qui, per carità di patria!
    -l’orchestra, difesa dai cittadini ai tempi della sacrosanta reazione ad uno dei peggiori e perniciosi personaggi della musica italiana non deve sostituirsi a quanto “smantellato”: nessun cambiamento avverrà e non si innesca nessun circolo virtuoso

    lascio a chi legge le conclusioni…

    PS
    ovviamente un’analisi del genere espone a tutti gli attacchi di coloro che eccepisco, sostengono l’impossbilità di generalizzare, eccetra eccetra …
    la sintesi ha una forza insostituibile!
    sappiano costoro che noi amiamo il Teatro, vogliamo ascoltare misica nel nostro Teatro, ricostruito dai nostri Nonni/Padri e sostenuto economicamente dai Cittadini ogni giorno ed ogni anno

  64. Elenas marzo 2, 2012 a 11:58 am #

    Semplicemente perfetto. Non una parola di più né una di meno.

    Elena

  65. marco vizzardelli marzo 2, 2012 a 12:09 pm #

    Caro “inattuale”, lei non è inattuale, il suo scritto è DA INCORNICIARE e appendere ai muri di tutti i locali del teatro. Perfetto. Sulla “qualità generale” io sarei anche più “buono” di lei: riconosco fin dall’inizio a Lissner di aver riaperto a respiro internazionale il Teatro, di aver riportato direttori dopo il narciso periodo del “pernicioso personaggio”, questo è stato grande merito. Ma mi ritrovo completamente in TUTTO ciò che lei elenca a partire da “a scelte strategiche” in poi, e nel memorandum all’orchestra su chi li ha sostenuti allora ma non può farlo adesso.

    Chissà se almeno, nelle varie stanze di via Filodrammatici e dintorni, ci riflettono…

    marco vizzardelli

  66. Elenas marzo 2, 2012 a 12:09 pm #

    Sul Ring aggiungo che nemmeno io mi sono abbonata (l’avrei fatto se i prezzi fossero stati adeguati alle attese: così sono troppo alti). A proposito di prezzi, non dimentichiamo poi che la Scala usufruisce di contributi pubblici, compresi quelli del Comune, e io sono un contribuente.

    Per quanto riguarda l’atteggiamento esterno, sovente arrogante, di chi rappresenta il Teatro, esso è sintomo di quella cultura decadente che ho già visto presente in molti “blasoni”, i quali hanno inesorabilmente, per mancanza di autentica umiltà, perso tutto il loro prestigio. Lentamente, con tempo, ma inesorabilmente lo hanno perso. Storia italiana.

    Elena-

  67. marco vizzardelli marzo 2, 2012 a 2:05 pm #

    Ah, dimenticavo, Max, sul suo ultimo: quel riconoscimento non cambia la sostanza. L’Orchestra sinfonica dell’Accademia di Santa Cecilia è un ‘ALTRA COSA

    marco vizzardelli

  68. Marco marzo 3, 2012 a 12:52 pm #

    Continuo a non rendermi conto. Mi era sembrato di capire che con la cacciata del pernicioso personaggio la qualità dell’orchestra fosse per incanto vertiginosamente cresciuta.
    Marco Ninci

    • masvono marzo 3, 2012 a 1:29 pm #

      Credo che gli esiti felici di alcuni concerti immediatamente successivi alle “dimissioni” fossero dovuti anche alla “liberazione sonora”. Certo, tecnicamente in sette/otto anni senza un direttore musicale il livello è precipitato.

      Di Muti puoi dire tutto, ma non se ne può discutere la tecnica e, soprattutto, il LAVORO. Questa orchestra ha bisogno di RIPETERE.

      Ma non si tratta di cambiare idea, le idee cambiano come cambiano gli oggetti. Otto anni fa l’Orchestra della Scala era tecnicamente MEGLIO di oggi.

      Se Carl Lewis non si allenava quotidianamente non ci metteva su molto a mettere su pancia e diventare una capra.
      Ciao e bentornato

      -MV

  69. Marco marzo 3, 2012 a 12:58 pm #

    Anzi, stando a quello che mi dicono campane di ogni orientamento, la situazione della Scala in generale è oggi quella di un autentico troiaio, diremmo noi toscani.
    Marco Ninci

  70. Marco marzo 3, 2012 a 1:17 pm #

    I pubblici, le masse, i loggioni sono così. I geni del lunedì divengono i cretini del martedì, i minus habentes del mercoledì divengono le vette di sapienza del giovedì, in una specie di paese dei balocchi con i suoi giovedì e le sue domeniche, allegri, spensierati, felicemente incoscienti.
    Marco Ninci

  71. Marco marzo 3, 2012 a 1:32 pm #

    Ciao anche a te, Massimiliano. Nella tua lunga vacanza mi sei mancato.
    Marco

  72. marco vizzardelli marzo 5, 2012 a 11:53 am #

    Ciao Marco. C’è un sistema infallibile per snidare Ninci. Nominare il “pernicioso personaggio”. Oppure invitarlo a pranzo da Beni. Ih ih

    ciao!
    marco vizzardelli

  73. marco vizzardelli marzo 5, 2012 a 12:18 pm #

    Ho visualizzato solo stamattina (non so perché: c’erano? Io non le visualizzavo) le risposte di AngeloF. a Vono, che sono un perfetto riassunto storico della situazione… salvo la conclusione, sulla quale porrei ad Angelo una ulteriore domanda.
    Possiamo definire Daniel Baremboim il direttore STABILE di cui l’orchestra della Scala avrebbe maledettamente bisogno? La sta “formando”? La sta disciplinando? Li sta portando a suonare in concerto od opera ascoltandosi fra loro?
    Perché è questo che i Gatti, i Chung, i Pappano hanno fatto, uno dopo l’altro, a Santa Cecilia.
    E’ vero quel che Vono dice: superata la legittima euforia per la “liberazione”, coincisa con un periodo di suono euforico, siamo tornati o arrivati ad uno stadio esecutivo pericolosamente indisciplinato e basso. Ma, Baremboim è il tipo di direttore che li fa PROVARE, PROVARE, ASCOLTARE FRA LORO? Ha quelle caratteristiche? Ne ha il tempo? O è un – sia pur soggettivamente musicalissimo – alibi? Un bel traghettatore “di nome” verso Expo?
    I cosiddetti “stabili” fanno altre cose, con le orchestre loro affidate…

    marco vizzardelli

    • angelof marzo 5, 2012 a 11:37 pm #

      Ebbene, sì: è un direttore che basa il suo modo di concertare proprio sull’ascolto reciproco e sul provare caparbiamente, ma con una mentalità libertaria e ‘di scambio musicale continuo’ che oggi non funziona: l’orchestra ha bisogno di un approccio meno conciliante e volontaristico. Tutto il contrario delle qualità di cui il predecessore era piuccheprovvisto (ma che da un certo punto in poi non ha più saputo dosare, confondendo la disciplina con la musica). Barenboim fa musica come, bontà loro, oggi fanno Abbado e pochi altri che hanno a disposizione orchestre di alt(r)o livello esecutivo e testa musicale fina.
      Ebbene no. Per le stesse ragioni, sommate alla sua bulimìa professionale e quindi alla presenza sempre troppo scarsa (non è questione di settimane, s’intende), temo non farà che in parte quel che serve. Ma tra non avere nessuno e avere uno come lui cioè uno musicista che ogni tanto ti ripaga delle rabbie pregresse e ti fa ascoltare la musica con tale naturalezza e intensità, non ho dubbi. E rimango dell’idea che finché la Scala non risolve lo stato di attuale non leale collaborazione (anche per questioni contrattual-normative interne), è troppo rischioso bruciare un 40-50enne. Meglio una vecchia volpe come DB che con una ruffianieria ben piazzata e una prova concentratissima e intelligente è capace di portare dalla sua anche l’orchestra più renitente. Non era (solo) quel che ci voleva ma un “alibi” così lo terrei buono comunque. Per quanti anni abbiamo invidiato Berlino che l’aveva?

      • angelof marzo 5, 2012 a 11:38 pm #

        “fa musica” o meglio “farebbe”…

      • Massimiliano Vono marzo 6, 2012 a 7:36 am #

        Angelof, francamente Barenboim era negli anni precedenti al 2005 più o meno un Carneade musicale e, certamente, non l’ho mai invidiato. Mai ne ho letto nulla sulla critica dei quotidiani e su quella specializzata è sempre stato considerato per quello che è: un buon musicista con spiccati tratti da kapellmeister. La piaggeria con cui oggi la critica lo osanna solo perchè dirige alla Scala mi fa alquanto sorridere. Ciao

        -MV

  74. Marco marzo 6, 2012 a 4:35 am #

    Lasciamo fare il pernicioso personaggio, a proposito del quale mi sento un’allodola cui sia stato mostrato uno specchio. L’altro modo lo metterò in pratica oggi, andando da Beny. A quando una visitina insieme? Mi scuso se questo messaggio non sarà chiaro a tutti, ma la musica ha delle pieghe misteriose.
    Marco Ninci

    • Massimiliano Vono marzo 6, 2012 a 8:33 am #

      Per quanto mi riguarda saró non da Beny ma a Firenze per il dittico di Ozawa e forse per il Rosenkavalier con Mehta….ciao

      -MV

      • angelof marzo 6, 2012 a 10:15 am #

        …possiamo essere d’accordo sulla piaggeria e sull’effetto-Scala, e sull’ isolamento musicale (anche informativo) italico, ma Carneade… I suoi anni di Bayreuth sono stati importanti, anche per merito di altre voci certo; a Berlino ha diretto cose eccellenti e ogni volta che tornava con un po’ di convinzione al pianoforte (un paio di volte, complice il Fai passò anche da Milano) lasciava il segno: col rendimento alterno che gli è sempre stato congeniale. Anche i concerti milanesi degli anni sessanta/settanta, nonostante la presenza unica della Du Pré, erano sempre riusciti per metà. Ma, per quel che vale la mia personale attrazione per gli irregolari di talento, avercene…

  75. Marco marzo 6, 2012 a 9:29 am #

    Caro Max, purtroppo Ozawa il dittico bartokiano non lo fa più, per motivi di salute. Stanno cercando un sostituto, speriamo ce la facciano a chiamare il bravissimo Peter Etvos. Perché non vieni anche tu da Beny (a Pisa, non a Firenze)? So che mangiare non ti diaspiace assolutamente, e in questo caso ti posso assicurare che il tutto merita.
    Marco Ninci

    • masvono marzo 6, 2012 a 10:06 am #

      Accidenti, speravo in un suo recupero…Attenderò a prendere i biglietti..una settimana fa davano ancora Ozawa. Per Pisa e Beny possiamo organizzare…Ciao

      -MV

    • masvono marzo 6, 2012 a 10:07 am #

      P.s. Il prossimo appuntamento fuori Milano per quanto mi riguarda è la Giovanna d’Arco al rogo con Humburg a Catania.

      -MV

    • fabiano marzo 6, 2012 a 10:51 am #

      Ciao Marco, un saluto da un altro sotenitore del pernicioso personaggio.
      Provo a rientrare nel blog.
      Un caro saluto
      Fabiano Brioschi

  76. marco vizzardelli marzo 6, 2012 a 1:19 pm #

    Ho letto gli ultimi interventi di Vono e AngeloF. Con Vono discordo su un punto: Barenboim ha pochissimo del kapellmeister. E’ un geniale “irregolare”, una creatura estremamente musicale che, già eccellente pianista, ha prestato la sua musicalità anche alla direzione d’orchestra. D’altro canto, come direttore, del kapellmeister non mi sembra aver neppure il “mestiere”. Ottiene talora (vedasi specie Wagner) esiti eccellenti ma del direttore fatto e finito non ha la rifinitura, forse neanche la concertazione. La “sua” orchestra, sia essa Scala, Staatskapelle o de Paris, suona sempre “a blocchi”, non c’è un’autentica “concertazione” (con Abbado sì, con Gatti, sì, con Salonen, sì, con Muti, sì, anche con un Chung, sì: ne hanno la tecnica), sostituita con una generale, a volte fortissima a volte no (moltissimo in Wagner, pochissimo nel repertorio d’opera italiano, variabilmente nel resto) “intuizione” dei testi legata alla sua grande musicalità di base. Penso di aver ascoltato la prima volta Barenmboim, come direttore, in un concerto ad Edimburgo in uno dei Festival del periodo fortunatissimo della Carmen Abbado-Faggioni-Berganza. Non ricordo l’orchestra, eseguì in forma di concerto la Dannazione di Faust. Era identico ad adesso: decibel esuberanti, spessore di suono ultramuscolare, lettura sostanzialmente tradizionale, indubbia musicalità, scarsa rifinitura. Trovo che Angelo abbia colto nel segno quando ha sostituito il “farebbe” al “fa”. E’ un farebbe legato sì alle difficoltà dei complessi scaligeri, ma anche allo strano miscuglio di attivismo e pigrizia di cui si compendia il musicista Barenboim (quello che ti può fare l’ottimo Tristano, ma può anche arrivarti in palco impreparato come pianista e direttore in un “Imperatore”, e alla fine riconosce “ho sbagliato”, salvo poi ricascarci…).
    Al “farebbe” di Angelo, aggiungo poi un “se fosse Claudio Abbado”. Come direttore non mi pare esattamente della stessa statura, né sul piano tecnico né per la rifinitura degli esiti, né per la profondità di lettura. Il suo stesso Wagner è idiomatico, indiscutibilmente “giusto” ma è già oggi un Wagner di ieri, non ci sono rivelazioni: ed è sempre uguale a se stesso (limite costante delle esecuzioni “barenboiniane”). Con Abbado – anche per il continuo studio, e ripeto: STUDIO – la rivelazione è continua. Si pensi al suo Beethoven continuamente “in progress” e lo si confronti con quello placidamente “antìco” di Barenboim. No. Angelo non mi sento di dire che lavorino alla stessa maniera. Se davvero lo fanno, be’, gli esiti sono ben differenti!
    Devo dire, come appassionato e (quando possibile) viaggiatore musicale, non sono mai stato particolarmente stimolato da andare “apposta” ad ascoltare il direttore Barenboim, nè lo sarei adesso. Non mi sentirei di dire che, prima del suo arrivo, si cogliessero da queste parti “invidie” da volpe e uva per la sua presenza a Berlino (dove non mi risulta metta proprio tutti d’accordo, non gli aficionados del discusso, talora irritante, ma forse più affascinante Thielemann, approdato a Dresda). E’ un po’, o molto vero che quando un direttore approda alla Scala, un certo establishment, per primo il Corriere della Sera, assume immediatamente l’atteggiamento istituzionale. Successe con Courir-Abbado, poi morbosamente e con aspetti fra irritanti ed esilaranti con Isotta-Muti, tende a ripetersi (con più garbo, senza nevrosi e meno smaccatamente) con Girardi-Barenboim. Succede sempre.
    Verrebbe da dire… magari Barenboim fosse un disciplinato kapellmeister, di quelli che mettono sotto le orchestre con PROVE, PROVE, PROVE, noiose e METODICHE! Mi pare invece che, nonostante la grande musicalità “generale”, non sia neppure un geniale galvanizzatore di orchestre quale ha dimostrato di essere, a Londra come a Roma, il suo eccellente allievo Pappano, che, del maestro, ha la musicalità priva della pigrizia e dell’attivismo: Pappano “rifinisce” le sue escuzioni.
    Sul nome Barenboim, l’orchestra ci si è come comodamente “adagiata”: esprime più o meno gradimento per i direttori che (merito di Lissner, e forse dello stesso Barenboim) graziosamente si avvicendano sul podio (a proposito: ma, il direttore stabile Barenboim ha taciuto, sul trattamento riservato ad un suo allievo da lui, penso, stimato? Questo non è stato ancora chiarito, dalle cronache…), si agita sui suoi problemi “interni”. Non risolve quelli di qualità artistico-esecutiva. Non cresce.
    Ecco perché – se altre problematiche non vanno a soluzione – il “nome Barenboim”, fatta salva la musicalità, rischia di essere (o è già) un magnifico alibi con il quale traghettarsi ad Expo. Non il fautore di una autentica crescita artistica. Ecco perché il termine “eccellenza Scala”, alla prova dell’ascolto, risulta spesso essere… solo due parole.

    marco vizzardelli

    • masvono marzo 6, 2012 a 3:20 pm #

      “Beethoven placidamente antico”, decibel esuberanti, spessore di suono ultramuscolare, lettura sostanzialmente tradizionale, indubbia musicalità, scarsa rifinitura”, “(…)un Wagner di ieri, non ci sono rivelazioni: ed è sempre uguale a se stesso”.

      Un placido, antico, musicale, non rivelatorio, di scarsa rifinitura, non rivelatorio, sempre uguale a se stesso musicista.

      Un KAPELLMEISTER, dai tratti MEDI.
      CIao

      -MV

      • marco vizzardelli marzo 6, 2012 a 4:04 pm #

        No. Un kapellmeister ha molto meno “genio” (che lui ne abbia, è fuori dubbio) e nello stesso molta più tecnica e più studio. La non rifinitura, la tendenza ad “adagiarsi” sono – secondo me – il frutto di una personalità allo stesso tempo bulimica (essere ovunque, fare, fare) e pigra (la logica conseguenza è che lo “studio” va e viene, più spesso va…). Non sono cose che scopro io: Barenboim ha 70 anni nel 2012 ed è in carriera, e che carriera (altro che Carneade!), da una vita e da un vita si dice: grande musicalità non sempre accompagnata da pari “approfondimento”.
        Quanto alla tecnica, il gesto stesso di Baremboim (tipico del direttore “non nato” ma “diventato”) è l’opposto di quello di un disciplinato kapellmeister. Mi sembra che, gestualmente, non sia molto diverso da un Sinopoli (che aveva però altro studio, altra profondità di lettura, forse anche altra “testa”, nel senso di “intelligenza”, che non è detto coincida con il genio), anche lui direttore “diventato”. Non è nemmeno molto diverso, gestualmente, un Pappano, che peraltro (e in questo Sir Antonio è realmente straordinario) raggiunge esiti anche tecnici sbalorditivi.

        Carneade Barenboim? Occhio ai termini. Oh, Max, stiamo parlando di uno del quale Klemperer e, se non erro, Furtwangler, avevano, eccome (soprattutto come pianista), tessuto le lodi: e con ottime ragioni, sul piano della musicalità “generale”: disconoscergli quella sarebbe non sentirci! Un kapellmeister non è così, di solito.

        Che poi, come direttore, anche per me non risulti molto stimolante, è proprio per quel certo atteggiamento “adagiato” sulla propria naturale musicalità e sulla ripetizione di alcuni moduli esecutivi dati oramai per scontati: il “suonone”, la magniloquenza, l’approccio “antico”, lo studio che molto va e poco viene, l’impressione di una sostanziale “non rilettura”. Ma questo ha a che fare con tutto quel che ho detto sopra. Kapellmeister Barenboim, no e poi no!

        marco vizzardelli

  77. Gabriele Baccalini marzo 6, 2012 a 4:15 pm #

    Sul paragone tra Barenboim e Carneade mi schiero con Angelof: con tutta la possibile discontinuità e imprevedibilità dei suoi esiti, Barenboim è stato uno dei protagonisti dell’interpretazione musicale, pianistica e orchestrale, della seconda parte del XX secolo.
    Il suo incontro con Boulez, per il quale dovette studiare apposta il Primo Concerto di Bartòk, approdò ad esecuzioni della musica dello stesso Boulez assolutamente pregevoli (a Masvono non gliene fregherà nulla, ma non importa); Chicago, Bayreuth, Parigi e infine Berlino sono state tappe significative di una carriera tutt’altro che banale. La Eastern-Western Divan Orchestra lo ha portato alla ribalta non solo musicale, ma anche civile e umanitaria, il che per un artista non guasta.
    Del suo tipo di impegno alla Scala abbiamo già discusso a lungo, arrivando a conclusioni che non negano il suo livello di musicista, ma le modalità di gestione del suo talento musicale. Nominandolo Direttore musicale la Scala si è “incartata” sino al 2015, non essendo ipotizzabile un ribaltone nei due anni che precedono l’EXPO, somma preoccupazione dei boss finanziari che occupano il Consiglio di Amministrazione privatizzato: l’EVENTO PER ECCELLENZA. E passati i 70 anni, avere sulle spalle due teatri e due orchestre come quelle che Barenboim dirige a Milano e a Berlino (meglio: a Berlino e a Milano) e continuare anche la carriera pianistica non sembra essere onere umanamente sopportabile da un uomo solo.
    Con una direzione artistica che si intende più di teatro che di musica e un interesse pressoché nullo per la qualità delle rappresentazioni delle opere italiane dell’Ottocento, i “buchi” si creano da soli. Ma io sono pessimista sulle prospettive a breve-medio termine: l’attrazione turistica, il pavoneggiamento degli sponsor e, a questo punto, anche l’ossessione finanziaria saranno le dominanti della programmazione scaligera dei prossimi tre-quattro anni. Poi si aprirà necessariamente un altro capitolo, ma qualcuno di noi si avierà verso l’ottantina….

    • masvono marzo 6, 2012 a 4:27 pm #

      Gabriele, mai ti udii parlare di Barenboim come “protagonista dell’interpretazione musicale” (aiuto!!) negli anni tra il 1989 e oggi. Anzi, non ricordo di aver MAI sentito il nome di Barenboim tra i “protagonisti” di qualsivoglia cultura musicale nelle serate, code ecc.ecc. trascorse insieme tra il 1989 ed oggi.

      Se uno dirige un buon, talora ottimo Wagner (e basta) non diventa automaticamente un protagonista dell’interpretazione musicale.
      Non è che Georg Tintner è un protagonista dell’interpretazione musicale perchè ha diretto un ottimo Bruckner.
      Al più sono dei gregari, e restano gregari anche se dirigono alla Scala.
      Ciao

      -MV

    • masvono marzo 6, 2012 a 4:43 pm #

      Il MEISTERSCHREIBER Vizzardstein si appende alla definizione di “Carneade” data a Barenboim. Sfido il “Meisterschreiber” a trovare UN articolo di giornale italiano (quotidiano) che parlasse di Barenboim negli anni tra il 1987 e il 2005 (non in termini lusinghieri o meno, ma che ne PARLASSE). Sfido il sopraccitato a considerare QUANTE esecuzioni del suddetto ha nella sua immensa raccolta di CD (come direttore credo MANCO UNA). E, continuativamente, lo invito a pensare QUANTE volte abbia progettato un viaggio per ASCOLTARLO (credo MAI).

      Da ciò si desume l’INTERESSE che Barenboim NEI FATTI stimola nei confronti del suddetto “Meisterschreiber”.

      Sono orgoglioso di dire che nella MIA discoteca Barenboim direttore compare SOLO per questi titoli:
      Hugo Wolff Penthesilea;
      Ferruccio Busoni: Die Brautwahl
      Richard Wagner: Tristano (il dvd da Bayreuth con la regia di Ponnelle).
      Per i primi due titoli non ho trovato di meglio, per il Wagner mi interessava la regia di Ponnelle. Di Tristani significativi ce ne sono ben altri.

      I miei ossequi al Meisterschreiber.

      -MV

      • Massimiliano Vono marzo 6, 2012 a 7:41 pm #

        Barenboim direttore di genio? Non ricordo di aver percepito un singolo bagliore di “genio” nemmeno nel suo Wagner.
        E ha appena congedato un Beethoven le cui parole di Gabriele, non mie a cui peró assento in maniera assoluta sono state “ci ha fatto rimpiangere il Beethoven di Muti”. Se QUESTO è un direttore “di genio”……
        Ciao

        -MV

  78. Gabriele Baccalini marzo 6, 2012 a 4:23 pm #

    Vedo che mentre scrivevo Marco Viz mi ha preceduto con considerazioni che in parte coincidono e in parte condivido.
    P.S. Nel mio intervento precedente, “avierà” va letto ovviamente “avvierà”.

  79. Marco marzo 7, 2012 a 8:52 am #

    La questione di colui che non è nato direttore è molto interessante e pone problemi che vanno molto al di là degli individui che sono coinvolti in questa discussione. Barenboim è un musicista che, in questo campo, esercita due attività che non sono proprio la stessa cosa: pianista e direttore. In più è un intellettuale molto rispettato e rispettabile, che ha preso posizioni politiche estremamente coraggiose e per nulla facili e scontate, in ciò certo aiutato dalla sua formazione così variegata e cosmopolita, che sembra non legarlo a nessun ambiente troppo orientato in un verso o in un altro. Ancora, è un personaggio niente affatto lontano dall’ambito della comunicazione di massa; si concede al mondo dei media con facilità e disinvoltura e ci si muove col passo del protagonista consumato. Infine, cosa che non è da sottovalutare, è in contatto con la parte più progressista dell’ambiente musicale (e non solo musicale) contemporaneo; il provincialismo e l’arretratezza culturale non sa neppure dove stiano di casa. Tenendo conto di queste caratteristiche, sembra difficile muovere obiezioni a una figura del genere. E tuttavia. Che cosa significa il fatto che una persona, con tutta evidenza mostruosamente dotata, non scelga un linguaggio principale attraverso cui esprimersi ma preferisca (o, il che è lo stesso, sia costretto a farlo per una sua conformazione individuale e psicologica) assommare in sé una molteplicità di prospettive che riescano al medesimo risultato di parlare una lingua strutturata e ben riconoscibile? In altre parole, queste prospettive molteplici hanno la possibilità di unificarsi in un approccio alla musica che sia quello, sempre fedele a se stesso pur con i fisiologici sviluppo e oscillazioni, e non un altro? Nella storia questa unificazione si è data, anche se poche volte; l’ideale di Leonardo da Vinci è lì a dimostrarcelo. Parlo di Leonardo solo a titolo di esempio, senza per questo voler paragonare cose troppo lontane, è ovvio. Ma Barenboim? La sua vocazione è davvero così prepotente da improntare di se stessa tutte le cose che fa, anche le più divergenti fra di loro? Su questo francamente ho qualche dubbio. Non mi riesce di ricomporre in una fisionomia unitaria la poliedricità dei suoi interessi. Come se il suo progresso artistico fosse consistito nella conquista di sempre nuovi campi di indagine e di attività; un progresso orizzontale, sempre portato in avanti, in una sorta di ansia dell’infinito, che non riesce tuttavia a richiudersi su se stesso e a definirsi. Per cui lo stile di Barenboim, lo stile direttoriale per esempio, lo vedo più come una ripetizione di modelli che come l’imporsi di una personalità autonoma, di un caposcuola. E’ uno stile, mi sembra, che ricerca l'”altro”, incapace di fondarsi su di sé. Si potrebbe parlare ancora, ma sono già stato troppo lungo. Magari a un altro momento.
    Marco Ninci

    • Massimiliano Vono marzo 7, 2012 a 9:26 am #

      Ora gli SCALOTI hanno deciso che Barenboim “fa musica come Abbado” e che è “direttore di genio”. Siano condannati ad ascoltare INFINITI cicli Beethoven “di genio” come quello appena concluso, infiniti Simone Boccanegra, infiniti Requiem e Pezzi Sacri. Tutti. Invariabilmente protagonisti della storia interpretativa e assolutamente DI GENIO.
      Ciao

      -MV

    • Massimiliano Vono marzo 7, 2012 a 9:34 am #

      Marco, la mia idea su Barenboim direttore l’hai ben compresa. Ritengo le tue parole fin troppo “ALTE” e sostanzialmente l’arte di Barenboim non merita un dibattito. Georgia Tintner lo merita di più. Ciao.

      -MV

    • Massimiliano Vono marzo 7, 2012 a 9:36 am #

      Georg Tintner, naturalmente. Scherzi del compilatore automatico di Apple.

      -MV

      • angelof marzo 7, 2012 a 10:01 am #

        nessun dibattito, ma due precisazioni, sì.
        i provinciali quotidiani italioti non parlarono di Barenboim perché Barenboim – se non ricordo male – in Italia, prima del 2005 venne soltanto un paio di volte (con l’Ecyo come direttore, direi, a agli inizi degli anni ottanta e per un paio di recital sponsorizzato da Giulia Crespi e dal Fai, quindi semiprivati alla fine del decennio successivo)
        “Come Abbado”, non presume “con i risultati” ma nella linea mentale e operativa che applicano in fase di concertazione: non imponendo la musica ma cercandola assieme (non a caso, entrambi hanno lo stesso santino di riferimento sul podio, quello di Wilhelm Furtwaengler).
        buona giornata
        (e, naturalmente, sto con Gabriele, anche nel pessimismo della ragione)

      • masvono marzo 7, 2012 a 10:40 am #

        Dai, dai, Angelof…ricordo molto bene articoli dei suddetti “provinciali” su rappresentazioni salisburghesi di Karajan o austriache di Kleiber. Se Barenboim avesse meritato nessun dubbio che qualche articoluccio ci sarebbe stato.

        Il tuo collega Zurletti a Barenboim non dedica nemmeno una riga nel suo volume sulla direzione d’orchestra, mentre un intero capitolo ce l’ha Sawallisch, ad esempio.

        Si abbia l’onestà intellettuale di collocare Barenboim nel suo opportuno alveo MEDIO, anche se ora, per fortunate o sfortunate ragioni è direttore musicale della Scala. MEDIONE resta anche se dirige alla Scala. Il tempio degli scaloti non opera transustanzione alcuna.
        Ciao

        -MV

      • masvono marzo 7, 2012 a 10:50 am #

        Transustanziazione alcuna….troppa fretta. Sorry

        -MV

  80. GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 11:12 am #

    Alla Scala credo abbiano altri problemi:
    IL CASO
    Scala, la rivolta degli orchestrali
    “Riprendiamo i concerti esterni”
    Il blitz con un documento firmato dal 70% dei musicisti. La rabbia di Lissner, che replica
    duramente: “Insubordinazione, il gesto verrà valutato ai sensi della legge e del contratto”
    di PAOLA ZONCA
    Orchestra della Scala sul piede di guerra. Questa volta il motivo dell’agitazione è il divieto di tenere concerti al di fuori del teatro che il ministero dei Beni Culturali impone ai professori dal 1° gennaio. Due giorni fa al sovrintendente Stéphane Lissner è stato consegnato un documento firmato da 75 orchestrali su 110, cioè circa il 70 per cento, nel quale viene comunicato che «verrà ripresa, in modo unilaterale, l’attività esterna». Un vero e proprio blitz, che ha fatto infuriare Lissner: «Si tratta di un atto di insubordinazione che verrà valutato ai sensi della legge e del contratto» spiega.
    Il divieto di concedere permessi è stato imposto dalla legge 100 del giugno 2010, che ha ratificato un decreto introdotto qualche mese prima da Sandro Bondi, allora ministro dei Beni culturali. Oltre a prevedere l’autonomia gestionale per le fondazioni liriche virtuose, cioè con bilancio in pareggio, la legge dice che, in assenza di contratto nazionale (che manca da parecchi anni) dal 1° gennaio 2012 i teatri non possono più concedere ai musicisti i permessi per l’attività esterna. «Intanto ci devono spiegare cosa c’entra il contratto nazionale coi permessi — sostengono gli orchestrali — . In secondo luogo temiamo che la revoca sia solo il primo passo per un giro di vite durissimo: blocco dell’integrativo e taglio degli stipendi. Un modo per tenere al guinzaglio le masse più pericolose, perché è
    chiaro che qui tutti i grossi cambiamenti sono partiti dall’orchestra».
    Certo, con l’ottenimento dell’autonomia, la Scala potrà avere regole proprie, più adatte alle esigenze specifiche, ma i tempi si sono allungati a causa di alcuni rilievi che il ministero ha fatto al nuovo statuto. «Nel frattempo ho inoltrato una richiesta di deroga al ministro sulla questione permessi — specifica Lissner, che ha risposto personalmente con una lettera a tutti i firmatari del documento — . Non posso e non voglio contravvenire alla legge. Conto comunque che nella prossima seduta del Consiglio di amministrazione il nuovo statuto verrà approvato, e che poi nel più breve tempo possibile diventi operativo. L’unica possibilità perché la Scala funzioni è l’autonomia». Anche se gli orchestrali continuano a criticare il suo operato: «I sovrintendenti di Santa Cecilia e Torino, Cagli e Vergano, si sono espressi contro la legge e contro questo provvedimento. Alla Scala nessuno ha detto nulla».
    In realtà Lissner ritiene che sia «sbagliato bloccare i permessi» perché l’attività esterna dei musicisti, come solisti o in formazioni da camera, arricchisce la loro esperienza e si riverbera positivamente sull’orchestra: «Noi abbiamo un regolamento serio e articolato per la concessione delle autorizzazioni che funziona benissimo, e capisco la rabbia dei professori che da un giorno all’altro se le sono viste negare. Ma il loro atto di ribellione mi è parso sproporzionato». Una reazione che è comunque sintomo di un disagio generale, che già l’orchestra aveva espresso alla ‘prima’ di Aida, quando c’era stato un battibecco tra un loggionista e alcuni musicisti, prima direttamente in buca, poi nel foyer del teatro. Sull’autonomia, però, c’è un po’ di confusione: oggi i professori la invocano, ma qualche mese fa la Cgil e la Fials nazionale avevano fatto ricorso perché il provvedimento venisse bloccato.

    • masvono marzo 7, 2012 a 11:26 am #

      Gentile Gloria, ha fatto bene a quotare questo articolo.

      Personalmente non mi importa NULLA dei loro permessi o divieti, dato che quando li ho ascoltati in formazione da camera sono RABBRIVIDITO.
      Non ritengo che esternamente possano arricchirsi di alcunchè se prima FRA LORO non diventano un’orchestra.
      Quando questo succederà si potrà parlare di permessi, divieti, statuti ecc.ecc.

      Lo stato di DISAMORE verso La Scala, la gran parte del quale prodotto dagli atteggiamenti delle maestranze e dai loro risultati artistici, che ho è tale da raggiungere il FASTIDIO.

      La similitudine visiva a cui sento di collocare il Teatro suddetto è l’immagine di un BIDONE.
      Ciao

      -MV

    • masvono marzo 7, 2012 a 12:05 pm #

      Ah, consiglio immediatamente un bello SCIOPERO in modo da far saltare la recita del turno D della Donna senz’ombra diretta dal Kapellmeister Albrecht (almeno tecnicamente superiore a Barenboim), di modo che mi venga inviato il rimborso. Non ho molta voglia di andarci.
      Bye

      -MV

  81. daland marzo 7, 2012 a 11:28 am #

    Per i concerti come “Filarmonica della Scala” il permesso ce l’hanno?
    (smile, smile, strasmile!)

  82. Elenas marzo 7, 2012 a 11:42 am #

    Ma .. e a me niente invito da Beny? Epperò siete cattivi…

    Elena.

  83. Marco marzo 7, 2012 a 11:56 am #

    Ma Elena, certamente! Sei associata con entusiasmo…
    Marco Ninci

    • masvono marzo 7, 2012 a 12:33 pm #

      Dopo aver letto che:
      – Baremboim è un genio;
      – Baremboim fa musica come Abbado;
      – Baremboim è protagonista della storia dell’interpretazione della seconda metà del XX secolo;
      – Baremboim ha come predecessore Leonardo da Vinci

      VADO A MANGIARE perchè mi si è aperta una voragine nel ventre.
      Ciao a tutti

      -MV

  84. Gabriele Baccalini marzo 7, 2012 a 12:36 pm #

    Voglio dire due parole a Max su entrambe le ultime questioni dibattute.
    Mi pare, Max, che tu sia in preda a un furore incontenibile che in parte è giustificato da molti motivi che condivido, ma che ti porta ad esagerazioni nei giudizi, nelle quali finora non eri caduto. Vuoi che ti ribattezziamo Vaso di Gerani 2?
    Barenboim ha dimostrato anche nel ciclo Beethoven-Schoenberg di essere un ottimo interprete del reperorio novecentesco e non credo che un perfezionista come Boulez avrebbe consentito la pubblicazione di un box di dischi di musiche sue, in parte da lui dirette e in parte affidate a Barenboim, se non avesse gradito l’interpretazione di quest’ultimo. I progetti comuni tra i due con la Staatskapelle Berlin stanno a dimostrare che vi è una stima reciproca. Ha frequentato autori da noi non molto ascoltati come Elgar, insieme a Jacqueline Dupré, ma anche in brani esclusivamente.sinfonici. Non continuo nella elencazione, ma ribadisco che Barenboim è da annoverare non nei capiscuola o nei vertici assoluti della interpretazione musicale, come Furtwaengler o Karajan (cito questi due perché su altri potrei urtare suscettibilità), ma nei protagonisti sì, magari nel bene e nel male, se non altro per i ruoli che ha occupato in grandi complessi musicali in diverse parti del mondo. Angelo e i due Marchi hanno già risposto egregiamente, perché io mi dilunghi ulteriormente. Diventerei “ultroneo”, termine giuridico che esiste e che si può utilizzare anche in sede critica in modo metaforico.
    Anche sulla questione delle prestazioni esterne degli orchestrali bisogna mettere alcune cose a posto.
    I Percussionisti della Scala sono un gruppo eccellente e hanno realizzato, sotto la guida di Rivolta il miglior concerto del Festival Cage di Milano Musica. Danilo Rossi io l’ho sentito suonare in sestetto con Massimo Quarta, Ranieri (prima viola della RAI), Brunello e altri uno splendido Schienberg e un altrettanto splendido Brahms. Fabrizio Meloni, che mi è caduto nella stima personale per i suoi fescennini in occasione dell’Aida, resta comunque uno dei migliori clarinettisti della scena internazionale e potrei continuare nella enumerazione. Togliergli la possibilità di suonare in formazioni cameristiche esterne vuol dire tarpagli possibilità di affinamento, che penso farebbero piacere anche a te.
    So che non sei molto interessato a un certo repertorio, ma a qualcuno interessa.
    Insomma, “est modus in rebus”, ossia diamoci anche noi una regolata e non cadiamo nel cattivo gusto, di cui alcuni orchestrali della Scala hanno di recente dato prova. Ciao.
    Gabriele.

    • masvono marzo 7, 2012 a 1:43 pm #

      Ecco, mò aprite pure il dibattito su Barenboim. Ma come si fa? Non è colpa mia se tu hai scritto che è “protagonista della storia del’interpretazione ecc.” Ma di cosa? Di che? E’ un buon musicista, non sempre buon direttore che wagnerizza tutto ciò che fa. Il discorso si ferma lì. Non è che uno entra nella storia dell’interpretazione perchè fa tanti dischi. Barenboim ha fatto tanti dischi, certo. E allora? A 30 anni Chailly aveva inciso tutto e sicuramente non entrava nella storia dell’interpretazione. Non è che devo darmi una regolata perchè affermo che Barenboim è un medio direttore dotato di ottima musicalità che non ha mai fatto nulla di geniale nè particolarmente interessante, neppure nel suo compositore di elezione che è Wagner. Karajan è stato geniale, Abbado è geniale, Celibidache è stato geniale. Osmo Vanska non so se è geniale, ma sicuramente il suo Bruckner, contrariamente a quello di Barenboim, è interessante e sorprendente.

      Ha diretto orchestre importanti. E allora? Pretre non ha mai avuto alcun incarico stabile in nessuna orchestra diciamo importante, e questo non aggiunge nè toglie un etto sulla sua genialità. Forse che Maazel ha un posto di rilievo nella storia dell’interpretazione per aver diretto quasi tutte le orchestre più importanti del mondo (Cleveland, New York, Vienna, Monaco…). NO, eppure Maazel episodicamente, non sempre, rapsodicamente è stato INTERESSANTE, Barenboim MAI.

      E alla fine mi arrivi sempre con il vecchio Boulez, che dato che ha fatto i dischi con Barenboim, vuol dire in automatico che Barenboim è un fenomeno. Ma i dischi sono commercio, sono vendita. Boulez ha fatto dischi anche con la Grimaud e stai tranquillo che se la DG domanderà li farà anche con LANG. Il che non farà diventare nè la GRIMAUD, nè LANG LANG protagonisti di alcuna storia dell’interpretazione. Però venderanno moltissimo in Francia e in CIna.

  85. Marco marzo 7, 2012 a 12:47 pm #

    No, Max, non ho detto che Barenboim abbia come predecessore Leonardo da Vinci. Ho detto esattamente il contrario. Fare molte cose in maniera egregia è di pochissimi e fra questi non è Barenboim.
    Marco Ninci

    • masvono marzo 7, 2012 a 1:48 pm #

      Si, lo so lo so lo so. Mi serviva la tua iperbole per chiudere il post. Baremboim come Leonardo da Vinci!!
      CIao

      -MV

      p.s. me l’hai servita su un piatto d’argento. La prossima volta usa Ashkenazy, almeno..ahah

      -MV

  86. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 1:20 pm #

    Il valore individuale di alcuni solisti dell’orchestra della Scala (quelli citati ed altri ancora) è noto ed indiscutibile. Non si tratta di un problema di solisti (a parte la più volte citata questione della sezione-ottoni). L’articolo di Paola Zonca sopra riportato mi lascia invece pensare che quanto al “complesso”, cioé l’ORCHESTRA, non vivremo, da ascoltatori, tempi molto felici. Tutto sommato è fondato un pensiero espresso, se non sbaglio da AngeloF, che rispecchia i miei timori e riserve. Daniel Barenboim, se non altro, nel ruolo assunto così come lo sta interpretando, non corre rischio di bruciarsi le penne. Confermo che altri direttori (diciamo i maggiori 40-50enni), farebbero bene a tenersi prudentemente “distanti” da un ambiente qual’è attualmente – dentro e fuori il teatro – quello scaligero.

    Torna sempre la mia domanda-provocazione (ma non tanto tale): un Pappano o un Gatti troverebbero qui, nell’insieme dell’ambiente dentro e fuori l’istituzione-Scala, le condizioni che hanno loro permesso un lavoro di altissimo livello, riconosciuto come tale, a Roma-Santa Cecilia, Zurigo o Londra?

    Torna sempre la mia risposta: un secco NO.
    E la mia risposta non è una provocazione, ma una constatazione

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 1:37 pm #

      Ma perchè in un ambiente dove non si rispettano le libertà personali dovrebbero esserci le condizioni per lavorare ad altissimo livello? Scusi Marco, se a lei nel suo tempo libero venisse proibito per legge di fare quel che sa fare meglio e che più le piace, sarebbe così felice, ancorchè costretto, di restarci? E per tornare a Pappano, che stimo da morire: le sembra che l’unica sua apparizione scaligera sia stata boicottata dall’orchestra? non direi affatto! il concerto con la Chang è stato un concerto di Shostakovich indimenticabile!

      • masvono marzo 7, 2012 a 1:45 pm #

        Perchè sono *costretti*? Chi li *costringe*? Sono legati a viva forza sui seggiolini? Non capisco.
        Ciao

        -MV

  87. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 1:41 pm #

    Non ci restino

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 1:52 pm #

      Bel modo di risolvere i problemi!
      Io credo, conoscendo qualcuno dei ‘predetti’, che amino quel teatro molto più di noi, perchè loro SONO quel teatro e credo che in tutte le esternazioni lo dimostrino: dal ‘protestare’ un direttore che non ne ha un’idea al dimostrare contro una legge che non ha senso.
      Credo anche che sia un onore per noi poter ascoltare un’orchestra i cui componenti sono (anche) ottimi solisti e non mi par giusto porre loro veti tali da costringerli a scegliere.

      • masvono marzo 7, 2012 a 2:05 pm #

        Ecco Gloria, NON sono per nulla d’accordo. LORO non sono quel teatro. NOI siamo quel teatro. IL PUBBLICO è quel teatro. Il teatro è la CASA del pubblico, non delle maestranze.

        Il teatro non è lì PER LORO, ma PER NOI.
        Saluti

        -MV

      • alda marzo 7, 2012 a 2:28 pm #

        Non mi risulta che l’orchestra abbia protestato quel direttore. Mi risulta che sia stata connivente, per poi smarcarsi in maniera indegna. Un Sovrintendente con le palle avrebbe preso pesantissimi provvedimenti contro un dipendente che sul posto di lavoro (foyer) diffama il frutto del lavoro stesso (l’esito musicale di una recita).
        Questi orchestrali facciano come vogliono.
        Ma non chieda solidarietà al pubblico, che da tempo non li sopporta oltre.

  88. Marco marzo 7, 2012 a 2:04 pm #

    Certo, capisco, Leonardo da Vinci è un po’ impegnativo, anche per Karajan, anche per Furtwaengler, probabilmente perfino per Beethoven.
    Marco Ninci

    • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 2:09 pm #

      Esatto! Il teatro è lì per NOI, ma allo stesso tempo sono LORO! Lo dimostra il fatto che senza di noi, non cambia niente, mentre appena c’è qualcosa che non va tra loro…

      • masvono marzo 7, 2012 a 2:12 pm #

        Credo che senza di noi (inteso come pubblico, non noi nel senso di me e lei e altri quattro gatti) per LORO cambierebbe proprio TUTTO.

        Senza ascoltatori la musica NON ESISTE.
        Saluti

        -MV

  89. Marco marzo 7, 2012 a 2:11 pm #

    Beh, se il pubblico cala vistosamente, la cosa cambia eccome…
    Marco Ninci

    • masvono marzo 7, 2012 a 2:13 pm #

      Giusto: che faresti in un’aula totalmente VUOTA?
      Ciao

      -MV

    • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 2:16 pm #

      …fattore secondario, sig. Marco Ninci, il pubblico che cala! E poi prima che il pubblico della Scala inizi a calare così vistosamente da essere percepito, ci vogliono ben altri problemi, diversi da un’interpretazione di Barenboim riguardo a Beethoven!!! ahahahaha….

      • masvono marzo 7, 2012 a 2:22 pm #

        Secondarissimo! Il pubblico della Scala sono turisti. Come i turisti del Caffè Florian. L’orchestra della Scala intrattiene i turisti allo stesso modo, con tutto il rispetto per l’orchestra del Florian.
        Ciao

        -MV

  90. Marco marzo 7, 2012 a 2:14 pm #

    Se il pubblico protesta vistosamente, certo che la cosa cambia…Ma anche anche tanto, come si è visto anche recentemente. Nel 2005 senza l’appoggio del pubblico, comunque lo si voglia giudicare quell’episodio, non sarebbe successo niente.
    Marco Ninci

  91. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 2:24 pm #

    La mia risposta al quesito di Gloria è volutamente paradossale, per spiegarla ho ritrovato il passo dell’intervento di AngeloF cui facevo riferimento. Diceva, qui sopra, AngeloF:

    “… rimango dell’idea che finché la Scala non risolve lo stato di attuale NON LEALE COLLABORAZIONE (ANCHE per questioni contrattuali normative interne) è troppo rischioso bruciare un 40-50enne. Meglio una vecchia volpe come DB (Daniel Barenboim) che con una ruffianeria ben piazzata e una prova concentratissima e intelligente è capace di portare dalla sua ANCHE L’ORCHESTRA PIU’ RENITENTE ”

    Non sono paroline leggere buttate lì. Quando pongo quella domanda su Gatti e Pappano non mi riferisco ad un’occasionale presenza in un concerto. Mi riferisco all’attuale ambiente ALL’INTERNO dell’istituzione Scala (cui fa riferimento il passo di AngeloF sopra citato), e non solo a quello interno all’istituzione, se rifaccio la cronaca di quasi tutte, se non tutte, le prime rappresentazioni di qualunque opera nella Scala di questi ultimi anni….

    marco vizzardelli

    • alda marzo 7, 2012 a 2:30 pm #

      Difficile dar torto a chi ritiene che l’orchestra di questo teatro vada riformata artisticamente e professionalmente.

  92. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 2:29 pm #

    No, Gloria: loro – gli orchestrali – non SONO la Scala!

    Se siamo a questo, davvero il pubblico farebbe bene a disertare

    marco vizzardelli

    • alda marzo 7, 2012 a 2:31 pm #

      Sottoscrivo. Tenere in ostaggio un luogo non vuol dire esserne i protagonisti.

      • masvono marzo 7, 2012 a 2:34 pm #

        E men che meno i proprietari!

        -MV

  93. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 2:35 pm #

    Preciso meglio: le maestranze (tutte) NON SONO il teatro. E sottoscrivo Alda: tenere in ostaggio un luogo non vuol dire esserne i protagonisti.

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 2:58 pm #

      Per ora mi pare di più che sia il teatro con questa legge a tenere in ostaggio i musicisti e non il contrario!

  94. marco vizzardelli marzo 7, 2012 a 3:41 pm #

    Pappano,
    sta’ lontano!

    marco vizzardelli

    • angelof marzo 7, 2012 a 4:11 pm #

      tanto per non dimentichiamo i dati…
      – la legge 100, col famigerato art.3, è stata approvata il 30 aprile 2010
      (e l’articolo incriminato valeva in attesa del nuovo CCNL, cioè era previsto decadesse dopo la firma);
      – i sindacati che ora guidano la protesta hanno avuto quasi 20 mesi di tempo per lavorare al CCNL;
      – gli stessi sindacati hanno intralciato non poco il riconoscimento dell’autonomia del loro teatro (che infatti è stato ancora rinviato);
      – la disposizione vale per tutti i dipendenti (non solo per chi suona in orchestra) e di tutte le Fondazioni, ma come accade spesso l’orchestra della Scala si chiama fuori facendo credere di essere la sola ‘vittima’: non associandosi alle proteste dei colleghi di altri teatri né cercando le solidarietà nazionali che troverebbe;
      – far rispettare una disposizione di legge, per quanto odiosa, malpensata e inopportuna, in democrazia non vuole dire condividerla; tanto meno significa ricattare o tenere in ostaggio qualcuno.

      • angelof marzo 7, 2012 a 4:12 pm #

        ooops:
        “dimenticare” va meglio…

      • GloriaCortesi marzo 7, 2012 a 5:06 pm #

        tutto perfetto e condivisibile, angelof…
        poi subentra il fattore umano o emotivo, l’orgoglio, l’impulsività, la voglia di emergere, che se da un lato ha aiutato, dall’altro fa di loro, a volte, un branco di gonzi!

  95. Elenas marzo 7, 2012 a 10:50 pm #

    ma Gloria… per carità di patria! A quando professionisti che si spacciano per eccellenti la finiranno di dirsi “costretti”…? A quando si darà un termine alla pietosa illusione tipica di qualsiasi lugo in decadenza che “il pubblico della Scala prima che cali…”, come se questo fosse un buon motivo per derogare alla qualità delle esecuzioni? A quando la si finirà (un po’ di pudore verso chi nemmeno ha uno stipendio e magari ha assai più talento) di dirsi demotivati, poverini… ? A quando la fine di queste lamentazioni vittimistiche, ingiustificate e ridicole di cui non ne possiamo davvero più … ? Ma quando la fate finita?

    Che è? Un altro caso “ad insaputa”, questo? Di chi è la responsabilità di un atteggiamento come quello dimostrato nella rappresentazione di Aida? Anche quello è accaduto ad insaputa degli Orchestrali? Perché poverini erano legati? O demotivati? O non c’era il giusto clima?

    Noi (dico noi pubblico) principalmente stiamo dalla parte del nostro teatro. Non ci sono dubbi su questo. L’Orchestra e tutti quanti sono al servizio di una storia, non viceversa.

    Ma è chiaro?

    Elena (che i Lavoratori li ha sempre difesi, ma questo è troppo).

  96. proet@barboon marzo 8, 2012 a 12:01 am #

    è paradossale: i garantiti sono demotivati e ai precari non rimane che aderire all’etica del dono per continuare a trovare una motivazione per lavorare sotto-mal-tardi pagati o addirittura, appunto, non salariati.
    però io credo che qualche responsabilità in ambito dirigenziale ci sia.
    è un problema endemico e una lamentazione che accomuna i lavoratori scaligeri a molti altri anche di settori non artistici.
    in Italia vi è ormai una decadenza totale delle figure dirigenziali, a tutti i livelli, pari ovviamente alla mediocrità espressa dai dirigenti politici e persino, a mio parere, dagli esponenti del cosiddetto “governo tecnico”.
    non mi entusiasma il cieco atteggiamento degli orchestrali in difesa delle loro prestazioni esterne ma l’atteggiamento di certo pubblico bauscia alla “pago spendo pretendo” mi procura attacchi di orticaria.
    in definitiva vedo le due parti più simili di quello che può sembrare a prima vista.

    è di oggi peraltro la notizia dell’ennesimo incidente sul lavoro evitato in palcoscenico, una scenografia della Donna senz’ombra crollata al suolo…

    • Elenas marzo 8, 2012 a 8:21 am #

      Proeta, indubbiamente una parte della classe dirigente italiana è molto discutibile. Il problema però inizia a porsi solo ora: fino adesso c’è stata una sorta di complicità in nome di equilibri che non si sono voluti toccare. A farne le spese sono stati quelli privi di qualsiasi tutela o potere, nell’assoluta indifferenza degli altri, con poche eccezioni.
      Non parliamo di pubblico che paga e pretende, ma di cittadini che sono anche contribuenti e si chiedono per quale motivo debbano tollerare comportamenti come quelli visti in Aida (di chiunque sia la respinsabilità), senza dire ‘ba’. Mettiamola m così…
      Fino a quando non ci si inizierà a chiedere quali sono le proprie, di responsabilità, non si uscirà da questa impasse culturale.
      In fondo, anche taluni direttori musicali sono rimasti saldamente al potere per vent’anni: una ragione ci sarà.

      Saluti,
      Elena

      • Elenas marzo 8, 2012 a 10:38 am #

        E non confondiamo per favore il grave (grave) problema della sicurezza sul lavoro con la difesa tout court di atteggiamenti indifendibili (e io non sono una di quelle che non attribuisce responsabilità anche al Direttore Welber), che gridano vendetta di fronte ai rpezzi dei biglietti, ai contributi pubblici e anche alla massa di giovani di talento non valorizzati che nelle Orchestre non ci siedono per lasciar posto a questi Signori “demotivati”.

        Ho sempre difeso chi lavora, ma proprio per questo ritengo non siano accettabili comportamenti del genere, che hanno visto tutti. Punto. Non lo sono, senza se senza ma. Pubblico o no. Dirigenti o no. Motivazione o no.

        Elena.

  97. masvono marzo 8, 2012 a 11:53 am #

    Cadono le scenografie? In nome della cosiddetta “sicurezza” ho davanti a me in seconda galleria una SBARRA DI OTTONE che mi sega in due la visuale del palcoscenico, come se alla Scala in trecento anni sia mai precipitato qualcuno dal loggione sulla platea.

    A Zurigo NON HO nessuna sbarra di ottone. Al Bellini di Catania NON HO nessuna sbarra di ottone, A Bergamo NON HO nessuna sbarra di ottone, anzi, ho i fili elettrici che corrono lungo il parapetto e non sono rimasto fulminato. All’Opera di Roma NON HO nessuna sbarra di ottone, al massimo qualche CHIODO sporgente dal parapetto e non mi sono strappato i vestiti.

    Alibi per fermare tutto e non fare nulla. Suonino. Imparino ad emettere note GIUSTE.

    Alla CGIL consiglio di BLOCCARE il teatro per ragioni di sicurezza e di non mandare più in scena NULLA. NULLA, compresi i concerti con la Filarmonica prima che CROLLI la camera acustica. Così si autoelimineranno da soli.
    Saluti

    -MV

  98. marco vizzardelli marzo 8, 2012 a 12:40 pm #

    Vono è come sempre paradossale nell’espressione e ha le sue idee.

    Ma ciò che dovrebbe far pensare è che persone dalle idee differenti – Elena ha senz’altro idee diverse rispetto a Vono, io pure le ho diverse da lui, altri pure – riconoscano l’assurdità e insostenibilità delle posizioni qui riportate da Gloria (che ringrazio perché scrive, esponendosi all’inevitabile fuoco di fila). Non c’è problematica al mondo che le renda sostenibili. Non c’è problematica al mondo che giustifichi un’orchestra che assuma posizioni di questo tipo. Questo è il punto.

    marco vizzardelli

    • GloriaCortesi marzo 8, 2012 a 1:05 pm #

      Credo sia possibile, anzi, auspicabile (!) avere opinioni differenti, no? La mia esperienza in varie e blasonate realtà musicali italiane, purtroppo, o per fortuna, porta sempre la mia preferenza alla Scala, pur riconoscendo molte delle problematiche sopra da diversi evidenziate.
      Da abbonata a varie stagioni e a festival, compreso il Maggio che qui spesso viene tanto lodato, ma che io ritengo mediocre, sotto ogni aspetto, credo che come Ente Lirico o Fondazione lirica la Scala, sia ancora quella che offre la miglior qualità, varietà e continuità in Italia – anche se non sono mai stata a Catania – come ritengo Pappano e la SUA Santa Cecilia (neanche paragonabile a quella di Chung!) la miglior orchestra italiana, insieme all’abbadiana Orchestra Mozart.

    • masvono marzo 8, 2012 a 2:31 pm #

      Io non sono paradossale, questo blog è paradossale!

      -MV

      p.s. Barenboim FA MUSICA come Abbado;
      Barenboim è nella STORIA DELL’INTERPRETAZIONE musicale del xx secolo;
      Barenboim E’ UN GENIO;
      e…ca va sans dire, Ninci permettendo, Barenboim ha come predecessore LEONARDO DA VINCI!!!

      Ahah

      -MV

  99. marco vizzardelli marzo 8, 2012 a 4:42 pm #

    Oltre ad essere paradossale ( o ad usare volutamente la tecnica del paradosso), Vono NON ASCOLTA E NON LEGGE ciò che gli altri dicono e scrivono. AngeloF ha poi chiarito cosa intende con il termine “fa musica COME Abbado”. Baccalini ha chiarito in che senso intende che Baremboim è nella storia (lo è) dell’interpretazione musicale del XX secolo (non ha sostenuto che sia fra i massimi in assoluto, ha detto che ha un ruolo). Il sottoscritto ha sostenuto (e conferma) che il “musicista” (persona che fa musica) Baremboim è un genio, infatti al pianoforte lo è e per musicalità lo é, ma ha fatto notare un suo minor interesse per il Baremboim-direttore.
    Ninci ha precisato che Baremboim è eclettico (e in questo senso ha citato Leonardo) ma che non fa esattamente parte di coloro che (come Leonardo) raggiungono eccellenza assoluta in tutto ciò cui si applicano.
    Ma Vono non “ascolta”: ripete quel che vuol far dire lui, oppure, più probabilmente, gode del sangue, ma questo è un fatto noto, anzi un fatto Vono!

    Ih, ih, ih

    marco vizzardelli

    • Massimiliano Vono marzo 8, 2012 a 5:08 pm #

      Esimio signor Meisterschreiber, puó chiarirmi in quale interpretazione orchestrale il direttore Barenboim ECCELLE?

      E, quando e se individua in cosa eccelle, PERCHÈ non ha mai fatto una trasferta per ascoltare tale VETTA di ECCELLENZA?

      Ma se, come pare, non ECCELLE in nulla, come fa un direttore che non eccelle in nulla, entrare nella STORIA? Forse che i gregari che tiravano le volate a Coppi sono entrati nella storia?

      Vizzardelli, l’imperatore del paradosso considera Barenboim UN GENIO ma non lo segue, non ne acquista le registrazioni, non viaggia per lui… Eppure proprio ieri ha ascoltato uno che FA MUSICA come Barenboim…

      Saluti

      -MV

      P.s “odoro, odoro sangue!”

  100. marco vizzardelli marzo 8, 2012 a 4:45 pm #

    P.S. Chiedo scusa per vizio innato mi esce Barem con la m al posto di Baren

    marco vizzardelli

  101. marco vizzardelli marzo 8, 2012 a 6:36 pm #

    Oltre che paradossale e poco ascoltante, Vono tende ad essere ripetitivo e anche a costringere gli altri a ripetergli le cose. Un chiaro portato dell’età ormai avanzata che fa ridiventare le persone come bambini cui bisogna ripetere, ripetere, ripetere….. Pazientemente, ci provo:
    la MUSICALITA’, ovvero, la NATURA MUSICALE di Daniel BareNboim è quella di un genio: mi pare che il pianista BareNboim (quando studia…) ne sia una indiscutibile testimonianza. E, anche come direttore, la capacità di far quadrare i conti anche là dove non approfondisce è frutto di una MUSICALITA’, ovvero NATURA MUSICALE (unita a lunga carriera non da Carneade, viste le orchestre frequentate, che non ho bisogno di elencarti) fuori dal comune. Ciò detto, ad uso vano del non ascoltante Vono, ricopio quanto da me scritto in una mia precedente risposta

    “che poi, come direttore, anche per me non risulti molto stimolante, è proprio per quel certo atteggiamento “adagiato” SULLA PROPRIA NATURALE MUSICALITA’ e sulla ripetizione di alcuni moduli esecutivi dati oramai per scontati: il “suonone”, la magniloquenza, l’approccio “antico”, lo studio che molto va e poco viene, l’impressione di una sostanziale “non rilettura” “…..

    Su, da bravo, vecchio-bambino Vono, rileggi che forse capisci, se vuoi capire…

    Chiedo scusa agli altri utenti se si annoiano, ma l’utente Vono richiede una certa pazienza, bisogna spiegargli bene…

    saluti
    Marco Vizzardelli

    P.s. E sangue sia!

    • Massimiliano Vono marzo 8, 2012 a 6:43 pm #

      Niente, non risponde. Si autocita. Un vecchio disco rotto..

      -MV

      • .angelof marzo 9, 2012 a 9:19 am #

        ..un piccola aggiunta, visto che siamo stati presi un po’ per i fondelli quando è stato gabellata – paradosso? (Vizzardelli) – come esempio di non provincialismo la passione estiva e pasquale di molti giornalisti e/o testate per il festival di Salisburgo (ma non Bayreuth, ad esempio, né Lucerna o Edimburgo o Glyndebourne a meno di presenze nazionali).
        Più provinciali di così: sui giornali di quei decenni dall’estero venivano notizie solo sui soliti noti, anche quando i giornalisti di musica avevano potere all’interno delle redazioni e potevano decidere dove andare.
        Così noi lettori al di qua delle Alpi abbiamo dovuto aspettare – per limitarci ai direttori – che Chailly andasse a Amsterdam perchè i giornali ricordassero che lì c’era stato per decenni Haitink* e da quasi un secolo un’orchestra (e una sala) strabilianti; che Solti comprasse casa in Toscana per capire che qualcosina di interessante anche lui nel mondo l’aveva fatto, che ci fosse la tournée del Covent Garden per ascoltare dal vivo Colin Davis* (e Peter Grimes), i concerti del Quartetto di Milano per capire che direttore era/è Harnoncourt*, e non abbiamo praticamente mai saputo quasi nulla di Levine, eppure anche a lui qualcosa dobbiamo…
        Senza contare lo stupore giornalistico recente quando Pappano fu nominato a Roma, quello nei confronti dell’approdo di Rattle a Berlino – che non sarà nemmeno lui un genio, ma nemmeno un pollo – o il quasi totale silenzio su Thielemann (cresciuto anche a Bologna) e, fino a due anni fa, su Salonen.
        ciao

        (* tutti insieme a Barenboim, nella paginetta conclusiva del Zurletti, infatti)

      • masvono marzo 9, 2012 a 3:35 pm #

        *(* tutti insieme a Barenboim, nella paginetta conclusiva del Zurletti, infatti)..

        Non compare nulla di tutto ciò nella mia edizione, anno 1982 mi sembra.
        All’elenco puoi tranquillamente aggiungere Will Humburg, che “nella storia” mi sembra già abbondantemente dentro per le registrazioni di Verdi edite dalla Naxos.
        Coraggio, tra una ventina d’anni tra le pieghe di qualche quotidiano il suo nome verrà citato come “grande scoperta”…

        Haitink, Colin Davis, Barenboim, Harnoncourt…questa ultima paginetta dello Zurletti contiene un vaso di ferro insieme a tre vasetti…
        Saluti

        -MV

  102. Elenas marzo 8, 2012 a 9:48 pm #

    Ahi ahi ahi …

      • Massimiliano Vono marzo 9, 2012 a 9:35 am #

        Non torno sull’argomento. Non mi interessa . Mi interessa che gli orchestrali eseguano note giuste e non tengano comizi nel foyer malparlando del loro direttore. Nel LORO TEMPO LIBERO, solo in quello, suonino come e dove desiderino PERCHÈ NON MI INTERESSA che in organico ci sia Jascha Heifetz se sul palcoscenico NON C’È MAI perchè è in giro a suonare per conto proprio. In qualunque luogo lavorativo non è consentito al dipendente avere il piede in due scarpe, soprattutto se pubblico. Detto questo auguro buongiorno a tutti..

        -MV

      • GloriaCortesi marzo 9, 2012 a 10:11 am #

        e invece è interessante, perchè a scorrere la legge da ‘profani’ e da gente che paga le tasse, ancorchè interessata al teatro, si scorge l’intento, forse ingenuo e un po’ semplicistico, di apportare migliorie economico-organizzative alle fondazioni liriche. come tutte (o molte) le leggi, nell’intento di organizzare la realtà principale, si rischia di penalizzare o trascurare quelle secondarie ad essa collegate, come in questo caso. è indubbio che le costrizioni non piacciano a nessuno, nè tanto meno ai nostri amati-odiati orchestrali, ma allora perchè dagli stessi, anzichè boicottare gli spettacoli e il loro pubblico (pagante) non arrivano proposte più costruttive che non un mero fare ‘unilateralmente’ quel che gli pare? esiste un documento ‘unico’ firmato dai rappresentanti dei lavori di tutte le fondazioni, che chieda risposte serie in merito, o ci sono solo le lettere ‘isolate’ di qualche impavido musicista? sarebbe interessante conoscere questi particolari…

  103. Alda marzo 9, 2012 a 10:44 am #

    Chiudiamo le polemiche con una bella visione alle sei di stasera in diretta da Parigi?
    Ecco il mio suggerimento: http://liveweb.arte.tv/fr/video/L_Orchestre_de_France__le_Choeur__et_la_Maitrise_de_Radio_France_interpretent_Parsifal/.

    • GloriaCortesi marzo 9, 2012 a 10:47 am #

      metodo all’italiana: dribblare i problemi anzichè risolverli…salvo poi lamentarsi!

      • Massimiliano Vono marzo 9, 2012 a 11:24 am #

        Ma no, che problema è? Lo dico proprio convinto: se domani Scala e maestranze svanissero NEL NULLA non mi interesserebbe. Ci sono così tanti luoghi al mondo….

        -MV

  104. marco vizzardelli marzo 9, 2012 a 11:18 am #

    Alda, ma hai visto come si compone il weekend musicale parigino al Theatre du Champs Elysees? Stasera il Parsifal-Gatti-National de France da te citato. Dopodomani Tristano e Isotta con la “Birmingham” diretta da Andriss Nelsons (quello che ha dato forfeit mesi prima dal ciclo scaligero che “dovrebbe” riportare da queste parti Claudio Abbado…). Non so se mi spiego….

    Comunque, per tornare a Parsifal sto meditando per l’anno prossimo la prima visita della mia vita a New York. Spero di riuscirci. Intanto, una bella “fetta” di Stati Uniti d’America è disponibile stasera alle 20 e domenica pomeriggio all’Auditorium di Largo Mahler, con un fantastico Wayne Marshall alla guida dell’ Orchestra Verdi. Ci sono stato ieri sera e vi racconto:

    che Wayne Marshall sia nel suo elemento quando propone musiche di Bernstein e Gershwin è ben noto.
    E il concerto di questa settimana, per la stagione dell’Orchestra Verdi, era accattivante alla prima lettura del programma: The Age Of Anxiety (Emanuele Arciuli al piano, Marshall sul podio) di Bernstein, Rapsodia ein Blu (Marshall, piano e direzione) e Un Americano a Parigi.
    Ma l’esito complessivo non solo supera le attese, ma sorprende: mai dare qualcosa per scontato quando si ha a che fare con l’elegantissimo (abito e gesto), ma soprattutto “musicalissimo” Wayne Marshall. Con lui la musica è (come deve essere!) un’avventura sempre nuova: la “routine” non esiste!
    L’ultracomplessa, ponderosa sinfonia “con piano” di Bernstein si è avvalsa del professionalissimo apporto di Arciuli. Qualcosa forse da rifinire nella resa orchestrale (alla replica di stasera immagino tutto o.k.) di un lavoro impervio ma lettura intensa di pianista e direttore. Perfettamente colto, ed emozionante, il passaggio improvviso al “clima jazz” nella seconda parte.
    Strepitoso Gershwin! Marshall trasforma – ma è un atto di amore! – la Rapsodia in una incredibile performance, inserendo una serie di cadenze (almeno in parte improvvisate? Direi di sì), a tratti vertiginose, sullo scheletro del lavoro di Gershwin. Suona seduto, poi anche in piedi, ne esce un letterale tripudio di ritmi e colori. Poco filologico? Non saprei dire, penso che Gershwin avrebbe apprezzato. In ogni caso: entusiasmante!
    Ma il “momento” che vale la serata è Un Americano a Parigi. Marshall ne fa un caleidoscopio, gioca sull’intreccio fra i temi e le voci più interne dell’orchestra. E’ un ininterrotto gioco di colori e di strutture: non mi era mai accaduto (comprese le incisioni storiche dello stesso Bernstein) di ascoltare l'”Americano” in una lettura di tale estro, e allo stesso tempo totalmente pertinente. E’ un’esecuzione che fa testo. E la Verdi si “lancia ” in Gershwin con strepitose sortite solistiche (cito il violino di Luca Santaniello, il clarinetto di Fausto Ghiazza, le arpe, gli ottoni spericolati, le percussioni, ma… tutti), per un esito francamente travolgente.

    Confermo: il lavoro che la Verdi sta svolgendo quest’anno, un concerto dopo l’altro, è quello di un’orchestra ritrovata nella freschezza dei suoi inizi, dotatissima, e a mio avviso meritevole di un’ulteriore valorizzazione.

    marco vizzardelli

    • Massimiliano Vono marzo 9, 2012 a 11:28 am #

      Ecco, bravo Vizzardelli. Mi pari rinsavito. Considera quante volte sei uscito da un concerto del “genio” Bombardoim, entrato nella Storia, che fa musica come Abbado ecc. Ecc. con lo stesso stato d’animo con cui sei uscito ieri da Marshall e la Verdi…

      Forse….ZERO?
      Ciao ciao

      -MV

    • masvono marzo 10, 2012 a 11:41 am #

      Ecco, quoto completamente Vizzardelli. Con un paio di aggiunte.
      Il programma è impaginato benissimo: le due anime dell’America. Quella “blues” derivata dalla crisi del positivismo, da cui l'”interior monologue”, il soliloquio interiore del poema di Auden cui dà voce la Sinfonia n.2 di Bernstein e quella “cool”, esuberante, ottimistica proprie dei due capolavori di Gershwin.
      Impaginazione curiosa, anche, perchè entrambe le anime sono presenti, a parti rovesciate, in tutti e due i compositori se osserviamo altre composizioni. La Second Raphsodie di Gershwin è sicuramente “blues”, mentre vividamente “cool” sono composizioni di Bernstein come il Divertimento for Orchestra o lo “Slava!”.

      La seconda aggiunta è che l’American in Paris diretto da Marshall è il più idiomatico che mai mi sia capitato di ascoltare. Il gioco entusiasmante dei colori e dei ritmi, la profusione quasi libertaria del fraseggio in senso jazzista, la precisione degli incalcolabili scarti ritmici realizzata dall’orchestra in maniera gioiosa e quasi feroce sotto la guida quasi accennata del maestro è un’esperienza, relativamente a questo brano, storica (questo sì) di ascolto. Più di Pretre, più di Rattle, più dello stesso Lennie.

      Se potete, non perdetevi l’ultima replica di domenica h. 16.
      A presto

      -MV

  105. marco vizzardelli marzo 9, 2012 a 11:40 am #

    Infermiera! Dia lo sciroppino al paziente Vono…..
    se no ripete sempre le stesse cose!

    ih,ih,ih

    Ciao ciao

    marco vizzardelli

    • Un bugiardo e somaro marzo 9, 2012 a 4:31 pm #

      Quante chiacchiere inutili.. Certo che vi parlate proprio addosso.
      Perché non venite invece a sentire un direttore di vero talento, quarantenne ma non per questo “bruciato” o boicottato dai “somari” per partito preso, nella Frau ohne schatten?
      Un raglio

      • un pagante marzo 9, 2012 a 5:19 pm #

        (bugia)
        48 anni…

        (somaraggine)
        Schatten vuole la “S” maiuscola come tutti i nomi propri in tedesco.

        cari saluti

      • Elenas marzo 9, 2012 a 7:16 pm #

        Scusi raglio, noi non è che chiediamo di esser pagati per chiacchierare (e mi scusi Vossignoria se torno sul tema). Invece devo ancora decidere se ho voglia di riascoltare, a pagamento, se e quando mi garba, la vostra considerevole performance.

        Di solito Strauss non me lo perdo. Ma sa cos’è? comincio a diventar vecchia e non ho più voglia di far la fila per entrare. I biglietti non riesco a recuperarli, a meno di spendere 300 euro… Cosa vuole, non mi resta che chiacchierare e parlarmi addosso. Saluti. Se si diletta di ottoni mi passi un buon we di studio va… Che è meglio. Strauss è ostico.

        Elena

      • masvono marzo 10, 2012 a 12:53 am #

        Se non scioperate vengo al turno D. Se è un direttore di vero talento lo lasci decidere agli ascoltatori: gli orchestrali non sono in grado di giudicare il talento di chi li dirige.

        -MV

  106. Marco marzo 10, 2012 a 8:04 am #

    Mah, io credo che al di là delle polemiche occasionali tutti dicano la stessa cosa su Barenboim. Barenboim è un musicista di grande talento e un uomo intelligentissimo. Basta questo per entrare nella storia dell’interpretazione? No. E’ un genio potenziale, aveva la capacità di esserlo, ma questa capacità non ha saputo tradurla in realtà. Non sono d’accordo con chi dice che, se avesse fatto solo il pianista, sarebbe stato uno dei più grandi musicisti della storia. Se non l’ha fatto, vuol dire che questa capacità era qualcosa di costituzionalmente incompiuto. Tutti sono quello che devono essere, non esistono talenti sprecati. Se un talento si spreca, significa che non è un vero talento. Può fare cose bene o benissimo? Certo. Io lo ascolterei volentieri nel Doktor Faust di Busoni, in Mathis der Maler di Hindemith, nel Corregidor di Wolf, in Die Soldaten di Zimmermann, nel Palestrina di Pfitzner. Tutte opere che io sentirei incomparabilmente più volentieri dell’ennesima Tosca, dell’ennesima Traviata, dell’ennesima Lucia di Lammermoor. Quando è annunciata Tosca, mi viene da mettermi a urlare; e penso che avrei la medesima reazione anche se a farmela venissero Herbert von Karajan e Leontyne Price. Ma, con tutto questo, Barenboim mi ricorda un po’ Umberto Eco. Grandissimo mediatore culturale, è intelligentissimo e sa tutto; ma in lui sarebbe fatica sprecata cercare un’idea originale. Dieci righe di Erich Auerbach, di Francesco Orlando o di Milan Kundera, nel caso in cui quest’ultimo si dedichi a problemi di storia letteraria, bastano a cancellare gli opera omnia dell’illustre semiologo e romanziere.
    Marco Ninci

    • Massimiliano Vono marzo 10, 2012 a 10:13 am #

      Ecco, commento giusto. NON È nella storia dell’interpretazione. NON è un genio.

      Ma se Karajan venisse a farmi la Tosca con la Price e Barenboim mi facesse una delle opere da te citate…dovendo scegliere.. Non ho dubbi su chi cadrebbe la scelta . E penso che ci incontreremmo a teatro..

      Ciao
      -MV

      • Un bugiardo e somaro marzo 10, 2012 a 10:53 pm #

        Cara Elena, il mio non era certo un invito ad ascoltare l’orchestra della Scala in un’impeccabile prestazione, ci mancherebbe! Anzi, le vostre acute orecchie segneranno, novelli Beckmesser, molti errori sulle vostre lavagnette. Nè volevo dire che pensiamo di essere gli unici giudici dei direttori, e su questo ho una mia precisa opinione.
        Volevo solo segnalare che l’orchestra non brucia per partito preso un direttore 40/50 enne (va bene così..?) e che sono felice di aver trovato in Albrecht un maestro molto preparato, di grande autorevolezza e di notevole spessore musicale, che ha instaurato in Teatro un clima molto positivo; e tutte queste cose insieme non accadono molto spesso.
        Molto poi ci sarebbe da dire sul rapporto tra orchestra e direttore e su quanto in una buona o cattiva esecuzione sia merito o colpa dell’orchestra o del direttore, ma temo di non essere molto gradito.. Vi lascio quindi alle prese con le vostre certezze e me ne torno all’ ostico Strauss.

  107. . marzo 11, 2012 a 10:12 am #

    troppe ghiottonerie promesse in un colpo solo:
    “Nè volevo dire che pensiamo di essere gli unici giudici dei direttori, e su questo ho una mia precisa opinione”
    e
    “molto poi ci sarebbe da dire sul rapporto tra orchestra e direttore e su quanto in una buona o cattiva esecuzione sia merito o colpa dell’orchestra o del direttore”.

    Ci dica, ci dica, e non faccia l’offeso: la prima entrata a gamba tesa qui è stata la sua.
    Siamo in molti (credo) a cercare di capire e convinti che i comizi di alcuni professori d’orchestra contro il direttore poco stimato del momento non servano a spiegare affatto le cose ma semmai a aggravare gli equivoci. Un ragionamento pacato e consapevole potrebbe essere utile

    • un.. marzo 12, 2012 a 9:26 am #

      caro .,
      la prima entrata in gamba tesa, grave perché in pubblico, è stata di Vizzardelli, la seconda, altrettanto se non di più perché rivolta a screditare un collega, è stata dei nostri musicisti nel foyer, (e a loro ho espresso personalmente il mio dissenso) la terza è stata di Foletto.
      La mia era solo una battuta sul fatto che sembrate un po’ refrattari a chi la pensa diversamente da voi.
      La ringrazio comunque per essersi dimostrato interessato alle mie opinioni. Conto di trovare il tempo per risponderLe.

      (ma a proposito di Vizzardelli, nessuno pensa qui che se tutti facessero come lui o altri, alla Scala invece che a degli spettacoli si assisterebbe a delle risse? La giusta libertà di opinione e di critica si può esprimere in tanti altri modi più civili)

      • masvono marzo 12, 2012 a 11:38 am #

        Guardi, se lo lasci dire da chi (me) non gliene importa assolutamente nulla delle pietose questioni che agitano le maestranze del teatro alla scala.

        Se Vizzardelli non avesse assistito, e come lui altri, alle sceneggiate in buca con le boccacce, il chiacchiericcio, lo stravaccamento ecc. non avrebbe detto NULLA.

        Quindi quando l’orchestra sarà SERIA, ovvero si comporterà da NORMALE MAESTRANZA quale è il pubblico starà tranquillo ad ascoltare, altrimenti aspettatevi tanti e tanti Vizzardelli, Vono, Foletto ecc.ecc.

        -MV

  108. Gabriele Baccalini marzo 11, 2012 a 3:50 pm #

    La maiuscola in tedesco va in tutti i sostantivi. Infatti Schatten è un nome comune e non proprio.
    Quanto a Beckmesser, vorrei ricordare che lui si è beccato anche le martellate di Sachs e queste forse sarebbero più adatte alla bisogna di fronte a certe esecuzioni che si ascoltano in Sacala…
    Fornisco l’interpretazione autentica di una mia frase su cui in diversi si sono accaniti: sfido qualcuno a trovare dove io ho scritto che “Barenboim è entrato nella storia dell’interpretazione musicale”. Ho scritto che è stato “uno dei protagonisti” di una certa epoca, e lo confermo, ma per i cervelli meno grossier i due concetti sono leggermente diversi. Questo protagonismo Barenboim lo ha conquistato se non altro per essere stato autore di rilevanti interpretazioni sia pianistiche sia direttoriali. Punto.

  109. lavocedelloggione marzo 11, 2012 a 4:15 pm #

    Caro Marco, mi piace sempre leggere quello che scrivi, lo stesso mi succede con Bacca, avete una sorta di distacco dei saggi nel dire le cose! Sono d’accordo su tutto quello che dici nell’ultimo intervento, salvo su un punto: non è vero che non esistono talenti sprecati, basta pensare a quanti mancati campioni di sci o di snow board (giusto perché sono appena tornata da una vacanza sulle nevi) ci sono sicuramente stati in tutte le epoche prima dell’invenzione degli sci o della tavola, e così quanti campioni di ciclismo mancati prima dell’invenzione della bici etc etc. Estendendo il concetto, anche chi non ha avuto un’educazione culturale adeguata e/o è nato su un’isola sperduta o fa parte di tribù primitive potrebbe essere un mancato pianista o un mancato direttore d’orchestra! Insomma, il mancato raggiungimento di un’eccellenza a volte non è frutto di qualcosa di “costituzionalmente incompiuto”, ma qualcosa dovuto all’ambiente in cui si è cresciuti! Intanto il Milan ha allungato il passo, hi hi hi….. ciao ciao Attilia

  110. proet@barboon marzo 11, 2012 a 6:44 pm #

    bizzarra argomentazione, oltre che eurocentrica, quest’ultima della Sig.ra Attilia.
    ma perché mai un essere umano nato su di un’isola sperduta o facente parte di qualche tribù primitiva dovrebbe diventare direttore d’orchestra?
    forse che l’orchestra sinfonica non è espressione di una cultura che vale tanto quanto la sua, pur essendo assai diversa?
    e perché noi dovremmo imparare a navigare il Rio delle Amazzoni o combattere con le frecce?
    o perché loro invece dovrebbero andare sullo snow board se neppure hanno mai visto la neve (e in questo sono in compagnia di una discreta fetta di umanità)?

    poi non sono d’accordo neppure con Marco quando dice che Leonardo eccelleva in tutto.
    l’ecclettismo rinascimentale, che per fortuna non pare ancora del tutto scomparso, è il contrario della specializzazione contemporanea che, come diceva Bianciardi, spezzetta l’essere umano.
    e a mio parere implica appunto che non vi sia un’eccellenza in nessuna delle arti o scienze o discipline praticate, anzi che non esistano neppure queste distinzioni così come pure quella fra professionista e amatore.
    e sì, come ha in qualche modo rilevato anche Baccalini, si può avvicinare – con tutte le dovute cutele e i dovuti distinguo – la figura di Baremboim a quella di un non-specializzato.
    e lo stesso, credo, si poteva dire – per otrnare a un precedente oggetto di questa inetermonabile discussione – del compianto Sinopoli.
    il che non implica automaticamente che questi due siano graditi ai componenti di un’orchestra sinfonica, come pure che lo siano, ma per ragioni opposte e di quieto vivere.

    • Elenas marzo 11, 2012 a 9:28 pm #

      Guardi, “bugiardo e somaro”, che qui nessuno fa il processo alle intenzioni e neppure (almeno non io) utilizza lavagnette.
      Però, se permette, naturalmente, osserviamo i fatti e utilizziamo le orecchie.
      I fatti ci dicono di un direttore (penso io) poco autorevole e di sceneggiate fuori luogo. Punto. La ragione per cui tutto ciò è accaduto a tutt’oggi la ignoro: rimane il FATTO che non è stato propriamente un bello spettacolo.
      Quanto alle orecchie, senza pennine rosse pronte a scattare, risulta tuttavia inevitabile riscontrare l’andazzo poco felice di recenti performance. E anche meno recenti: tanto per citare Strauss, indimenticabile l’Alpensinfonie spernacchiata diretta dal compianto (e altre volte sublime) Sinopoli.
      Il pubblico, anche quello meno propenso a scendere in eccessivi dettagli, non è tuttavia sordo. Mi spiace per lei.

      Ma proprio perché non lo è, se poi il vostro Strauss (che certamente verrò ad ascoltare e anche più di una volta, se potrò) sarà considerevole, stia tranquillo che ce ne accorgiamo. E lo scriviamo, persino.

      Auguri per stasera. Purtroppo non riesco a seguire se non in modo discontinuo la diretta.

      Elena.

      • Elenas marzo 11, 2012 a 9:43 pm #

        Ah, devo dire che stavolta sono d’accordo con proeta. Le competenze sono sempre “collocate” in un contesto, e in tale contesto si esprimono, altrimenti sono attitudini (o se vogliamo talenti) che, in quanto tali, e cioè “in nuce”, si possono declinare nei modi più diversificati e nei contesti più distanti. Anche nelle culture che a noi appaiono più distanti ma hanno prodotto forme d’arte sublimi.

        Di certo il “quieto vivere” – se è umanamente comprensibile – non sempre tuttavia sollecita l’emergere dei talenti.

        E.

  111. lavocedelloggione marzo 11, 2012 a 10:38 pm #

    Non vi capisco proprio Proeta Barbun ed Elena; non ho affatto fatto una scala di valori rispetto a culture diverse che non possano esprimere campioni di sci o direttori d’orchestra, volevo solo dimostrare che il contesto in cui si cresce è assolutamente fondamentale per far emergere un talento, neppure Leonardo sarebbe stato quel genio che è stato se fosse vissuto al tempo dell’uomo di Neanderthal. Perciò ci possono essere benissimo dei talenti non rivelati, per mancanza del contesto adatto! Tutto qui (e tra l’altro Elena dice più o meno la stessa cosa; e allora come può essere in disaccordo?) E poi nessuno di voi due ha colto che ho contestato in particolare il concetto di “costituzionalmente inespresso”, il che, per una biologa come me, suona come “inespresso per motivi genetici” , mentre ormai tutti i genetisti hanno accettato il concetto di epigenetica, ovverossia la possibilità di modificazione (anche ereditabile) del fenotipo (ivi compresa la manifestazione di un talento quale che sia) Attilia
    P.S. Sentita Donna senz’ombra alla radio, mi è sembrata bellissima

  112. proet@barboon marzo 11, 2012 a 11:45 pm #

    mmh, Sig,ra Attilia, io quando sento tirare in ballo la genetica per qualsiasi comportamento umano – dalle attitudini artistiche all’omosessualità, dalle attitudini criminali a quelle scientifiche per non parlare di quelle economiche- mi vengono sinceramente i brividi.
    però certamente, non sapendone davvero quasi nulla, rispetto le sue “competenze” professionali.
    e, in mancanza di esse, preferisco pensare alle culture, alla loro diversità e alla necessità di rispettarle tutte conferendogli pari dignità.
    e questo vale per la direzione d’orchestra come per l’orientamento sessuale, per la tribù dell’Amazzonia come per Morgan & Stanley.
    il che almeno mi permette di insubordinarmi, che sia nei confronti di Wall Street o di qualche direttore d’orchestra-bluff.

  113. proet@barboon marzo 11, 2012 a 11:48 pm #

    e già che ci sono mi permetto di segnalare, alla Sig.ra Elena soprattutto, questa interessante riflessione sul lavoro intellettuale e le “competenze”.

    http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/in-edicola/manip2n1/20120310/manip2pg/10/manip2pz/319381/

  114. lavocedelloggione marzo 12, 2012 a 7:50 am #

    Ma scusi, Proeta Barboon, lei non legge bene quello che scrivo; se ho detto che ormai anche nell’ambito scientifico è riconosciuto il valore dell’interazione con l’ambiente nell’espressione genica, sto dicendo esattamente quello che dice lei! Che poi noi siamo fondamentalmente una macchina elettrica e chimica in quanto a cervello, questo è altrettanto vero, ma così complessa che nessuno può predire cosa ne potrà saltar fuori, anche a causa, appunto, dell’interazione con l’ambiente; se così non fosse neppure i farmaci anti depressione, anti schizofrenia, anti Parkinson e via elencando avrebbero efficacia. Consiglio a tutti di leggere “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, di Oliver Sacks (da cui è stata tratta anche un’opera minimalista), tanto per capire dove sono più o meno le frontiere del determinismo e della libertà nel comportamento umano. (e io, rilegga bene, semmai contestavo la vena di determinismo che c’era nell’affermazione di Marco Ninci, non il contrario, come sembra aver capito lei!) Baci baci e buona giornata! Attilia

  115. Attilia marzo 12, 2012 a 10:00 am #

    Vi segnalo il commento su Aida del mio amico Guy Cherqui che ha assistito sabato all’ultima rappresentazione: http://wanderer.blog.lemonde.fr/

  116. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 11:51 am #

    Mi sembra che Guy Cherqui – persona che non ha del teatro d’opera una visione provinciale – abbia colto bene i vari aspetti di questa Aida

    marco vizzardelli

  117. marco vizzardelli marzo 12, 2012 a 12:07 pm #

    Ah dimenticavo, confermo quanto scritto sopra da altri (non so perché alcuni post mi si visualizzano con ritardo, se no avrei confermato prima).

    Cioè confermo che se Vizzardelli non avesse assistito – e con lui, altri – alle boccacce, agli sberleffi, alle ole, agli stravaccamenti, alle chiacchiere, alle dispute avvenute DAVANTI ad un PUBBLICO, DURANTE UNA RAPPRESENTAZIONE, NEI CONFRONTI DI UN DIRETTORE (scorrettezza ben diversa da “protestare un direttore”, che è un concetto ed un’azione differente) sarebbe rimasto zitto. Per non parlare della successiva sortita in foyer, più volte descritta.

    D’altronde, come era prevedibile anzi scontato, ora, quasi come una conferma abbiamo i battimenti di piedini per il miracolo d’un onesto professionista, onestamente noto in tutta Europa, che dirige Strauss. Il tutto, messo insieme, mi ricorda, con tenerezza, la mia vecchia aula di scuola media/ elementare.

    marco vizzardelli

  118. proet@barboon marzo 13, 2012 a 10:11 am #

    la ringrazio Sig.ra Attilia per la risposta ma secondo me non diciamo proprio la stessa cosa.
    lei parla, genericmente, di interazione con l’ambiente mentre io parlo di “culture”, volutamente al plurale perché penso ve ne siano tante, diverse e tutte degne di uguale rispetto.
    rispetto che non colgo laddove lei afferma, nel suo primo intervento su questo tema, che “il mancato raggiungimento di un’eccellenza a volte non è frutto di qualcosa di “costituzionalmente incompiuto”, ma qualcosa dovuto all’ambiente in cui si è cresciuti!”.
    in questo modo quasi considerando l’ambiente come la causa del fatto che un extra-europeo o un extra-occidentale non sia diventato un eccellente direttore d’orchestra.
    bontà vostra comunque (dei biologi intendo) che ammettiate una qualche forma di interazione delle molecole e dei geni con l’ambiente.
    vi sono infatti taluni, creazionisti e anche psicoanalisti talvolta, che negano persino quella!

  119. Elenas marzo 15, 2012 a 10:32 am #

    INfatti volevo preecisare anch’io questo pjnto. Non è in discussione l’interazione con il contesto (senza il quale non si dà nulla, neanche in nuce), ma l’accento sulle culture.

    Non ci stiamo capendo su un fatto linguistico. Va be’ … Ce la discutiamo davanti a una pizza.

    Elena.

    PS Attilia, so che sei una biologa. Io invece sono un’antropologa. Purtroppo, a differenza della “Scienza” (con la S maiuscola), l’antropologia è considerata materia di discussione da caffè. Ognuno nel merito ha le sue teorie…

  120. Elenas marzo 15, 2012 a 11:03 am #

    @Proeta.
    Ho letto il pezzo da te segnalato. MI spiace, ma c’è un errore terminologico che “distrugge” l’intero impianto argomentativo. Le conoscenze sono una parte delle competenze, e non viceversa, né possono essere separabili, pena negare il concetto stesso di competenza (ossia sapere pratico, conoscenze + capacità il cui accrescimento è facilitato dalla riflessione sulle prassi – metacompetenze -).
    Comprendo, purtroppo, quello che vuole dire (facendola un po’ lunga) l’autore della riflessione, ma affermare che “il lavoro intellettuale retribuito è cessione a titolo oneroso di competenze, non è lavoro di conoscenza, tant’è vero che dopo avere fornito servizi competenti non ci sentiamo per niente arricchiti del nostro bagaglio di conoscenze” è assolutamente falso. Sarebbe come sancire una separazione tra prassi (che si costruisce nel contesto e nel constetso rpofesinale) e riflessione, che non è mai completa se esclude le prassi.
    Ridurre il “savoir fare”, come lo chiama questo signore (abbastanza ignorante, ancorché di penna facile: anche affermare che le comptenze sono specialistiche, mentre la conoscenze no è del tutto arbitrario), alla ripetizione di movimenti e atti finalizzati a produrre un output esclude l’esistenza stassa di “lavoro” intellettuale.
    Sa qual è il paradosso a cui questi poeti del marxismo applicato (che secondo me di Marx non hanno capito un accidente) arrivano? Che, appunto, il lavoro intellettuale, lavoro iun senso proprio non essendo, non viene remunerato il giusto (e a volte neanche remunerato), e con ciò la cosa è sottoscritta e sono tutti contenti, soprattutto chi vi fa il margine, giocando sull’ambiguità, nell’attesa del crollo delle capitalismo sotto le sue contraddizioni. Un film visto più volte, in cui talune posizioni da intellettuali dalla penna facile e dal cervello fino si sono perfettamemnte spostae con gli interessi di chi ha vissuto le lavoro (intellettuale) altrui.
    Non cercano, quelli come l’autore dell’articolo, di interpretare l’attenzione della riappriazione dei mezzi di produzione (che secondo loro in questo caso non esistono, non essendoci “le macchine”, e così abbiamo risolto il problema) in senso moderno, ma semplicemente evitano il problema. Dicono, uinfatti: un conto è il trasferimento di mere competenze – skill, dice lui – (riconducibili a movimenti ripetuti all’infinito… e va be’…), un conto è la vera conoscenza, che è “innervata nella trasformazione sociale ed è per sua natura incompatibile con una mercificazione, non rientra nel classico ciclo marxiano denaro-merce-denaro, è un prodotto del volontariato”. Quindi parlare di lavoro di conoscenza non è del tutto corretto, perchè il termine lavoro dovrebbe sempre essere associato all’idea del lavoro come merce scambiabile con denaro. Congratulazioni.
    Sarà un caso che i “lavoratori della conoscenza” praticamente – e proditoriamente – non sono considerati lavoratori? Avevamo bisogno di ulteriori sottoscrittori dello sfruttamento nel nome (anche in buona fede) di Marx?
    E non sarà un caso se l’autore, bontà sua, ha notato un cambiamento nei lavoratori autronomi che cercano di non rimanere isolati (fano rete, si direbbe). Ha scoperto l’acqua calda… Ma non credo abbiano bisono di attendere lui.

    Le regalo un esempio di come si possa scambiare competenze (e quindi anche conoscenze) in modo diverso e totalmente volontario. Ma in un modo che dalle prassi professionali parte e a quelle ritorna. Prassiprofessionali che, quelle sì, sono remunerate (per fortuna) ma dalla conoscenza nascono e alla conoscenza ritornano, come unico modo per creare “sapere pratico”. Cioè competenze in atto.
    Dia un’occhiata al sito http://www.dialoghi.org.

    Buona gironata.

    Elena.

  121. Elenas marzo 15, 2012 a 11:05 am #

    Mi scuso per le scorrettezze nel digitare le parole, ma non riesco a tornare sopra a controllare dal mobile.

    E.

  122. proet@barboon marzo 15, 2012 a 2:58 pm #

    gentile Elena, la ringrazio dell’attenta lettura di un articolo che peraltro neppure io posso dire di aver compreso e condiviso pienamente.
    tuttavia mi pareva interessante, nel contesto attuale, tutto il discorso della “volontarietà” del lavoro intellettuale (e, va senza dirlo, artistico) e di come alla fine questo possa trasformarsi da disvalore in valore, quanto meno nei tempi attuali che non permettono né il sostentamento da parte di privati e /o mecenati né quello da parte dello stato.
    darò un’occhiata al sito cje lei mi segnala e poi spero avremo modi di riparlarne su questi schermi, così come pure dell’altra questione “antropologica” di cui sopra.

  123. proet@barboon marzo 15, 2012 a 8:13 pm #

    questo concerto peraltro mi pare cada a fagiolo nella nostra discussione su genie culture.
    ecco alcuni quasi primitivi, nati in un posto sperduto e pure comunisti o stati canaglia che dir si voglia. che si cimentano con risultati degni nota nella “grande musica” europea.
    buon ascolto e visione!

    http://download.liveweb.arte.tv/o21/liveweb/flash/player.swf?appContext=liveweb&eventId=3338&mode=prod&priority=one&embed=true

  124. Elenas marzo 16, 2012 a 2:12 pm #

    Ah ah ah .. primitivi.
    C’è una cosa che andrebbe studiata (alcuni o fanno, peraltro): i turisti – o anche non – che vanno a trovare i “primitivi”.

    E.

  125. Elenas marzo 16, 2012 a 2:13 pm #

    Alcuni lo fanno, intendevo.

  126. Marco marzo 16, 2012 a 4:07 pm #

    Mah, mi sembra che questa divisione delle conoscenze dalle competenze sia del tutto arbitraria. Chi è competente ovviamente conosce. Voglio aggiungere però un elemento. Le cose veramente belle sono quelle che, partendo da un ambito specialistico, magari anche del tutto teorico, riescono a parlare a un gran numero di persone, che si trovano al di fuori di quei limiti. In altre parole, mettono in moto il cervello e creano occasioni di impiego pratico. Il pensiero autentico consiste in questo. Ma si tratta di cose che appartengono a pochissimi.
    Marco Ninci

  127. proet@barboon marzo 16, 2012 a 5:14 pm #

    ah certo Elenas, sono d’accordo con lei e anzi caldeggio che qualcuno si dedichi allo studio antropologico del turismo di massa contemporaneo (se non l’hanno già fatto…).
    del resto, signora mia, ormai al mare ci si va in aereo (come ai concerti, a pensarci bene), sono finiti i tempi della Topolino con l’ombrellone legato sul tetto!

  128. lavocedelloggione marzo 16, 2012 a 6:27 pm #

    Eh già, ormai si va in giro solo in aereo; però io ho fatto a tempo con i miei figli e il marito (quindi in 4) a partire per la Grecia e la Turchia su una vecchia A112 con l’ombrellone sul tetto, più la tenda e varie altre attrezzature da mare e da campeggio. E negli anni 90 non so quante volte (almeno 10) sono andata a Berlino in auto; una volta ricordo che sono tornata dopo aver fatto la maratona, ovviamente il giorno dopo un memorabile concerto con Abbado e i Berliner, partenza alle 3 del pomeriggio e arrivo a Milano alle 3 di notte. Devo dire che ho qualche rimpianto di quei viaggi! Attilia

    • Elenas marzo 16, 2012 a 9:49 pm #

      Va be’, ma tu, Attilia, mica sei normale, scusa …

    • masvono marzo 18, 2012 a 11:46 am #

      Che abnegazione! Oggi per percorrere quegli oltre 1000 km di distanza ci vorrebbero almeno due pieni di benzina all’andata e due al ritorno. Nel caso della A112 parliamo di un consumo medio di 9,6 km con un litro e di una capacità di serbatoio di 30 litri. Significa che servirebbero tre pieni da 30 litri, ovvero 162 euro per andare e 162 euro per tornare….Con aereo di linea a tariffa quasi piena (es. Lufthansa) prenotato con qualche giorno di anticipo si spendono andata e ritorno 200 euro. Decisamente più conveniente, più sicuro, più veloce.

      Il rimpianto a volte deriva solo da considerazioni anagrafiche, e nient’altro..
      Ciao!

      -MV

  129. masvono marzo 17, 2012 a 11:45 am #

    Mi sembra che l’appeal della musica occidentale sia fuori discussione. Infatti mentre noto organismi musicali di paesi non solo comunisti, ma sicuramente stalinisti eseguire sotto la guida di un coreano (del sud, quindi occidentalizzato) musica della grande tradizione romantica europea, non noto un uguale fervore occidentale nel tentare repliche artistiche dell’Opera di Pechino.

    Trovo anche molto istruttivo il fatto che la WEBTV qui linkata grazie alla quale tutto il mondo può accedere a visualizzare tale “incontro di anime” sia sanamente franco/tedesca, quindi europea e occidentale, non certo “nord coreana”.

    Come occidentali, ca va sans dire, sono state le invenzioni dei *motori a combustione interna* che fanno muovere sia la Topolino con l’ombrellone sul tetto, sia l’aereo degli orchestrali francesi.

    Bye

    -MV

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